Part 10
— Voi lo vedete — proseguiva costui — il patrimonio non basta a dotare le figliuole e a sopperire al comodo sostentamento dei figliuoli; certo voi con diligenza in molte cose li avete fatti educare, ma quello che importa adesso sta nello applicarli ad una professione speciale: consulteremo il genio di ognuno; intanto Omobono fin d'ora è banchiere. Capisco che un dì erederanno il mio e basterà per tutti e ce ne potrà avanzare, anzi ce ne avanzerà di certo: però la fortuna muta, ed ancorchè non mutasse, prudenza insegna reggerci sopra le nostre gambe.
E continuava di questo tenore tanto, che a ridire tutte le sue ragioni si sarebbe spento il lume.
Marcello nonostante la pressa che il suocero gli metteva dintorno, chiese tempo a riflettere; nè ci fu verso di fargli mutare di proposito.
Però, egli è pur forza confessarlo, la raccomandazione _in articulo mortis_ dello zio Orazio, di non confidare a verun patto mai i propri figliuoli ad Omobono, se non dileguata del tutto, certo erasi di molto infievolita nell'animo di Marcello. Gli avvertimenti paterni nello spirito dei figli rassomigliano assai alla voce lanciata dentro una grotta; l'eco ve la ripete cinque volte e sei, di mano in mano più languida, finchè cessi del tutto: di qualunque umano retaggio troviamo essere il meno trasmissibile la esperienza: ogni uomo deve assistere personalmente alle lezioni di lei: costano care, ma, a detta del Franklin, sono le sole che valgano a mettere a partito anco il cervello dei matti.
E poi non quietava un momento da serpentarlo la consorte Isabella, dicendole fra le altre cose: nel padre suo entrare troppo più dello strano, che del tristo; certo la cupidità di lui immane, ma in fine dei conti a chi avrebbe ella giovato se non ai loro figliuoli? E pur troppo non si poteva negare cresciuta la famiglia oltre il bisogno; e volendo dare dote alle femmine e recapito convenevole ai maschi, educazione splendida a tutti, le forze proprie non bastavano a tanto. Dio guardi che ella avesse a seguire lo esempio dello imperatore Vespasiano, che, messa sotto al naso di Tito la moneta cavata dalla tassa sui pisciatoi gli domandò se di malo odore putisse: ma caso mai non tutti lodevoli fossero i guadagni paterni, eglino redandone le sostanze avrebbero potuto a luogo e tempo riparare il danno agli offesi, e restituire ad un punto la buona fama al parente.
Pende incerto se sia più mordente lima la ragione in mano alla donna, o se la donna in mano alla ragione: fatto sta che quando si legano insieme nessuno riparo ci può fare la gente. Che se volessimo addentrarci di più nel cuore d'Isabella avremmo a dire che il suo cuore, come quello delle altre creature umane era un laberinto; nè per ogni laberinto si trova un'Arianna, la quale porga il filo per uscirne a salvamento: forse in lei spirò un fiato di orgoglio, che alla casa sua, più che a quella del marito, i figliuoli dovessero il signorile stato; forse il presagio di accomodare in alto loco le figlie, e la speranza di udire benedetti i figli pel buon uso della eredata opulenza l'abbarbagliarono: donna ella era e madre, e noi sappiamo che il diavolo quando vuole tentare i santi piglia faccia di angiolo. Insomma Marcello, sgombrata finalmente Torino, portava i suoi penati a Milano.
Il giovane Omobono di subito accomodato nel Banco dell'avo, da prima compite le sue faccende si riduceva nella casa paterna; indi a breve ci tornò più di rado, ora trattenuto a pranzo dal nonno, ed ora pei cresciuti negozi, sicchè terminò col porre stanza ferma presso il banchiere Omobono. Quivi il giovane trovò non solo agio, bensì ancora lusso ed eleganza, e se ne compiacque; servi a lui solo destinati; e di presente l'avo gli assegnò lire mille al mese, avvisandolo che se di più gliene fossero occorse non mancasse di farglielo sapere. Di subito parve l'avo gli mettesse addosso uno amore sviscerato; se ne dimostrava arcicontento; con chiunque ne parlasse (e ne parlava con moltissimi) non rifiniva mai di levarlo alle stelle; e a dire il vero non senza ragione, chè il giovane si mostrava stupendamente perito nell'arte dei numeri, come quello, che con amore pari al profitto aveva studiato nella Reale Accademia di Torino. Ogni azione del giovane pareva tirata a filo di sinopia; esatto, accurato, non si stancava mai; il lavoro gli serviva di alimento.
