Part 13
Se si conoscessero tutti i danni e i fastidi che partorisce la celebrità, io per me credo che non vi sarebbe uomo al mondo, il quale incontrandola per la via non fuggisse peggio di un cane arrabbiato. Ognuno sa dove gli fa male la scarpa. La fama è una croce come le altre, e chi l'ha sulle spalle deve portarla fino al sommo del monte. Adesso continuiamo a raccontare di Omobono.
Certa sera, mentre egli se ne tornava placidamente a casa, ecco sente toccarsi sopra una spalla; si volta risoluto e vede davanti a sè una donna aitante, di forme egregie di corpo, velata così da non lasciare conoscere la sua sembianza nè anco se fosse stato di giorno, figuratevi se di notte! Costei gli mette in mano un foglio e va via; e poichè egli, come era naturale, pigliò subito a perseguitarla, ella che se ne accorse, si volse a mezzo con la persona e con tale un gesto, che parve preghiera, ma che poteva ancora esser comando, gli intimò che cessasse ed egli obbedì, quantunque il suo cervello cominciasse a fermentare.
Riprese dunque il cammino di casa col passo consueto, deliberato di aprire il foglio in camera sua; ma la curiosità crescendo mano a mano che diminuiva la via, accelerava il passo, sempre fermo però di leggere il foglio a casa; però il_ vino di Opimio_, che gli lavorava dentro non lo permise, sicchè il solletico della curiosità diventato insopportabile, egli ebbe ad accostarsi ad un muro, e quivi raccogliendo quanto più potè della luce di un lampione, spiegò la carta e si mise a leggere. Elegante tutto, inviluppo, carta, scrittura; il foglio dettato, già s'intende, in idioma francese esponeva: _come qualmente_ una infelice femmina, di condizione contessa, di nazione lituana, _vittima_ di un _mostro_ (il mostro, va da sè, era il marito) che dopo essere stato da lei sposato ed arricchito con immense possessioni poste in Lituania, Posnania, e in _altri siti_ (la Guascogna ai giorni nostri, mutato polo, andò in Lituania) adesso, allegando per pretesto la sua infecondità, pretendesse ch'ella testasse, e lui di ogni suo avere instituisse erede; questo repugnare alla sua religione, alla sua coscienza ed al rispetto della propria famiglia, _eccetera_; il marito di lei, furibondo per siffatto contrasto, non lasciarle pace, nè quiete, ed ultimamente essere trasceso ad atti violenti, temere di peggio: allo improvviso, ed allo scopo di venire a capo dei suoi fini, egli averla trasferita a Milano, dove ella non conosceva anima viva: qui trovarsi da tre giorni, e qui avere il marito reiterato le istanze, e con le istanze le minaccie ond'ella facesse il testamento: per le quali ragioni, ella gittarsi nelle sue braccia, affinchè le procurasse la protezione della magistratura del paese; chè, una volta posta in sicuro, troverebbe ella modo per informare S. M. l'imperatore di tutte le Russie, il quale, andava più che sicura, stante la nobiltà ed i molti meriti di casa sua, l'avrebbe liberata per sempre dal predetto mostro di suo marito. Rivolgersi a lui come a banchiere, che per onesto premio s'incarica curare gli interessi altrui, e perchè la fama glielo aveva dipinto (veramente la fama non maneggia pennelli, ma la lettera diceva _dipinto_) giovane discreto, quanto animoso, nato di madre esperta della sventura, di uomo illustre, _eccetera_; e qui dàgli la soia a bocca di barile: confidare pertanto, non essersi rivolta a lui invano: ispirarla Dio; nè le sue ispirazioni averla delusa mai nelle avversità della vita. Si recasse il dì seguente dopo l'una ora di notte al palazzo ***, e quivi senz'altro chiedesse del conte Kranoski; lo introdurrebbe una fidata cameriera: allora lo metterebbe a parte di ogni particolare e gli consegnerebbe le carte necessarie.
La lettera, la quale incominciava con la sua brava corona di _perle_, emblema di contea, finiva con la firma di contessa Dorliska Lubowmiska Kranoski.
