# Il Sacro Macello Di Valtellina

## Part 2

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Il primo che d'Italia ci capitasse fu Bartolommeo Maturo, priore dei Domenicani di Cremona, che predicò le novità in Valtellina nel 1528. Poi nella Val Pregalia, infine fu pastore a Vicosoprano e nella valle di Tomiliasca. Ai piedi dell'Albula s'erano messi Francesco e Alessandro Bellinchetti fratelli bergamaschi e, abbracciata la riforma, vi lavoravano una miniera di ferro. Avendo voluto riveder la patria, furono arrestati dall'inquisizione; la dieta retica li reclamò come proprii cittadini, e non fu ascoltata se non quando minacciò confiscar i beni dei Domenicani in Morbegno.

Le due Engadine e la Pregalia devono ai rifuggiti italiani la loro riforma, talché divenne prevalente il numero dei protestanti(13), e più facile il propagarsi nella confinante Valtellina.

Giulio da Milano, prete secolare, predicò nell'Engadina inferiore e fondò a Poschiavo una chiesa, di cui per trent'anni fu pastore (1571). E lì attorno le chiese di Brusio, Ponteilla, Prada, Meschin, Piuro: ed ebbe successore Cesare Gaffuri francescano di Piacenza.

Un Parravicini valtellinese fondò una chiesa privata a Caspano nel 1546: ma essendosi trovato un crocifisso fatto a pezzi, il popolo in furore arrestò lui, che al tormento si confessò reo di tal sacrilegio: ma a Coira protestò aver confessato solo per lo spasimo, e se ne accertò autore uno studente.

A Chiavenna che, dopo che si era data ai Grigioni era cresciuta del doppio, fece lunga dimora Girolamo Zanchi, canonico regolare di Alzano bergamasco, che stampò a Ginevra sei volumi d'opere teologiche e del cui sillogizzare tanto conto si facea che Giovanni Sturmio ebbe a vantare, se solo fosse mandato a disputare contro tutti i teologi adunati a Trento, avrebbe fatta sicura la causa dei protestanti(14). Là pure visse e morì nei 1563 Agostino Mainardi agostiniano, che scrisse l'_Anatomia della messa e la soddisfazione di Cristo_: e che unito ad un prete, Giulio da Milano, ed a Camillo Siciliano stabilito a Caspano, e a Francesco Negri capanese, autore d'una _Tragedia del libero arbitrio_, a Chiavenna educava figliuoli.

Il Mainardi fu accolto dal ricco Ercole Salis a Chiavenna e posto capo della chiesa quivi allora formatasi, e nella quale gli successe poi lo Zanchi suddetto. Perocché, ad interpellazione di esso Salis, la dieta di Davos del 1554 aveva dichiarato coloro che abbracciassero la riforma in Valtellina potrebbero tener in casa precettori e catechisti; e i rifuggiti stanziare sulle terre della repubblica, dopo sottoscritto alla confessione evangelica.

Francesco Stancari mantovano insegnò in Valtellina l'ebraico, prima d'andare a professarlo in Polonia.

A Teglio fu ministro Paolo Gaddi cremonese, che aveva fatto tirocinio a Ginevra, poi assistito alcun tempo il pastore di Poschiavo.

Frate Angelo di Cremona domenicano, che lassù predicava la quaresima nel 1556, si avventò contro gli insegnamenti e i riti riformati, talché l'uditorio malmenò la costoro cappella e il Gaddi ed altri; e il governatore della pace ordinò che esso ministro si collocasse altrove.

Il sospetto di contagio religioso indusse il vescovo di Como sin nel 1523 a spedire in Valtellina un fra' Modesto inquisitore; ma ne fu respinto, e si stanziò che nessun inquisitore entrasse più su quel territorio. Il clero e i cattolici zelanti non cessarono di opporsi singolarmente a cotesto accogliere i profughi d'Italia; frati e particolarmente cappuccini assai venner da Milano e da Como a predicare la verità. Nel 1551 si domandò l'attuazione di una legge antica, per cui nessun profugo o predicatore evangelico potesse rimanere più di tre giorni in Valtellina. Antonio Planta governatore, benché riformato, temette il furor del popolo e consentì la domanda, ma la dieta rinnovò il suo primo editto.

