Il Sacro Macello Di Valtellina

Part 10

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In somma fu, per venire presto al fine di questa lagrimevole narrazione, che il governatore Leganes coi deputati Reti ultimò l'affare in Milano, restituendo ai Grigioni la Valtellina coi patti e salvi compresi in 40 articoli, i cui termini principali erano questi:--nessuno venisse riconosciuto pei fatti corsi dopo il 1620; cassate le procedure di Tosana; le finanze, le tratte e le consuetudini tornino come avanti l'insurrezione; gli uffiziali, dal vicario della valle in fuori, vengano eletti dai signori Grigioni, e la sindacatura se ne faccia in paese; degli statuti impressi nel 1549 sono derogati nominatamente quelli intrusi a danno della fede e delle immunità ecclesiastiche; Bormio ed altri comuni godano i privilegi quali avanti la rivolta; così Chiavenna e Piuro conservino le proprie leggi, ed invece del vicario, possano nominare tre persone pratiche del diritto, una delle quali assista al podestà nei casi criminali; in occasione di passaggio di truppe, i Grigioni procureranno che i Valtellinesi vengano trattati e compensati al pari di loro; unica religione la cattolica, operando in ciò come gli Svizzeri nei baliaggi italiani; non inquisizione; vescovo, preti frati esercitino francamente i loro ministeri, non vi fermi dimora alcun protestante, se non sia magistrato; i signori Grigioni cattolici eleggeranno di due in due anni chi provveda acciocché non sia indotta novità; si manderanno a fascio le fortezze erette dopo la sommossa. Alle tre leghe doveva la Spagna pagar 1.500 scudi l'anno per ciascuna, e mantener sei giovani a studio a Milano e a Pavia. Libero a soldati austriaci il transito per la valle, e a niun altro.

Ai popoli bisogna pure gettar polvere negli occhi; e il Leganes invitò a Milano i caporioni della Valle, come uomini di fiducia interessati nelle decisioni che si stavano per pigliare. Vennero, ma egli non li consultò, non li fece intervenire all'atto, perché non istessero da pari a pari coi loro signori(97). Rato e stipulato, gl'informò dell'accordo. Cadde il fiato a tutti in udirlo, gridarono contro il vescovo Caraffino, la cui fede si diceva _mercata e mendicata_ dai ministri spagnuoli(98); parodiavano il nome del Leganes in _liga-nos_; protestarono; s'appellarono: fu invano; il gran cancelliere ai loro lamenti rispondeva, non essersi potuto ottenere di meglio; i forestieri davan ad essi ragione, ma nulla più. Onde i Valtellinesi diedero un altro esempio a chi si solleva per favorir un altro principe, e a chi prima degli accordi si lascia togliere le armi di mano.

Questo capitolato formò la base del gius pubblico della Valtellina verso i suoi padroni, e la misura dei diritti e dei doveri reciprochi. Allora si lamentarono altamente i Valtellinesi che fosse stato conchiuso senza di loro; eppure, venne stagjone che, trapassandosi anche quei patti si richiamavano essi alla piena osservanza del Capitolato, asserendo che anch'essi vi avevano stipulato, trasfondendo i proprj arbitrj nel loro protettore(99), e con quello alla mano dovettero, deh quante volte! ricorrere al duca di Milano, che n'era entrato mallevadore, acciocché provvedesse alle continue violazioni. L'ultimo lamento il portarono a Buonaparte, generale e onnipotente della repubblica Cisalpina nel 1797, il quale, considerandosi come sottentrato nei diritti dei duchi di Milano, citò i Grigioni a scolparsene, e prima che arrivassero dichiarò la Valtellina unita alla Lombardia, colla quale poi stette al male e al bene; e con essa caduta sotto la Casa d'Austria, divenne importante anello fra i possessi di quella in Italia e i trasalpini.

Ma senza prevenire i tempi, per allora tornarono Grigioni nell'intero possesso e, dicasi a loro lode, moderatamente. Non s'affidarono però a rimanere quelli ch'erano stati maggiori stromenti a ordire la rivolta; e il cavaliere Robustelli, primo fulmine di quella guerra, benché affidato di pace e di salute, non sofferse d'obbedire cogli altri ove agli altri aveva comandato, e alla patria, cui più non poteva giovare, disse addio con quel sentimento, con cui s'abbandona la terra che rinchiude ogni cosa più caramente amata. Non mancò chi gli applicasse il titolo che gli Italiani serbano a chi non riesce, di traditore.

