Part 14
Omobono si tirò innanzi al tavolino: il conte gli pose sotto mano il necessario per iscrivere. Omobono, con mirabile disinvoltura intinse la penna nel calamaio, e il conte, con le lenti sul naso, gli si mise in piedi dietro la seggiola per vigilare quello che egli andava scrivendo. Omobono, come se dettasse a se medesimo, principiava:
— Milano, tre marzo milleottocentosessantasei. Buono per lire 10,000. A cinque giorni data pagherò.....
— No, _mon cher_, a questo modo non cammina.
— O perchè non cammina? — interrogò Omobono, deponendo la penna.
— Perchè ha da dire _pagheremo_, e voi dovete sottoscrivere in nome della ragione bancaria O. Buoncompagni e C.
— E vi pare egli che io deva..... che io possa obbligare la rispettabile casa del mio signor nonno in questa razza di negozi?
— Dovete, perchè lo voglio..... potete, perchè fino dal primo gennaio del presente anno il vostro signor nonno vi ha dato la _firma_ della sua ragione, come resulta dalla circolare del medesimo giorno, depositata nella Cancelleria del Tribunale di Commercio il due del medesimo mese, e comparsa tre volte nella _Gazzetta Officiale_.
— Permettete che io vi faccia umilmente di berretta: voi vi siete corazzato fino ai denti. Che cosa volete? Io vi ammiro.....
— Eh! _mon cher_, procuro esercitare la mia professione con coscienza e puntualità.
— Voi meritate una corona d'alloro; dunque _pagheremo_ all'ordine del signor....?
— Conte Adamo Kamieski.
— Come! O non vi chiamate Kranoski?
— E chi vi ha detto Kranoski? Io mi chiamo Kamieski.
— Oh! credeva..... ma non fa caso..... Kamieski, lire diecimila.
— Aggiungete in oro.
— In oro..... e la valuta come l'ho da mettere?
— Per altrettante somministrateci in contanti e in oro.
— Contanti.... oro. Buono...
— Avvertite segnare la somma in tutte lettere, articolo 273 del Codice di commercio.
— Omobono Buoncompagni e C., eccovi soddisfatto.
E così senz'altro accidente fu continuato fino al quarto biglietto, compiuto il quale, Omobono piacevolmente favellò:
— Adesso parmi di poter dire: _Ite missa est._
— Sicuro, adesso voi potete andare: in ricompensa dei tanti e tanto savi avvertimenti che mi avete dato, permettete che vi consigli a tenere acqua in bocca; io non sono solo.... adoperate prudenza e vivrete.
— Lasciate fare a me — e si alzava per andarsene.
Ma la contessa osservò:
— Finchè mi duri la vita mi gioverà tener presente la memoria di quest'ora nella quale un breve errore mi traviò fuori dei miei doveri di sposa; epperò, signore, non vi sia grave lasciarmi il vostro orologio, dove mi sia dato contemplare quest'ora.... ahimè! di rimorso e altresì di desiderio....
— Di desiderio può darsi; quanto a rimorso, io protesto solennemente, che quanto a me il peccato non si affacciò nemmeno nei dominii della tentazione.... mia bella donna.... eccovi l'orologio.
— Oh! a proposito — esclamò il conte quasi punto da emulazione — e i bolli ce l'ho a rimettere io?
— Eccovi il borsellino — disse Omobono frugandosi prestamente in tasca, e presolo in mano l'offerse al nobile conte, aggiungendo poi piacevolmente: — Conte Adamo, richiamo poi la vostra attenzione, che se la vostra amabile signora e voi non ponete termine a queste gare, io corro rischio di ridurmi a casa col vestito di Adamo nostro padre comune, e vostro protettore speciale.
— Eppure alleggerirlo di qualche altro arnese non sarebbe male — osservò la donna rapace.
— _Ça suffit! femme_; il troppo stroppia; gli è un caro giovane, ed a me preme conservare con lui la buona amicizia.... ed ora _s'il vous plaît_, beviamo _un coup_.
— _Merci_, — rispose Omobono — già si fa tardi, e dove non possa servirvi in altro vi leverei lo incomodo.
— _À votre aise_ — disse il conte, e si atteggiò ad accompagnarlo. La donna proterva nel dargli licenza gli porse la mano favellando:
— _Sans rancune_, e a rivederci in migliori occasioni.