Poi nel 1557 rese un decreto che fu messo fra le leggi fondamentali per cui si permetteva di predicare _il Vangelo_ in tutta la Valtellina e nei contadi. Dove vi fosser più chiese, una si attribuisse ai riformati; dove una sola, servisse ai due culti; i ministri protestanti fossero abili a tutti gl'impieghi; nessun ecclesiastico straniero potesse dimorarvi se non dopo esame ed autorizzazione del sinodo pei protestanti, e del vescovo di Coira pei cattolici. I riformati non fossero tenuti a osservar le feste dei cattolici.

II pastore della ricca chiesa di Chiavenna ebbe un terzo delle rendite della cattolica; gli altri almen 40 scudi, prelevati sui benefizi degli assenti o della parrocchia. Altre chiese v'erano a Tirano, Regoledo, Mello, Morbegno, Dubino. Più tardi se ne posero anche nel contado di Bormio, e pare che almeno venti ne esistessero in Valtellina, tutte servite da rifuggiti italiani. Insomma la valle poteva dirsi un compendio di tutt'Italia: tanti erano quelli che da ogni paese vi si ricoverarono, allettati dalla vicinanza, dalla fida compagna dei profughi e dalla speranza di prossimi cambiamenti.

E potevano essi consolarsene al vedere ed all'esagerare a se stessi, secondo si suole, come in ogni parte germogliasse quel ch'essi chiamavano seme della parola di Dio. Notissimo è come da antico stessero ricoverati nelle valli subalpine di Luzerna e Agrogna a pié del Monviso alcuni dissidenti, forse avanzo dei Valdesi, dei quali portano il nome. Tollerati e tranquilli sinché i nuovi riformati svizzeri li sollecitarono a metter fuori le professioni di loro fede, e in tal modo provocare la persecuzione. A quelle chiese aveva servito di molta dottrina Scipione Lentulo napoletano, e quando Emanuele Filiberto duca di Savoja cominciò acerba persecuzione contro i Valdesi, egli molto soffrì, indi ricoverò a Sondrio, poi a Chiavenna, coltivandovi le nuove credenze in compagnia di Simone Fiorillo, pur napoletano.

Molto radicarono le nuove opinioni in Vicenza, ed un'accademia di quaranta si era radunata per prendere partito del come credere e adorare. Inquisizione ecclesiastica non tollerava Venezia, ma i suoi inquisitori di Stato colsero cotesti novatori, e fecero strozzare Giulio Trevisani e Francesco di Rovigo: gli altri scamparono a rotta. Fra i quali Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna, donde scriveva al concittadino suo Lionardo Tiene, perché con tutta la città abbracciasse una volta a viso aperto la riforma.

I Socini di Siena avevano intanto spinta più logicamente la libera interpretazione del Vangelo; e, invece di arrestarsi a confini arbitrarj, negarono la Trinità e in conseguenza la redenzione. Fu loro discepolo Giampaolo Alciato da Milano, che predicò a Ginevra(15) ed in Polonia con l'altro sociniano piemontese Giorgio Biandrata; e Calvino, che visto il trascendere della riforma pensava frenarla coll'autorità che aveva scassinata, avventò contro lui parole certo non tolte dal Vangelo: "uom non solo di stolido e pazzo ingegno, ma di affatto farnetico sino alla rabbia". E Teodoro Beza, altro caporione, lo intitolò "uomo delirante e vertiginoso" onde, mal sicuro a Ginevra, ricovrò verso il 1560 a Chiavenna.

Nella visita fatta alla Valtellina nel 1594, il Ninguarda vescovo di Como trovava ricovrati a Sondrio parecchi sbanditi dalla patria, singolarmente artefici di Cardona e del Bresciano; Natalino da Padova, Calandrino da Lucca, Luigi Valesano prevosto di San Mojolo; a Boalzo il domenicano Forziato Castelluzio calabrese; a Poschiavo, frate Agostino agostiniano d'Italia (forse è il suddetto Mainardi), che già aveva tratto dalla sua un quarto degli abitanti; a Morbegno avevano messo famiglia Giulio Sadoleto di Modena, Bernardo Passajotto vicentino, Pier Giorgio d'Alessandria sartore, Giovan Battista ed Aurelio Mosconi del Polesine, Francesco Rapa di Musso, Paolo Benedusio e Giovanni Antonio Corte di Gravedona e vi predicava Girardo Benedettino di Fossano piemontese.

