Part 12
— Vedete, cavaliere, per riconoscere meglio la carrozza, procurate abbassare le tendine da ambe le parti; sarebbe bene, che portaste con voi qualche arme, così piglierebbe più colore il negozio, e porgerebbe ragionevole appiglio alla polizia per procedere allo arresto: andate e vivete tranquillo, che alle mie mani non succederanno guai: però da quello amico che mi professo esservi vi avviso a temperare la vostra penna; il troppo stroppia, e il Governo va servito discretamente; ecco voi avete preteso farmi apparire i signori dei quali testè mi favellaste come demagoghi e sovvertitori della monarchia, mentre questo non è ed io li so indifferenti, e a noi ci basta: intanto da parecchie settimane mi avevate promesso mettermi in mano la trama di una setta repubblicana, e fin qui menate il can per l'aia, esponendomi al rischio di scomparire col prefetto e col ministro.
— Eh! caro mio, io l'ho da fare con merli accivettati; però sto lì lì per gettare il giacchio, e farne una retata.
— Orsù via sbrigatevi, che ben per noi; comecchè questi benedetti deputati sembra che vogliano rubare agli ebrei il mestiere di tosare le monete, pure i _fondi segreti_ bastano sempre a ricompensare i servizi importanti. Ed ora, cavaliere, lasciatemi riposare un altro poco, che stanotte non ho chiuso un occhio. Addio, cavaliere.
— Cavaliere, addio.
*
Nel riferire, che i testimoni fecero ad Omobono il successo e i patti del duello, i quali furono da lui facilmente approvati, tanto non si potè tenere Ludovico, che non gli dicesse:
— Sentimi, amico, Dio sa se ti abbiamo servito e ti serviremo di cuore, ma a favellarti aperto ci tormenta un rimorso, ed è di avere accettato con troppa correntezza la spada per arma della sfida, perchè micidialissima se la tratta il coraggio, e peggio se la paura: spinta dal braccio e abbrivata dal moto della persona trapassa come ago, e poco ferro nel cavo del corpo basta ad operarvi ferite insanabili: ora per nostra quiete dimmi, a parare ti senti capace?
— Tra bene e male spererei. Un dì mi dilettai a tirare, e il maestro Filippo mi assicurava trovarmici disposto, ma il maestro, come capisci, era interessato a che non ismettessi; pure, che io deva avere disimparato affatto non crederei.
— Proviamo un po' se ti piace; hai in casa i fioretti?
Omobono andò pei fioretti, e ritornato ne presentò uno a Ludovico, il quale con elegante prestanza si pose in guardia aspettando lo assalto; ma Omobono avendogli giustamente osservato che, se voleva provarlo alle parate, toccava a lui essere assalito, non già assalitore, Ludovico prese ad investirlo con impeto. Le industrie del gioco egli adoperò tutte; anzi un cotal poco stizzito per incontrare maggiore contrasto che non aspettava, raddoppiò di solerzia, e di ardore: però invano, tantochè rifinito di forza voltò la punta del fioretto a terra esclamando:
— Ma siamo a cavallo, laudato Dio tu sei un Marte..... un professore proprio di cartello.
— O non potrebbe darsi, scusa ve' Ludovico — osservò il marchese Sagrati — che a te ne avessero insegnato di molto, ma tu ne avessi appreso poco?
— Bene, fa una cosa, lascialo riposare e poi prova tu?
— Oh! io non mi sento stanco — disse Omobono, ponendosi nuovamente in guardia. — Colonnello, ai vostri ordini.
Ma il colonnello si era dimenticato dei suoi anni, mentre questi non si erano punto dimenticati di lui; però in breve soffiava come un mantice, e si sentiva bagnato fino alla camicia; comecchè dallo assalto passasse con molta disinvoltura alle parate, pure in un bacchio baleno fu toccato due volte.
— _Jam fuimus Troës!_ — tra sorridente e mesto disse il dabbene uomo, abbassando il fioretto — però ti esorto ad esercitarti con Ludovico fino a sabato; e se allora il Faina non manca, vivi tranquillo, che tu gli darai la giunta della derrata.
— Come, colonnello, — interrogò Omobono — dubitereste voi che egli venisse?
— Eh! caro mio, a questi lumi di luna non per nulla si è cavaliere.
