Il romanzo della morte

Part 8

Chapter 83,719 wordsPublic domain

Quello era l'asilo... si, là sotto a quei rami... Nessuno li avrebbe cercati, nè visti per caso... fino a primavera. Qualche superstizione doveva pesare su quel luogo remoto, poichè nessuno si curava di quella legna morta.

In primavera, prima degli uomini, sarebbe arrivata la piena... e l'acqua del Gravellone li avrebbe portati con sè, chi sa fin dove lontano.. Dovevano legarsi ben stretti con una sciarpa... per non essere separati.

Un brivido di freddo insopportabile lo fece trasalire.

Sorrise.

Era quello il primo saluto della morte: ella si annunziava così.

Oh! Argìa bella!...

Come l'avrebbe stretta al suo cuore negli ultimi istanti!...

S'inteneriva, vinto da una inesprimibile angoscia.

Ad un tratto s'accorse che annottava.

Era tardi...

Come mai aveva fatto così tardi? Voleva correre dalla sua Argìa.

Si mise a camminare risolutamente, combattendo la spossatezza con uno sforzo supremo della volontà, spinto da un folle terrore di non poter giungere fino a casa: di morire solo!...

— Oh! Argìa! Oh! Argìa! — andava ripetendo tra i singulti.

Aveva le ossa rotte; gli occhi bruciati, la gola arsa.

Prese una manata di neve e se la portò alla bocca.

Cercava di affrettarsi, ma ad ogni poco traballava.

Finalmente, ansimante per la fatica, si trovò fuori del bosco; si sentì salvo.

Quando fu giunto sulla strada maestra, al ponte del Gravellone, sedette un momento sul parapetto.

L'acqua scorreva lenta e scura, impaludandosi in un canneto; traversando una boschina che pareva galleggiare. La neve cadeva turbinando, e il cielo plumbeo pesava sul tetro paesaggio. E Fausto si ricordava di una mattina lontana, in cui il piccolo fiume pareva un largo nastro d'argento e la boschina e il canneto profumavano l'aria...

Ma egli non faceva confronti. Le immagini fluttuavano nel suo cervello, come le cose disparate che la piena delle acque trasporta quando la campagna è innondata.

Si alzò con fatica. Aveva dei dolori da per tutto.

Come avrebbe fatto a trascinarsi fino a casa, e poi, a ritornare fin laggiù con Argìa?

Se lo forze lo tradivano... se quell'occasione andava perduta... Che cosa sarebbe avvenuto?

Ah! La morte vagheggiata lo fuggiva come la felicità... Tutto lo derideva.

Cercò d'irrigidirsi ancora, con uno sforzo supremo, concentrando la poca energia che gli rimaneva in un solo proposito: arrivare a casa, rivedere Argìa!

X.

Nella camera di don Paolo, piena di ombra e di tristezza, le ragazze aspettavano sedute davanti al caminetto, coi piedi sugli alari, guardando il fuoco in silenzio.

Argìa soffriva crudelmente. Tutto il giorno era stata nell'ansia, col pensiero fisso ad un punto solo.

Il ritardo di Fausto l'angosciava.

Amelia era in preda alla noia; e la sua noia si traduceva in dispetto.

Quell'invernata le pareva eccessivamente pesante. Soltanto qualche passatempo di tratto in tratto; e tutte le sere quelle visite al vecchio infermo, con la compagnia di quei due fidanzati così poco allegri!

L'unica vera distrazione in quelle occasioni era per lei Vittorio; ma non le bastava. Avrebbe voluto qualche cosa di meglio. Con questo desiderio insoddisfatto ricadeva naturalmente nella noia; e annoiandosi osservava che sua sorella non pareva niente più soddisfatta di lei, e Fausto meno di tutti.

Che amore ingrugnito! E che famiglia noiosa e musona avrebbero fatto quei due! Già lei non sarebbe andata ad incomodarli! Una volta sola in casa, il babbo avrebbe dovuto occuparsi di lei... e allora...