Oltre queste doti, altre e più pregevoli di mente e di cuore possedeva il giovane, di cui lo zio cortese disegnò fare capitale: ritraendo non poco dalla sorella Eponina si poteva dire bello, però alquanto più pallido e più pensoso di lei; di rado le guance e i labbri gli allietavano una sfumatura di vermiglio e di riso: poco parlante, di voce soave, modesto e servizievole quanto altri mai: accadeva con lui come sovente succede con le persone simpatiche, voglio dire che, quantunque ci si parino la prima volta davanti, pure le ti paiono conoscenze vecchie. Aggiungi modi gentileschi, un zinzino contegnosi co' superiori, ma affabilissimi cogli inferiori. Presentato in parecchi ritrovi, ben presto strinse amicizia coi giovani più eleganti della città: dai babbi accolto volentieri, dalle mamme anco più; per le ragazze non era venuto anche il tempo: in una parola la sua curva ascendentale pel cielo della buona società procedeva pari a quella della luna pel firmamento, nelle belle notti di maggio, placida e serena; le nuvole verranno più tardi.
A mantenerlo in questo apogeo di gloria valsero alcune avventure, che mi occorre raccontare nella guisa che mi riuscirà meglio succinta. Certa sera al ritrovo, che con parola inglese chiamano _Club_, sebbene ei fosse vago del gioco come il cane delle mazze, pure per non comparire tigna, gittò una magnanima moneta di cento franchi, con la magnanima effigie del magnanimo Carlo Alberto, sopra una carta del _Faraone_; nè più pensandoci s'imbrancò nella compagnia di piacevoli gentiluomini pigliando diletto dei loro ragionamenti. La carta puntata vinse una, due, tre volte e sempre; ormai la copriva un mucchio d'oro, e i cupidi giocatori, pure stringendosi alla vista della carta fortunata, smaniavano conoscere il giocatore che, improvvido o temerario, non sodisfatto di tanto favore, intendeva sperimentare le ultime prove. Molti occhi dei seduti intorno alla tavola stavano fitti negli occhi del banchiere, il quale sudava per la pena, dacchè forse, e senza forse, cotesta insistente e nemica guardatura lo impedisse di pigliare ad un tratto la fortuna per gli orecchi e rimetterla in carreggiata a favor suo, ovvero scemare il banco facendo scomparire la moneta di tavola: chiusa allo scampo ogni via: duello all'americana cotesto: e' bisognò sbancare. Il banchiere era tedesco, barone e cavaliere non so nè manco io di quanti ordini: uso a tenere banco nei ridotti di parecchi famosi Bagni di Europa, o solo o in compagnia di altri baroni quanto lui, o più di lui, non gli era occorsa mai disdetta pari a quella di cotesta sera: vuolsi però aggiungere, che nè manco erasi trovato mai sottoposto a vigilanza come cotesta sera. Forse la fortuna sentendosi libera di fare a modo suo intese vendicare in una volta ben mille offese: breve, il banchiere rimase sbancato: per conforto lo stropicciarono co' pettini da lino, per viatico gli diedero un bicchier di acqua fresca, e con inestimabile contentezza di tutta la brigata lo accompagnarono a casa più morto che vivo.
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— Ma chi ha vinto? Chi è il vincitore? Su via si manifesti per potercene rallegrare con esso. — Così strepitavano da più lati, e tale levarono schiamazzo, che Omobono fu alfine costretto a porgere loro attenzione: udito il caso, placidamente favellò:
— La carta è mia.
E rinvenuto vero, i compagni gli si misero dintorno, astiandolo di sotto al panciotto, e di sopra accarezzandolo a rotta di collo: ma egli a ciò non badando, attese a raccogliere molto diligentemente la moneta, la quale noverata trovò sommare a parecchie migliaia di lire. Allora, senza rimoverla dalla tavola, vòlto ai circostanti con lieto viso li interrogò:
— Ed ora, che cosa abbiamo a fare di questa moneta?
