Part 11
— Sarebbe stato meglio non ammetterlo mai. Adesso che lo abbiamo accolto, e sopportato in nostra compagnia, sarebbe mestieri trattarlo da gentiluomo dabbene, e a questo modo operando non lavo lui e mi insudicio io.... e questo vedi, non è il più grave dei malanni, che ci porti la usanza dei ribaldi. Basta ci penserò: ci rivedremo stasera al teatro.
— Bada, stasera vado alla Scala; ci è opera nuova; ne dicono mirabilia; puoi figurarti che piena!
— E ci è caso incontrarci il cavaliere Faina.
— Anzi di sicuro, perchè egli scrive la cronaca teatrale in parecchi giornali, e mi hanno assicurato, che talvolta nel medesimo giorno ha levato a cielo o messo allo inferno la medesima cantante, secondo che lo pagavano i suoi protettori o i suoi malevoli.
— Me ne dispiace, perchè io sono uomo di pace, e non vorrei che nascessero scandali — disse Omobono con faccia e voce mansuete.
— Oh! quanto a questo sta di buon'animo, che io ed i tuoi amici ci troveremo lì, e provvederemo al bisogno.
I due amici si strinsero le mani, e si dissero addio. Ma le ultime parole di Omobono erano rimaste come una lisca in gola a Ludovico, molto più che per le nequizie del Faina non lo aveva veduto andare nei mazzi come pure si aspettava; sicchè un pensiero molesto prese a trottargli per la testa: sarebbe vile Omobono?
CAPITOLO VI.
IL GIORNALISTA.
Immensa folla si accalca alla porta del teatro della Scala, dentro e fuori folgoreggiante di lumi; il fiore di quanto Milano in sè raccoglie di nobilea e di eleganza si vede stipato nell'atrio, e diviso in due ale nel cui mezzo le donne leggiadre ed anche le non leggiadre hanno a passare per sostenere il bersaglio delle occhiate ardenti, delle parole accese o mordaci; imitatrici profane di quel gran santo che fu San Pietro Igneo, il quale traversò due cataste di legna infiammate senza che paresse fatto suo, anzi, si dice, che giunto a mezzo, aprisse la scatola e pigliasse una presa di tabacco.
Sospiri tagliati co' denti non anco finiti di nascere, ammicchi concordevoli o concordati, la famiglia infinita dei sorrisi, o tutti agri, o tutti dolci, ovvero agrodolci e la non meno infinita famiglia degli sguardi quale foggiato a punto interrogativo e quale ad esclamativo; insomma di quanto ci aveva da essere non ci mancava nulla. Allo aspetto di tanta giocondità avresti giurato che Venere ci avesse portato non già il suo cinto, bensì sovvenuta dalle tre Grazie, una balla dei suoi doni, ed ora ognuna di esse preso il pellicino ce lo scotesse fino all'ultimo vezzo. Delizie, venustà, lusinghe, allettamenti, carezze turbinavano insieme confusi, come gli atomi traverso i raggi del sole.
Tra gli spettatori primeggia il cav. Faina, messo di tutto punto; abito nero, guanti perlati, panciotto bianco come la sua coscienza e cappello nuovo di zecca: ogni cosa a credenza, e così gli stivali inverniciati, e le calze, e la camicia altresì: costui coccoveggiava allungandosi, ripiegandosi, facendo lazzi, saltetti e smorfie a modo di civetta quando chiama le lodole sul vergone: questo appellava per nome, quell'altro stringeva pel braccio, a tutti dava del tu, usava ed abusava della pazienza altrui ostentando una familiarità alla quale egli non aveva certamente diritto, sfacciato come.... un giornalista sfacciato (che più in là non si può ire). Nello apogeo della sua gloria, ecco, pari allo spettro della maga di Endor al Re Saulle, sorgergli davanti improvviso Omobono, il quale aveva potuto giungere inosservato fin presso a lui, nascosto dietro un sacramento di matrimonio diviso in due grossi volumi, moglie e marito. Egli primo, stese la mano ad Omobono, gli augurò la buona sera e gli chiese:
— Come stai? — e qui gli diede un colpetto sulla pancia, e sorridente soggiunse: — _Non ti si vede mai._ O che saresti innamorato? Caso mi apponessi, _confidati allo amico, che Tito nol saprà_; ti servirò di coppa e di coltello: tu sai, che io con gli amici non bado a buttarmi nel fuoco.