O vanità, trasformati in Ebe e mesci due, quattro e dieci bicchieri del _vino di Opimio_ al nostro giovine, levato di punto in bianco alla dignità di servire di materia alle ispirazioni di Dio. Vedeste traverso il microscopio solare una stilla di acqua del Tevere? Se l'avete veduta, avrete notato altresì come miriadi di serpi nascano, scoppino per rinascere e scoppiare di nuovo con vicenda perpetua; così fantasmi sopra fantasmi pullulavano nel cervello di Omobono, sicchè al tramonto del giorno che successe a quello dello incontro con la contessa se lo sentiva tutto indolenzito. E sì, che nel canestro dei fiori l'aspide ci era, e si sentiva nella dichiarazione di essersi la contessa rivolta ad Omobono come banchiere, il quale dopo reso il servizio si paga, e chi ha avuto ha avuto: ma, si sa, nobili, preti e soldati vogliono sempre sgraffiare: colpa non loro, ma delle unghie appuntate di che li armò o la natura o l'arte.
Nella sera assegnata il martello batteva il primo tocco dell'un'ora di notte all'orologio del Duomo, ed Omobono poneva il piede sul primo gradino della scala del palazzo ***. Andò su franco, non senza il _consueto_ comporsi con la mano i capelli e i baffi; bussò discreto, e subito apertosi pianamente l'uscio s'incontrò nella faccia di un cosacco riposato, vestito da femmina.
— Si comincia male! — disse fra sè Omobono; nè il presagio mentì, chè la vecchia megera in lingua francese (il lettore avrà notato come le brutte cose si sieno fatte fin qui in idioma francese, aspettando che in breve le si facciano in tedesco) gli disse come _monsieur le comte_, contro la sua abitudine, per quella sera non era ancora uscito di casa; essere _madame fâchée_, anzi disse propriamente _désolée_ del contrattempo; supplicarlo a scusarla. _Mon Dieu! ce n'était pas sa faute_; sarebbe di sicuro per domani sera; con altre più parole ortatorie, alle quali il nostro giovine rispose: Stesse madama di buon animo, che ciò non montava; assicurasse madama la _comtesse_ della sua perfetta buona volontà, e addio per la stessa ora a domani.
In onta però alle belle parole, Omobono aveva un diavolo per capello, perchè i giovani sentono brulicarsi il mercurio nelle vene, e spettano per natura alla setta di coloro che dicono: _pochi ma subito_. Andando giù in fretta ed alla spensierata avvenne che di uno sconcio spintone urtasse nella spalla destra di un che saliva.
— _Que diable_! si esclamò da una parte: — _Pardon, monsieur_, dall'altra. — Ma tanto presto non potè comporsi cotesta faccenda, che urtante ed urtato non avessero agio di considerarsi bene al lume del lampione.
Omobono vide un cosaccio mal tagliato, creatura da _caserma_, fatto a tacche col coltello; di colore del vino puro, co' pomelli delle gote rilevati a mo' del _cane da presa_, e il naso in su come _cane da fermo_, il quale fiuti per l'aria l'onore militare: difatti cotesta attitudine gli veniva dal collare rigido ed alto, il quale costumano cani e soldati; gli enormi baffi su ritti per le guancie parevano due granatini di stipa, e la barbetta una coda di cavallo da barroccio cresciutagli sul mento, gli occhi tondi e strabuzzanti da destare nei bambini una sedizione di vermini: insomma un orco. Vestiva soprabito, secondo il costume soldatesco, abbottonato fino alla gola, dall'ultimo occhiello del quale un nastro rosso, forse per la vergogna, si affacciava peritoso quasi dicesse fra sè: _Mi mostro, o non mi mostro_? Di vero egli era, a modo della testuggine, destinato a uscire dal guscio ovvero a ritirarcisi dentro: però a lode del nastro vuolsi confessare come egli non si affacciasse mai spontaneo, bensì costretto di obbedire alla potente spinta, che gli dava per di dietro il dito pollice del cavaliere.