Le cose però non potevano a lungo passare di cheto fra tanto astio di sangui: e sarebbe un non finir mai il ripetere le lamentanze dei Valtellinesi perché si violassero alla scoverta le convenzioni. I Riformati, benché avessero divieto dal paese, crescevano di dì in dì: la sola piccola Mese dopo un 15 anni ne contava 50. Quattro famiglie n'erano a Tirano, tre a Teglio, altrettante a Cajolo, il doppio a Traona, nove a Sondrio, due a Berbenno, dodici a Chiavenna, altre altrove di buona parentela, a non contare gli artigiani ed i forestieri. E questi vivere alla libera, facendo gabbo dei divoti e dei riti. Ed i magistrati ledere le immunità del clero, proibire il ricorso a Roma, pretendere la rivelazione delle confessioni, tenere in palazzo a Sondrio conventicole di predicanti, e industriarsi d'introdurli(100). Anzi i Riformati avevano chiesto alla dieta grigia di potervi avere tre chiese. Intanto i ricchi tenuti sempre in colpa per ismungerne danaro; assolto chi pagava; processati due ragguardevoli sondriesi perché avessero usato la parola eretico e lo stesso arciprete perché congregò alcuni caporioni a prendere partito sopra questa cattura. "O cara libertà come t'ho persa! O cara libertà dove sei gita!" esclamavano essi(101). Quindi frequenti richiami; e gran trattati si menarono nel 1652 nel '59, nel '69, ma tutti coll'esito stesso, rimanendo fermo il Capitolato di Milano.

I Riformati però non ebbero più il vantaggio nella diocesi comense, e libertà di riti tennero solo a Poschiavo e Brusio, terre che anch'oggi appartengono alle Leghe grigioni, benché di lingua italiana e cisalpine. Ivi i Riformati sono un terzo, ed in questa proporzione si distribuiscono gli impieghi: essendo il podestà due anni cattolico, uno riformato e così delle altre cariche. Vivono in buona concordia e tolleranza, e noi vedemmo assai tra gli Evangelici assistere ai riti dei Cattolici con bella modestia. I pastori delle due chiese riformate sono spediti dal capitolo dell'alta Engadina. Usano la bibbia tradotta da Giovanni Diodati! e seguono la confessione retica segnata in Coira il 22 aprile 1553, cui si aggiunse poi l'elvetica. Ammette quella i tre simboli, il _pater_, il decalogo, la domenica, i sacramenti del battesimo e della cena, però come segni e non necessari alla salute. In un concistoro, tenuto ogni anno dai pastori della Rezia per turno, e sopravveduto dal decano, approvano i ministri, e si danno a vicenda consigli sulla fede e sui costumi. Nei loro catechismi variano assai anche nei punti fondamentali; alcun che di luterano vi s'introduce, conservandosi il sacramento e portandolo agl'infermi; s'era fin proposta la confessione auricolare, ma tutto dipende dai ministri, laonde questi da alcuni anni ebbero istruzione di non trattare mai di dogma, ed attenersi alle sole verità pratiche. E deh sia presta l'ora che rinverdiscano i rami, e il sacro sangue della redenzione ci unisca tutti in un solo ovile sotto un solo pastore.

A questo riuscì la lotta sì lungamente agitata con armi e con trattati in Italia e fuori: lotta male avvisata nel cominciamento, crudele nell'atto, inutile nel fine. Quegli uomini, superstiziosi non religiosi, se la religione sta in benevolenza d'affetti e santità di opere, dopo compiuto il gran delitto, persuasi di non trovare perdono, e che unica salute era il non sperarla, dovevano da sé stessi difendersi fra le barriere dei loro monti. Qual esercito, pur ordinato e grosso, può resistere alla fatica della guerra popolare; che sventa i disegni del nemico e glieli volge sul capo, che drizzando sempre i colpi dal giro al centro, li fa tutti mortali; che affanna e stracca, fugge e ricompare impreveduta, inevitabile, né può per battaglie terminarsi; ove più valgono i soldati assai che i capitani; ogni casa diviene una fortezza; ogni siepe, ogni macia un baluardo, ogni elemento un'arma micidiale. ove gli aggressori scorati, privi del mangiare e del bere, devono in fine cedere al popolo, che, non disperando della patria nel giorno della sventura, difende la propria indipendenza? Così vedemmo ai dì nostri salvarsi dall'ambizione d'eserciti tremendi la Spagna, il Tirolo, la Grecia... doveva così la Valtellina francheggiarsi. Ma i coltelli adoprati all'assassinio parvero cadere di pugno. E dopo la vittoria di Tirano, non sapendo intera soffrire né la libertà, né la servitù, seguitarono non diressero gli eventi. Quand'era tempo di fare, se n'andarono in consigli: da re, i più avidi di acquistare che vogliosi di francheggiare, mendicarono gli ajuti che dovevano da sé soli sperare.