Anche don Paolo almanaccava tra sè e sè nel suo letto.

Aveva peggiorato sensibilmente; il suo intelletto tramontava. Era senza forze, e non se ne accorgeva.

Tutti i giorni si faceva levare dal letto tre o quattro volte per mangiare una minestra, per bere una tazza di thè o di latte.

Lo prendevano in braccio, come un bambino in fasce, e lui s'illudeva ancora di muoversi da sè, di avere appena bisogno di un lieve aiuto.

Quando era seduto in poltrona pareva un fantasma.

— Sono le sei suonate: non verranno più stasera! — mormorò Amelia pestando i piedini nella cenere.

Argìa trasalì e tremò tutta.

— Le sei?... le sei?

— Già, le sei!... Oh che ti fissi anche tu sulle ore, come quello lì! C'è un contagio, si vede, in questa casa.

La governante entrò col domestico per alzare il malato e farlo mangiare. Le lampade furono accese.

— Perchè svegliarmi nel cuor della notte? — esclamò don Paolo irritato. — Che avete? Siete pazzi? Sono appunto suonate le tre alla torre, e volete farmi alzare... farmi mangiare... Ah! so io cosa volete! Volete portarmi via... È il complotto...

Egli si interruppe, spaventato dai fantasmi della sua immaginazione, ripigliando poscia con voce querula:

— Dov'è Fausto?... dov'è Vittorio? Perchè mi abbandonano ai miei nemici?... Bisogna chiamarli. Su, avvertiteli! Se non vegliano loro è finita!.... È una cosa grave.... un'infamia.... Dove sono?... Rispondete! Argìa? Amelia? Cosa fate lì?.... Chiamate i vostri amanti!.... Ah! essi dormono, poveretti: dormono a quest'ora, e voi altre siete qui... d'accordo coi miei nemici. Ecco! È poco vero che sono tradito? I cattivi approfittano dell'ora in cui i miei ragazzi dormono.

«Ah! i gesuiti! i gesuiti! Quando c'entrano i gesuiti, non c'è speranza!.... Sono i gesuiti che mi ammazzano. Mi hanno sempre odiato. Adesso mi spiano per cogliermi nell'abbandono. Sì, sì, li ho visti passeggiare sui tetti, là!...

«E lei... e lei... signora Luisa, si lascia raggirare!

«Pss!... Non se n'abbia a male. Non dico che sia complice!... Ma debole femmina: un bel giovanotto... una parola dolce... sempre l'amore, sempre! Le donne ci perdono la testa!

«E io, povero vecchio, che non ho più speranza di amore, che nessuno ama, muoio, abbandonato, in mano ai miei nemici!

«Mi vogliono portare via... in un altra casa... per farmi morire più presto... più presto!.. Già una volta mi hanno portato... Si ricorda signora Luisa? E ho patito tanto allora... tanto!

Sempre più fioca diventava la voce, sempre più incomprensibile. Di tratto in tratto s'interrompeva; poi ricominciava, borbottando fra i denti; smozzicando le parole.

E faceva senso quella voce senza timbro, quella voce morta che si lamentava, attraversata da sibili e da rantoli.

Ma la gente di casa vi si era abituata. Amelia rideva sommessamente; Argìa non ascoltava, sempre lontana col pensiero, attendendo che il noto passo si facesse sentire nell'anticamera.

Il domestico condannato a stare serio e corretto, si mordeva le labbra, impaziente.

La sola governante era penetrata e soffriva.

Non poteva rassegnarsi a quelle ingiurie del suo vecchio padrone, della cui incoscenza e irresponsabilità non poteva convincersi.

Le lagrime le facevano nodo alla gola; soffocava i singulti a fatica.

Dopo un silenzio penoso, scattò.

A lei dire di quelle cose! A lei?.... Con la vita che aveva fatta, irreprensibile e di sacrifici! Vita che don Paolo conosceva benissimo. Insultarla così, dopo tanti anni che lo serviva? Dopo tante bizze e capricci che lei aveva sopportati! A lei, dopo tante prove di fedeltà e di devozione?...