— Così spero anch'io.
Omobono voleva con bel modo dispensare il conte da tenergli compagnia, ma siccome costui insisteva, egli non giudicò prudente mostrargli diffidenza: giunti pertanto sopra la soglia della porta di casa, rinnovati alla lesta i complimenti, si separarono.
Un pezzo andò il nostro giovane provando di tirare un occhio quanto più poteva a destra ed un altro a mancina, per sospetto che non gli capitasse qualche altra faldella; nè in veruna occasione (come egli ebbe a dire poi) desiderò mai avere un altro paio di occhi per metterseli di dietro e guardarsi le spalle. Il polso gli batteva a colpi di maglio: a mano a mano che rinasceva la sicurezza, quetavasi; all'ultimo allentò il passo, e quando gli parve essere affatto fuori di pericolo si pose a sedere sul primo muricciolo gli occorse davanti, e quivi sciolse un sospirone proprio dal cuore.
— Io l'ho scappata bella; — diceva ragionando seco — il pericolo non è stato certo di lieve momento.... eppure non so, se mi proponessero ricominciare quasi.... quasi accetterei — e qui si fregava le mani come il conte Cavour quando aveva dato a bere una balena all'onorevole Parlamento subalpino, trasformato più tardi in italiano. — Omobono di tratto in tratto prorompeva in uno scoppio di riso.... povero giovane! Gli si fossero spigionate le soffitte? Basti per ora sapere che egli se ne andò diritto al teatro, dove gli amici suoi nol videro mai allegro e contento come in cotesta serata.
*
È il giorno della scadenza del primo pagherò, otto marzo, e il conte Kamieski, il quale non estimandosi Giulio Cesare nè aspettava, nè temeva gli idi di questo mese sinistro, s'incamminava, con la contegnosa compostezza del gentiluomo di vecchia razza, verso il Banco Buoncompagni; sbirciando argutamente se alcuna cosa occorresse capace di dargli sospetto; niente apparisce mutato nè per di dentro nè per di fuori: la medesima frequenza di cui entra e di cui esce: i commessi intenti tutti alle proprie occupazioni. Omobono alla cassa: lo assiste il Nassoli, misurato come il pendolo; forse due scritturali, che gli siedono al fianco, non paiono _ortodossi_ affatto..... non sembrava fossero troppo vaghi di cotesti esercizi; anzi tu li avresti giudicati, più che a menare la penna, capaci di trattare il remo.... ma le saranno state ubbie.
— Il cassiere — chiede il conte arrivato alle paratie dei commessi, con voce che studiava fare burbanzosa.
— Favorisca — risponde il Nassoli, invitandolo col cenno della mano a passare dentro il bugigattolo della cassa.
Omobono, visto il conte, lo salutò graziosamente con un inchino del capo, accompagnato col più gentile dei suoi sorrisi; il conte da parte sua, col volto corazzato, gli rispose con un saluto di protezione.
— Comandi? — riprese il Nassoli.
E il conte:
— Vengo ad esigere un pagherò di diecimila lire, che scade oggi.
— Si compiaccia presentarmelo per vedere s'è in regola.
— In regolissima: eccolo....
Il Nassoli si tira su gli occhiali a mezza fronte, e, secondo il suo costume, accosta così il foglio alle palpebre, da parere ch'ei volesse co' peli cancellarne le cifre; poi imperturbato lo rende con queste parole:
— È in regola.
— Ebbene lo paga?
— Che dubbio? Sarà pagato.
— Dunque lo paghi.
— Dunque non pago.
— Perchè non lo paga?
— O bella, perchè non è ancora scaduto.
— Come! non iscaduto? Oggi non abbiamo l'otto di marzo?
— Certo.
— O dunque?
— Signor conte, io non ho tempo da perdere; il biglietto ha da pagarsi un otto marzo, ma non quello di questo anno.
— Come! Come sta questa faccenda?
— Tal è qual è, come dice il cane quando lecca l'acqua; la si chiarifichi da sè; venga si accomodi, che lo potrà fare ad agio.