Ricorsi all'intervenzione dello straniero, potevano ottenere buono stato dalla Francia; invece si commisero alla Spagna, che col non risolvere, nutricò lungo tempo la guerra. Poi pretendendo vigilarne il bene e la religione, la vendette per vantaggio proprio a coloro che più odiava, senza tampoco i privilegi di prima; anzi consolidando quel servaggio, cui l'avevano ridotta le lente usurpazioni dei Reti. Diciannov'anni di guerra fra tumulti ed eccidi, fra le ansietà della speranza e degli sgomenti, colle solite conseguenze delle rivoluzioni, sospensione delle utili arti e del faticato progresso, abbassamento dei caratteri, assuefazione allo stato provvisorio ed ai mali come ad una necessità, oblìo della franchezza vera e della legittima opposizione, schifiltà da quell'obbedienza che è la condizione più necessaria alla libertà, bisogno di distrarsi e stordirsi, confidenza nelle eventualità imprevedibili e fin nella conflagrazione universale come rimedio, mentre è un male che tutti gli altri peggiora e a nessuno ripara. E l'appannaggio dei deboli la rabbia e la paura: aggiungete 25 milioni di lire scialacquati, infine la sudditanza che avevano dichiarata importabile furono l'espiazione imposta da quel Dio, di cui si erano arrogati i diritti e le vendette.

Ad alcuno parrà che la storia dia torto ai Valtellinesi sol perché soccombette, se fosse riuscita, cercherebbe da lei esempi del meglio. Caduta, non vi vede che ragioni di biasimo. E forse è così: ma se il passato potesse servir di lezione, e l'uomo non si ostinasse a ricominciare sempre l'esperienza a proprie spese, avrebbero i signori ad apprendere a rispettar la giustizia, i patti e la più libera delle cose, la coscienza, onde non costringere i popoli a ricorrere all'estremo rimedio. Avrebbero i popoli ad apprendere che a grandi mutazioni si vuole gran consiglio prima, gran risolutezza poi, adoperare tutti i mezzi di riuscire, né prorompere senza considerazione o procedere senza fermezza per non pentire senza rimedio quando si trovino ribadite e aggravate le catene da quegli appelli alla forza, da cui si erano ripromesse libertà e pace.

FINE

INTRODUZIONE ALLA RISTAMPA DEL 1885

Quando venne in luce questo racconto storico, _Il sacro macello di Valtellina,_ i clericali si levarono contro Cesare Cantù, perché mal sapevano acquietarsi al pensiero che si risuscitasse, da uno scrittore operoso, il ricordo di fatti crudeli, operati da fanatici cattolici, che insanguinarono una terra ch'è asilo antico di libertà. Tanto maggiore fu l'ira dei clericali, in quanto l'autore non era un protestante, ma bensì un cattolico, che professò sempre la sua fede anche se, il proclamarla, gli sia costata la popolarità.

Le monografie sulla _Lombardia del secolo XVII, la Storia di Como, la Rivoluzione di Valtellina_, (riveduta ed ampliata nel _Sacro Macello_) erano la preparazione all'opera colossale della _Storia Universale_ che con meravigliosa modestia l'autore imprese a correggere, a ampliare, a rifondere. E lo fece spinto da quella "perseverante ricerca della verità e deliberata franchezza nel dirla" che è il merito di tutta la sua vita; perché altri autori, invece di ritornare sull'opera propria, si sarebbero compiaciuti di riposare sulla gloria ottenuta per aver scritto la storia più popolare nel mondo civile, che ebbe dieci edizioni in Italia e fu tradotta in tante lingue. Di questa _universalità_ della sua storia se ne deve cercar la ragione nella limpida parola, nella forza dell'argomentazione, nella logica inflessibile, nell'aver "scritto col cuore, dopo molto riflesso colla testa" sicché le sue storie hanno tutte le attraenze della lettura amena, ma lasciano vital nutrimento in chi leggendole si ferma a considerare con lui il bello e melanconico spettacolo dell'umanità, la cui destinazione "è di ingrandire soffrendo, e di camminare all'acquisto del vero, all'attuazione del buono, ad una più equa partizione dei godimenti della vita e dei vantaggi del sapere".