— È vero, _natura il fece e poi ruppe la stampa_; giusto, avevo bisogno di confidarle qualche cosa.
— Eccomi qua ai tuoi comandi.
E così favellando entrambi si fecero fuori della folla. Allora Omobono, con voce mite ed umile sembianza, cominciò a dire:
— Caro mio, non più tardi di stamani gli amici miei mi hanno fatto conoscere come la S. V. da un pezzo in qua si pigli il capriccio di lacerare a morsi la mia reputazione e, non contento della mia, laceri quella di tali che per dovere e per amore a me premono troppo più di me.
— Tattere! Tattere! amico mio.
— Tali non paiono agli amici, e veramente nè manco a me, nè credo che la madre mia ed io possiamo averle somministrato motivo di conciarci come ella fa.
— Ma qui non c'entra nè morso, nè strazio. Noi altri _pubblicisti_ possediamo a titolo di arte gli universi dominii del cielo e della terra, ed anco dello inferno: o che vuoi tu mettere i confini al pianto ed al riso? Noi ridiamo di tutto, noi facciamo ridere di tutto, e voi, o squallidi mortali, esaltateci, imperciocchè, senza di noi, voi fiottereste perpetuamente come bambini sculacciati.
— E di questo disegno, signor cavaliere, che avrei io da pensare?
— Prima di tutto ch'egli è un disegno, e poi o che ti frullerebbe il grillo d'immaginare che fosse stato fatto per te? Già le persone disegnate non rassomigliano punto te, nè il tuo onorevole avo, al quale prego presentare i miei cordiali saluti, e dire che domani o posdomani passerò da lui per proporgli un negozio.... un negozio grosso da piantarci in mezzo la forchetta ritta.... come nel _rosbiffe_, che si ammirava l'altra sera al _buffet_ del principe Parpaglione.... Che festa! caro mio, che festa! E tu non c'eri.... caro mio... dove diavolo ti ficchi? Tu bello, tu ricco, nato vestito per _far furore_, ma _non ti si vede mai_....
— Signor cavaliere, andiamo al grano, come diceva l'ebreo Marini, di questo disegno che cosa devo pensare?
— O non te l'ho detto, che tu sia santo; il disegno non fu fatto per te; non ti rassomiglia per nulla; se taluno te lo afferma, ti dà la baia; e _puta_ il caso che qualche rassomiglianza ci fosse, sarà tutto per accidente.... O non ti basta? A sorte saresti di quelli che vogliono la botte piena e la moglie briaca?
— Per me, la si figuri, sarebbe proprio un gusto rimettermene al suo savio parere, ma gli amici miei non la intendono a questa maniera; guardi un po' se le sovvenisse qualche ragione di quelle buone che valesse a persuaderli, che io ho un diavolo per capello, e darei a patto una mano per uscire da questo ginestraio; — e tutto ciò Omobono profferiva ad occhi dimessi, e con voce tremante.
L'altro, pensando averla a fare con un giovane dal sangue di piattola, rispondeva smargiasso:
— La stampa è libera come l'acqua del mare, come l'aria del cielo: palladio della libertà e della civiltà la stampa; guai a cui la tocca! Ci si ruppero i denti principi grandi e teste da corona: cannoni Krupp, mitragliatrici, schioppi _dreyse_, _remington_, _chassepot_, armi ed armati che ci urtarono dentro ci s'infransero come onda fra gli scogli. Da Dio e dalla nostra coscienza noi altri giornalisti abbiamo ricevuto un mandato sacro; a noi, sacerdoti delle sorti umane, e non ad altri, spetta il giudizio del come lo dobbiamo eseguire e del limite estremo dove possiamo spingere il dileggio, il biasimo, la rampogna e l'accusa per la tutela della pubblica virtù. Che se il privato cittadino si arrogasse la facoltà di mettere i cancelli alle nostre prerogative, a seconda dei fumi del suo orgoglio, dei ghiribizzi del suo amor proprio, o del bisogno di tenere le sue colpe celate, allora potremmo sonare l'agonia alla libera stampa. Queste sono le ragioni, che offro a te, e se non ti garbano rincarami il fitto, e incaricandoti di presentarle anco agli amici comuni aggiungerai che se si sentono far male si scingano.