*
Il tempo, di cui il _bulimo_ non si attuta mai, divorato appena il venerdì, si era messo in tavola il sabato, ed a stento un po' di bruzzo faceva capolino dalla parte di oriente, quando la carrozza, giusta il convenuto, si fermò all'uffizio del _Gingillino_; salirono in essa il Faina (nonostante ogni dimostrazione degli amici, carico di un fascio di spade e di sciabole avute in presto dalla questura) e i suoi padrini: prima cura del pro' cavaliere fu abbassare le stoie, e ciò fu notato anco dal cocchiere, il quale col capo accennò di approvare; chiuso lo sportello, via a corsa. Adesso parve al Faina, che s'ingegnava sbirciare gli oggetti dalle tendine scostate, di essere giunto alla porta, e si apponeva in questo, che ad una porta egli era, sicchè con un gran battere di cuore aspettava la fermata, la intimazione dello arresto _et reliqua_: pareva a lui cotesto suo tiro magnifico, come quello che lo cavava fuori dallo impiccio anco con onore agli occhi dei suoi testimoni, tenuti al buio di quella tale sua visita al questore.
— Carrozza Sagrati! — gridò il cocchiere passando di tutta corsa sotto la porta.
— Lascia passare, — rispondeva lo ispettore dal casotto delle guardie doganali: e il cocchiere fasciando di una brava frustata il collo dei cavalli, proseguiva più veloce che mai.
— Come! Come! Come! — guaiava il Faina. — Che tradimento è questo?.... non dovevano fermare la carrozza? Non frugarla? Massime così di mattino?
Ed il Luridi a posta sua osservava:
— Certo, fa specie anche a me, ma lo ispettore sarà stato imbeccato dal marchese.
— Non si doveva lasciare imbeccare: qui sotto gatta ci cova: gli ordini erano precisi..... m'informerò bene io dello ispettore..... lo perseguiterò a morte nel giornale e fuori, e giuro a Dio non mi fermerò finchè non lo abbia ridotto ad accattare insieme alla sua famiglia.
— Lascia stare il cane che dorme; come sai, danno del pubblico non ce n'è stato, chè roba da gabella non portiamo noi; e badiamo a non farci altre stincature, — parlava il Luridi, fiutando l'aria, ormai ritroso di spencolarsi più oltre pel Faina; il quale si coperse con le mani la faccia bagnata di freddo sudore, e maligno com'era incominciò a sospettare della fede dei compagni: — Poveri (egli abbacava nel suo cervello) crivellati da debiti, _essi_ si vendono per necessità, ed anco per boria di comparire, però che _essi_ si sentano così abbietti, che quando taluno li ricerca in compra, se ne tengano come di onore. Ah! li disegnava a pennello colui che disse: «Giuda vendè un Cristo per trenta denari, ed _essi_ per un denaro solo venderebbero trenta Cristi: dove mai salissero sur un fico, non ci monterebbero già, come Giuda, per impiccarcisi, bensì per cogliervi i fichi maturi e mangiarseli.»
E così avrebbe chi sa per quanto continuato, se la coscienza, come il cane da pastore insegue il lupo, non gli correva dietro gridando: e tu, mascalzone, non sei dei loro?
*
— Bene arrivati! — disse il marchese facendosi allo sportello, il quale aperto, ed aiutati i sopraggiunti a scendere, soggiunse: — Favoriscano qui in casa; l'aria punge stamane, e penso non tornerà loro sgradevole confortarsi lo stomaco con una refezioncella.
Assentirono, in silenzio si ristorarono, ed in silenzio si condussero poi sopra un prato dietro la villa. Il Faina ed i compagni suoi non si diedero altramente pensiero delle armi che avevano seco loro portate, onde il colonnello si trasse innanzi con un mazzo di fioretti senza bottoni, forbiti e nuovi, affinchè i testimoni scegliessero o facessero scegliere al Faina; scelsero essi, che costui se ne stava come una cosa balorda; poi uniti insieme esaminarono il pratello cosparso di uno strato di finissima sabbia; e comecchè ogni sassolino ne fosse stato remosso, pure ne scansarono qualche altro che parve loro male sopra gli altri sporgente: ancora si condussero in certa stanza terrena per assicurarsi se il cerusico si fosse ammannito per ogni evento, e trovarono com'egli avesse disteso sopra una tavola il suo _armamentario_, sarracchi, seghe, di più maniere coltelli, pinzette e _pistorini_[19] di varie dimensioni, viti da comprimere, fila, fasce, cerotti, in un catino apparecchiato il diaccio, in un ramino acqua calda; insomma ogni cosa in punto da morire nelle regole per le mani del cerusico, caso mai non avesse stecchito il duellante sul colpo una botta diritta.