Un'altra ragione della fama antica e ognor verde delle opere storiche di Cesare Cantù (come delle altre educative e di fantasia) è l'amore che sempre ebbe per le classi deboli e perché deboli infelici. Nelle sue pagine spira il soffio dei tempi nuovi, della rivendicazione del diritto; uscito dal popolo, ricorda con compiacenza le dure prove subite e vinte colla tenace volontà che gli fece scrivere in nome di chi lavora: "Noi abbiamo per simbolo il progresso per guida di battaglia _Avanti_". All'elenco dei re, che una volta costituiva la storia, egli aggiunse lo studio delle condizioni degli oppressi, egli ci fece partecipi dei dolori della massa disconosciuta, dimenticata composta dì ignoti, alla quale si devono lo svolgersi delle istituzioni e i progressi che gli scrittori d'un tempo solevano attribuire, quale appannaggio di gloria, ai principi. E per questi dimenticati del passato egli chiede per il presente e per l'avvenire non privilegi, ma giustizia: e mentre ciò chiede ai potenti, dall'altra parte lavora perché crescano quei deboli nel loro diritto, educati, virtuosi e dignitosi. Noi non dividiamo in tutto le opinioni dello scrittore; parecchie volte siamo indotti dalle nostre convinzioni a proferire diverso giudizio dal suo; ma non per questo vien meno in noi il rispetto per le opinioni, con sì schietta e sì ferma fede, proclamate da Cesare Cantù. E mentre guardandoci intorno si vede tanta trivialità d'ingegni e codardia di carattere, non si può rifiutare l'ammirazione a quest'uomo contro il quale si sbizzarrirono invidie e calunnie, ma che in questi tempi in cui i libri più lodati vivono sei mesi, ha la compiacenza di veder sempre letti i suoi libri di sessant'anni fa, e che opponendo la serenità della coscienza alla trascuranza colla quale si cerca di opprimerlo, può dire d'essere sempre lo stesso di quando giovinetto "combatteva solo, col suo coraggio e colle sue speranze".

NOTE

(1) SARPI, Storia del Concilio di Trento, I.

(2) Ca-de-Dio, Gott-haus-bund.

(3) Graubund.

(4) Zelin-gerichten-bund.

(5) Secondo i vari linguaggi del paese, cioé tedesco, romancio o ladino, si intitolano Comuni, Vicinati, Nachbarschaften, Schnitze, Gleve, Directuren, Squadre, Contrade.

(6) Questa costituzione durò fino al 1847.

(7) Non posso tacere un curioso documento della tolleranza romana, ch'è nei preziosi Diarj manoscritti di Marin Sanuto. Nel Vol. XXXVIII pp. 159-160 porta una lettera che il cel. Gaspare Contarin, ambasciadore a Madrid e che fu poi cardinale, scriveva ai suoi fratelli raccontando come tre patroni di galee veneziane fossero stati colti dall'inquisizione per aver venduto una bibbia ebrea e caldea coll'esposizione di Rabin Salamon. Esso Contarin si presentò subito al S. Uffizio, "parlai lungamente, dichiarandoli il costume di Italia e di tutta la chiesa cattolica essere di admeter ogni auctor infedele, quantunque contradicesse alla fede quanto li paresse, come Averois e molti altri, perché si faria ingiuria quando non si volesse che li adversarj nostri fossero auditi et lecti".

Addusse anche altre ragioni per le quali furono rilasciati, solo con lieve penitenza. E il Contarin conchiude: "Questa inquisizione in questi regni (di Spagna) è una cosa terribilissima, né il re medesimo ha potestà sopra lei, et per li cristiani nuovi una cosa che a noi pare minima a costoro pare grande. È stato etiam dito che hanno venduto libri de Luterio, ma io nol credo".

(8) V. Missaglia, Vita del Medeghino, p. 52 e G. Batta Giovio, lettere lariane, XI.

(9) Nel poema dell'Arsilli sui poeti del suo tempo è nominato come uomo che a cercar libri aveva girato tutta Europa. Il Bossi nelle incondite giunte alla vita di Leone X del Roscoe, v 10, p. 94, non sapendo chi costui si fosse, propose di cambiarlo in Fausto Sabeo di Brescia. La famiglia Calvi fu chiara in Menaggio, e n'è il sepolcro nella chiesa maggiore.

