Il secolo che muore, vol. I

Part 15

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E gli avvocati dove me li lasci? Come si pongono di tratto in tratto colonne per indicare la diritta via sopra i cammini pubblici, così gli avvocati piovvero nel mondo per farcela smarrire. Costoro reputano offesa personale la divisione operata dal creatore fra le tenebre e la luce, e si affaticano ad abolirla. Il Dante impone silenzio a Ovidio ed a Lucano per le trasformazioni da essi raccontate, ma gli avvocati fanno dimenticare quelle di Dante; qual

serpentello Livido e nero come gran di pepe[24]

può non che vincere, uguagliare la maligna virtù delle calunnie vendute e delle ire date a nolo? Con lo intelletto guercio per sofismi e con l'anima viziata dall'avarizia, o come giudicheranno essi? E pure essi giudicano e condannano le colpe, che seminano a bocca di sacco nell'umano consorzio.

[24] Dante, _Inferno_, c. XXV.

A questi e ad altri cosiffatti uomini la legge dà commissione di penetrare nello spirito umano, indagare le più segrete scaturigini del delitto, e poi conosciute le contingenze tutte, onde si forma la volontà della creatura umana, confrontarle con le spinte esterne e gli urti del temperamento individuale: perchè per moltissime cose l'uomo è tomo della medesima opera, non iscompagnato, ma diverso dagli altri; poi vuole che essi abbiano ad un punto la sapienza del Kant e del Cabanis per assicurarsi, senza fallo, della spontanea intenzione dello agente, ovvero, come dicono in termine del mestiere, _dello elemento intenzionale_. Questa terribile Iside davanti cui Socrate piegherebbe sgomento la faccia, ecco tutto giorno svelano sensali, droghieri e merciaioli. E tuttavolta noi vivemmo nei tempi nei quali i giudici ordinari pronunziavano sentenze alla stregua della prova; se piena la prova, e piena era la pena; se no, un terzo, mezza e due terzi di pena. Tenetevi pertanto caro il giurato nella medesima guisa che anteporreste la scarlattina al vaiolo: per ora la scelta non può cascare che fra due mali; più tardi vedremo: la via è lunga, me ne sono accorto anch'io, ma la speranza ci conduce _gratis_, e lo fa volentieri; da poi che mondo è mondo, questo è il suo mestiere, e lo sarà fino all'ultimo.

Dacchè la Felicità viene pian piano perchè ha i pedignoni, contentiamoci della Speranza; cari miei, imitiamo la virtù di colui, che non potendo comprarsi l'arrosto, si soddisfece coll'impregnare il pane del suo fumo. L'oste ladro pretendeva dal povero uomo anco il pagamento del fumo, e il giudice gli diede ragione, solo condannò il convenuto a pagarlo col suono della moneta. Storie vecchie.

Oltre i giudici giurati, eccolo lì, il pubblico ministero, l'avvocato fiscale, il procuratore del re, insomma colui che urla sempre: _Crucifige_. Come il franco tenitore nel torneamento, egli tiene in resta la lancia del sofisma per iscavalcare nemici, i quali vinti, egli manderà alla dama dei suoi _pensieri, che è la forca_. In verità egli è un tristo, ma tristo mestiere, peggiore di quello di cogliere finocchio marino e masticarlo, come dice Amleto, peggiore di quello del ladrone da strada, imperciocchè questi affatto ingeneroso non paia, potendo incontrare contrasto e rimanere ucciso: l'avvocato fiscale assassina in poltrona.