Il conte, che ormai aveva gli occhi tra i peli, leggeva e rileggeva e non si addava; il sangue gli era salito al capo, sicchè delle lettere del pagherò, parte gli sembravano scritte di rosso e parte di fuoco. Allora il Nassoli, pensando, che dai ma' passi, quanto più presto si esce, e meglio egli è, notò:
— Osservandissimo padrone mio, favorisca leggere bene il millesimo, miri (e ci metteva il dito sopra) ci sta scritto tre marzo _millenovecento sessantasei_, la quale cosa, come vostra signoria può insegnarmi, significa, che se si compiacerà ripassare alla cassa da qui a _cento anni_, in questo giorno otto marzo, ella verrà puntualmente pagato....
— Ma questo è tradimento.... questo si chiama assassinare la gente.... io voglio il mio denaro.... il mio denaro: — e qui voltosi furibondo ad Omobono, continuava: — e voi signore, che me lo avete carpito, non dite nulla? Vi costringerò a parlare bene io, vi schiafferò in piazza.... vi strapperò il cuore dal petto e ve lo sbatterò in faccia....
— Queste cose, signor conte, una volta usavano in Inghilterra, e le faceva il boia coi traditori; e qui siamo a Milano — rispose Omobono, guardandolo fisso senza punto alterarsi, e poi: — il pagamento dei recapiti della banca non riguarda me, bensì sta nelle attribuzioni del signor cassiere.
— Al cassiere, furfante! spetta pagare i tuoi debiti? Al cassiere?
E qui agitato da terribile ira fece per avventarsi contro di lui; quando ecco i due commessi a _latere_ del Nassoli balzare su come gente pratica ed acciuffarlo per le braccia e per la vita impedirgli ogni violenza: il mal capitato mugliava come un toro: forte egli era e dava strettoni da schiantare una porta di città; ma gli altri fra le guardie di sicurezza godevano fama di _tanaglie maestre_; onde egli con la bava alla bocca urlava:
— Lasciatemi, mascalzoni.... ladri da strada.... ora ve la farò vedere io, se giustizia vi è, il questore....
— Chi è che mi chiama? — si udì una voce al di là della paratia, e subito dopo comparve la nostra antica conoscenza, il questore Speroni, amico del cavaliere Faina: pareva venisse a festa, perchè, si sa, dell'arte sua ogni uomo s'innamora; e al conte, che dal caso inopinato pareva sbalordito domandò da capo: — Che cosa desidera la signoria vostra dal questore di Milano?
— Desidero, — rispose il conte facendo come meglio poteva buon viso alla cattiva fortuna — desidero sapere se a Milano si pagano a questo modo i biglietti all'ordine? Ecco per avere domandato il mio mi trovo preso, come da sbirri (il povero uomo senza saperlo indovinava) e temerci di peggio se la presenza vostra non mi assicurasse; appena sia libero.... oggi.... al più lungo domani avrò l'_onore_ di recarmi al vostro ufficio per esporvi minutamente la odiosa insidia ordita a mio danno da cotesto ribaldo, contro cui fino da questo momento sporgo querela di truffa e di violenza....
— Illustre signore, ella ha da sapere come noi altri questori, prima di tutto per debito di ufficio e poi anco per genio, battiamo il ferro quando è caldo: le tracce dei reati da un punto all'altro si volatizzano peggio dell'etere; non perdiamo tempo, venga subito, e voi altri accompagnatelo.
— Come! Confida la mia custodia ai commessi di questo Banco.... o piuttosto di questa spelonca....?
— Stia tranquillo, io la confido nelle mani di due guardie di sicurezza.
— Signor questore.... sono gentiluomo....
— Non dubiti, che le saranno usati i debiti riguardi: giù ci aspetta una carrozza; anch'io desidero che le cose si facciano per benino.
Omobono a cui coceva essere stato tratto in trappola come un novizio, e non aveva potuto ancora digerire gli scherni della contessa, tanto non si potè tenere, che sul partire queste parole non dicesse al conte:
— Signor conte, quando rivedrete la rispettabile vostra signora, vi prego farle accettare i miei saluti, e dirle da parte mia, che finchè non si tira la rete in terra, non si può vedere se il pesce è preso.