Il sole puntuale come un mercante che ha da riscuotere una cambiale, si levò, camminò e andò a letto, mentre Omobono, puntuale quanto _lui_, al tocco dell'una ora di notte, era sull'uscio della contessa Dorliska Lubowmiska Kranoski. Gli aperse la solita megera, lo salutò sommesso, e senza altre parole lo mise dentro ad una camera oscura; non già che fosse buia affatto, ma poco ci si vedeva, e ciò perchè il lume del candelabro andasse avvolto di un fitto velo increspato: mobili molti a catafascio; in confuso ogni cosa, come chi o non ebbe tempo di ordinare la casa, o non la voglia ordinare, deliberato a farvi breve soggiorno: in mezzo un lettuccio magnifico, e sopra esso, quello che premeva di più, la donna. Costei mollemente adagiata, si faceva _al capo colonna_ del braccio ignudo, a perfezione tornito e bianco, e giù dal capo le pioveva pel seno e per le spalle una vera cascata di capelli lucidi e neri più dello asfalto; la persona intera ella teneva avvolta dentro un'ampia zimarra di velluto nero, orlata e forse foderata di martora zibellina.
Dopo brevi istanti di silenzio, ella con voce che a tutti gli altri sarebbe parsa maschile, ma che Omobono giudicò divina, incominciò a sciorinare ringraziamenti, complimenti e caccabaldole di ogni maniera; invitato a sedere, il giovane prese una seggiola e si assettò pudicamente a piè del lettuccio, conforme l'uso, che vuole s'incominci in _bemolle_ per giungere di rincorsa al _cisolfautte_. Allora la contessa esormò con moltissimi particolari la storia della quale ella aveva presentato lo epitome nella sua lettera; mentre stava per conchiudere, Omobono la vide di un tratto balzare di sul lettuccio e recarsi a certo stipo, che aperse mercè una chiave tirata fuori con precauzione dalle pieghe della zimarra: quivi prese parecchie carte condizionate ottimamente, e le depositò sopra una tavola dove stavano ammanniti carta, penne e calamaio.
— Ed ora, mio signore, fatevi avanti ed esaminate meco le carte, che io vi verrò mano a mano porgendo, onde vediate se bastino a indurre il magistrato a pigliarmi sotto la sua tutela.
— Non è caso, madama, ciò menerebbe troppo a lungo, ed io non dubito punto che questi fogli non confermino ampiamente la verità delle cose esposte da vostra signoria.
— Sia come volete — riprese la contessa levando la faccia verso la porta donde era entrato Omobono; poi domandò: — Che ora fa?
Ed Omobono, consultato il suo magnifico orologio, rispose: — Un'ora e mezza di notte.
— E vi va bene?
— Oh! quanto a questo poi....
La contessa sorrise alquanto e proseguì: — Tuttavia permettetemi, signore, che io vi accenni la importanza di questi fogli: questo è il testamento di mio padre, conte Daniele Casimiro Lubowmiski, aiutante di S. M. l'imperatore Niccolò; — e glie lo porse.
Omobono, a cui non premeva il testamento più di un bottone da camicia, attese alla mano e la rinvenne nobilesca affatto, classica nei contorni, lunghetta alquanto e nel mezzo del dorso quanto conviene carnosa; non vi eccedeva nodo, le vene un po' troppo turchine, segno che non vi correva rapido, come un giorno, il sangue della gioventù: candida la pelle, ma raggrinzita in faccette romboidali, segno anche questo che i muscoli, dopo essere stati tesi al massimo grado, ora principiavano a rilassarsi. Tale diversità gli artefici industri rinvennero _ab antiquo_ fra il marmo pario ed il pentelico: quello serrato in grani uniti e con superficie uniforme, rappresenta meglio la gioventù; questo, screziato in minutissime mollecole la età che declina: prevalse il primo, e da quello gli eccellenti scultori ricavarono le più mirabili statue dell'antichità.