Di contro al difensore della legge siedono i difensori degli accusati: anche questi decorano con vanti pomposi un mestiere assurdo ed ignobile: assurdo però che per costoro sieno innocenti tutti, come se colpe e colpevoli non esistessero al mondo: quindi la rôsa di pretendere ogni accusato senza delitto, mentre non giova ai rei, nuoce ai giusti. Per me vorrei che come pei crimini di lesa maestà si costuma nella Inghilterra, lo imputato dovesse dichiarare se intenda sostenere la innocenza assoluta ovvero la sua scusabilità; nel primo caso, dove non si giustificasse intero, gli applicassero la pena a venti soldi per lira in odio della temerarietà; nel secondo, gli si usasse misericordia, dacchè i giudici dovrieno rammentarsi sempre che anche essi un giorno tremeranno dubbiosi se verrà loro usata misericordia, ed avendola essi adoperata con altrui, più agevolmente la otterranno per sè. Inoltre ignobilissimo parmi il mestiere dello avvocato, però che ai giorni nostri si pigli a nolo ad un tanto l'ora, come le vetture di piazza; e quando ti fai pagare la coscienza a tariffa, oh! buffone, mi vuoi far ridere quando favelli di convincimento. Presso i Romani la difesa, non pagata per divieto della legge, induceva la gente a non discredere simile convincimento; e i Greci una volta ordinarono che gli accusati da per loro si difendessero; onde essi ricorrevano, è vero, alla opera degli oratori, ma unicamente perchè le proprie arringhe dettassero, mentre poi eglino o le leggevano, o, mandatele a memoria, le recitavano nel tribunale. Di qui le bellissime orazioni di Lisia, succinte e semplici, varie secondo l'indole dello incolpato e le qualità del delitto: altri si compiaccia delle filippiche o delle orazioni per la corona, che io mi contento della orazione dell'_obolo_ e del _fratricida_.

*

Fabrizio aveva assunto la difesa della miserrima donna, per bontà di cuore, non senza però qualche miscuglio di libidine di fama: sicchè in fondo in fondo provvide più allo interesse proprio che allo altrui, onde se un giorno egli si avviserà chiedere a Dio la ricompensa di cotesta azione, dubito forte che egli non abbia a sentirsi rispondere: _Recepisti mercedem tuam_, tu hai riscosso il tuo salario da un pezzo.

Il profeta nei tempi andati esclamò; «Voi che passate, vedete, se mai ci fu dolore uguale al mio!» Queste pietose parole, dette già per Gerusalemme, furono poi applicate alla madre di Gesù Cristo; e senza dubbio non sembra che veruna angoscia possa superare quella della madre che raccoglie in grembo il proprio figliuolo lacerato dalla bestiale ira degli uomini, e pure si conosce spasimo fuori di misura superiore a questo, ed è quello della madre che si mira davanti il figlio che ella dubita ed altri l'accusa avere ucciso. Quando successe il pietoso caso, ella si sentì del tutto tramutata, o piuttosto sè da se stessa divisa: veruna parte del suo essere stette ormai più unita coll'altra: le sue facoltà intellettuali, non che le sue membra, entrarono in urto fra loro: gli occhi stirati verso le tempie, presero guardatura disforme; con uno vedeva il pargolo saltellante e vivo, con l'altro immobile e morto: delle orecchie in una udiva il vagito di cui piglia possesso della vita, nell'altra il singhiozzo della morte; allora ella fuggiva alla dirotta, mugolando, turandosi gli orecchi con le dita; indarno però, che gli infesti suoni crescessero sempre e non provava refrigerio alcuno nè dallo stopparsene i fori con le foglie, nè spingendovi dentro i lembi di carne rovesciati in su a modo che si fa con le faldelle per le ferite: si sotterrava la testa, ed era peggio: allora non sapendo a qual partito appigliarsi, si acchiocciolava giù sul pavimento senza dare in un gemito; di tratto in tratto lei scoprivano viva le convulse palpitazioni del cuore. Se tu l'avessi sperata traverso al raggio della luna, cotesto raggio le avrebbe passato il corpo, tanto era per lo spasimo continuo diventato attrito e trasparente: i capelli in parte rimasti neri, in parte diventati bianchi; taluni pieghevoli, altri irti e ribelli ad ogni cura di pettine; delle mani, la manca, senza requie, aperta e chiusa, pareva volesse grancire qualche cosa; la destra giù inerte come morta. Come sudava piangeva; le lacrime, per così dire, non piante, traboccandole dalle ciglia, in parte le gocciavano in bocca, ahimè, quanto amare! Serbavano il sapore della colpa; parte cadevano in terra e la terra, vindice anch'ella della natura oltraggiata, mescolandole con la polvere le riduceva in fanghiglia; e più che tutto terribile la bocca; fregandosi ella con moto perpetuo le labbra fino a scorticarsele, queste presentavano sembianza di piaga insanguinata.