*
Del conte e della contessa o Kranoski o Kamieski non parla più la nostra storia, eccettochè per dire che veramente nobili, anzi nobilissimi essi erano: avevano mutato nomi quanto paesi, da per tutto traendosi dietro una coda di truffe più lunga di quella delle comete. Per giuntare la nobilea facevano mostra di modi fastosamente superbi, chè dura tuttavia la opinione essere la prepotenza indizio di nobiltà; co' democratici poi ostentavano spiriti liberali e odio eterno contro il tiranno della _sventurata sì, ma pur sempre infelice Polonia_[22]: con tutti molto li avvantaggiò l'Amore, finchè la contessa lo potè agguantare, ma da molto tempo in qua egli volava fuori di tiro; onde un giorno venuti meno tutti i partiti che rasentavano il Codice penale, bisognò appigliarsi ad uno di quelli che lo tagliano in mezzo: crederono agguantare e rimasero agguantati: scaltrissimi per lunga sperienza si lasciarono agguindolare da giovane inesperto, confermando il dettato, che in pellicceria ci ha più pelli di volpe che di asino.
[22] Famoso motto del celebre Casati, il quale per la sua dottrina e per altri suoi meriti fu ministro del Regno d'Italia e presidente del Senato.
Il Governo reputò prudente bandirli senz'altro, e fece bene, perchè sarebbe riuscita difficile la prova del delitto commesso; e tuttavia la contessa, costretta, rese l'orologio, e così ebbe a contentarsi per richiamare alla sua mente Omobono della sola immagine ch'ei le lasciava nel cuore.
Ma, se alla contessa fu forza restituire lo orologio, non per questo ritornò ad Omobono. Gli antichi solevano consacrare agli Dei inferi le membra dello agnello riscattate dalle zanne del lupo: Omobono lo consacrò al questore in memoria del fatto, e per testimonianza dell'animo grato.
Egli volle altresì usare cortesia con le guardie di pubblica sicurezza, le quali pertinacemente rifiutarono qualunque dono[23]: credeva facessero per burla, e s'ingannò; le guardie stettero ferme a sostenere che avevano compito il debito loro, ed il Governo pagarle giusto per questo, onde Omobono dopo un lungo contrasto, ebbe a concludere:
— Ma che sarebbe proprio vero, che per ravviare questa matassa arruffata della società, si dovesse incominciare da metterla sotto sopra? Eh! così si costuma con gli orologi a polvere, perchè non si potrebbe fare anco con gli uomini? Molto più, che gli uomini anch'essi sono polvere che passa e non misurano il tempo.
[23] Due fatti sono narrati in questo capitolo che parranno inverosimili, ed io posso assicurarli storici: il primo dei pagherò datati a un secolo di scadenza, accaduto, per lo appunto come viene esposto, a persona a me nota. Il secondo, delle intemerate guardie di sicurezza, attesto come di fatto mio: saranno state _rarae aves_, non lo so, ma successe proprio così.
CAPITOLO VIII.
LA INFANTICIDA.
— O dove vai così a rotta di collo?
— Non di certo a riscotere una cambiale.
— Molto meno a pagarla. Insomma dove vai?
— O non lo sai? Oggi _debutta_ (perla del dire della odierna gioventù dorata e della massima parte dei giornali italiani) l'amico nostro avvocato Fabrizio; se ne aspettano _mirabilia_.
— E tu naturalmente da buon amico desideri e speri che egli faccia fiasco.
— L'avrei caro perchè egli è un presuntuoso da sfondare lo stomaco ad ogni fedele cristiano; però in cotesto suo capo non manca mercurio, e dubito che ei ce la sfangherà; molto più che difende una causa di _spolvero_, un infanticidio, e ci ha di mezzo un prete; ne sentiremo delle belle, scandali da scriverne al paese. Sarà un dramma in dieci atti, e per giunta senza pagare biglietto; vieni adunque anche tu, che ci divertiremo.
— Verrei, ma proprio non posso.
— O che hai che ti para?
— Bisogna che vada alla messa.
— Alla messa!
— Già, caro, alla messa; la mia egregia zia, donna Claudia della sacra famiglia dei _Biscottini_, mi tiene il broncio da parecchi giorni, perchè gente sviscerata per la salute del tuo povero amico le assicurò di certa scienza che io era un'anima persa, e che lasciando a me, tornava lo stesso che insaponarmi le scale per isdrucciolare giù nello inferno; onde in me si raddoppia la necessità di tenermela bene edificata, però che, dal suo filo in fuori, io non ho refe da rammendare i miei strappi.