(10) Ap. Hottinger, Hist. Eccl. sec. XVI, T. II, p. 611.

(11) Anche oggi in Valtellina e nei Grigioni un protestante si nomina un Luter; forse dunque il predicatore di colà non fu che uno dei seguaci di frà Martino.

(12) Olimpia Maratti, una di quei profughi, scriveva da Idelberga Ferrarie crudeliter in christianos animadverti intellexi, nec infimis parci, alios vinciri, alios pelli, alios fuga cibi consulere.

(13) Castagneto fu riformato da Girolamo Zerlino siciliano al qual poi successero Agostino veneziano un G. B. vicentino; Girolamo Terriano di Cremona fu il primo pastore di Bondo, ove il seguirono altri italiani. Da Pietro Parisotti di Bergamo fu riformato Bevers; Siglio da Giovanni Francesco, e da Antonio Cortese di Brescia; a Pontresina fu ministro Bartolomeo Silvio di Cremona; a Casaccia Leonardo Eremita ed altri. Evandro riformò Vettan e gli successe Francesco calabrese. Vedi sempre De Porta.

(14) Alla biblioteca nazionale di Parigi, 8097, 3 son manoscritte varie lettere che Celso Martinengo bergamasco apostata, da Ginevra, scriveva ad Angelo Castiglioni, carmelitano di Genova, dopo il 1558 e le risposte di questo, più acri che persuasive.

(15) A Ginevra era una chiesa riformata italiana, ove fu ministro Nicola Balbani, scrittore della vita di Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, dalla quale si hanno importanti notizie sulla riforma nel regno di Napoli. Quivi, e singolarmente a Caserta, predicò le dottrine di Zuinglio e di Melantone l'agostiniano Lorenzo Romano di Sicilia. Nelle Calabrie furono in un dì solo scannati ottantotto per eretici. Il manigoldo, ammazzato uno, si poneva il coltello in bocca, mentre avvolgeva un velo al capo dell'altro che doveva scannare. Contano da seicento uccisi in quel tempo. Si faccia la debita deduzione ai martirii raccontati da chi si gloria martire.

(16) Molti lucchesi furono tenuti eretici, dopo che Pietro Martire Vermigli fu priore degli Agostiniani: e così altri assai toscani dei quali i più nominati sono: Matteo Palmieri, I'andolfo Ricasoh canonico, Jacopo Fantoni, e il famoso Gamesecchi, il quale a Viterbo si era trovato col vescovo di Bergamo Soranzo, con Apollonia Merenda, Luigi Priuli, Pier Paolo Vergerio, Lattanzio Ragnoni di Siena, Baldassarre Alfieri, coi fiorentini Antonio Brucioli e Francesco Pucci Mino Censo sanese, e vari Lucchesi, tutti tinti d'una pece. Il Camesecchi finì bruciato.

(17) Non poche illustri donne furono sospettate di nuove opinioni: e a dir le più illustri, oltre la duchessa Renata di Urbino, Giulia Gonzaga contessa di Fondi e Vittoria Colonna, entrambe celebrate da Paolo Giovio. V TUANO, C. 39 sul principio, e BAYLE, Dict. Si aggiungano Lavinia della Rovere Orsina, Teodora Sauli, Faustina Mainardi fiorentina, Apollonia Merenda napoletana. Olimpia Morata ferrarese è la più illustre. Le sue opere furono raccolte e pubblicate a Basilea il 1599 e più volte ristampate. Si ha HOLTEN, De O. Moratta vita, Francfurt, 1731; KNETSCHTE, O. F. Moratta, Zillau 1808; O. Moratta, her times, life, ecc. Londra 1834.

(18) A gravare i sospetti sul conto della fede di Castelvetro, avvenne nel 1823 che, ricostruendosi presso alla Staggia nel basso modenese una casa appartenuta alla sua famiglia, si trovarono murati da 50 in 60 volumi di prima edizione di libri di Calvino, Lutero ed altri riformatori, con moltissime carte. Queste sciaguratamente andarono disperse; i libri furono acquistati dalla biblioteca estense. Vedi VALDRIGHI, Alcune lettere d'illustri italiani, ecc. Modena, 1827.