Non una parola di conforto si fece udire per la dolorosa, ma che parlo io di conforto? Non atto, non voce che non significassero maledizione per lei. Ella non la vide, nè la udì, chè Dio ebbe misericordia della canna schiappata. Ora dove sono i suoi uguali, che devono giudicarla? Gli uomini! Ma l'uomo comprenderà egli la paura della figlia per le furie paterne? La ferocia della fanciulla pel suo pudore offeso? L'orrore della donzella per la derisione delle compagne e pel vilipendio universale? L'uomo non potendo tutto questo provare, nè manco può comprendere. Ebbene, giudichino le donne. Misera lei! Le donne non conoscono lacrime per la sventura della sorella caduta: non furono già le figlie, quelle che copersero le vergogne di Noè. Tuttavia non disperiamo, verrà il tempo (e lo vedrà chi lo potrà aspettare) in cui le donne-giudici, uscite fuori dal _Mercante di Venezia_[25], col berretto in capo e la rettitudine nel cuore, la toga addosso e la sapienza dentro al cervello, giudicheranno le accusate; per ora le arrostiscono gli uomini. Le tante società instituite per la emancipazione delle donne stanno per dare grappoli come quelli della terra promessa. Ammannite i corbelli!

[25] Dramma del Shakespeare.

L'altro accusato era un prete, un degno sacerdote in verità, il quale aveva avuto la custodia delle anime; mostrava quella età nella quale gli uomini di giudizio dovrebbero depositare con buona grazia nella cancelleria del Tempo concupiscenze ed ardori, a mo' che fanno i mercanti dabbene i loro bilanci nella cancelleria del tribunale di commercio, per dimostrare ai creditori che s'ei sono costretti a fallire, falliscono di buona fede. Appariva lindo, zazzerato, con la sua brava chierica bianca quanto una fetta di zucca prima di essere fritta: contegnoso negli atti; piuttosto malinconico, che sconcertato, e

Più pensoso di altrui, che di se stesso,

come canta il Petrarca a proposito di Cola di Rienzo: il suo volto non diceva nulla; una lettera sigillata, una sciarada non anche indovinata, un biglietto del giuoco del lotto prima della estrazione: anche alla sua fama poteva applicarsi il detto del furbo, che portò via la lampada dal Duomo di Pisa: «Chi ce la vuole, e chi non ce la vuole.» Pure da un pezzo in qua, essendo diventato potente, i suoi compagni nel sacerdozio lo avevano ribattezzato in sagrestia con lo inchiostro e fatto bianco col suffumigio delle candele accese a San Gaetano _padre della divina Provvidenza_... Ahi, preti! preti! preti!... La cronaca dei tribunali, così nostrani come stranieri, va trucemente famosa per le geste vostre, o laidi, o scellerati!

Se voi sacerdoti vi contentaste ad esercitarvi soltanto nei sette peccati mortali, guà! _per uno accomodo ci starei_, ma quello che più mi dà uggia, è l'ottavo, nel quale eglino presero tutti la laurea nella università della _Ipocrisia_, e consiste nell'arte di ricoprire gli altri sette. Più che ci penso, in coscienza, meno ci capisco: un dì i municipi, e credo taluni anco adesso, stanziavano non so quanti scudi in premio all'uccisore di un lupo, e non elargivano nè manco un soldo a cui ammazzava un prete: all'opposto la legge (e' vi hanno legislatori, che per immaginazione danno tre punti giunta a messer Ludovico Ariosto), considera il prete un uomo, e chiama omicida chiunque si avvisasse levarlo dal mondo. E sì che fu provato e riprovato il prete essere uguale alla somma di tre lupi; diventino uomini e vivano.