— Mi scusi, cavaliere, ma non mi quadra; ella ha troppo ingegno per non comprendere che l'uomo non può costituirsi giudice e parte. La giurisdizione che si arroga il giornalista sarebbe eccessiva, si figuri un momento che io non ci volessi sottostare, allora?
— Io ti ho già chiarito: chi non la vuole la sputi.
— Ecco in questo caso mi parrebbe che la questione si avesse a definire così: in libera stampa schiaffo libero.
E ratto levando la mano gli lasciò andare sopra la faccia il più solenne musone che mai sia stato dato al mondo, dopo che ci nacquero una guancia sinistra e una mano destra; subito al cavaliere si tumefece la gota, sotto l'occhio il sangue gli diventò nero, e tinta in bel vermiglio sopra la pelle gli rimase la impronta delle cinque dita: accecato di rabbia e di vergogna, vinta su quel subito la paura, il Faina si avventò al collo di Omobono, se non che questi prevenendolo, forte lo abbranca pel petto, e con impeto irresistibile lo scaraventa contro la parete: il cavaliere pubblicista fu visto, dimenando le braccia a guisa di ale, correre presto presto sulle calcagna allo indietro, finchè perduto lo equilibrio stramazzò supino al pavimento, dove scivolando sul dorso non si ristette se prima non ebbe battuto una sconcia capata nel muro, con danno irrimediabile del cappello preso a credenza, il quale gli si rincalzò fino al mento.
Comecchè sbalordito dallo inopinato accidente, tuttavia aiutandosi con le braccia si mise subito a sedere, tentando rabbiosamente tirarsi su il cappello, ma o sia che lo facesse senza discrezione, o fosse debole la stoffa, la tesa gli si strappò nelle mani e il cilindro gli rimase sempre ficcato nel capo, e di più ardua estrazione. Fra i tanti che sghignazzavano si trovò un pietoso il quale, desiderando che cotesto strazio cessasse, si mise a cavalcione sul capo del Faina, e preso con due mani il cilindro s'industriò a cavarlo fuori; in cotesto atto ei presentava la figura del servo il quale, stretta fra le cosce la bottiglia, si sforza ad estrarne il turacciolo; sicchè quando il Faina, rimosso il cappello, _tornava a rivedere le stelle_, ovvero i lumi, udì dintorno queste voci di scherno commiste alle risa universali: — Non lo sturare, chè altro che veleno non ne può uscire....
— L'hai tu visto? Egli era proprio dodici once buon peso.
— Altro che dodici once! Per me lo giudico pesato sulla stadera dell'Elba, che ha la prima tacca sul mille.
— A quest'ora il vangelo dei _cinque santi_ lo ha da sapere a mente; ne porta impressa la effigie sul muso.
Sovvenuto, il Faina si rimise in piedi; il suo cuore zufolava di rabbia peggio di un gruppo di vipere in amore, se accada che taluno con sasso, o con bastone le disturbi: gli occhi aveva pregni di lacrime lì lì per isgorgare, ma l'ira glie le teneva sospese, così talora la tramontana impedisce alle nuvole ammassate dallo scirocco rovesciare sulla terra l'acquazzone; ma uscito appena dal teatro egli pianse.
Che pianse egli mai? Pianse il cappello nuovo nabissato, pianse il corpetto, la veste e la camicia ridotti in brandelli, e intanto più amaramente pianse, quanto non avendoli pagati dubitò poterne ormai sostituire altri a credenza; pianse i pranzi pericolanti e le cene che dubitò perdute, e soprattutto pianse la cessata o per lo manco diminuita facoltà di frecciare gli amici... insomma ogni cosa pianse eccetto l'onore defunto; e a diritto, chè non avendo avuto occasione di celebrarne il battesimo, nè meno poteva lamentarne i funerali.
Frattanto non trovando meglio a fare mandò giù un paio di ponci, e si mise a letto.
— Magari! — esclamò svegliandosi di soprassalto il cavaliere Faina, il quale sul far del giorno si era sognato come Omobono trito e contrito si fosse recato a casa sua per chiedergli scusa, e profferirgli generoso risarcimento dei danni: in sostanza se la fosse andata a finire così, avrebbe raggiunto lo scopo propostosi, allorquando aveva preso a spunzicchiarlo col giornale, con uno schiaffo di giunta, non previsto nel programma; ma si sa, le faccende non riescono a pelo, e i prudenti si contentano riceverle a taccio. Adesso vedremo se il fatto rispondesse alle fantasie del cavaliere Faina.