Lieta commedia presentava in cotesto momento il Faina, ora ritirando la gamba destra ed ora la sinistra, quasi avesse sotto i piedi carboni accesi; apriva e chiudeva a vicenda l'uno e l'altro occhio, con le mani annaspava, contorcevasi in atti convulsi, per modo tu lo avresti reputato colto dal male di san Vito.
I padrini di ciò non si accorsero, o, come credo, piuttosto non se ne vollero accorgere, e molto gravemente si condussero sul campo: non tirava un alito; il muro della villa, volto ad occidente, rimaneva parato dal sole che allora spuntava, sicchè non ci era da far quistione sul giusto reparto di vento e di luce; Omobono ed il Faina furono posti una ventina di passi distanti fra loro; il primo con una pace da mettere il ribrezzo della quartana addosso al suo avversario, cavatosi il cappello, la veste e il corpetto, ripiegò tutto per bene; il Faina intirizzito non aveva balìa di moversi; solo ad ogni tratto sbadigliava. Allora il Luridi gli si fece da lato, e non senza durezza gli disse:
— Ed ora che gingilli? Sbrigati a buttare giù i panni e vieni a batterti.
[19] Quegli arnesi che si chiamano _bistourì_ si hanno a dire _pistorini_, perchè prima inventati e fabbricati a Pistoia.
— Io non mi batto.... non mi vo' battere.... — borbottava fra i denti il Faina come invaso da improvviso furore. — Birboni!... traditori!... lo vedo bene che m'avete tratto alla mazza.... per invidia.... perchè non vi sentite, quanti siete capaci di legarmi le scarpe....
— Per Dio! sei ammattito Faina.... abbassa la voce.... Oh! che vergogna.... che vergogna!....
— Che credete, che io non abbia capito? Voi mi volete arraffare il giornale.... voi ci volete rimanere soli per beccarvi il mensuale delle _spese segrete_.... soli a godervi le mance del prefetto.... soli, i toccamano del ministro....
— Ma Faina.... via.... senti.... ormai ci siamo tutti per la pelle.... calmati.... piglia il fioretto in mano, dopo due botte o tre, confidati in me, io ti prometto di fare in modo di aggiustare il negozio.... Diavolo! o ch'egli ti abbia ad ammazzare alle prime quattro o sei stoccate!
— Quattro.... o sei! — continuava a digrignare fra i denti il Faina — alla prima mi passa da parte a parte... Io non mi batto... non mi voglio battere... Sono un vile.... datemi del poltrone, non me ne importa un accidente....
E qui un profluvio di altre parole turpemente smaniose.
Il Luridi, tuttochè luridissimo fosse, stomacato della abiezione di costui, gli ordinò con mal piglio di tacere, e quindi s'incamminava verso i secondi di Omobono per tentare di mettere uno _empiastro_ qualunque sopra tanta bruttezza. Di vero, chiesta ed impetrata nuova conferenza, propose che i duellanti si toccassero la mano, e così s'intendesse senza altro da entrambe le parti rimessa ogni ingiuria: venne scartato il partito; allora il Luridi uscì fuori con un'altra composizione; lasciassero andare il Faina pei fatti suoi, e chi ha avuto ha avuto.
— Che sono tutte queste giammengole? — proruppe il colonnello con una faccia, che parea Longino. — Qui non si fila, nè si tesse; voi sapete il debito vostro, o costringete il vostro primo a battersi, od uno di voi, o, se volete, ambedue, padrini del Faina, disponetevi a battervi con noi altri, padrini di Omobono.... a meno che, come già vi dichiarai, il querelante non sottoscriva senza tanti gingilli la scusa che io vi lessi.
— E non cred'ella, signor marchese, nella sua generosità, che non avanzi altra via per assettare meno ignominiosamente questa faccenda.