E non basta; personaggi soliti a dare la orma ai topi e le mosse ai tuoni si tirano su le maniche in Parlamento, e si sbracciano, affinchè venga concessa ai preti liberali la facoltà d'insegnamento. Come va questa faccenda? Vietasi agli speziali, sotto severissime pene lo spaccio di sostanze velenose, e poi lasciate ai preti libera la facoltà d'insegnare? O che siate benedetti, che cosa volete voi che insegnino! Che il papa è padrone del cielo e della terra; infallibili i suoi responsi; egli potere con una parola del _nero_ far _bianco_, il _tondo quadro_, e così via. I preti sono fungosità dello errore: dopo secolari travagli la verità appena li può pigliare di mira, e voi li armate di tutto punto, affinchè tornino alle conquiste della superstizione? Voi vedrete il prete rigermogliare peggio della gramigna, che scusso di famiglia semina e non ara, e alla raccolta miete per venti: anche ieri tutti l'ossequiavano come potente; ieri ed oggi lo venerano molti: voi l'offendeste, voi lo spogliaste, ed oggi vi assottigliate il cervello per dotarlo di forza per vendicarsi e rifarsi della odiata inopia. Il mondo, insomma, è una contradizione divisa di giorni e di notti, e il peggio incoglie a cui non vi si adatta.

Difensori del prete due avvocati insigni; entrambi parziali pel ministero che regge: non già perchè importi loro un ministero o un re, o un reggimento piuttostochè un altro; essi possiedono vele per tutti i venti e carte per tutti i mari: stanno per cui comanda. Uno di loro, quel grasso, è celibe; lui non dilettano davvero la gloria o il desiderio di giovare alla patria e simili altre _quisquilie_: egli vuol vivere con quanto di meglio produce l'alma natura per tutta la superficie della terra: e perchè anco la ghiottoneria si compiace della estetica, egli chiama _poppe di Venere_ le più magnifiche fra le pesche; e qui mi fermo. Chi procede poco ligio al Governo, e peggio poi chi gli si scuopre avverso, corre mille traversie, non fosse altro quella di mettersi tardi a tavola, e a lui non occorse mai trovare il pranzo diaccio in questa vita, e così spera nell'altra. Più grave peso, non so, se per parlare giusto, io mi abbia a dire o la fortuna o la natura pose sopra le spalle all'altro avvocato; egli ebbe tre figli e gli attaccò tutti al corpo dello Stato; poco gli importò del dove si sarebbero attaccati, purchè succhiassero; pel primo gli era riuscito murarlo come capitello nella fabbrica di un ministero: andare più su non poteva, chè glielo impedivano cornici, cornicione, frontone _et reliqua_ che gli stavano di sopra; ma ciò non preme, anzi ci aveva piacere, perchè maggior numero di circolari di quello che già ci era in cotesto cranio non ci sarebbe capito, e girando dell'altro si correva rischio di rompere la corda all'orologio. Il secondo si riputava felice nella bestialità prebendata di un benefizio nella cattedrale di Milano. Soldato il terzo, e se invece della spada, si fosse posto al fianco il breviario del fratello, veruno si sarebbe accorto dello scambio: per conoscere le fosse dei campi lombardi, egli non temeva concorrenza col più esperto ingegnere ed agrimensore d'Italia.

Per istare a galla, questi due avvocati e deputati del centro non l'avrebbero ceduta di un pelo ai tappi di sughero; e nonostante ciò, un giorno, essi si trovarono come Ercole al bivio: ecco l'autorità si parava loro biforcuta davanti in sacerdotale ed in monarchica, una coll'aspersorio in mano, l'altra con lo scettro; quella col laveggio del triregno in capo, questa con la cazzeruola del berretto Ricotti: che pesci pigliare? Tolsero esempio dal sole: se anche questo ministro maggiore della natura talvolta si ecclissa, tanto più potevano ecclissarsi essi; però, nei voti _ancipiti_, non comparvero alla Camera, e così, piacendo a Corte, non dispiacquero alla sagrestia: ben veduti da tutti, promossi dai giudici, favoriti dai preti, delizia dei segretari, partecipi di tutte le _commissioni_ e le _inchieste_, più del _matto_ dei _tarocchi ch'entra in tutte le verzicole_, sentendo come nelle _alte sfere_, la scissura fra la potestà temporale e la spirituale si lamentasse, si adoperarono _lodevolmente_, non meno che _fruttuosamente_ a farla cessare.