— Capisco; la scusa è onesta anco per assistere alla messa; ma, se non la sbaglio, mi sembra donna Claudia in assai buona età da farti allungare il collo più di una cicogna, posto il caso che tu vincessi il palio co' gesuiti.
— Amico del cuore mio, datti pace, che tu non avrai a desolarti di vedermi tribolato da una zia eterna: ci hanno due cose fuori della mia potestà, le quali mi porgono fidanza del prossimo dolore di piangerla a spron battuto, onde non io, ma qualche altro nipote più amoroso di me possa dispensarsi dalla terza rimessa al suo arbitrio: le due cose sono il catarro e il medico che la cura; la terza sarebbe lo speziale.
*
Giù il cappello, lettori, ch'entriamo nel tempio della giustizia.
E tuttavia, io lo dichiaro alla libera, qui dentro tu troverai tutto, tranne la giustizia. Ed invero, o come ce la potresti trovare, se gli uomini non sanno nè manco in che cosa consista? Taluno (credo san Tommaso d'Aquino) insegna: _Giustizia essere tacito convenimento della natura in aiutorio di molti_. Misericordia! La Sfinge si sarebbe fatta coscienza di proporre a Edipo d'indovinare enigma traditore come questo. Tale altro (credo sant'Agostino) dichiara: _Giustizia è ferma e perpetuale volontà che dà la sua ragione a ciascuno_. Peggio che andar di notte senza lume: ragione che significa mai? E come si impara ella? E con quale regola la si spartisce? Ancora, la volontà disgiunta dall'atto è nebbia che lascia il tempo che trova, e tanto è il mal che non mi nuoce quanto il ben che non mi giova. Arrogi, _la ferma e perpetuale volontà_ a cui spetta? Senza dubbio all'uomo, e se così, come puoi fidare che una norma commessa in balìa dell'uomo possa rimanersi inalterabile e ferma? Non che altro le campane di bronzo per virtù del caldo o del freddo dilatansi o restringonsi, pensa se la umana volontà, nuvoletta poverina lasciata in abbandono all'uragano delle passioni. _Giustizia_ (questa nuova definizione ce la somministra Brunetto Latini, maestro di Dante) _è abito lodevole per lo quale l'uomo fa opere di giustizia_; manco male adesso la giustizia, abbassato il volo dalle regioni della metafisica, incomincia a rasentare la terra, ma ci vuol poco a comprendere come questa definizione manchi di due estremi, senza i quali la giustizia si risolverebbe a nulla, ovvero a danno; e sono: certezza della costanza dell'abito, e notizia sicura delle opere giuste. Passiamo ad altra definizione: _Giustizia è studio di non fare troppo o troppo poco ed osservare lo_ MEZZO. Dio ne liberi! la sarebbe _giustizia da moderati_; e il nome ha trucidato la cosa. Per un po' che tu ci pensi sopra, tu conoscerai che ai termini di cotesta definizione, chi ti ripescasse caduto e ti lasciasse poi fra il pelo dell'acqua e l'orlo del pozzo, sarebbe giusto; giusto avrebbe a giudicarsi colui il quale, potendo rubarti un sacco di scudi, te ne lasciasse la metà; e a ragionare così non costa altra fatica che aprire la bocca, e' ci sarebbe da sbattezzarsi pensando come sia tanto facile starsene zitti, e come ciò non di manco, l'uomo s'incaponisca di sfringuellare a vanvera. Più positivi, parecchi definiscono per giustizia il patibolo addirittura, ovvero il luogo dove si fa la festa ai condannati; e questa, a mio parere, ha da essere la giustizia vera, imperciocchè i diversi significati della giustizia si adattino maravigliosamente a simile significato: così _giustiziare_ denota uccidere i condannati dalla giustizia; _giustiziati_ gli uccisi dalla _giustizia_; _giustiziere_ quegli che uccide gli uomini giudicati dalla _giustizia_.