— Veruna.
— E non consentirebbe a modificare in parte i termini della dichiarazione?
— Se si muta una virgola, mi chiamo sciolto da qualunque impegno.
Allora il Luridi, non dandosi per inteso di quella parte del discorso del Sagrati che chiamava i secondi del Faina a sostenere la sua querela, rispose:
— Questi signori ci vorranno essere cortesi di dispensarci dal presentare noi la loro formula di dichiarazione al Faina.
— Volentieri lo faremmo, ma noi non possiamo. Noi non lo conosciamo, e nè lo vogliamo conoscere: voi accettaste il suo mandato, e non vi è concesso ricusarne le conseguenze: chiamatelo voi, ed al cospetto nostro ditegli il patto col quale gli consentiamo il recesso dalla querela.
— Faina, venite qua — disse il Luridi vòlto a cotesto sciagurato — udite a quali condizioni questi signori renunziano a mandare innanzi il duello.... voi avreste a sottoscrivere questa dichiarazione. E qui gli pose in mano il foglio, che gli aveva dato il marchese, il quale con mal piglio gli ordinò:
— Leggete forte, che possano sentire tutti.
E il cavaliere Faina lesse tutto di un fiato, senza stringere ciglio, il terribile scritto.
— Ebbene, siete voi disposto a segnarlo?
— Sì, solo vi supplico di una grazia, signori, promettetemi di non pubblicarlo; sarei rovinato, pensate che ho famiglia.
— Noi non promettiamo nulla, anzi protestiamo di volerci valere di questo documento nel modo che ci parrà più vantaggioso agli interessi del nostro signor primo.
Allora il Faina si strinse nello spalle e segnò.
— Potete andare. — E con queste parole e più col cenno il marchese gli fece capire, che si doveva immediatamente levare loro dinanzi. Al Faina pertanto toccò tornarsene pedestre in città; le strade erano tutte motose per una pioggerella caduta nella notte, ed egli diguazzava nel fango inzaccherandosi dietro fino al codione: a vederlo trottare in mezzo alla melma, concio in cotesta maniera, borbottante, gesticolante come matto, i villani, che dal contado venivano in città al mercato, lo straziavano con motti uno più pungente dell'altro.
Il marchese dopo avere trattenuto certo spazio di tempo il Luridi e il suo compagno, porse loro (per volere espresso di Omobono) la dichiarazione sottoscritta dal Faina, ammonendoli severamente:
— Signori, prendete, queste sono carte le quali recano infamia, e molta, a cui le fa, ma non apportano onore a chi le riceve; e noi non ci gioviamo a valercene. Permettete però che io vi avverta di procedere un'altra volta più cauti prima di prendere queste gatte a pelare. A noi non piacque insistere perchè da voi si adempisse il debito assunto di dare fine colla vostra persona alla sfida, e da questo lato voi siete fuori di pericolo, ma a noi non istà salvarvi dal discredito che vi siete tirato addosso col sostenere le parti di soggetto sì indegno.
Ringraziarono, scusaronsi, e inchinandosi con tutte le curve immaginabili, cotesti secondi, che valevano il loro primo, uscirono di casa dove li attendeva la carrozza: invitati a salire da un servo, salirono, nè ebbero scorso gran tratto di cammino che scopersero da lontano il Faina in contrasto con la belletta; quanto più poterono si trassero indietro nascondendosi per non essere obbligati, almeno per convenienza, ad accoglierlo in carrozza: egli però, che andava come cane arrabbiato privo di lume, non li scorse, e fu ventura, chè altrimenti chi sa che razza di maledizioni avrebbe avventato contro di loro.