*

La Corte! Ecco uno dopo l'altro comparire tre giudici. O perchè tre? Una volta, che il Tribunale dei giurati abbia chiarito l'accusato colpevole del delitto che gli venne apposto, poco ci vuole ad aprire il volume della legge e riscontrare quale pena ella gli assegni. Un solo giudice avrebbe a bastare. Io raccomando questa economia, non per ora, ma sì per quando la Italia, dopo il fallimento, si porrà in carreggiata per diventare un paese governato da cristiani.

Il presidente interrogò gli accusati intorno alle _generalità_: il prete ha nome Liborio e fu figlio del fu Ambrogio Rospani di Chivasso, curato di San Rocco in Valpaiola; la donna si chiama Felicina, figlia di Salvario Rubinetti, che _si è reso defunto_, di Castiglione. Dopo ciò, fece leggere ai dodici giurati la formula del giuramento, e questi senza pure stringere le ciglia promisero di non tradire i diritti dello accusato, che non conoscono, nè quelli della società, i quali conoscono anche meno; promisero non lasciarsi sopraffare dal timore, come se dipendesse da loro chiudere la porta in faccia alla paura, e per ultimo giudicare con imparzialità e fermezza, conforme conviene ad uomini liberi. Breve, la tromba sonò, il canapo si abbassò, via, barberi, potete correre il palio della giustizia.

Avvertiti gli accusati a drizzare bene le orecchie, ecco il cancelliere legge una bibbia dove si racconta per filo e per segno, come qualmente la Felicina fosse _figlia femmina_, nata unica a Salvario Rubinetti, _applicato di terza classe al ministero della guerra_; per isventura di questa esserle morta la madre nella sua infanzia, sicchè il padre solo la tirò innanzi con amore sviscerato: fino da fanciullina costei avere dimostrato propensione agli amori, ai balli, ad ogni maniera sollazzi: sopra le altre compagne s'ingegnava comparire attillata ed ornata, e poichè il povero stato non le permetteva le ricche spese, saccheggiava la natura per fregiarsi co' fiori più smaglianti della stagione: compita l'adolescenza, le si cacciarono addosso una smania irrequieta ed uno sfinimento, di che il padre prese ad andare pensoso: e quanti frequentavano in casa cominciarono a temere che la non fosse per dare in consunzione: in questo frangente capitò don Liborio a visitare il vecchio amico Salvario, il quale appena ebbe vista la fanciulla, si sentì preso di straordinaria compassione per lo stato di lei, onde egli disse, ed in questo lo secondava anco il medico, che per ritornarla nella primiera floridezza non ci era altro verso che farle mutare aria, conducendola in villa; dove circondata da immagini tutte piacevoli si sentirebbe ricreare: egli profferirsi menarla per qualche tempo alla sua canonica, confidandola alle cure della sua sorella, piissima donna, la quale l'avrebbe avuta cara come un sollievo inviatole da Dio per consolarle l'uggia della solitudine.