Caspano, il semenzajo della nobiltà valtellinese, abbondava più che altri di evangelici, come essi si intitolavano o di eretici come gl'intitolavano i nostri, ai quali predicava Angelo cappuccino piemontese; Lorenzo Gajo di Soncino minor osservante predicava a Mello, e un cappuccino a Traona. In altri libri scontrai Ottaviano Mej lucchese(16), uomo di grande erudizione in greco ed ebraico, e di virtù lodatissima, che per lungo tempo fu ministro in Chiavenna e morì nel 1619; Antonio dei Federici di Sonico in Valcamonica stava a casa in Teglio. Ortensia Martinenga contessa di Barco(17) viveva a Sondrio. Isabella Manrica di Bresegna napoletana, ricchissima e colta e in relazione con Annibal Caro, stette a Chiavenna in povertà e ritiro, alla quale dedicarono Celio Curione la vita della Morata, e frate Ochino l'opera della presenza di Cristo nel Sacramento. Marcantonio Alba di Casale Monferrato era predicante in Malenco. Plinio Parravicino comasco a Vicosoprano. Antonio Tempino di Gardona in Teglio. Vincenzo Parravicino comasco, ministro nei Grigioni, voltò dal francese in italiano il trattato di Mestrezat sulla comunione di Gesù Cristo nel sacramento della cena. Aggiungiamo frà Francesco Carolini, Paolo Barretta ed Antonio Crotti da Schio vicentino; altri ce ne verranno nominati nel processo di questo racconto.

Non so se qui porre il famoso Lodovico Castelvetro, che il Fontanini incolpò, il Muratori difese dall'apostasia. Certo è che Modena, sua patria, andava molto presa alle nuove dottrine; un'intera accademia ne venne accusata, e fin due di provata virtù, Egidio Foscherari vescovo ed il celebre cardinal Morone, n'ebbero a soffrire persecuzione. Il Castelvetro, a parte dell'accademia, fu pure a parte dei guai. Entrò poi con Annibal Caro in una di quelle baruffe delle quali di tanto in tanto i letterati italiani rinnovano lo stomachevole spettacolo. E allora, come adesso, non si agitavano solo coi reciproci strapazzi e col prezzolare la penna di quei petulanti per cui è un bisogno l'odiare e il farsi odiare, e che non avendo bontà che fregi la memoria loro aspirano alla fama di Erostrato, insozzando altrui col proprio fango, ma correvano le coltella e i titoli infami e (se ne consolino i nostri) l'infame spionaggio: e il Caro, o i partigiani di lui, scesero alla codardia di rapportare il Castelvetro al Sant'Uffizio. Il Sant'Uffizio non era un ministero, con cui fare a credenza. Onde il Castelvetro per timore degli _esorbitanti_ rigori dell'inquisizione, colpa o no che ne avesse, riparò a Basilea, a Lione, a Ginevra; poi con Giovanni Maria suo fratello si condusse a Chiavenna(18). Quivi si avvenne a Francesco Portocretese, amico suo d'antica data, già lettore di greco in Modena e in fama dei più dotto uomo d'allora, il quale già era con lui stato involto nell'affare dell'accademia, poi vissuto con Renata d'Urbino, e scoperto aderente a Calvino aveva dovuto dar un addio all'Italia. Il Castelvetro, per compiacere a molti giovani studiosi, teneva in Chiavenna ogni giorno una lezione sopra Omero ed una sopra la _Rettorica ad Erennio_, discretamente sofistico, gonfio di sé e sprezzator degli altri e sapendo non credere tutto bello, tutto vero ciò ch'è antico: fors'anco vi leggeva ai giovani quei commenti sul Petrarca che abbiamo a stampa. Secondo il merito lo stimò e lo protesse Rodolfo dei Salis di Solio, il quale a lui morto pose una lapide(19), che diceva come, fuggito dalla patria per iniquità d'uomini malvagi, dopo decenne esilio, finalmente su libero suolo, morto libero, libero riposava. Venne tacciato il Castelvetro d'avere tradotto un libro di Melantone, con quel suo carattere di stile che non può essere contraffatto: nelle opere postume, comunque temperate dagli editori, trovò la curia romana di che condannarle all'indice, ma benché scomunicato, non consta ch'egli abjurasse la fede. Il che, se stato fosse, non l'avrebbero taciuto i nemici per vendetta, i religionarj per trionfo.