E gli altri: — E come entriamo noi nei fatti tuoi? Tu l'hai vinta e tu goditela.
— No, non ha da esser così, — riprese Omobono — la farina del diavolo, dicono, che va in crusca; miriamo un po' se fra tutti noi troviamo maniera da cavarne un pane. Orsù, ognuno di voi dica la sua.
— Per me, — saltò su a parlare il cavaliere Faina, scrittore di un giornale malignamente buffone, noleggiato dagli sguatteri di Corte, e che però si chiamava _pubblicista_ per la medesima ragione per cui le femmine di partito si dicono _pubbliche_ — fonderei o piuttosto sussidierei un giornale, bene intesi del nostro partito.
Voi vedete da per voi quali orribili sdruci faccia ogni dì la demagogia nel consorzio civile; ad ogni passo aumenta di forze: _vires acquirit eundo_, giornali, e giornaletti pullulano su in maggior copia dei ranocchi quando piove in estate. Voi beneficati dalla fortuna avete a perdere più degli altri, legatevi pertanto, e con maggior concerto di quello che abbiate fatto fin qui: la marea monta; o che attendete per ripararvi, che ella vi sia arrivata alla gola? Noi pubblicisti mettiamo veglie, ingegno, opera e pericolo, voi opulenti ponete un po' del vostro superfluo per salvare il necessario: noi staremo sopra la breccia a combattere fino all'ultimo fiato, ma voi somministrateci le munizioni per durare nella battaglia.
— E i danari per giocare. Quanto hai perduto stasera al Faraone, _pubblicista_ Faina? — si fece sentire una voce, ma prima che costui avesse potuto conoscere da cui si fosse partita, un'altra disse:
— Per me la impiegherei a celebrare tante messe pontificali nell'osteria.....
— No, marchese, meglio alla campagna, ci si mangia di migliore appetito.
— Accetto l'emenda, conte.
— O che le feste di ballo, hanno ad essere del tutto bandite? Badate alle scomuniche delle figliuole di Eva — osservava un vecchio peccatore, il quale per cagione di certe infermità, che si guariscono poco, e non si dicono punto, calzava scarpe di panno.
— Giovanotti, udite un mio consiglio — levata la destra favellò solennemente un senatore _sgranato di fresco_ — che so di certo tornerà a tutti gradito, io per me destinerei cotesta somma a celebrare in questo anno con magnificenza straordinaria il giorno onomastico di S. M. il Re d'Italia: ed in memoria del fatto porrei una tavola marmorea sopra le pareti di questa sala, e.....
— Come non si hanno a mangiare e bere, per me sto a rifornire il _Club_ di mobili e di tappeti nuovi — interruppe il devoto di _Como_.[16]
[16] _Como_, nella religione precedente alla nostra, era il dio dei desinari. Se si fosse trattato della nostra santa religione cattolica apostolica romana, avrei creduto fare ingiuria al devoto lettore, se ricordando un santo lo avessi avvertito delle sue giurisdizioni e prerogative, così nominato san Gaetano, non avrei detto, che egli era _padre della divina provvidenza_; san Niccola, _protettore dei ladri_; sant'Ivone, _degli avvocati_; san Pasquale Baylon, _dei cuochi_; e via discorrendo; ma trattandosi di una _religione smessa_, non ho creduto far cosa inutile avvisando che intendeva parlare di un dio, non di una città.
— Ed io propongo sovvenire il capocomico dell'Arena, perchè dia al popolo un _corso_ di recite _gratis_, a patto che le sieno scelte per educarlo nel rispetto della proprietà e di noi altri nobili — disse un cavaliere, spiantato, protettore della prima donna che recitava all'Arena.