La prima visita fu, spuntato appena il giorno, degli interessati nel giornale il _Gingillino_, amicissimi suoi, i quali gli spiattellarono crudamente come essi non lo potrebbero più oltre tenere collaboratore nel giornale, dove egli non avesse vendicato lo insulto patito nella sera antecedente; certo, poco loro premevano le bazzecole di soddisfazione e di onore, e capivano che al Faina doveva importarne anche meno, ma tanto egli quanto gli amici suoi non potevano rimanere indifferenti alla certezza che, senza un giusto riparo il giornale sarebbe caduto in tal discredito da non poterne vendere da ora in poi nè manco una copia. Per queste ragioni fu deliberato che il Faina manderebbe un cartello di sfida ad Omobono, e quanto più presto meglio, affinchè nel pubblico si bociassero in un medesimo punto la ingiuria, e il risarcimento, e s'imparasse da tutti che con gli scrittori del _Gingillino_ non si giocava di noccioli. Il Faina con la guancia che pareva una melanzana si lasciava fare, stillando ragioni nel suo cervello per persuadersi che Omobono fosse un poltrone: gagliardo senza dubbio egli era, e la sua gota ne sapeva qualche cosa; ma siamo giusti, lo schiaffo a fin di conto glielo aveva dato a tradimento e dietro provocazioni che avrebbero tratto fuori dai gangheri anco Giobbe, e poichè gli tornava credere che Omobono si sarebbe mostrato di facile contentatura, così lo credè.
Pertanto i suoi testimoni, o padrini, o secondi che si abbiano a chiamare, si condussero a casa di Omobono, il quale, udito appena chi fossero e perchè venuti, disse loro:
— Sta bene; fra un'ora i miei amici verranno a conferire con le signorie vostre. — E senz'altre parole li accomiatò; senonchè sul punto che essi stavano per uscire li interrogava:
— Chiedo perdono, signori, ma dove i miei testimoni avranno l'onore di trovarli fra un'ora?
— All'uffizio del nostro giornale.
— Davvero, avrebbero potuto indicarmi luogo meno indecente; ma non fa caso, a rivederci fra un'ora.
I padrini sentirono la trafitta, ma riputarono conveniente dissimularla, per non accendere una seconda querela. Non che un'ora, ma appena n'era trascorsa mezza, che eglino videro comparirsi davanti il marchese Sagrati, colonnello di cavalleria riposato, e il contino Anafesti, ambedue in fama di solenni amatori di simili scontri; dalla quale cosa i testimoni del Faina non trassero favorevole augurio. Ricambiatisi i saluti, più che con le parole col capo, gli uni contro gli altri piegandolo a modo dei montoni, che si accingano a cozzare fra loro, il signor Pancrazio, come il più anziano dei secondi del Faina, pigliandola alla larga per iscoprire marina, incominciò a deplorare la barbara costumanza del duello, alla quale è forza, che anco il buon cittadino si sottoponga come a giogo odiatissimo per colpa di non avere o voluto, o saputo, o potuto fin qui istituire un tribunale di onore, che possedesse tale reputazione da fare regola nel mondo; e via e via sopra questo metro sciorinando tutti gli argomenti, i quali per essere stati detti e ridetti hanno messo la barba bianca; e i padrini di Omobono zitti.
Allora il signor Pancrazio, che la pretendeva a sottile, si provò a stringere il cerchio aggiungendo: che gli andava proprio il sangue a catinelle, nel considerare come si trovassero al cimento di tagliarsi la gola due egregi cittadini, fiori di galantuomo, l'uno _pubblicista_, che tanti servigi ha resi, e potrebbe tuttavia rendere alla causa della _libertà_ e della _civiltà_, nonchè della _umanità_, padre di famiglia, servizievole, letizia delle liete brigate; l'altro giovane erede d'immense ricchezze, alacre, solerte, stoffa da cavarne un finanziere coi fiocchi, destinato a sostenere una _brillante carriera in Società_; e «come a me cuoce il presagio di tanto guaio, vado persuaso, che cuocerà anche ad altri»; ed i padrini di Omobono duri.