Chiarissimo tra i rifuggiti in Valtellina è Pier Paolo Vergerio, che spedito nunzio del papa in Germania quando più il luteranesimo acquistava, caldamente operò a bene della vera fede. Le sue lettere spirano religione, vivo zelo per gl'interessi di Roma e speranza di richiamare sul cammin dritto Lutero, col quale anche s'abboccò. Ma tornato, quando attendeva la porpora in premio di sue fatiche, l'invidia il bersagliò di maniera che, allontanato da Roma, fu messo vescovo prima a Mondrussa in Croazia, poi a Capodistria sua patria. Ivi egli pose studio a correggere gli abusi della sua Chiesa, allontanare il convento delle monache da uno attiguo di frati, cessare le leggende di san Cristoforo e del drago di san Giorgio, levare certe strane effigi, negar ai santi la protezione speciale su certe malattie, togliere le tavolette dei miracoli. Per questo gli furono addosso i frati zoccolanti ed altri operosi nemici quali il celebre Muzio, povero arnese che la corte romana pagava allora come suo campione, e monsignor della Casa, l'autore del _Galateo_, che lo dipinsero come luterano marcio nel cuore. Tali accuse acquistavano allora sì facile credenza, come una volta le stregherie e nei tempi a noi vicini quelle di giansenista e l'altre generiche, a cui la vaghezza toglie di esser colpite di risposta. Il Vergerio si condusse al concilio di Trento, a radunar il quale efficacissima opera aveva prestata, ma ne venne rigettato: ricovrò a Padova e sentendosi o temendosi ricercato fuggì in Valtellina, e fu sentenziato d'eresia. Chi sente la rara virtù di resistere con tranquilla mente agli iterati colpi della fortuna, ossia della malvagità degli uomini, slanci la pietra contro di lui, perché il dispetto, il bisogno, la disperazione lo trasformarono in un furioso novatore. Girò la Germania portando seco, invece di tesori mondani, molti scritti dei novatori, dicendo "con certa sua eloquenza popolare ed audacemente maledica" cose di fuoco contro monsignor della Casa, principalmente per quei sozzi capitoli della Formica e del Forno, contro Paolo III, contro il Concilio, contro le fede: "e sono certo--dice Bayle--che pochi libri si facevano allora, i quali fossero letti con più avidità da costui". A persuasione di lui, gli Svizzeri non intervennero al Concilio. I Grigioni, che vi avevano mandato il vescovo Tomaso Pianta, lo richiamarono. A Pontaresina, ai piedi del monte Bernina, predicò il Vergerio sulla giustificazione e sui meriti della morte di Cristo e ridusse gli abitanti alla riforma, come pure a Casaccia sotto la montagna Maloggia. E la chiesa di Poschiavo consacrò al nuovo culto(20), a cui tanti proseliti acquistava la sua apostasia. Quando nel 1553 visitò la Valtellina, una deputazione supplicò il governatore di impedirlo, altrimenti non rispondevano degli scandali che potessero nascere; e il Vergerio si tenne per avvisato, e si ritirò. Ma nel 1563 il nunzio papale Visconti scriveva da Trento a san Carlo, essersi per lettere del monsignor di Como inteso che il Vergerio si trovava in Valtellina, predicando ogni male del Concilio. Poi, mentre aveva perduta l'alta sua posizione nel clero cattolico, non acquistò la confidenza dei protestanti, perché libero pensatore, e non aderendo a Lutero più che a Zuinglio, diveniva sospetto a tutti. Il far episcopale che conservava ingelosì i ministri retici, talché si ricoverò a Tubinga, dove morì al 1565 ed alcuni ne dispersero le ceneri.

Così i Riformati già erano a lite fra loro. E anche in Valtellina i rifuggiti, come avviene quando il senno individuale sottentra al comune, mancava un punto d'accordo. Abbandonandosi all'orgoglio della libera interpretazione mettevano fuori sottigliezze ed errori ogni giorno nuovi e, intolleranti quanto coloro da cui si erano staccati, ognuno accusava l'altro perché facesse uso di quella libera ragione sulla quale egli stesso si appoggiava. In esecrare il papa e riprovar la chiesa cattolica e abbattere il clero erano unanimi, ché facile è accordarsi nell'odio e nella negazione. Ma quando si venisse ai dogmi, nasceva quella confusione che è inevitabile ove ognuno ha diritto d'essere interprete della parola di Dio. Repudiato poi il simbolo cattolico, che pure traeva autorità dall'ispirazione superna, qual ragione doveva legarli al simbolo luterano o al calvinista, opere d'uomini, variate nelle successive edizioni? Quindi molti trascorrevano con Socino a negare la trinità, o cogli Anabattisti a non accettare che la personale aspirazione.