Il padre, dopo un lungo tentennare fra il sì e il no, parendogli che per la partenza della figliuola gli si avesse a rompere il cuore, finalmente acconsentiva commetterla nelle mani del prete. Così Felicina andata a casa don Liborio da prima niente fu notato nel contegno di lei, che non meritasse lode: più tardi ebbero a riprenderla di frequenti assenze, massime sulle prime ore della notte, che non sapeva scusare, o scusava con menzogne manifeste, tanto che la sorella di don Liborio protestò più volte che ella intendeva lavarsene le mani, non volendo sul finire del salmo della sua vita sentirsi chiamare _arruffamatasse_ e _pollastriera_. Delle quali cose don Liborio (dice lui) sentendo maraviglioso fastidio, certo giorno si restrinse con la Felicina per farle una bravata nelle regole, quando ella (lo dice sempre il prete) con sua non minore maraviglia che spavento, gittatasegli ai piedi, gli spiattellò essere gravida di tre mesi. Tra l'ira e la pietà, quest'ultima prese il sopravvento, però, sotto pretesto di ricondurla al padre, la menò a Monza, dove acconciolla in casa della Brigida Travicelli, femmina di piccolo stato, ma di buona reputazione, a patto che l'albergasse e la governasse sinchè non si fosse sgravata. La Brigida chiamata davanti al giudice istruttore, depose come veruno mai si facesse a visitare la Felicina, eccetto il prete, ma rado: costui averle di mano in mano assottigliato la retta, sicchè, sull'ultimo, la Brigida dichiara avere mantenuto la meschina quasimente per amore di Dio. Avvicinandosi l'epoca del parto, la fanciulla spesseggiava lettere al reverendo, perchè andasse a consolarla, ma _lui_ duro; onde se non era _lei_ che le dava animo come poteva, la si sarebbe per la disperazione buttata via; finalmente il nodo arrivò al pettine, cioè Felicina prese a nicchiare, e la Brigida, immaginando che le cose fossero per passare lisce, sperò non ci sarebbe stato bisogno di altro aiuto fuori del suo; ma non si appose, chè il parto si mise al brutto: le strida della partoriente le straziarono così le orecchie e il cuore, che ella, persa la bussola, non sapeva più a qual santo votarsi; all'ultimo si dispose andare per la levatrice, e così fece, lasciando l'uscio di casa accosto. Andò e tornò, stando fuori il tempo che ci vuole a recitare un _credo_; la levatrice non trovò, chè era andata ad assistere una altra partoriente, ma al suo ritorno in casa vide la ragazza sgravata, don Liborio tutto affaccendato in camera, il pavimento insanguinato, e in mezzo al sangue la creatura giacente in terra, morta. La Felicina guaiva da mettere pietà alle pietre, don Liborio con parole soavi la raumiliava dicendo, che, poichè l'era andata a quel modo, bisognava rassegnarsi ai divini voleri: e senza punto smarrirsi, rinvolto il morticino dentro un mucchio di giornali, fece intendere volerlo trasportare alla prossima cappella per farlo seppellire in _sagrato_. Pochi giorni dopo taluni fanciulli, giocando alla palla in luogo remoto, avvenne che una delle loro palle andasse a ruzzolare entro certa chiavica che ingombra a modo di ponte massima parte della strada; la quale palla volendo ricuperare, uno di essi s'introdusse carpone sotto la chiavica, dove rinvenne lo involto dei giornali, ed avendolo disfatto, con orrore mirarono il corpo del delitto. I periti dell'arte, esaminato il morticino, concordi risposero essere nato vivo e vitale, e senza paura d'ingannarsi aggiunsero che lo giudicarono ucciso per istrangolazione, e per rottura del cranio; ai quali due atti, massime al secondo, vuolsi adoperare non piccola forza. Interrogata la Felicina, rispondeva che, partorito il figliuolo, ella, per lo grande spasimo, tracollò giù dal letto sul pavimento, dove giacque in deliquio: di nulla avere pertanto conservato la memoria, eccettochè, rinvenuta in sè, si vide innanzi don Liborio, il quale piangeva per la disgrazia, che al neonato nel cadere si era infranto il cranio. All'opposto don Liborio afferma che sopraggiungendo nella stanza dell'accusata, non solo rinvenne la creatura col cranio fesso, ma altresì strangolata. In conseguenza di che la Camera delle accuse, giudicando provato lo infanticidio con premeditazione, ne chiama colpevoli la Felicina, ecc., e don Liborio, ecc.

Il presidente, ultimata la lettura del decreto della Camera di accusa, ribadiva il chiodo, spremendone il sugo, dichiarando ai due accusati:

— Ecco di che cosa v'incolpano; adesso sentirete le prove che si hanno contro di voi.

Qui il procuratore del re presentava la lista dei testimoni, che letta ad alta voce dal cancelliere, ed ammessa senza eccezione, fu proceduto allo interrogatorio dei testimoni e dei periti.

_Naturalmente_ giurarono tutti _di dire la verità null'altro che la verità, e di non avere altro scopo che quello di fare conoscere ai giudici la pura verità_, stando in piedi, con la destra sopra il _Santo Evangelo_, previa _seria_ ammonizione sull'importanza dell'atto e sopra le pene stabilite contro gli spergiuri negli articoli 365, 366, 367 e 369 del Codice penale.