E poichè, tastato il terreno il signor cav. Pancrazio Luridi (che tale aveva nome e cognome il padrino del Faina, ed era cavaliere anch'egli), conobbe come bisognasse venire addirittura a mezzo ferro, onde non senza un qualche impeto esclamò:
— Debito sacrosanto dei padrini, imposto non solo dalla religione, ma eziandio da ogni norma del vivere onesto, è procurare con ogni estremo conato, comporre gli screzi ed impedire lo spargimento del sangue e la perturbazione delle famiglie. Tale almeno fu sempre lo scopo che si proposero tutti quelli che si vituperano col soprannome ignominioso di moderati, epperò non dubitare che i democratici volessero rimanersi da seguitarli sopra questo sentiero..... ma come dic'egli il proverbio? Alla svolta ti provo.
— Questa è una botta diritta per noi — masticò fra i denti il giovane conte, e si accingeva a rendergli pan per focaccia, quando il compagno lo trattenne osservandogli che a lui come più attempato stava rispondere: e ciò fece con bellissimo garbo, levatasi prima una carta di tasca:
— Voi dite unicamente, cavaliere Luridi, e tanto io partecipo i vostri degni sensi che nel presagio, che o da voi o dal vostro egregio compagno mi sarebbero tenuti siffatti propositi, aveva preparato un _bocconcino_ di dichiarazione, la quale, dove il vostro signor primo non trovi difficoltà a sottoscrivere, darà di un tratto sopita ogni querela.
— Sentiamo, sentiamo, e quando sia osservato il decoro...... la convenienza del mio signor primo, non mi tirerò certamente indietro dallo adoperarmi perchè venga da lui accettata.
Così il Luridi cavaliere e l'altro secondo, che non era cavaliere, ma meritava esserlo, ribadivano il chiodo:
— Certo s'intende, salvo onore del nostro signor primo, e senza pregiudizio delle dovute riparazioni.
— «Io sottoscritto (dopo avere spiegato il foglio, lesse pacato il Sagrati) cavaliere Luigi.....» Credo?
— Appunto, Luigi.
— Figlio?
— Di Ambrogio.
— Morto, o vivo?
— Morto.
— «... del fu Ambrogio Faina, nella mia qualità di _gerente responsabile_ del giornale intitolato il _Gingillino_, di mia certa scienza, e libera volontà, dichiaro avere ingiuriato villanamente, ed a torto, il signor Omobono, del vivente Marcello Onesti, e sua famiglia con disegni e scritti nel mentovato giornale più volte; lo prego a volermi perdonare come cristiano e come cittadino, e lo supplico inoltre, nonostante la mia provocazione, di mandare a monte il mio cartello di sfida, considerandolo come non avvenuto ad ogni effetto di ragione. Milano questo dì, ecc......» — Dopo che voi, signori, lo avrete fatto segnare da lui.....
— Basta, basta, che ce n'è d'avanzo. Comprendo, signor colonnello, che a voi è piaciuto divertirvi alle nostre spalle.
— Mi maraviglio di voi, signor cavaliere; io non ho la pessima usanza di pigliarmi gioco di chicchessia, massime in occasioni tanto solenni. E poichè vi abbiate pegno che io parlo da senno, vi accerto addirittura, che non sarò mai per accettare dichiarazione, la quale anche di una sola virgola differisse da questa.
— Com'è così andiamo innanzi: rimane inteso, che al mio primo appartiene la scelta delle armi.
— Adagio, chè ho fretta, cavaliere — soggiunse il colonnello — la scelta delle armi al contrario spetta al mio.
— Oh! quanto a questo poi non cedo.... — esclamò vivacemente il Luridi, lieto nella speranza gli si parasse davanti un attaccagnolo, onde uscirne pel rotto della cuffia, e l'altro:
— La è chiara come l'acqua. O scusi, chi provocò il primo? Chi toccava il cavaliere Faina? Chi gli badava? O non dettò egli le ingiurie? O non consentì egli che l'infame disegno nel suo giornale si pubblicasse?
— Questo non è provato, mentre lo schiaffo è chiaro e lampante; inoltre se le cose allegate costituiscano o no ingiuria vorrebbesi discutere e provare, mentre lo schiaffo è schiaffo in tutte le cinque parti del mondo.
— Eh! in coscienza non potrei dire diversamente, ma tanto è, la provocazione mosse dal cavaliere Faina, tutto al più potrei, sebbene a malincuore, convenire per la parte del mio primo esservi corso eccesso; ora voi, signor cavaliere Luridi, che siete versatissimo in questa maniera negozi, voi sapete come si proceda in simili casi; se ne rimette la scelta alla sorte.