Francesco Calabrese e Girolamo da Mantova predicavano apertamente contro il battesimo dei bambini in Engadina, onde furono espulsi dall'inquisizione protestante, che non era meno intollerante della romana. Camillo Renato spacciò uguali dottrine a Caspano, poi a Chiavenna; e vi costituì una chiesa separata ove s'insegnava che l'anima finisce col corpo, che soli i giusti risorgeranno ma con corpo diverso, che niuna legge naturale impone cosa fare od ommettere, che il decalogo è inutile a coloro che credono, lor legge essendo lo spirito, che il battesimo e la cena son semplici segni di avvenimenti passati, e non portano alcuna grazia particolare o promessa. Il Mainardo tentò correggerlo, e stese una confessione di fede che ne riprovava gli errori, ma esso gli rispose violentemente, incoraggiato dal Negri e dallo Stancari. Benché il sinodo grigione del 1547 lo condannasse al silenzio, continuò e infine il concistoro di Chiavenna lo dichiarò scomunicato. Adopravano cioè le armi dell'autorità, quelli che l'autorità impugnavano. Camillo è dato dai contemporanei come maestro di Lelio Socino, il quale in fatto molto il frequentò a Chiavenna. I suoi seguaci procurarono che per gl'Italiani riformati si stabilisse un sinodo di qua dei monti, senza dover condursi a quelli fra i Grigioni, paese lontano, di lingua diversa, e dove si tolleravano alcuni riti cattolici, di qui ripudiati. Ma si conobbe ch'era arte per prevalere dove minor fosse il numero, e che pericolerebbero le chiese cisalpine col disunirsi dalle retiche.

Anche Michelangelo Florio ministro a Solio, e Gerolamo Torriano a Piuro variarono intorno all'espiazione. Luigi Fieri bolognese a Chiavenna impugnò la divinità di Cristo, onde fu scomunicato nel sinodo del 1561. E poiché gli Antitrinitarii erano perseguitati in Isvizzera, molti vennero in Valtellina, fra cui Camillo Socino, Marcello Squarcialupo medico di Piombino, Niccolò Camulio, ricco negoziante, che col Torriano suddetto e con Bartolommeo Silvio ministro di Traona predicavano nel loro senso, finché il sinodo del 1571 li sbandì. Il qual sinodo approvò il diritto dei magistrati di riprovare l'eresia. Anche l'Alciati e il Biandrata nel 1579 furono esclusi per sempre.

Adunque si comincia col titolo di riforma, e presto si giunge alla rivoluzione. I rivoluzionari impugnano tutto il passato e vogliono stabilir un avvenire, ma tosto sorgono altri, per cui quei primi motori son gente attardata, son retrivi, son tiranni e alla loro volta sono sopravanzati da altri, che non trattano più di riformare ma di abolire, non negano solo il papa, ma Cristo. I primi novatori invocano allora l'autorità dei libri santi, impongono simboli nuovi, dopo aboliti i vecchi. Chi non crede chiamano eretico, e se non basta scomunicarlo il fan passibile di pene temporali. E tutto ciò nel giro di pochi anni.

Non occorre aggiungere che i titoli di anabattista e d'ariano erano regalati a questo o a quello dei riformati per puro pretesto d'ingiuria e scredito, come erano ripicchiati quei di papista e di frate, pascolo troppo consueto dei partiti: chi nutriva rancore con un altro lo tacciava d'eretico e traditore e spione, e il volgo ignorante e dotto credeva, come fa sempre, alle ingiurie generiche. Oltre che ai rifuggiti d'ogni fazione suole mescolarsi una ciurma miserabile e intrigante, che tutte le fazioni disonora e ruina.

CAPO II

Protestanti nei baliaggi Svizzeri--Sono cacciati--Premure dei Cattolici--Concilio di Trento--I Borromei--Impresa del Tettone--Calendario gregoriano.