— Tutta roba buona, signori miei, tutte pensate d'oro; certo non sarebbe alle vostre proposte che si potrebbe applicare il proverbio dei polli di mercato: tuttavolta, con vostra licenza.... se me lo permetteste, ecco che cosa farei. — Narsete, — chiamò Omobono (che tale avea nome il custode del ridotto) e gli disse: — da questa somma, che io vi consegno, caverete lire cinquecento, e le verserete alla cassa di risparmio in testa della vostra bambina Lucia, perchè le servano come un principio di dote; domani me ne mostrerete il libretto. Delle rimanenti, mezze porterete all'ufficio della Società Operaia, e mezze a quello degli Asili infantili a nome del nostro _Club_ come una debole offerta fatta da tutti i gentiluomini che lo compongono, e non se ne parli più. Miei signori, io mi sono accorto, che voi parlavate per provarmi, e poi mi avreste dato la baia; ho letto nei vostri cuori, e pongo pegno avere letto bene. Quanto a lei cavaliere Faina — soggiunse volgendosi al _pubblicista_ — la non si confonda, il modo praticato da me giova meglio di un milione di giornali, che il popolo non sa o non può leggere, a insinuargli il rispetto alle persone ed alle sostanze nostre: chè egli più che non si crede compensa con infinita gratitudine un briciolo di bene ed anco di buon viso che noi gli facciamo: d'altronde io, e se non m'inganno anch'ella, signor cavaliere, appartenendo al popolo, è naturale che nutriamo per lui simili sentimenti, e c'industriamo persuaderli anche agli altri.
— Magnificenza di parole tonde! Ma sa ella, che se non modera l'abbrivo mi diventa di punto in bianco un san Crisostomo, _aliter_ Bocca di oro? — esclamò il _pubblicista_ Faina, allargando la bocca verso le orecchie: voleva ridere e parve lo avessero comunicato con una fetta di limone.
A cose nuove uomini nuovi predicano da mezzogiorno a tramontana, e i giornalisti sono novissimi, però mi raccomando spesso a Dio, che la più parte di loro non invecchi: per ordinario tu li sperimenti leggeri, pedanti e presuntuosi, e ciò per virtù degli scapestrati giudizi che ti spippolano lì per lì a occhio e croce, e per lo ufficio, che si pigliano di fare da aguzzini agli uomini politici, e da amostanti alle nazioni della terra: tuttavia non sarebbe giusto affermare che tutti sieno tristi, e ciò perchè taluni professano di buona fede i principii che sostengono, ed in tali altri, essendo peranche giovani, la natura non fu vinta dal costume; quelli però che si appellano umoristi, e fanno mestieri di buffoni, tieni addirittura per maligni: i ghiottoni si sono surrogati nella convivenza civile ai giullari di corte, i quali campavano di rilievi e di calci; siccome all'_uomo che ride_ di Vittore Hugo avevano foggiato, per via di terribili cincischi, la faccia a perpetuo riso, così la nequizia deformò lo spirito del giornalista buffone alla rabbia dello scherno. O sia che costui privo d'amore e di sdegno contempli senza commoversi tanto gli eccelsi quanto i brutti fatti, o sia, che invaso da itterizia morale tutto asti e derida, vuolsi reputare sempre sozzo animale. Per me giudico i giornali _umoristi_ addirittura postriboli dove bordellano le arti divine: della miseria della scrittura non tocco nemmeno, ma vi domando se vedeste mai della nobilissima arte del disegno menare scempio più miserabile di quello che si faccia in coteste carte? Poni per sicuro che il popolo dove più cestisce cotesta mala pianta od è insanabile affatto nella sua corruzione, o si trova lontanissimo dalla norma del vivere onesto. E se vinto lo schifo tu ti accosterai a considerare i menanti di quelle gazzette, troverai come la più parte di loro sia gente di scarriera, senza arte nè parte; arcatori da disgradarne i Parti di frecciatrice memoria; leccano e sgraffiano: fabbricanti di chiodi più che tutti i chiodaioli di Pistoia.
Adesso vi dirò le generazioni le quali forniscono principalmente le reclute della vituperosa milizia: i medici fuggiti più della morìa si convertono in giornalisti buffoni; i cerusichi, che non seppero cavare sangue senza stroppiare un uomo, giornalisti; i curiali, terrore dei clienti e cilizio dei giudici, giornalisti; il padre diviso dalla figlia per sospetto di libidine snaturata, giornalista; il marito cui tolsero la moglie per salvarla da traffico infame, giornalista; spie austriache che impararono dall'aquila, che servivano a divorare da due becchi; repubblicani, che sostennero la dignità del carcere fino col rubare l'olio del pubblico; garibaldini strenui espugnatori della cassa militare, tutti giornalisti buffoni, incliti sostenitori a capriole della monarchia costituzionale. — Uffici di giornali, magazzini di anime a nolo, come di vestiti da maschera. Quante fette vuoi di coscienza? Te le taglieranno sottili da disgradarne ogni fedele salsamentario fiorentino. Perchè andate cercando fuori di voi le cause del miasmo? Vi avete dentro lo avello.