Quando Omobono e gli amici suoi tornarono in città non si ricambiarono una sola parola, molto più che videro il colonnello immerso in profonda meditazione, e per quanto pareva, ad argomentarne dai segni esterni, penosa: sul punto di separarsi però, sembrando ad Omobono poterlo fare senza indiscretezza, gli domandò se si sentisse indisposto; alla quale interrogazione il colonnello rispose:
— Di spirito, sì, imperciocchè io pensassi: se tu scarpicci uno scorpione tutti ti battono le mani e dicono: _bravo_! Mentre se tu avessi scarpicciato il cavaliere Faina, a questa ora magistrati e sbirri ti correrebbero dietro, come cani da caccia, per agguantarti e conciarti pel dì delle feste. Pensava altresì che se tu ammazzavi il Faina forse ti aspettava la medesima pena che se tu avessi levato dal mondo Cesare Beccaria. Su quale fondamento sputiamo sentenze noi? E sentenze che importano fama, vita e sostanze? Se giudichiamo pel danno che sente la società dalla morte di un suo membro, ci hanno casi nei quali il municipio avrebbe a instituire un premio a cui li leva di mezzo, come fa con gli uccisori del lupo; se invece pigliamo a norma della sentenza la intenzione dell'agente, io davvero sarei lieto di sapere in grazia di quali arnesi un uomo mi apre il cuore e vi legge dentro. Questa nostra società è una campana fessa; così non può andare.
*
I nostri gentiluomini tacquero, interrogati, risposero ambigui come quelli che andavano convinti davvero veruna gloria venire ad essi da cotesta avventura, e tuttavolta non potè rimanere occulta; troppe le persone che ci avevano preso parte. All'osso dalli addosso: il Faina bandirono da ogni casa, da ogni ritrovo; lo sfuggirono i buoni ed i tristi: i buoni per naturale repugnanza, che volentieri rendono manifesta quante volte lo possano fare senza fastidio e senza pericoli; i tristi perchè la società loro è società di lupi; finchè sani si aiutano, feriti si mangiano. Ma costui, fasciato, anzi corazzato di sfrontatezza, non lasciava presa; a mo' che una pianta vecchia schiantata dal torrente, si drizza talora in mezzo del fiume, e par che sfidi le acque grosse che la strascinano, così egli presumeva atteggiarsi a Capaneo della opinione pubblica, e male gl'incolse, ch'egli ebbe a patire le ultime ingiurie per parte dei monelli di piazza, terribili giustizieri di tutte quelle sentenze di morte, le quali invece che con la mannaia si eseguiscono co' torsoli di cavolo. Non ne potendo proprio più, il cavaliere Faina si raccomandò al questore, perchè lo allontanasse da Milano, e quegli gli rispose come gli antichi baroni agli ospiti, passati i giorni di corte bandita, cioè che stava in potestà sua l'andare e lo stare; ma l'altro diceva:
— E come camperò io, dopo che per servire il Governo mi sono chiusa la via di presentarmi ai galantuomini?
Il questore, consultati in proposito i suoi superiori, gli offerse mandarlo a Trapani guardia di sicurezza.
— A me cavaliere questo oltraggio sanguinoso? — urlò il Faina, guaì, disse cose da chiodi, minacciò darsi al disperato, avrebbe scoperto gli altarini; teneva buono in mano per far conoscere a insinuazione di cui aveva calunniato Tizio e messo in mala voce Sempronio. Fatto un po' di riscontro di cassa, giudicarono prudente evitare gli scandali; quindi gli proposero mandarlo vice-direttore in un penitenziario; anche qui il Faina andò sui mazzi, o finse; taluno gli bisbigliò negli orecchi: ricordasse colui, che per troppo volere, ebbe un carpiccio di bastonate; il Faina si consolò con lo esempio di Scipione, e nel ridursi in un angolo remoto d'Italia a rodere quella crosta di pane esclamò a sua posta: _ingrata patria, non avrai le mie ossa!_
Gli altri proprietari collaboratori del _Gingillino_, per quanto si affannassero, tanto non poterono fare che il contagio del Faina anco sopra di loro non si appiccasse. Giornale non letto è ranocchia crepata; il _Gingillino_ uscito dalla mota ritornò nella mota: ma senza pro della morale pubblica, chè di simili giornali non ci ha penuria mai; fecondati dalla malignità umana, come l'ortica nascono, pungono e muoiono per riprodursi più fitti.
CAPITOLO VII.
ADULTERI A TARIFFA.