Certo la è una grande cosa la mano: tutti i poeti lo hanno detto in rima, ed ancora io lo dico in prosa; ma ad Omobono tardava contemplare in pieno la faccia di cotesta donna, la quale per istrano accidente fin lì rimasta fuori della zona luminosa, non si svelò quale era. Di un tratto con terribile fracasso, pari a quello che don Alfonso fece alla porta della camera di donna Giulia,[20] uguale a quello che mossero e moveranno tutti i mariti, quando chiappano o fingono chiappare le mogli in _flagranti_ (e qui, dicano quello che vogliono i grammatici, la parola _in flagranti_ cade a pennello, perchè denota i ferri arroventati al più alto punto d'incandescenza) ed un coso rosso e scarduffato casca in mezzo della stanza, come bomba in fortezza nemica. Appena Omobono lo fissò in viso lo riconobbe per quel desso, in cui aveva dato dentro la sera precedente, sicchè di un lampo ei venne in chiaro come egli avesse avuto il puleggio, non già perchè costui si trovasse in casa, bensì all'opposto, perchè non ci si trovasse. La donna, dopo avere mandato il _solito_ grido, era caduta nel _solito_ svenimento resupina sul _solito_ letto; la zimarra apertasi davanti lasciò vedere com'ella vestisse sotto la semplice camicia, donde diffondevasi, anco troppo, la così detta _copia di gigli e di rose_: alla rovescia di Anna Bolena, la quale prima di mettere il collo sul ceppo, attese con pudore mirabile ad invilupparsi bene le gambe nel lembo della veste, onde nella convulsione della morte violenta non rimanesse disonestata, caso fosse, o consiglio, la nostra contessa mostrava le gambe fino al ginocchio; ma nella scompostezza dei moti, cadde il velo dal lume, che percotendo in pieno sul volto di costei, lo rivelò intero. Potenze e dominazioni del cielo! Quale disinganno, Omobono, fu il tuo! Non sacerdotessa, bensì diacona e archimandrita[21] colei di Venere Pafia; il corpo suo, stadio dove l'Amore aveva corso più palii, che non tutti i cavalli della Sicilia e della Grecia nell'ippodromo olimpico; nè Venere solo ed Amore, ma eziandio Bacco ci si era messo in terzo, avendo lasciato la traccia del suo passaggio pel corpo della contessa, con molte rose di colore amaranto sul viso di lei.
[20] Byron, _Don Giovanni_, c. I.
[21] I diaconi erano i gestori dei negozi ecclesiastici, archimandrita propriamente significa _capo della mandra_.
La coscienza, la quale nel nostro fòro interno sostiene le parti di procuratore del re, così rivolse la sua allocuzione ad Omobono: «Un pezzo di asino grosso come te, o figlio mio, non si vide fin qui in tutta la cristianità: un tonno, non che altri, avrebbe evitato la rete nella quale sei caduto tu; ma ormai che la frittata è fatta, occhio alla penna per uscirne pulito. Arme non hai, e questa dovevi portare; invece ti trovi addosso il portafogli con di molta moneta dentro, e questo non dovevi portare. Ma neanche l'arme ti gioverebbe; come uccidere, così potresti rimanere ucciso; pure parrebbe più facile che la peggio avesse a toccare a te; caso tu campassi la pelle, lo scandalo da un lato, la melensaggine stupenda della quale desti prova dall'altro, ti farebbero perdere in un attimo la riputazione acquistata; dunque senno _adesso_, che di quel _del poi_ ne vanno piene le fosse, e sopra tutto bada a non lasciarti chiudere la coda fra l'uscio e il muro».
Tutti questi successi e tutte queste considerazioni furono compiti, già s'intende, in meno che non si dice _amen_. Tuttavia il conte marito aveva già messo mano alla sua terribile catilinaria, accompagnandola di _temerari_ pugni nel _capo_ e con frequenti _comment se fait-il_? Come se fossero cose nuove, nel suo discorso ricorreva frequente il _mon Dieu_! che di simili faccende se n'è sempre lavato le mani, all'usanza di Pilato. Insomma egli gridava che _ce misérable_ da gran tempo insidiava _l'honneur_ di casa sua, tentando con arti _diaboliques_ sedurre la _faiblesse de sa femme_, ed esserci, a quanto pareva, riuscito pur troppo! _Oh rage!_
— Creda, _monsieur le comte_, — rispondeva Omobono tutto contrito — ch'ella proprio s'inganna; creda in _onore_ che io ebbi l'_onore_ di conoscere la sua rispettabile dama unicamente da ieri l'altro sera, avendomi fatto l'_onore_ d'invitarmi.....
— _Tais-toi, misérable! Point de justifications avec moi..... sacré non....._
— Ma senta, signor conte, non s'inquieti; la si lasci persuadere; miri qua..... veda: questo è giusto il biglietto che la sua signora mi mise in mano ieri l'altro verso l'un'ora di notte.
— _Tais-toi encore une fois, lâche!_ Tu mi hai strappato il cuore dal petto, ed ora che farò io al mondo? _Parbleu_! ammazzerò prima, e dopo mi ammazzerò sopra un _tas_ di cadaveri..... esempio memorabile al mondo ai traditori che fanno professione di contaminare i talami altrui.