Corrono ormai anni ben molti che noi flagelliamo queste infamie, e ce ne seppero malgrado anche i nostri amici facili ad accendersi al primo aspetto delle cose, e ci dicevano: essere la stampa l'arca dell'alleanza; chi la tocca muore; e la esaltavano per le virtù, che avrebbe dovuto avere, chiudendo gli occhi al fastidio che la rodeva fino all'osso; e così del pari della milizia, della magistratura, del sacerdozio, presidio un dì, oggi flagello. E certo io non sarei per acconsentire giammai, che mano straniera pigliasse a maneggiarmi la stampa: anco gli sparvieri coprono gli artigli co' guanti bianchi, anzi oggi principalmente gli sparvieri; ma perchè ella non pensa da se medesima a riformarsi? O piuttosto perchè non esercitano i cittadini rigido sindacato non solo sopra i giornalisti, ma altresì su quelli, che si versano nelle faccende politiche? Chi sei? Donde vieni? Quali i tuoi intendimenti? Quale la vita? Le opere quali? Come campi?
Nella vita privata non si deve entrare; all'opposto mi preme entrarci e ci entro. Deploro accettate nella società nostra certe regole, le quali affermano persuase dalla onestà ed invece giunsero a cacciarvele dentro i furfanti, necessitosi di avere una cappa comune con la gente dabbene: ogni uomo è galantuomo in abito nero e in guanti bianchi, tanto ai funerali quanto ai festini; e la gente dabbene si è lasciata fare. Il pensiero ci fa sudare come il piumino sul letto nel mese di luglio; così vero questo che paghiamo i giornalisti onde ogni giorno ci mandino a casa un pensiero bello e fatto, strambo, o no, poco monta, purchè ci ciottoli nel cranio, e ci suoni come il soldo nel bussolo al cieco, tanto, che paia non averlo vuoto. Slegate dunque i fasci delle bacchette, e tirate giù a scamatare di santa ragione deputati, senatori, ministri e sopratutto i giornalisti, finchè dalle loro giubbe esca fino l'ultimo scrupolo di polvere, per esaminare un po' di che qualità ella sia. Anco a rischio di apparire sazievole, io lo vo' ridire; tu non puoi essere ribaldo in casa e probo in curia. Senza libera accusa virtù pubblica non prova: accusa non provata puniscasi come calunnia; va bene, ma nei liberi reggimenti sia concesso, anzi sia lodato guardare in faccia un uomo e dire ai cittadini: badate costui è barattiere!
Popolo e patria e' sono sonaglioli che si attaccano ai muli per richiamare l'attenzione di cui passa; non date retta alla moltiplicità dei partiti, che si dimenano nei Parlamenti: i partiti si ristringono a due; quello che si è aggrappato alla pentola come Aiace Oileo allo scoglio, e l'altro che spasima di supplantarlo, però chi s'impanca guidaiolo non bada a qualità, cerca il numero; onde ti avviene sovente trovarti con maraviglia e con ribrezzo a lato di tale che tu avevi diritto di non patire per collega se non quando per crimini la giustizia ti avesse condannato in galera.
Perano tutte le disuguaglianze fra gli uomini, eccetto quella fra gli onesti e i furfanti.
Ma intanto che questo è di là da venire, perchè sopporti in casa i giornalisti scimmiotti? Perchè siedono alla tua mensa? Perchè gli inviti alle tue veglie?
Tu ti liberi in grazia di polveri insetticide dalla improntitudine delle mosche, dal fastidio delle zanzare, dalle trafitture delle cimici, e liberarti dai giornalisti scimmiotti[17] non puoi? — Non puoi, perchè non vuoi; e non vuoi perchè essi dilettano il peggiore dei vizi che guasta la parte femminina di casa tua, vo' dire la smania di malignare alle spalle altrui, e tu pure ci ridi.