I giovani credono troppo, ed i vecchi troppo poco. Di cui la colpa? Di nessuno. Nei primi anni della vita abbondano il volere e il potere, negli ultimi fa difetto il potere. L'uomo quando si pone davanti la sua giovinezza come un'anfora colma del vino di Opimio, ben può affogare in quello e mente e cuore, imbestiandosi turpemente nella ubbriachezza; ma questo egli non fa, o di rado fa, ed invece vi attinge le care fantasie dall'ale di farfalla, folleggianti intorno alle rose e i capricciosi ghiribizzi che si rincorrono perpetuamente sopra una ruota composta dei colori dell'iride: nel vino tinge, quanto dece, le fiorite guance Venere; nel vino, dicono, che spenga i suoi strali Amore, quando li cava ardenti fuori della fornace; nel vino talora l'eroe pesca i suoi entusiasmi di patria; la morte stessa talora si è spruzzata il teschio col vino.... e valga il vero, Leonida dove ordinò che andassero i suoi trecento innanzi che s'immolassero ai Geni della Libertà? Li mandò a desinare, perchè quanto alla cena, li aspettava allo inferno. Ora va pei suoi piedi che se li mandò a mangiare, li mandò altresì a bere, perchè il bere sta al mangiare come alla messa il prete, e ci è da giocare il triregno contro un laveggio di Pistoia, che novantanove su cento bevessero vino. Gli uomini da secoli arrangolano per trovare la verità sulla terra, e non la trovano; in chiesa non ci bazzica più per paura delle scottature; in Corte nè manco, dacchè un ciambellano traditore le diede il gambetto al sommo di una scala facendogliela ruzzolare fino all'ultimo scalino; dai Parlamenti la cacciarono via a furia di granatate; nella curia gli avvocati l'accecarono col fumo di paglia bagnata, cioè con le loro parole: in campagna i contadini le aizzarono alle gambe i cani da pagliaio, in città i cittadini le appiccarono la coda dietro, come i monelli costumano a mezza quaresima: perseguitata a morte, la verità si tuffò dentro un tino di vino e quivi chi la vuole vada a trovarla. _In vino veritas_, ha bandito lo Spirito Santo, personaggio dabbene ed incapace di profferire bugie.
Ma quando poi l'uomo vede innanzi a sè la vecchiezza sotto la forma dell'anfora vuota, sicuramente che non ci si potrà inebriare; bella forza! non ci è più vino. Il vizio non può più correre; lo ha attrappato la gotta: i peccati mortali e non mortali vorrebbero pure (tanto per non poltrire nell'ozio) esercitarsi in qualche consueto lavoro; ma, ahimè! frugando per tutta la bottega non trovano più arnesi. La vecchiezza comparisce ravviata, positiva, unita come il suo cranio calvo; le illusioni non l'abbindolano più, la tentazione anco solleticandola con una penna di passero nelle narici non varrà a farla prorompere in uno starnuto; in compenso di tutto questo perduto, ella acquistò una qualità solenne, una qualità da mettersi sopra gli altari ed accenderlesi i moccoli ai piedi, da farla diventare nera in tre mesi a furia di suffumigi d'incenso.... la _esperienza_. Peccato! che questa matrona ti venga a casa in compagnia del falegname per pigliarti la misura della cassa da morto.
Il nostro Omobono pertanto come giovane credeva, e gli giovava credere, in moltissime cose: alle parole delle donne; quanto alle lacrime, non se ne discorre neppure.
*
Ma prima di proseguire, torno un passo indietro; e veruno ci trovi a ridire, perchè senza passi indietro io non lessi mai storia, nè la udii raccontare.
Omobono dunque per le due avventure da me riferite, diventò il _Saracino di piazza_, o, come oggi si dice, il _Lione_. La fama, volando, portava il suo nome di bocca in bocca, senza stancarsi mai, anzi ci prendeva balìa per volare più lontano; l'avo Omobono ne andava in visibilio, o ne faceva le viste; voglioso poi che il figliuolo della sua predilezione non iscomparisse rimpetto agli altri giovani incliti per censo o per lignaggio, volle che il nipote accettasse eleganti carrozzini e cavalli magnifici, così da tiro, come da sella, il _groom_ e il _tigre_ insieme alle altre diavolerie con le quali la dissipazione insapona le scale al fallimento: e per dire il vero, non ebbe a insistere troppo presso al nipote, ond'ei si lasciasse fare, chè la vanità ha il sonno più leggero della lepre, che per poco stormire di frasca si risveglia; e se l'avo si mostrava disposto a largire con una mano, l'altro era lì pronto ad agguantare con due.