(19) D. O. M. MEMORIAE LUDOVICI CASITELVITREI MUTINENSIS VIRI SCIENTIAE JUDICII MORUM AC VITAE INCOMPARABILIS QUI DUM PATRIAM OB IMPROBORUM HOMINUM SAEVITIAM FUGIT POST DECENNALEM PEREGRINATIONEM TANDEM HIC IN LIBERO SOLO LIBER MORIENS LIBERE QUIESCIT ANNO AETATIS SUAE LXVI SALUTIS VERO NOSTRAE MDLXXI FEB. XX

Anton Federico Salis nel 1791 fece risarcire quel monumento, ponendovi anche un busto di Lodovico nel giardin suo, che poi divenne degli Stampa. Falla adunque il Pallavicino nella Storia del Concilio di Trento, lib. XV, c. 10, scrivendo come visse e morì tra gli eretici in Basilea: errore copiato dal Bayle nel Diction.

(20) L'iscrizione ivi posta sopra la cantoria legge così: Chiesa cristiana vangelica riformata dagli errori e superstizioni umane in questo borgo primo 1520, e da Pietro Paolo Vergerio stato vescovo di Justinopoli e nunzio mandato da papa Leone X nell'impero germano, ecc. Quella chiesa era già cattolica; venne poi rinnovata dal 1647 al 1649, e ristorata ancora nel 1769: vi si leggono sulle pareti alcuni detti del Vangelo.

(21) Diario manoscritto delle cose comensi.

(22) Erano Lucerna, Uri, Svitto, Unterwald, Zug, Solura, Friburgo.

(23) I Pestalozzi, gli Orelli, i Muralti, che sì bene meritarono della Svizzera in questi ultimi tempi, traggono origine da Locarno. Bisogna dire che questo paese non si fosse del tutto ripurgato, poiché intorno al 1580 il papa trovò mestieri di commettere quella pieve alla speciale cura di monsignore Speziano, vescovo di Novara, che la tenne un dieci anni.

(24) Vedi un appello dai Valtellinesi sporto al vescovo di Como, manoscritto in questa curia.

(25) Delle monache di Moncarasso destinate all'educazione, sol una sapeva scrivere alcuna cosa. Che anzi le constituzioni severamente proibivano alle monache di tenere in camera penna, carta e calamajo; e in caso di provato bisogno, dovevano ricorrere alla badessa. L'arciprete di Dongo querela presso al vescovo Ninguarda il curato di Musso, che vantava volergli cavare il cuore, ed altri preti, che gli avevano spianato incontro il fucile. Il curato di Barbengo faceva mercato di vacche e cavalli, fabbricava casse e tini, teneva bastardi, eccetera. Visit. episc. Ning. 1593, 94.

(26) Così il Giussano nella vita di San Carlo. Questo santo nelle Trevalli lepontine scriveva aver trovato XIV sacerdotes publica scortorum consuetudine infames: presbiteros ibidem suis ipsorum filiis stipatos ad aram procedere solitos, atque hoc sibi jus profanos earum regionum praetores sumpsisse, ut scorti domi tenendi facultatem sacerdotibus pro arbitrio impertirentur. L. 2 c. 1. Poco dopo nota che mercatura et sordidi quaestus minima sacerdotum flagitia erant, ecclesiae stipendia in pellicum alimenta vertebantur, et patris nomen quod ex publicae salutis cura mereri debuerant, plerique ex libidine voluptatum acceperant. Leggesi ivi pure L. 2 c. 7 che il santo soppresse molti monasteri, monialium non dicam collegia, sed amantium contubernia. Erano tali quei di Bellagio e di Mompiatto. Carlo II scrisse al vescovo della sua città di Como perché provvedesse d'impedire "le conversazioni de' secolari con religiose, avanzandosi anche a cose illecite con titolo di devozione". Lett. 13 gennaio 1682 nell'archivio municipale di Como. La rilassatezza monastica è con strano vigore rivelata nel Gemitus Columbae del cardinal Bellarmino.

(27) Corre voce si volesse una volta trasportare a Gravedona il Concilio. Forse si appoggia a certi seggioloni a bracciuoli ch'ivi sono nella gran sala segnati coi nomi dei cardinali d'allora. Ma non contando il silenzio degli storici e dei panegiristi di quel palazzo (p. e. il Minozzi), basti dire che Trento stessa pareva picciola alle gran corti di quei prelati.

(28) Forse si ricordò di ciò, allorquando, fatto papa, fulminò di tremendo anatema chi si permettesse alcuna ingiuria contro gli inquisitori.