Dunque smetti l'ubbìa di cercare la giustizia nei tribunali; ella sta di casa altrove; cercavi i giurati: di fatti e' ci sono: mira chiuso in cotesto casotto quel branco di brave persone. Li vedi? Guardali bene, sono i giurati, ovvero i giudici del fatto: a quale specie di animali essi appartengano non è cosa facile dire: a quella dei feroci, no certo: se le sembianze umane potessero significarsi a suono di musica direi, che presentano una scala semitonata dalla faccia della pecora fino a quella del montone; il demonio dello sbadiglio si è impossessato dell'anima e del corpo loro; con la bocca senza requie, ora aperta ed ora chiusa, raccontano la storia di tutte le forme dei mascheroni che furono, e predicano la profezia di tutti i mascheroni da fontana che saranno fino alla consumazione dei secoli: onesti tutti da ventiquattro carati buon peso: veruno di loro diede mai agli avventori meno di undici once per libbra: è calunnia del Giusti, che taluno di essi vendesse zenzero per pepe buono, egli ci mise unicamente pane pesto, ed anche a ciò indotto dallo scrupolo, che il pepe pretto accendesse troppo il sangue dei padri di famiglia. Tutti, o quasi, pagarono le cambiali a scadenza senza protesti o gravamenti; tutti conservarono salutare terrore per la galera a vita ed anche pei lavori forzati a tempo.
Veramente, lo dico pel dovere di servire alla verità, e col rossore sopra la faccia, qualcheduno di loro amò la donna altrui, ma diventata vedova se la fece sposa, dando coda di sacramento al fatto che incominciò col capo di peccato mortale; e qualche altro lasciò vincersi dalla tentazione sotto l'aspetto di cameriera, ma non sì tosto se ne accorse la pudica moglie si picchiò il petto, si rese in colpa, e rimettendosi in carreggiata cacciò via la fantesca, alla quale, per non mostrarsi da meno del patriarca Abramo quando licenziò Agar, donava cento lire, dico cento in tanti _cinquini_ di argento, perchè facessero più figura; e se ma' mai la pratica si lasciò dietro strascico peccaminoso, alla _colpevole tentatrice_ fu liberale delle spese del parto e del puerperio ordinate dalla legge, e pel prodotto ebbe cura che saldo e ben condizionato lo deponessero nella ruota dei bastardi. Ciò basta alla dignità del borghese _galantuomo_ e _moderato_, e ce n'è d'avanzo.
Rispetto a dottrina, chi presumerà superare i miei droghieri nell'arte di pesare a stadera, ovvero in quella di comporre un cartoccio bislungo o a cono? Non tutti, chè non sarebbe vero, ma taluno di essi _temporibus illis_, quando costumava moneta di metallo, per amore della teoria della uguaglianza democratica, tosò gli scudi traboccanti: ora però, che correvano biglietti di banca, se ne stava come Adamo sbandito su l'uscio del paradiso terrestre a struggersi alla vista del frutto vietato, peritandosi di andare a pigliarlo per propaginarlo nel proprio orto. Al mio droghiere giurato non istate a contare dei Tristi di Ovidio o dei Treni di Geremia, un conto di ritorno vince per lui il lamento di ogni più pietoso _epicedio_; come di rimpetto ad un conto di netto ricavato, che butta il pro di un cinquanta per cento, non gli rompano le scatole con le odi di Pindaro e di Tirteo. Le cose del mondo non vanno, e non andranno mai bene, finchè il padre eterno non provvederà a che sieno tenute in regola a _partita doppia_.
Oltre i droghieri fanno parte del _Giurato_ alcuni medici, i quali appartenendo alla setta dei controstimolisti non disperano della salute della umanità, a patto che non si sopprima il salasso, e se Cesare Beccaria sostenne il contrario, egli è perchè non fu medico, nè chirurgo, e quindi nè manco potè essere legislatore compito e medico. Diavolo! Come volete rimediare allo stimolo, se renunciate al taglio della testa, che è il controstimolo?
E poi vengono gli ingegneri, i quali affermano la società difettare nei fondamenti; e per giunta i muri essere tirati su fuori di piombo; orribile comparire di aspetto come quella che va composta con un guazzabuglio di ordini architettonici. Onesti ingegneri, voi pigliate un granchio, le nostre società, quasi tutte monarchiche, furono inalzate su fondamenti di ossa e murate con calcina spenta nel sangue dei popoli, che fa cemento mirabile per simile maniera di fabbriche, a detta del Guicciardino, che se ne intendeva: quanto ai muri a sghembo, ci si provvede con puntelli di baionette: chi poteva tagliare la umanità tutta da una pezza non lo volle fare, però bisogna pigliarla com'è e tirare di lungo, senza andare a cercare il quinto piede al montone.