Questi predicavano adunque ai popoli della Valtellina (sotto tal nome abbraccio anche gli annessi contadi di Bormio e Chiavenna) le nuove dottrine. Sul principio, come suole, aborrite da un popolo cui volevano togliere i suoi santi e le sue reliquie, indi per curiosità ascoltate, poi discusse. E giacché i nuovi teologanti, oltre aver l'avvantaggio di chi attacca, s'erano di proposito addentrati nelle dottrine loro, mentre i più di quei preti erano rozzi delle cose dell'anima ed avvezzi a credere senza tanto esame, molti vennero a seguirli, quali perché vedevano veramente come i protestanti, quali per l'allettamento proprio d'ogni novità, quali perché recatesi a noja le austere discipline, amavano meglio vivere come ne tornava in piacere alla lor carne. Alcuni allora per cieca sommessione, per riverenza servile, per adulazione. Imperocché i signori grigioni, dei quali la parte maggiore si era scossa dall'ubbidienza alla sede romana, non solo diedero alla Valtellina libero esercizio del culto evangelico, ma favorivano chiunque con loro credesse. Era tutt'uno l'abbracciar la riforma ed essere dichiarato uomo delle Tre leghe, aver privilegi, cariche, esenzioni. Né poche famiglie apostatarono: i Lazzaroni, i Besta, i Paravicino Cappelli, i Marlianici, i Malacrida, l'arciprete di Mazzo, i Guarinoni, i Sebregondi, i Piatti ed altri di primo conto, dietro cui, come suole, traeva il popolo imitatore. Se vogliamo aver fede al Magnocavallo(21), di 100.000 abitanti ben 4.000 avevano volte le spalle all'ovile romano.

Né in minor frangente stava la fede nei paesi italiani sottoposti agli Svizzeri. Quanto presto vi entrassero le dottrine d'oltremonti ce ne fa chiari una lettera, che fin dal 15 dicembre del 1526 Baldassare Fontana carmelitano di Locarno dirigeva alle chiese evangeliche della Svizzera "fedeli di Gesù Cristo" perché pensassero al Lazzaro del Vangelo che bramava nutrirsi delle briciole cadute dalla mensa del Signore. E quindi volessero, alle lagrime ed alle supplicazioni sue compiacendo, inviare "le opere del divino Zuinglio, dell'illustre Lutero, dell'ingegnoso Melantone e dell'accurato Ecolampadio" o far ogni loro potere perché "la nostra Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella libertà che il Vangelo impartisce". Questo frate era ancora a Locarno nel 1531, donde un'altra lettera scriveva di somigliante tenore. Molti riformati vi erano, o fuggiti dall'Italia, o venuti a posta d'oltremonte come maestri, o giovani che, pel commercio o per l'educazione mandati in Germania, tornavano insegnati delle nuove cose. A Bellinzona abitò sovente Ortensio Landi milanese che disertato dagli Agostiniani, stranamente morse preti e frati in un libro, _de Persecutione Barbarorum_, indi fece tragitto ad ogni sorta di dottrine riprovate che lo fecero porre dal Concilio di Trento fra i condannati in primo grado. Bizzarro ingegno, gran conoscitore degli autori antichi eppure emancipato dalla cieca venerazione per essi. E come dice Giannangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo, ma quello nei libri non aveva. Se questo avesse nel cuore, Iddio lo sa.

Non par vero che in quelle podesterie dimorassero Lelio e Fausto Socino a predicarvi le loro credenze avverse alla Trinità. Ma il governo uccise od esiliò molti loro settarii. Un Beccaria che si era eretto a Locarno principal autore degli Evangelici fu dal balio cacciato in prigione, ma una banda dei suoi ne lo trasse, e lo menò in trionfo. Egli giudicò meglio ricoverarsi a Chiavenna, e rimase a capo di quei novatori Taddeo de Dunis medico; e già troppi non andavano più alla chiesa, non ricevevano i sacramenti, e per il battesimo facevano venire un ministro da Chiavenna. Ma poiché i Cantoni signori di quelle podesterie s'attenevano i più alla fede cattolica, ai nemici dei Riformati e ad Emilio Orelli acerbissimo persecutore di quelli non riuscì difficile il persuaderli a nettarne quelle terre.

