Part 9
Un leggero stringimento di spalle fu la risposta.
Questo esasperò il padre. Tornò ad afferrarla; la scosse, la piegò in due come il vento furioso fa di un povero arbusto.
— Mi hai disonorato!... hai disonorato tuo fratello ufficiale.... la tua sorellina!... E non dici una parola?... E non ti giustifichi?... Non capisci? Dì'! Cosa pensi?... Che cosa pensavi?..
Parla! Dio di Dio! Non sai che dire di sì?..
Ella spiccicò a stento:
— Mi sarei punita da me... Puniscimi tu!..
— Ah! punirti?... Che cosa avrò guadagnato quando ti avrò punita?... Chi lo punirà, lui?... Ah! Perchè non ti sei fatta sposare a tempo piuttosto?
Ella non rispose neppure con un gesto.
Il professore si allontanò di qualche passo, si asciugò la fronte madida. Il sangue tumultuava nelle sue vene gonfie. Aveva paura di sè stesso. Voleva vincersi e dominare con fermezza di spirito quella situazione così difficile; salvare l'onore della famiglia. Ma la collera tenace gli offuscava il cervello; aveva impulsi ciechi e lo sforzo che faceva per reprimerli, lo soffocava.
— Tutto perchè non hai avuto confidenza in tuo padre!... Ma quando è stato? Quando?... Eppure, io ho vegliato!... Ah! no, per Iddio, io non ho meritato questa vergogna! Ho sacrificato tanto per voi altri, per non darvi una matrigna, per starvi sempre al fianco!... E tu, la mia figliuola maggiore, la ragazza savia di cui non ho mai dubitato, tu mi hai tradito così!...
Parlava a scatti, battendo i denti; e nella voce rotta era lo schianto di un dolore più grande della collera.
— Parla, Argìa! non farmi perdere la ragione col tuo mutismo. Perchè appena ti sei accorta, non hai cercato di affrettare il matrimonio?... E se tu non osavi, perchè non hai detto qualche cosa a me?... Avrei parlato io con quel signorino!...
S'interruppe e poi riprese cambiando tono e come parlando a sè stesso:
— Oh! mi pare ancora impossibile!... Un ragazzo intelligente e leale come Fausto!.... Uno studente di medicina, quasi dottore!.... Non pare vero!...
Si mise a camminare per la stanza ripensando tra sè. Non poteva capacitarsi. La debolezza, sì, purtroppo, la capiva. Ma quella condotta così grulla?!... Quella mancanza di ogni senso della vita pratica?...
Tutto a un tratto si battè la fronte e ritornò precipitosamente presso a sua figlia, gridandole nella faccia:
— Non ti ama forse più?!..
— Oh!... povero Fausto!... Mi ama sempre!..
— Meno male.... Purchè non muoia, quel minchione!... Che cosa faremo se muore?!..
— Morirò anch'io!...
— Ah, sì?... Brava! Che bella consolazione tu ti figuri di dare a tuo padre!...
Era commosso. Una invincibile tenerezza gli entrava nell'anima. Se avesse potuto salvarla, la sua Argìa... renderla felice malgrado tutto!...
L'amava più di tutti i suoi figli. Era sempre stato superbo di lei. Avrebbe potuto strozzarla nel primo impeto, appunto perchè l'amava così. Ma sentirla, lei, parlare di morire, lo agghiacciava: gli serrava il cuore.
Si rimise a camminare in su e in giù, per riflettere, per cercare. La tenerezza gli recava un leggiero accasciamento; le sue spalle si curvavano un poco e la sua larga schiena si arrotondava. Visto così, nella luce livida, il bel professore appariva assai meno fresco e giovane. L'accasciamento non era soltanto esteriore. Qualche cosa di strano accadeva nel buio della sua coscienza.
La grande sicurezza che l'aveva sostenuto in tutti i momenti, pareva scossa: e il benefico convincimento di avere sempre operato saviamente, correttamente, e che ciò bastasse nella vita, minacciava di sfasciarsi: un vago dubbio sorgeva nel punto più riposto, più imprecisabile della sua compagine. Forse qualche volta aveva fatto meno bene che non credesse...
Forse... nel suo affetto c'era più egoismo..
Si raddrizzò come uno che si prepara a combattere un nemico occulto.
Assurdo! La sua coscienza aveva torto di tormentarlo!
Sorgeva il giorno.
I beccucci della lucernina avevano una bracetta rossa in mezzo alla fiamma torbida, agonizzante; e la luce di fuori, sempre più diffusa, recava nell'ampia stanza quel senso di freddo e di tristezza che mette i brividi dopo una notte di veglia.
Per una singolare coincidenza di luce e di colore, il Pisani ebbe la visione di un'altra alba, lontana di molti anni. Era il tempo delle guerre contro lo straniero. Un cielo livido, un paesaggio piatto, biancheggiante per la brina caduta nella notte; e nello stanzone dove sostavano dopo una marcia forzata di sette ore, una lucernetta agonizzante... così! Arrivavano tardi per aiutare; lo scontro era terminato, il nemico aveva ceduto il campo. Si sentiva il rullo dei tamburi che si allontanavano malinconicamente nella nebbia. Quanti morti! Quanti feriti sparsi sulla spianata!...
Presto all'opera!
Ed egli ci s'era messo all'opera, con tutto l'ardore della gioventù. Lavorava per quattro, fresco, arzillo, come se si fosse alzato allora. Tutti lo benedicevano; tutti gli obbedivano e l'ammiravano. Ah! quelli eran tempi!
Ebbene? Decadeva forse? Per quei pochi brividi? Per quel senso di spezzatura che ogni tanto lo forzava a curvarsi?...
Ah! I cinquant'anni, le prime avvisaglie della inevitabile sconfitta! Anche per lui sarebbe suonata l'ora fatale, anche per lui!...
Tutto ciò in confuso; più sentito che pensato.
Con un movimento quasi inconsapevole, egli scattò a guisa di protesta, per il bisogno, innato in lui e strapotente, di trovarsi forte; di vincere tutto e sopra tutto l'età.
Argìa intanto era rimasta nella sua immobilità, presso alla finestra, gli occhi fissi sul padre, domandandosi che cosa egli avrebbe risoluto e a quali altre dure prove l'avrebbe messa.
Finalmente egli tornò presso di lei e si mise a sedere quasi calmo.
— Spegni quella lucerna, mi dà noia. Ora vieni qui: siedi accanto a me. Io voglio salvarti, figlia mia! Abbi confidenza in me. Sono tuo padre, ti adoro. Non pretendo di essere stato un santo nella mia vita, ma come padre non ho rimorsi: ho amato teneramente tutti i miei figli, te specialmente. Voglio salvarti, dunque: salvare l'onore della mia povera casa! Ma tu, assecondami per carità! Senti bene: è necessario agire subito: noi dobbiamo essere prudenti, avveduti: non possiamo affidarci al caso... Senti, Fausto può morire: è molto aggravato, sai! Se non morirà tanto meglio... Non piangere così, perdio!... Farò di tutto perchè non muoia. Intanto però bisogna ch'egli ti sposi. Io gli parlerò in nome dell'onore; che diamine, è un uomo!... Tu poi gli parlerai del tuo amore...
— No, babbo!
Ella stava ora di fronte a lui, la testa alta, gli occhi fissi, con qualche cosa di rigido, di teso nella persona e nella espressione del volto.
— No! — ripetè — e la sua voce morì come strozzata.
— No?... Che cosa «no»?...
Egli non capiva realmente.
Era tanto anormale quel «no» per lui, che la sua intelligenza si ribellava.
— Parla, scimunita! Che cosa «no»?
La voce tuonò a insaputa di lui. Ora la collera lo prendeva davvero: lo schiantava. Era un uragano, un ciclone. Con un gesto istintivo si sbottonò il colletto. Soffocava. Dopo un istante, con voce rauca e concitata rantolò:
— Parla, Argìa! Che cosa è quello che non vuoi?...
— Non voglio che Fausto mi sposi!... — disse Argìa con voce ferma.
Era troppo. La longanimità del padre non giungeva fino a tale eccesso.
Di scatto egli balzò in piedi e si avventò su lei coi pugni stretti, livido; tanto più esasperato che non riesciva a penetrare il pensiero di sua figlia.
— Sei pazza?... Ti burli di me?
Argìa indietreggiò atterrita. Nel medesimo tempo le passò per la mente come un lampo la promessa fatta a Fausto di non rivelare quel segreto funesto. Si riprese e balbettò:
— Non voglio che mi sposi così...
— Ah!
Le braccia protese ricaddero lentamente, ma i pugni restarono chiusi.
Vi fu un silenzio.
Il professore tornò a sedere. Cercò di calmarsi e non parlò finchè non fu padrone di sè.
Quando cominciò aveva la voce sicura e dolce, l'accento persuasivo.
— Capisco ciò che tu hai voluto dire. In fondo il tuo rifiuto deriva da un sentimento delicato, nobile; malgrado ciò, rimane insensato. E poi... tu non pensi che all'amante. E il... bambino? Vuoi tu mettere al mondo un miserabile, senza nome, senza padre?
Il viso di Argìa tradì una intensa commozione.
Egli se ne compiacque: aveva toccata la corda sensibile.
— Vedi! Non ci avevi pensato alla tua creatura! Lasciati dunque guidare da me. Vedi come è buono tuo padre!
— Sì, tu sei buono, e ti ringrazio... Ma io non posso... non voglio!...
— Ah! No!... Sei cattiva e ostinata. Ma non importa. Farò senza il tuo aiuto: e tu obbedirai, come è tuo dovere. E ora va! La mia pazienza è esaurita. Va!...
Argìa fece per ritornare da Fausto; ma il professore la prese per un braccio e la strappò via.
— Non di là!... A casa devi andare. Non lo vedrai più, giacchè non vuoi che ti sposi, sgualdrina!...
— Oh! babbo! babbo!...
E s'attaccava a lui per seguirlo. Ma egli la respinse brutalmente e chiuse l'uscio a chiave.
Prima di rientrare dall'ammalato, il Pisani volle ricomporsi e riflettere, su quello che doveva fare.
Le due stanze attraversate prima al buio, erano ora abbastanza chiare. Una era la camera di Vittorio; l'altra, l'anticamera che metteva alle scale. Restò nella prima e si gettò su un divano perchè gli pareva d'avere le gambe rotte. La testa chinata fra le mani, cercò di raccapezzarsi, di riflettere. Ciò che un momento prima gli era parso facilissimo, gli si presentava ora sott'altro aspetto.
Bisognava parlare a Fausto dell'imminente pericolo... vale a dire prostrarlo nell'istante in cui aveva il maggior bisogno di tutte le sue forze! Se moriva, la desolazione di Argìa avrebbe rinfacciato eternamente, al padre, quell'imprudenza, come un omicidio!.. E Argìa stessa poteva morire, uccidersi!.. Non aveva ella detto: «Morirò anch'io?...»
Che terribile rischio!...
Ma d'altra parte, se Fausto moriva ugualmente per la forza della malattia, egli non si sarebbe mai perdonato di non avere fatto quanto era da lui per salvare l'onore della sua figliuola, l'onore della famiglia!... Maledetto anche l'onore!
Un leggiero rumore venne a distrarlo. Alzò la fronte. Vittorio stava dinanzi a lui aspettando.
— Che c'è?... Un peggioramento?...
E balzò in piedi.
— No no... direi quasi il contrario. Pare stanchissimo, ma ha la mente chiara... Ha sognato.... ha pianto.... ha chiamato Argìa.... Dov'è la signorina?...
— Di là... E adesso che cosa dice?...
— Adesso egli vuol parlare a lei, professore... sa... io non ho potuto nascondergli che lei ha scoperto...
— Ah!... meglio così!... E si è agitato...?...
— Non tanto... Anzi, ha detto come lei «meglio così!» Ma venga, venga...
Il professore si incamminò, come sollevato da un gran peso; la fortuna fedele non l'abbandonava neppure in quel frangente! Tornava giovine; era sempre forte.
Un'occhiata gli bastò a giudicare dello stato di Fausto. Qualche cosa d'insolito era avvenuto: una crisi che poteva condurlo a salvamento od a morte nel volgere di poche ore. I pomelli accesi, di un rosso più intenso, facevano paura. Ma il raggio di limpida intelligenza che brillava nei dolci occhi, era una speranza.
— Ebbene Fausto? Come stai?...
— Non saprei... La morte mi è passata accanto: mi ha sorriso e mi ha dato un consiglio...
— Dà consigli la morte?...
— Qualche volta...
— Vediamo intanto il termometro!...
Con terrore, che non riuscì a nascondere, il Pisani constatò ancora un aumento di temperatura. Fausto sorrise tristamente e un'ombra gli oscurò la fronte. Ma in quel medesimo istante entrò nella camera Argìa al fianco di Vittorio, e la fronte oscurata si rischiarò.
— Oh! Argìa non m'abbandonare! Mi hai lasciato, e ho sognato di morire!...
Pallida, ma sicura in volto, ella si chinò su lui e lo baciò, mormorando:
— Non ti lascierò più.
E la voce commossa, solenne, palesò tutto il significato della promessa.
Il professore rabbrividì. Voleva parlare e si sentiva paralizzato.
Finalmente, Fausto disse:
— Professore, mi vuol sempre bene, vero? Non mi ha perso la stima?...
— Oh! Fausto!.. protestò il Pisani commosso.
E sebbene egli credesse di avere dinanzi a sè il seduttore della figlia sua, colui che aveva compromesso l'onore dei Pisani, sentiva in cuore — al posto della collera che avrebbe dovuto provare — una tenerezza infinita e qualche cosa di strano, di solenne che lo scuoteva e non avrebbe saputo esprimere nè spiegare.
— Ebbene... dunque — mi faccia una grazia... padre mio... faccia che io sposi Argìa... che ripari... il male... subito... subito... prima che venga la morte!...
— Oh! Fausto!... No!... No, Fausto!... — gridò Argìa fuori di sè.
Ma egli le impose silenzio con uno sguardo supplichevole, e si abbandonò sui guanciali stremato di forze.
XIII.
Le formalità indispensabili, la richiesta di permessi speciali, i preparativi di diverso genere, occuparono tutta la giornata.
IL professore e Vittorio Giudici giravano gli uffici pubblici; davano e ricevevano appuntamenti; scrivevano biglietti nelle anticamere dei pubblici funzionari occupati.
Appena era possibile correvano un momento a casa; si assicuravano dello stato di Fausto, e poi, via, di gran carriera, verso un altro punto della città.
La temperatura dell'ammalato era discesa di mezzo grado circa; sempre altissima, ma meno allarmante.
— È il cuore che mi fa paura; sempre il cuore! — diceva Fausto con un pallido sorriso.
E il professore crollava il capo dall'alto al basso, in segno di grave preoccupazione.
— Se il cuore resiste siamo salvi!...
La parte principale della cura era rivolta a sostenere quel povero cuore tanto bersagliato.
Ogni volta che Vittorio o il Pisani apparivano sulla soglia, Fausto li interrogava con lo sguardo ansioso.
Che paura aveva di morire prima!
Finalmente, verso le quattro, Vittorio recò la buona novella: tutte le difficoltà erano vinte, l'ufficiale civile aveva promesso di arrivare puntualmente, tra le cinque e mezzo e le sei.
La signora Luisa addobbava la camera, rasciugandosi le lagrime che voleva nascondere a Fausto.
— Ah! chi l'avrebbe detto! chi l'avrebbe detto! — ripeteva tristamente. — Sposarsi a questo modo! che disgrazia!...
Argìa aveva mandato a prendere uno degli abiti del suo corredo, già mezzo pronto; un abito di felpa azzurra fatto terminare in tutta fretta; e stava vestendosi nella camera della signora Luisa.
Dacchè Fausto aveva pronunciato quelle solenni parole, e tutti si agitavano intorno a lei per quella cerimonia ufficiale, che doveva dare a lei e al figlio suo il nome onorato dei Lamberti, ella rimaneva come trasognata.
A momenti le pareva di essere fuori del mondo e che tutto quanto accadeva intorno a lei non fosse realtà ma visione fantastica.
Lei stessa non si riconosceva. I sentimenti che l'agitavano erano tanti e così diversi e nel medesimo tempo così intralciati, che non riesciva a discernerli.
Ora le pareva di potersi rallegrare, poichè non era possibile che Fausto dovesse morire dacchè la sposava. Una strana sicurezza le entrava in cuore. Avrebbero vissuto insieme tanti e tanti anni, e sarebbero stati felici!
E aveva dei sussulti di gioia che la rendevano più bella, tingendole il volto di un vago carnato.
Ma tutto a un tratto si ricordava che Fausto si era risolto a sposarla soltanto perchè si teneva sicuro di morire, e voleva che lei vivesse onorata e tranquilla.
Pochi momenti prima le aveva detto:
— Ricordati che tu devi vivere!...
Vivere? Le pareva una imposizione ingiusta e crudele. Perchè doveva vivere se lui moriva?... Per chi?...
Per quel figlio?... Oh! se fosse stato di Fausto, sì. Sarebbe vissuta, sempre nel lutto, consacrandosi a quella creatura. Ma, così, no! Sentiva che non l'avrebbe mai amato quel bimbo; vedeva in esso la causa di tutti i suoi mali, e, soprattutto, la causa materiale della morte di Fausto.
No, non poteva amarlo! Un sordo rancore le germogliava in cuore contro quell'essere. Per lui doveva affrontare la vergogna di un matrimonio di riparazione; gli sguardi scrutatori di Vittorio, la collera del padre e del fratello, e il risolino falsamente ingenuo di quella maligna di sua sorella.
Perchè avrebbe dovuto amarlo quel frutto non desiderato del capriccio altrui? Perchè avrebbe dovuto sacrificarsi a quell'intruso che già le aveva fatto tanto male e sarebbe diventato il tormento, forse il tiranno di tutta la sua vita?
Ma perchè c'era questa cosa terribile nella vita della donna?...
Perchè, una fanciulla ignara poteva diventare madre, anche senza il concorso della sua volontà, senza sapere, senza averci pensato?
Un uomo passava nella sua vita, approfittava della sua debolezza o della sua ignoranza, e continuava il proprio cammino.
La fanciulla era diventata donna e madre. Tutta la sua vita era legata all'intruso — e doveva amarlo! Aveva dei doveri sacri. Se li conculcava, la società l'avrebbe chiamata infame: se li adempiva era disonorata. I benevoli l'avrebbero compatita, perdonata forse, in grazia della sua espiazione.
Espiazione di che cosa?
Si può espiare un delitto, un fallo volontario.... Ma dovere espiare la legge di cui si è vittime!... Espiare!... E poi? Inutile anche l'espiazione.
Fausto la sposava. Ebbene, anche se egli viveva, anche se tutti continuavano a credere che il bimbo fosse di lui; di là a trent'anni, quando lei sarebbe stata nonna, i suoi conoscenti, i suoi amici, i parenti dei parenti si sarebbero ricordati ancora di quella piccola infrazione alla legge, come di una macchia incancellabile! E intorno a lei ne avrebbero parlato ad ogni occasione!
E le cugine, le nipoti, le vecchie serve si sarebbero raccontate sommessamente che Fausto l'aveva sposata dal letto di morte, perchè era incinta... Tali cose non si dimenticavano mai.
Dunque non bastava che la donna fosse condannata dalla natura a tutte le miserie della maternità: non bastava che dovesse perdere l'indipendenza, la bellezza, le forze, e, molte volte, la vita, per dare la vita ad un essere che, in moltissimi casi, il suo cuore non aveva sognato, nè desiderato?... Non bastava, no! Gli uomini vi avevano aggiunto le loro leggi, i loro pregiudizi, che disonorano la madre per tutta la vita e degradano il figlio prima della nascita!...
Era troppo. Lei non voleva sottoporsi: non voleva vivere per adempire i doveri che lei non aveva accettati. Non voleva vivere per il figliuolo di un ladro che l'aveva derubata e resa madre contro la sua volontà, a tradimento!
Vi erano delle donne... che sopprimevano l'essere ignoto.... L'aveva letto in una cronaca di giornale, recentemente.... con grande sorpresa.... L'avrebbe fatto lei?...
No.... Le faceva troppo orrore. Poi, se ne sarebbe ricordata tutta la vita, e sarebbe stata infelice lo stesso, irreparabilmente infelice per tutta la vita.
Non si faceva alcun merito però di questo sentimento delicato. Non si credeva migliore di quelle altre. Le compiangeva anzi. La rettitudine che era in lei, le pareva una cosa involontaria, come quei pensieri che le venivano, chi sa da dove: come le sue ribellioni.
Forse l'aver pensato a fuggire, per andare a vivere lontano, tra persone sconosciute, col guadagno del proprio lavoro, come una povera operaia, era una conseguenza dello spirito battagliero ereditato dal padre.
Anche da bambina, quando si sentiva a disagio nella casa paterna dopo la morte della mamma; quando Filippo la tormentava e Amelia aveva troppi capricci, quante volte aveva pensato di fuggire, di andare lontano, sola, senza denari; come una piccola profuga; senza alcuna paura; contenta di avere dinanzi a sè il mondo aperto.
E come sognava allora!...
Perfino la morte le si era affacciata sotto la forma di una fuga: di un lungo viaggio nell'infinito, al di là, e al di là ancora; sempre più lontano. Così l'aveva sedotta quel progetto di suicidio.
Ma ora non ritrovava più quelle immagini affascinanti, quei vaghi sogni. Invano vi ripensava.
Anche la morte l'aveva delusa!
L'idea che Fausto moriva negli spasimi della malattia, le rendeva la morte orrenda, paurosa.
Ma se Fausto guariva?...
Ah! se egli guariva, tanto più doveva morire, lei!
Voleva forse condannarlo a vivere tutta la vita, supposto padre di un figlio non suo?.... Se Fausto guariva, ella doveva uccidersi. E subito. E farlo in modo che tutti credessero a una morte accidentale...
Tale era il destino suo. Condannata: irreparabilmente condannata!... E tutto per quell'essere senza nome, senza forma precisa: quell'ignoto.. quel figlio di un vile che lei odiava!...
Aveva dei brividi; tremava tutta, e le sue mani convulse non riescivano ad abbottonare il bell'abito azzurro, attillatissimo.
Improvvisamente, ella ebbe una sensazione così strana, così nuova, così inesprimibile, che si sentì gelare, e quasi mancar la vita.
Restò un momento perplessa, paralizzata, ansimante.
Quella strana sensazione si rinnovò. Era come se le sue viscere si fossero sollevate esultando in un impeto di gioia.
Gioia, in lei che agonizzava nel dolore della condanna appena pronunciata?!...
Soffocava dal caldo, e un sudore diaccio le bagnava le tempie; il cuore le balzava fortemente e uno strano terrore soggiogava il suo spirito.
Che cosa avveniva dentro di lei?... Chi l'agitava così?... E perchè si ammolliva la sua fibra tesa, perchè sentiva tanta tenerezza in luogo del rancore e dell'odio di poco prima?...
Quell'essere senza nome, che lei chiamava un intruso... era egli passato improvvisamente dalla vegetazione alla vera vita?... Aveva egli forse già una coscienza?... Sentiva forse, o presentiva il dolore a cui era condannato? le cieche ostilità degli uomini, che per lui — sciagurata creatura — si preannunziavano nelle ostilità della madre?...
Scoppiò in singhiozzi e pianse a lungo.
Questa benefica crisi le fece dimenticare le dolorose recriminazioni. La madre si era rivelata in lei, e la madre aveva altri pensieri.
Oh! povera creaturina innocente senza difesa! Povero piccino che esultava in lei al primo impulso della vita, ignaro del male che le faceva, ignaro del destino che l'aspettava!... Povero!... Povero!...
Era vinta, soprafatta da una commozione suprema; i suoi occhi si fissavano in una contemplazione interiore... Un corpicino esile le appariva, un corpicino tutto roseo, con un visetto d'angelo, che stendeva verso di lei le manine...
Oh! lei non ci reggeva! Era suo il bimbo, viveva in lei! E non aveva che lei al mondo! E lei aveva bestemmiato di odiarlo!...
Involontariamente incrociò le braccia nell'atto di stringersi il bimbo sul cuore: e restò assorta, rapita in un'estasi nuova.
XIV.
Tutto era pronto per la cerimonia nuziale. A destra del letto di Fausto, il tavolino, coperto da un bel tappeto ricamato, lavoro della signora Luisa, sosteneva i candelabri d'argento con le candele accese e il registro municipale. Presso al tavolino, la poltrona in velluto per l'assessore. Più in là, il tavolino e la sedia per lo scrivano municipale, e quelle destinate ai testimoni: Vittorio Giudici e il dottore Antonio Giberti professore di patologia che assisteva il Pisani nella cura di Fausto, in qualità di medico consultore.
Argìa entrò, pallida e tremante; ma nei grandi occhi lucenti le ardeva un raggio d'immenso amore.
— Oh! Fausto! Il babbo mi ha detto che stai meglio!...
Il malato sorrise beatamente, guardandola negli occhi, e l'attirò fra le sue braccia.
— Mia sposa, mia!..
L'assessore e le poche persone che dovevano assistere alla cerimonia, arrivavano a lenti passi, parlando sommesso.
La notizia del miglioramento — per quanto leggiero e forse illusorio — rischiarò le fisonomie e rese la riunione meno lugubre.
L'assessore si accostò al letto e presentò i suoi complimenti.
Era uomo di società, amico del Pisani. Si parlò di don Paolo, di donna Evangelina... Non l'aspettavano? No. Sarebbe arrivata più tardi insieme al marito: avevano telegrafato di non disturbare l'autorità con un rinvio...
L'assessore capì benissimo che quel matrimonio, celebrato così, offendeva la suscettibilità dei Lamberti e ch'essi preferivano di non assistervi; ma, da uomo di spirito, non fece vista di nulla.