— No davvero, qui non ci cade dubbio; la scelta dell'arme va _de jure_ al mio primo.
— Cavaliere, pigliate un granchio.
— Marchese, prendete un marrone.
— Io insisto.
— Ed io non mi ricredo.
— Io pure — aggiunse facendo bordone il compagno del cavaliere Luridi.
Allora il contino Anafesti, impetrata licenza di parlare, disse:
— Per commissione speciale del mio primo, cedo all'avversario la elezione dell'arme.
— Dunque la spada.
— E la spada sia.
— A tutto sangue; — rincalza il Luridi — importa che una buona volta si sappia che i duelli per burla si hanno a smettere.
— Voi avete un sacco ed una sporta di ragioni; tale fu la usanza dei nostri vecchi, e perciò essi nei duelli facevano portare le bare.
— I riposi poi....
— Che riposi? Di riposi non si ha neanche a parlare.... finchè hanno fiato stieno col ferro in mano.
— Pure se volessero sostare....
— A che pro? Tanto il duello non è all'ultimo sangue? — Più presto si ammazzano, e più presto finisce la storia.
— Ma gli è di rubrica....
— Non si stia a confondere, tanto alle prime botte s'infilano ambedue, come succede fra quelli che non sanno maneggiare la spada....
— Non sa maneggiare la spada? Avverta bene, marchese, che il cavaliere Faina ha fatto stare al canapo anco il Parise di Napoli....
— Tanto meglio; ammazzerà più presto il suo avversario. Dunque lo scontro a domani....
— Domani è troppo presto....
— Le cose lunghe diventano sempre serpi; e lo indugio piglia sempre vizio.
— Domani è presto; vogliano rammentare che il cavaliere Faina giace tuttora infermo a letto.
— A cagione dello schiaffo?
— A cagione dello schiaffo, che in breve, non dubitino, sarà lavato col sangue....
— Potrei sbagliare, veh! ma per mio giudizio, — osservava il colonnello, gli farebbe meglio uno empiastro di semi di lino. Basta, fissiamo senz'altro sabato mattina: allo spuntare del giorno, se me lo permettete, manderò la mia carrozza a pigliarvi, e lo credo prudente, per non mettere tanti a parte del segreto: noi staremo ad aspettarvi fuori di porta Ludovica. Le armi troveremo nella villa dello amico il quale ce la presta volentieri per terminare la contesa; procurerò ci si trovi anco un cerusico, e se volete condurne un altro di vostra fiducia anche voi, padroni. Sta bene così?
— Approviamo.
— A rivederci a sabato.
*
— Maledetta questa vita da cane! — esclamò il questore cavaliere Speroni, svegliato innanzi l'alba dal suo cameriere, e pieno di rovello gli domandò:
— Che ci è egli di nuovo?
— Ecci un signore che ha il nastro di cavaliere sul petto ed uno empiastro al viso, il quale fa istanza per parlare a vostra signoria per cosa di grandissima premura; da questa carta vedrà di che si tratta.
— Ho capito — soggiunse il questore, gettato appena l'occhio sulla carta, la quale per ogni buona cautela era stata posta dentro una bolgetta sigillata; — digli che passi.
— O cavaliere, siete voi? Che novità ci portate? Accomodatevi e informatemi presto di che cosa si tratti.
Qui il Faina prese ad esporre a modo suo il caso successogli con Omobono, ed il questore, che già lo sapeva a mena dito, gli diede spago e lo lasciò dire. Quanto la calunnia sa immaginare di più sfrontato nei suoi parossismi di rabbia, e la perfidia di maligno il Faina s'ingegnò insinuare nell'animo del questore a danno di Omobono e dei suoi secondi: si chiamò vittima d'infame tranello; i suoi padrini soperchiati avere dovuto accettare per arme la spada, nel maneggio della quale andava celebre il rompicollo del suo avversario: così tramato il suo assassinio, dov'egli non ci avesse posto riparo, avrebbe avuto il suo compimento.
Allora il questore, senz'altre parole, preso il suo stratto segnò dietro dettatura del cavaliere Faina: «sabato.... all'alba.... porta Ludovica.... carrozza.» Scritto ch'egli ebbe, aggiunse: