Il Sacro Macello Di Valtellina

Part 3

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Già per consenso dei sette Cantoni cattolici(22) il balio di Locarno aveva ingiunto ai Riformati che, pena il bando, andassero alla messa. Ne fecero richiamo i Cantoni evangelici, ma indarno, atteso che vedevano come tali novità fossero per rompere l'unità elvetica. Infine nel 1555 il balio congregò tutti i capi delle famiglie riformate, ch'erano ben 150, ed intimò loro da parte dei signori svizzeri che colle famiglie e coi beni dovessero, senza por tempo in mezzo, abbandonare la patria. Ascoltavano essi nel silenzio il comando, allorché entra fra l'adunanza il Riverda, nunzio pontifizio, esclamando troppo mite la sentenza, doversi toglier loro e i beni come roba di eretici, e i figli che si crescerebbero così alla vera credenza. Ma con ciò il nunzio non ottenne che di mostrare il suo maltalento, giacché il balio non poteva trascendere il suo mandato.

Quelli che si disposero ad obbedire fecero la sommessione. Gli altri il 3 di marzo, seguiti dalle mogli e dai figliuoli, fatto fardello delle robe loro, da una parte colla rassegnazione d'uomini attaccati più alla credenza che alle cose del mondo, ma dall'altra col crepacuore di chi lascia i parenti, gli amici, le abitudini della vita, una patria sempre cara, più cara a chi ne è spinto lontano da una forza prepotente, fra gli stridori della stagione valicarono le nevi del Gottardo in traccia di paesi ove non fosse colpa l'adorare a modo loro. Guidati da un Pestalozzi, da Giovan Luigi Orelli e dal dottore Martino Muralto, entrarono nei Cantoni protestanti e fermatisi i più a Zurigo, vennero con carità accolti e soccorsi. Non cercavano essi che sicurezza e pace: poteva mancare di che vivere a gente volonterosa della fatica, sperta nelle arti? Alle quali drizzatisi, fecero alzare a gran fiore l'arte della seta, stabilirono filature e tintorie, per cui Zurigo venne in grandezza, a scapito delle podesterie italiane. Ancora serba l'antico nome il sobborgo dei Lombardi, ove quelli si posero: le famiglie vi acquistarono ricchezza e nome(23).

Ivi ottennero di formare una chiesa, diretta in prima dal Beccaria, il qual poi tornò fra i Grigioni a Mesocco, diffondendovi le sue dottrine, finché sturbatone da Carlo Borromeo nel 1561, si ritirò a Chiavenna. A Zurigo gli successe nel 1555 Bernardino Ochino, famoso cappuccino da Siena che aveva errato per Germania e per Inghilterra, applaudito e perseguitato. Ivi stesso ebbe cattedra di teologia e d'ebraico Pietro Martire Vermiglio, che già aveva combattuto per la Riforma in Inghilterra e in Francia, in modo che le opere sue eran messe a livello con quelle di Calvino. A quella chiesa italiana appartenne Lelio Socino, che ottenne la stima di Melantone, Bullinger, Calvino, Beza, dissimulando sotto proteste e confessioni la sua avversione alla Trinità; e pare che egli la insinuasse all'Ochino, le cui ultime opere sentono di questo errore, per il quale ebbe guai a Zurigo e ne fu bandito, di 76 anni, con i figli, nel fitto inverno. Respinto da Basilea e da Mülhausen, si nascose in Moravia ove della peste perduti due figliuoli e una figlia, morì nel 1564.

Anche a Basilea molti italiani s'erano ricoverati. Paolo Alessandrino de Colli, padre d'Ippolito, celebre giureconsulto, Guglielmo Grattarola di Bergamo, Alfonso Corrado mantovano, che aveva predicato fra i Grigioni, Silvestro Teglio che tradusse in latino il _Principe_ e Francesco Betti cavalier romano, Mino Celsi, Celio Curione, dalle cui molte opere raccogliamo varie particolarità intorno ai riformati italiani.

Altri ebber ricovero a Strasburgo, fra cui Paolo Lazise di Verona, profondo nelle tre lingue dotte e che vi fu professor di greco, Girolamo Massari di Vicenza che vi insegnò medicina e descrisse un processo dell'Inquisizione romana, e sebben non avessero Chiesa, si univano in assemblea particolare, diretta da Girolamo Zanchi che colà professò teologia. Lo Zanchi stesso era stato chiesto ministro a Lione dove molti Italiani stavano, e dove stamparono libri loro; ma egli preferì passare a Chiavenna. Rifiutò pure gl'inviti della chiesa italiana d'Anversa nel 1580, alla quale andò il conte Ulisse Martinengo, dopo rimasto alcun tempo in Valtellina. Altre chiese avevano i nostri a Ginevra e Londra.

Alla causa dei cattolici, più che il venir dei nemici, noceva l'addormentarsi delle sentinelle d'Israele. Anziché levarsi al sacerdozio i più probi e sapienti, ogni genìa vi trovava asilo, ogni ignorante, molti malvissuti vi si ricoveravano per avere agio, sicurezza ed ozio. L'essere il clero immune dal Foro secolare lo rendeva baldanzoso col venderli simulatamente agli ecclesiastici, o col legarli a nome di benefizio, si sottraevano i fondi alle gravezze. Se in una famiglia vi fosse un prete, a qualunque richiamo compariva lui. Se in un delitto fosse implicato un prete, si invocavano i privilegi del Foro. I preti intanto andavano attorno carichi d'armi, volevano cacciare nei tempi proibiti (era dalle calende di marzo a quelle di luglio). Con astuzie si causavano dalle taglie(24). Peggiori cose ebbi ad imparare dagli atti delle visite degli ordinarii di Como e di Milano. Oltre che i più fra i sacerdoti appajono ignoranti a segno, da saper a mala pena segnare il proprio nome, intendevano a turpi guadagni, tenevano senza pudore in casa le complici ed i frutti dei loro peccati(25). E taccio le violenze, le ire, le troppe più cose ch'io so, e che facevano correre in proverbio non esservi modo più facile di dannarsi che l'andar prete(26). Non erano così rari quelli che, per i bisogni delle plebi, avevano facoltà di celebrare due messe la festa: ma molti se la usurpavano per guadagno. Ebbi a mano una relazione dell'arciprete di Tresivio al vescovo, dove si lagna che i preti di Valtellina portano barbe a foggia di Turchi, "usano collari alle camicie rotondi e crespi alla bresciana, le sottane con collari pure rotondi cascanti sul collo, maniche scavezze e folte di bottoni, e veste quale portano gli sbardellati Bresciani". Ben i vescovi comaschi gridavano, senza cessare, perché si osservassero le feste, i sacerdoti smettessero gli abiti sfarzosi, le armi offensive, non bazzicassero l'osteria, non ricettassero malviventi, non donne di mal affare. Il vescovo Volpi interdice di vendere alla festa confortini né odori, il fare spettacoli di saltimbanchi, ed il sedere in chiesa: i preti non portino calze sparate e larghe, non camicie colle crespe e le lattughe, non il cappello in città o nei borghi, se pur non fosse per ripararsi dall'intemperie. Si astengano dai guanti, non barbe troppo lunghe, non armi, eccetto un coltello in viaggio. Il vescovo Archinti si lagna che troppe parrocchie rimangano sprovvedute di parrochi perché date in commenda a cardinali, i quali in Roma ne godevano, senza cura, le entrate. E che i preti della Valtellina rechino scandalo agli eretici, singolarmente per l'ignoranza, l'andare armati, la lussuria e l'imperizia dell'ecclesiastica disciplina in quella esecranda libertà di vivere, e di dire quanto meglio piace a ciascuno. Era poi piuttosto unico che raro quel parroco che talvolta spiegasse il Vangelo o la dottrina ai suoi: e la predicazione era abbandonata ai frati, singolarmente ai mendicanti, indipendenti dal vescovo, e spesso più desiderosi dell'applauso che del frutto, o del frutto della bisaccia che di quel delle anime. Recando adunque non rimedio ma danno quelli che dovevano opporsi, non sarà meraviglia se la Riforma più sempre acquistava.

I Cattolici però s'ingegnavano assai per tutela dell'antica credenza. Ai vescovi di Como non molto restava a fare, giacché i Grigioni, sospettosi sempre di qualche trama, ne avevano angustiata l'autorità, vietando il ricorrere ai superiori ecclesiastici, escludendo ogni sacerdote estero, nel qual titolo comprendevano anche gli Ordinarii. Se non che fatto vescovo Feliciano Ninguarda nativo di Morbegno, mancò ogni ragione di tenergli la porta della valle, onde la visitò ad agio suo. Nei sinodi poi e nelle lettere circolari non cessavano essi vescovi di esortare i Valtellinesi a durare fermi nella fede, aprir bene gli occhi su chi viene d'oltremonte, massimamente soldati a quartiere od a guarnigione. Ne esplorino i fatti e se alcun che ne scoprano, diano indizio all'Ordinario se non vogliono cadere in un peccato riservato. Anche ogni maestro era obbligato a prestare giuramento di fede in mano del vescovo.

E poiché ogni potere minacciato diviene violento, neppur le vie del rigore furono intentate e la Chiesa sgomentata chiamò in ajuto il braccio secolare, agli orrori della superstizione e dell'impostura opponendo gli orrori dei roghi. Basti, per non esser lunghi, citare Francesco Gamba di Como, che essendosi condotto a Ginevra a celebrar la cena cogli Evangelici, mentre tornava in patria fu còlto e (ciò fu il 21 luglio 1554) strangolato, poi gettato al fuoco. Neppure in morte aveva voluto ricredersi, ed affinché favellando non recasse scandalo al popolo accorso al suo supplizio gli venne forata la lingua. Anche Galeazzo Trezzi, gentiluomo lodigiano convertito dal Mainardi e dal Curione, fu nel 1551 condannato dall'Inquisizione al fuoco. Il duca d'Alba, la cui memoria risveglia quella dei supplizii e delle stragi dei Paesi Bassi, venuto governatore del Milanese raddoppiò i rigori e nel 1558 furono bruciati un religioso e un altro, e così negli anni seguenti.

Le declamazioni dei dissidenti e l'antipatia rimastale come a nemica del progresso indicano che a capo della opposizione stava Casa d'Austria, adoperando ingegno, forza, brighe, danaro; quel danaro austriaco che si trova denunziato in antiche e moderne diatribe. Si era ella vivissimamente industriata per introdurre la _spaventosa_ inquisizione spagnuola invece della _mansueta_ romana nel Milanese, che "ridotto in miseria per l'eccessive gravezze, si sarebbe disciolto affatto con quella che superava tutte". Ma due volte che si tentò sotto Filippo II ed il III stabilirla in Milano, si levò a ribellione il popolo _per la formidabile severità di cotal tribunale_ onde fu consiglio di prudenza lasciarla nel primiero stato.

Un gran tempo però e Cattolici e Riformati appellavano all'autorità d'un concilio generale, che discutesse ampiamente e liberamente sui dogmi della fede. Solo era in contesa il luogo, volendolo i Protestanti in una città libera, per condursi alla quale non avessero d'uopo di salvocondotti, ai quali aveva tolto fede il concilio di Costanza col porre alle fiamme Giovanni Hus(27).

Ma Paolo III l'aveva decretato in Trento e avendo i dissidenti ricusato intervenirvi e impugnatane l'autorità, dopo infinite lungagne, fu aperto, poi chiuso, poi trasferito con replicata vicenda, sinché a Pio IV riuscì di mandarlo a fine. Non è qui luogo di dire quanto quel venerabile consesso abbia giovato alla religione riguardo al dogma, e col separare del tutto quelle opinioni a conciliare le quali si presumeva convocato. Certo è che quanto alla disciplina aperse un'epoca nuova. Rese al clero cattolico il vigore perduto; richiamò i costumi, sagrificati da prima ai piaceri e agli interessi; procurò nell'opinione dei popoli rialzare gli ecclesiastici al grado dond'erano scaduti e fece che la corte romana, animata da zelo e dal vero sentimento della religione, non porgesse più che santi esempi.

Secondo la mente di quel Concilio, monsignor Bonomi vescovo di Vercelli fu delegato a visitare la diocesi comasca. Entrò in Valtellina, mandando voce di recarsi a titolo di salute ai bagni di Bormio. Ma poiché si diede ad esercitarvi l'uffizio suo, i Grigioni mandarono intimandogli che, se veramente intendeva venire a cercare sanità, fosse il ben arrivato. Non patirebbero però mai sottofini, e dove non giovasse l'avviso sarebbero presti ad imprigionarlo, trattandolo non altrimenti che il suo papa trattava i loro ministri. Queste minacce, cui facevano viso di voler dare corpo, atterrirono il Bonomi, che con poco frutto se n'andò. Ma negli ordini da lui dettati alla diocesi di Como impose che i parroci (oltre il giovedì santo colla bolla in _Coena Domini_) leggessero due volte l'anno, nei giorni di maggior frequenza, un editto che obbligava a denunziare all'Inquisizione entro quindici giorni ogni eretico, o chi mostrasse fuorviare dalla credenza comune, o tenesse libri proscritti. Ogni settimana il vescovo si affiatasse coll'inquisitore e con certi teologi e canonisti per giudicare degli eretici e dei sospetti.

Pio V papa tentò gran maneggi fra i Grigioni per favorire i Cattolici e impedire le apostasie crescenti in Valtellina, ma senz'altro ritrarne che la morte di Giovanni Planta signore di Retzuns, uomo pien d'ogni lode e caloroso protettore della causa romana. Contro questo papa un odio particolare avevano concepito i Grigioni fin da quando, essendo col nome di frà Michele Ghislieri inquisitore della diocesi di Como, si era con forza adoperato contro i novatori. Una volta, avuto spia che a Poschiavo si erano impressi libri pieni delle nuove massime destinati all'Italia e che alcune balle n'erano state spedite ad un negoziante di Como, frà Michele le sequestrò. Il mercante ebbe ricorso al capitolo del duomo, che in sede vacante presedeva al Foro ecclesiastico, ma invano s'interposero i canonici per la restituzione, benché spalleggiati dal governatore Gonzaga. Del che piccati, sparsero per la città contro l'inquisitore male voci, cresciute a tanto che, preso dalla plebaglia a villanie ed a peggio, ebbe pel il migliore partito il ritirarsi. E si recò a Roma, ove la congregazione dei cardinali decise in suo favore e citò innanzi a sé il vicario e quattro canonici come eretici, che ebbero a far e dire a scamparsela(28). Egli medesimo essendo a Morbegno, aveva istituito processo contro Tomaso Planta vescovo di Coira per sospette opinioni, senza né citarlo, né nominare i testimoni: procedura solita all'inquisizione, ma contraria agli ordinamenti dei Grigioni. I quali, dando facile ascolto ai richiami del vescovo, fecero dal podestà di Morbegno vietare a frà Michele di procedere più oltre contro chi che fosse in Valtellina, se non previa licenza dei signori Reti. Dovette egli, allora tanto, piegare il capo; ma spinto poi dal suo zelo rinnovò i processi, onde a poco si tenne che il popolo non gli mettesse le mani alla vita. Divenuto poi pontefice, e saputo che Francesco Cellario già frate poi ministro protestante in Morbegno, non là solo, ma fino a Mantova(29) diffondeva le sue dottrine, lo fece cogliere di sorpresa, e tradurre al sant'uffizio di Roma, che lo cacciò dal mondo. Non era egli dunque il soggetto meglio opportuno ad acquetare i Grigioni, che studiavano anzi rendergli secondo avevano ricevuto.

Chi meglio d'ogni altro operò fu Carlo Borromeo, cardinale arcivescovo di Milano. Capace di riuscire a qualunque, arduo per la forza della volontà, una grande ricchezza, i vantaggi d'una condizione privilegiata, la gioventù, le aderenze, l'autorità della virtù e l'intima persuasione della causa che sosteneva, stabilì, finché l'anima gli bastasse, opporsi al lacrimabile incendio quand'era più vivo. Spinto per sua principal cura a fine il sinodo di Trento, tutto fu in rinnovellare la propria Chiesa: viaggiò, e veduto che l'ignoranza del clero era cagion prima dei progressi della Riforma, e che i più erano privi d'ogni sorta di lettere nelle terre soggette a signoria svizzera, stabilì in Milano il collegio elvetico, ove dovessero allevarsi per Dio operai apostolici e difensori della fede(30). Mandò missionari, e singolarmente oblati da lui istituiti, e Gesuiti, nati poc'anzi per opera d'Ignazio da Lojola; e tanto fece che i sette Cantoni cattolici giurarono la così detta Lega d'oro o Borromea e concessero che un nunzio papale rimanesse di piè fermo nella Svizzera. Non è mestieri vi dica a quanto dispetto dei Cantoni riformati, che si vedevano piantato nel cuore un nemico attento ed operoso. Ma del Borromeo il principal desiderio, dice il Bescapé, "era volto alla Valtellina, sì per la vicinanza che essa ha con noi sì per gli ingegni svegliati di quei popoli, non pure all'erudizione adatti, ma alla probità altresì proclivi, che soleva esso Carlo non mediocremente lodare". Procurò dunque stabilirvi i Gesuiti che, sostenuti da Antonio Quadrio medico di Ferdinando d'Austria, si posero a Ponte, guidati dal padre Bobadilla, tanto celebre nella storia della celebre compagnia. I Grigioni li sbandirono come forestieri, ond'essi vennero a collocarsi a Como.

Trovandosi poi il cardinale, nel 1580, in Valcamonica per secondare le istanze del vescovo Volpi, passò pei Zapelli d'Aprica(31) in Valtellina, sotto apparenza di un pellegrinaggio alla Madonna di Tirano, tempio sontuoso per edifizio e celebre per devozione, ove, malgrado del divieto, il giorno di sant'Agostino fu ricevuto con solennità di rito, non meno che d'affetto, anche dai Protestanti. Sigismondo Foliani, bormiese, gli recitò un'orazione in cui (come solevano tutti allora e molti adesso) non dice che parole(32). Egli poi, il cardinale, edificò la concorsa folla coll'esempio, collo speciale studio di carità e di prudenza, e con un discorso animato da quella fede che vince ogni errore e dall'eloquenza di chi parla dalla pienezza del cuore. Aveva egli saputo ottenere che i Cantoni cattolici mandassero una delegazione a proteggere gli affari degli ortodossi valtellinesi alla Dieta dei Grigioni, ma non ne avanzò gran fatto. Volle anche visitare le terre poste attorno al Lario ed al Ceresio, come bisognevoli assai di ajuto; e a Como, avuto colloquio col vescovo sul bene della Chiesa, passò per Menaggio a Porlezza e nella Cavargna, valle selvatica che s'interna da quella di Menaggio ed i cui abitatori rompevano ad ogni delitto, sì di violenza, sì d'astuzia(33).

Così conciliando paci e rammendando i costumi, passò nelle tre valli di rito ambrosiano, poi a Gnoasca, a Giornico(34), a Lugano e di nuovo, pel Ceresio, a Menaggio ed alla Valsassina.

Fattosi poi, nel 1582, a Roma, n'ebbe il titolo di visitatore pei paesi svizzeri e grigioni anche sottoposti all'Ordinario di Como. Non fu autorità a cui non avesse ricorso per ajuto in questa legazione: ai re di Spagna e d'Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici al vescovo di Coira, al duca di Savoia, anche ai Veneziani. Scrivendo egli al Castelli vescovo di Rimini, legato pontifizio in Francia, perché intercedesse presso Enrico re sicurezza e libertà a lui ed ai preti. "Fa però, gli diceva, che i Grigioni non sentano che io vada a loro legato del papa: questo solo nome ogni cosa perderebbe. Si dica un privato mio viaggio, col qual titolo, senza scemare il frutto, consolerò quei popoli. Ben i cattolici mi desiderano, e gli eretici stessi mi mostrano qualche deferenza ed amore: onde nutro speranza non mi si pongano impedimenti: solo ho paura che i profughi dall'Italia non mi guastino tutto. Sono essi sentina di vizii, né solo eretici, ma molti apostati, e del resto facinorosi e perduti che appena udranno trattarsi di sostenere la religione cattolica e vedranno maturare le prime felici sementi, temendo d'essere sterminati, daranno in furore, metteranno fuoco nei capi per ritardarmi o togliermi ogni buon effetto... Quindi principalmente sarebbe a curare che dall'intollerabile giogo degli eretici venissero sollevati i cattolici di qua dalle Alpi. Poiché, quando sortiscono le magistrature gli eretici, se anche non facciano aperta violenza ai cattolici, pure si mostrano intenti a svellere la religione. Poiché e danno pessimi esempi come scellerati ministri del diavolo, e non lasciano la libertà di cercare o ritenere probi e religiosi sacerdoti, che avviino sul calle della salute. Sendo vietato agli esteri, tuttoché ottimi, di andar colà, mentre hanno podestà di rimanervi empii e perduti uomini. Laonde, poiché il re può tanto presso i Reti, gioverebbe che, senza far mostra d'essere da me officiato, vi s'adoprasse. E tu potresti mettere in mente ad Enrico uno scrupolo che pungesse e lui ed i Grigioni: mostrare cioè il male che ne potrebbe uscire, se tanti, oppressi dalle calamità e stancati, come può avvenire, dal giogo, macchinassero alcuna cosa e si ribellassero".

Con Francesco Panigarola francescano(35) e col gesuita Achille Gagliardo, riassunta la visita, fu di nuovo a Lugano, poi a Tesserete, consolato dalla pietà di quei popoli, ove, di cinquecento confessati, neppur uno si trovò in colpa mortale(36): per Bellinzona si condusse a Rovereto, nella Mesolcina, valle italiana sommessa ai Grigioni, ove scoprì moltissime streghe. Istituitone processo, di queste ben 130 abiurarono: quelle che non vollero confessarsi in colpa, furono condannate, e prima quattro, poi altrettante, poi tre, indi più altre, vennero arse, e fin il prevosto di quel paese, Domenico Quattrino, che da undici testimonii era stato visto nella tregenda coi demonii menar danze oscene in paramenti da messa, e recando il santo crisma. Un tal padre Carlo, sotto gli 8 dicembre 1583, descriveva al suo superiore il supplizio di alcune fra queste. "In un vasto campo, costrutto un rogo, ciascuna delle malefiche fu, sopra una tavola, dal carnefice distesa e legata, poi messa boccone sulla catasta, ai lati della quale fu appiccato fuoco: e tanto ferveva l'incendio, che in poco d'ora apparvero le membra consunte, le ossa incenerite. Dopo che il manigoldo le ebbe avvinte alla tavola, ciascuna riconfessò i suoi peccati, ed io le assolsi. Lo Stoppano poi (quel desso che menzionammo pochi versi sopra) e due altri sacerdoti le confortavano in morte, e le affidavano del divino perdono... Io non basto a spiegare con qual intimo cordoglio, e quanto di pronto animo abbiano incontrato il castigo. Avanti condotte al supplizio, confessate e comunicate, protestavano ricevere tutto dalla mano di Quel lassù, in pena dei loro traviamenti; e con sicuri indizii di contrizione offrivano il corpo e l'anima al Signore del tutto. Brulicava la pianura di una turba infinita, stivata, intenerita a lacrime, gridante a gran voce: Gesù; e le stesse miserabili poste sul rogo, fra il crepitar delle fiamme, udivansi replicare quel santissimo nome e, pegno di salute, avevano al collo il santo rosario... Questo io volli che la tua riverenza sapesse, perché potesse ringraziare Iddio, e lodarlo per li preziosi manipoli da questa messe raccolti".

Fin qui egli: sarebbero gettate le parole ch'io aggiungessi, per mostrar come i deliri del secolo prendessero anche anime illuminate e pie.