[17]
Uno scimiotto assai sudicio e brutto Imitatore delle azioni umane, Della bruttezza sua cogliendo il frutto, Fece il buffon per guadagnarsi il pane.
PIGNOTTI.
Il giornalista _umoristico_, giullare in corte, sicario con la penna in piazza, panegirista di bellezze di rado vere e, se fabbricate, anche più, flamine delle foggie del vestire, storico delle pettinature, Mercurio di amori a levante e a ponente, il giornalista giullare è diventato la _trichina_[18] della società.
[18] Insetto delle carni di _porco_, che s'insinua nelle viscere dell'uomo e le corrode.
Il cavaliere Faina giornalista buffone, deluso nella speranza che parte della vincita fatta da Omobono scendesse, come rugiada al cespite dell'erba inaridita, a rinfrescargli la tasca, e parendogli per giunta essere stato scorbacchiato da lui, non si potè tenere da sfogare il suo maltalento schizzandogli addosso il suo veleno: lì pronto il giornale, e la occasione fa l'uomo ladro; quindi prese a straziarlo di straforo con motteggi quanto perfidi altrettanto calunniosi: menò la frusta in tondo contro il nonno, il padre e la madre, massime contro questa alterando taluno episodio della onestissima avventura del suo matrimonio con Marcello. Omobono, come colui che, eccetto la _Gazzetta di Milano_, non leggeva giornali, non si dava per inteso di tutto quel tramestio del cavaliere Faina, con inestimabile stizza di questo, che vieppiù giudicavasi disprezzato da Omobono, e con la stizza e la fiducia dell'impunità gli crebbe la insolenza, sicchè ormai passava il segno; eppure non gli bastando la scrittura commise la sua rabbia al disegno.
La litografia che comparve nel giornale rappresentava una di coteste chiatte, le quali dal servizio che prestano nei porti pigliano nome di cavafanghi: per esse si cala giù a fittone una cucchiara di ferro dentata, col mezzo di catene, la quale quando è piena di molticcio, per via delle medesime catene dipanate sopra una ruota si riporta a fior d'acqua; parecchi uomini pongono in giro la ruota, camminandoci dentro a modo che si salgono le scale, e ciò in virtù di traverse su le quali mettono i piedi: prepongonsi a questo travaglio i condannati alla galera; ora fra i galeotti a girare si vedevano tratteggiati Omobono nonno ed Omobono nipote, uno sopra, l'altro sotto, con la leggenda: _Rinforzo alla vecchiezza_.
Dobbiamo confessarlo a lode del vero, di quanti videro a Milano la infame litografia non ci fu alcuno che non la vituperasse, e non ne rimanesse altamente indignato. Gli amici del giovane Omobono si ristrinsero insieme per concertarsi su quello che si avesse a fare; intanto di comune accordo bandirono il cav. Faina dal _Club_; poi a Ludovico Anafesti, il quale fra gli altri giovani pareva che prediligesse, commisero di tastare un po' l'amico intorno le disposizioni dell'animo suo. Di fatti era così; appena Omobono e Ludovico si erano conosciuti, uno s'innamorò dell'altro, secondo il comune della gioventù, che subito accende e subito spegne amicizie e fiammiferi: però talune durano, e questa pareva volere essere di quelle. Pertanto, senza porre tempo fra mezzo, chè in queste materie lo indugio piglia vizio, Ludovico si reca da Omobono, cui, avendo trovato affatto inconscio della persecuzione del giullare giornalista, cerziorò per filo e per segno, mettendogli per ultimo sott'occhio la litografia, che chiamano _caricatura_. Omobono lesse e considerò i giornali; un lieve pallore passò come ombra sopra le sue guancie, poi piegati con pacatezza i giornali, Ludovico annuente, se li ripose in tasca.
— Ed ora che pesci abbiamo a pigliare con cotesto mascalzone?
— Ma.... lascio deciderlo a te; — rispose Ludovico — intanto sappi che i tuoi amici hanno fatto il debito loro, cacciando via dal _Club_ cotesto cattivo soggetto.