E qui frugatosi in tasca, ne cavava un pugnale e due _rivoltelle_ da sei colpi l'una. Ci era da ammazzare un battaglione di soldati; e sì, che in tutti, compreso lui, si riducevano a tre.
Omobono, che aveva capito la ragia, con ingenua malizia aggiungeva:
— _In primis_, senta, signor conte, ella fa torto e torto grave alla virtù della sua signora, ch'è svenuta là..... e poi, o come può ella credere sul serio che io, giovane di ventidue anni, abbia perso di un tratto il lume degli occhi per le bellezze postume di una donna di quaranta sonati?
— _Tais-toi! Tonnerre....._
— Bellezze certo un dì da galleria, ma oggi da bottega di rigattiere.
La vanità mise la mano alla gola al delitto, e per un momento se lo cacciò di sotto, imperciocchè dalla parte dove stava giacente la donna s'intese un grugnito di rabbia, che il conte si affrettò ad interrompere urlando:
— _C'est fini! Ta dernière heure....._
— _A sonné! Connu, mon cher comte, connu....._ Or via, veniamo al sodo. Voi mi avete attirato qua per taglieggiarmi: ho dato del capo nella ragna. Pazienza! Chi non ha giudizio paghi di borsa. Da banda parolone e minacce: qui perdiamo tempo senza conclusione: voi volete il mio danaro, non il mio sangue: quanto dunque ha da costarmi questa pretesa seduzione?
— _Vous avez, monsieur, une manière d'envisager les choses..... mais c'est égal....._ la seduzione, _allons donc_, è pur troppo consumata, il mio onore _à jamais_ perduto..... io non uso mercanteggiare, e vi propongo di un tratto una onorevole composizione _au plus grand rebais_.....
— Ebbene?
— Cinquecentomila franchi. _Mon Dieu! C'est presque pour rien._
— E parlate sul serio?
— _Mais certainement, prix fixe._
— Caro conte, io non costo tanto. E come la pigliate tanto alta, io vi dichiaro aperto che voi non buscherete nè manco un centesimo: voi volete godervi co' miei danari, non già farvi tagliare la testa a Milano. Aggiustatela come volete, che io non intendo darvi nulla.
E qui si mise a sedere, con le mani sotto le ascelle, in atto napoleonico.
— _Mon cher jeunne homme, ne vous fâchez pas: il y a des arrangements.... on négocie...._ e quanto pretendereste pagarmi per refezione di danni e interessi?
— Capisco che mi toccherà darvi più di quello che costate. Andiamo alle corte.... io vi darò diecimila franchi.... _c'est à prendre, ou à laisser_.
— _Mais y songez vous?_ E non sapete che qui, in Milano, abbiamo debiti _tout justement_ più del doppio?
— O che ve l'ho detto io che voi facciate tanti debiti?
— Questa non pretendo che fosse la vostra parte; la vostra parte è quella di pagarceli.... Orsù tagliamo la differenza in mezzo; ne pagherete soltanto la metà.... duecentocinquantamila.
— Venite qua, accomodatevi anche voi, e ragioniamo. La somma che mi estorcete ha da pagare il mio signor nonno, perchè io davvero non la possiedo, e voi lo dovreste sapere. Ora date spesa al vostro cervello: se il mio biglietto sarà presentato alla cassa O. Buoncompagni ascenderà a somma non eccessiva, sarà pagato senza osservazioni; al contrario, se soverchia, il cassiere entrerà in sospetto, ed è naturale che vada a informarsi dal nonno come sta questa faccenda: questi a volta sua ne chiederà a me.... e voi capite che simili affari non amano le soglie dei tribunali.... le soglie dei tribunali, _mon cher monsieur_, voi lo avreste a sapere, sono come i carboni, o tingono o scottano.
— Ma il cassiere siete voi, mio caro giovane....
— No, io amministro la cassa, ma non faccio i pagamenti; a quest'ufficio è preposto il signor Nassoli.... uomo di naso lungo.
— Ebbene sarà pensiero vostro avvertire questo _monsieur_ Nassoli di pagare senza difficoltà, _tout de suite, à la présentation de votre billet de change_.
— Questo sarà debito mio fare, quando saremo andati d'accordo, e avrò firmato il pagherò.... Il banchiere che non onora la propria firma è perduto.
— Certo è cosa _très grave_, molto più che io girerò subito il pagherò a terzi, per mettermi al coperto di ogni eccezione personale.
— _Pardon, monsieur_, ma si vede chiaro che il diavolo a voi altri signori insegna fare le pentole, ma non i testi. E a chi volete voi, siate benedetto, girare il mio pagherò? A Isacco Levi? A Giacò Coen? A Sacerdoti e C., o ad altri cotali? Ma questi, intendete bene, non vi pagheranno la valuta, se prima non l'abbiano incassata. Lo girerete ad un _barabba_? Screditate la operazione, e, in caso di lite, basta l'odore della truffa a mettere sopra le traccie il procuratore del re; e poi correte il rischio che il _barabba_, riscossa la somma, vi appiccichi una coltellata per pagamento. Se rimanete a Milano, la girata ad un terzo non ci casca; o che siete mercante voi? Di questa maniera recapiti si riscuotono da sè. Dove al contrario giudichiate spediente partire, vi sarà mestieri confidarvi in altrui, e correrete sempre il pericolo di non vedere del sacco le corde. Se fossi nei vostri piedi, mi contenterei dell'_onesto_; dividerei i pagherò in quattro scadenze di mese in mese, onde io possa estinguerli coi miei, e senza che veruno della casa si accorga della ragia. E per finirla una volta, io mi obbligherò di pagarvi ventimila franchi; diecimila franchi per visita, mi sembra pagare da imperatore.
Il conte fischiò, la contessa grugnì, ed Omobono si accorse di volo che non bastavano, onde, per non istare sui bisticci, vedendo bene incamminata la cosa, soggiunse:
— Mi penetro dei vostri bisogni: ebbene io vi darò tante volte mille franchi quanti anni ho già assegnato alla signora, la quale io pregherei a smettere lo svenimento ed a coprirsi meglio per timore del fresco: finita la commedia, si tira giù il sipario.
— Madama la contessa non conta già, _mon cher_, quarant'anni, come voi avete avuto la bontà di assegnarle, bensì quarantacinque; ora, supposto che anche io mi piegassi ad accettare la vostra spilorcissima profferta, vedete che non quaranta, bensì quarantacinquemila franchi sarebbero quelli che voi dovreste pagare.
E qui da capo la vanità, mettendosi sotto i piedi il delitto, costrinse la contessa, che aveva cessato lo svenimento, a gridare:
— Come puoi tu mentire così? Non ti ricordi che io nacqui al tempo che regnava in Francia Luigi Filippo? Ben io mi ricordo del giorno della mia nascita, come se fosse adesso: per me dichiaro che se arrivo a trentatrè, gli è quel più che possa concedere.
— Dunque defalchiamo — soggiunse Omobono.
— No davvero, — rimbeccò la contessa — anzi aumentiamo: diecimila si aumentino per la vostra insolenza, diecimila per l'audacia, diecimila.....
— Silenzio, femmina. Ebbene divideremo le lire quarantamila in quattro pezzi; uno di ventimila pagabile fra cinque giorni, e gli altri tre di lire seimilaseicentosettanta in capo a ognuno dei tre mesi successivi.
— Non così..... non così potrei accettare; il primo sia di diecimila lire a cinque giorni data, e per questo mese basta; gli altri di lire diecimila l'uno, a trenta, sessanta e novanta giorni di data, come porta l'uso del commercio e la consuetudine della piazza.
— È impossibile; fate il secondo almeno a quindici giorni, _mon cher_.
— Sentite, al punto in cui siamo, vostro principale interesse è che i pagherò vengano puntualmente pagati: ora io non posso in modo diverso da quello che vi ho detto..... badate: a chi troppo tira, la corda si strappa.
— _Je tiens, mon cher_, a conservare la vostra amicizia, però _brisons là_, e facciamo come desiderate.
— Permettete adesso che vada pei pagherò — disse Omobono con aria da disgradarne san Luigi Gonzaga.
E l'altro con non meno semplicità:
— Oh! vi pare? Pigliarvi questo disturbo.
— Ebbene, andate voi.
— Neppure. Ecco qua i fogli pei pagherò.
— E i bolli? Altrimenti i biglietti non avrebbero valore.
— Abbiamo avvertito anche a questo: ecco i bolli.
— Va bene: incominciamo.