A questo punto, essendosi esaltata e irritata sempre più con le proprie parole, la povera donna non potè più continuare, nè frenare i suoi nervi; e i singhiozzi scoppiarono: le lagrime le inondarono il viso.

Don Paolo, ammutolito spalancava gli occhi, facendo girare le sue pupille come due lanterne.

Capiva?

Nessuno avrebbe potuto dirlo.

Certo era impressionato. Passata la burrasca, la sua mente ebbe un ritorno di lucidità; e fece come certi ragazzi birichini e furbi: finse di avere scherzato.

Al solito! quella benedetta Luisa non capiva gli scherzi! Dopo tanti anni non s'era ancora abituata! Prendeva ogni cosa in tragico.

E sorrideva di un sorriso inesplicabile.

— Il caffè?... Mi ha portato il caffè?

— No, don Paolo... Il pranzo è pronto.

— Il pranzo?... Ma che?... Luisa! Luisa!...

La chiamava sommessamente.

— Luisa, mandi via questo domestico: è uno di quelli...

Poi, dopo una pausa:

— Voglio il caffè.

— Subito...

La governante uscì soffocando un sospiro, e le ragazze restarono nuovamente sole col vecchio infermo.

Il piedino impaziente di Amelia battè un colpo secco sopra un tizzone che si arrovesciò nella brace provocando una vera eruzione di scintille.

— Sono stufa, sai!... ma stufa! Perchè tu sposi il signor Lamberti non c'è ragione che io venga a incretinirmi in questo manicomio. Tanto, io, l'altro, non lo sposo davvero! Che, che! Non voglio zoppi, io!...

Si alzò con dispetto; fece un mezzo giro per la camera; poi, essendosi accorta che don Paolo le accennava di accostarsi a lui, gli voltò le spalle; andò alla finestra e si mise a guardare nella strada, traverso i vetri.

Un momento dopo, un rumore sordo, come di ossa battute, e un grido di Argìa, la fecero voltare spaventata.

— Ah! don Paolo in terra!

Egli giaceva sul tappeto, nella più completa immobilità; e non pareva neppure un corpo umano ma una cosa bianca informe.

Aveva voluto scendere dal letto; chi sa, forse per rincorrere quella birichina di Amelia; forse per andarsene da quella casa, come spesso diceva; e al primo contatto dei suoi piedi inerti col pavimento, era scivolato.

Amelia si mise a gridare; Argìa toccò il bottone del campanello elettrico. Il panico le aveva prese: non osavano muoversi.

E lui forse capiva che avevano paura e ribrezzo. Povero don Paolo! Essere ridotto in quello stato, lui, innamorato dell'estetica, della vita, di ogni poesia!

Improvvisamente l'uscio fu spalancato, e Vittorio Giudici si precipitò nella camera, pallidissimo, in uno stato di sovraeccitazione appena sostenibile.

Senza accorgersi di quello che accadeva, egli andò diritto all'Argìa, le afferrò le mani e scuotendola un poco, le sussurrò con voce rauca:

— Fausto è malato! L'ho trovato per istrada che non poteva camminare...

E più basso ancora:

— Ho paura che abbia voluto uccidersi!... Cosa gli ha fatto?... — S'interruppe, smarrito.

Argìa non rispose. Oppressa, annientata, ricadde sulla sedia. Pareva impietrita. Un momento dopo trovò la forza di rialzarsi e balbettò:

— Dov'è?... Andiamo!

E s'avviò risoluta.

Vittorio e Amelia la seguirono.

Dimenticato da tutti, incapace di fare il più piccolo sforzo per sollevarsi da sè, e vergognandosi di chiamare, don Paolo restò solo, disteso sul tappeto.

XI.

— Fausto Lamberti muore, mentre suo zio infermo, imbecillito, minaccia di campare chi sa quanto tempo!

La dura notizia correva la città, destando un senso di terrore; eccitando gli animi alle sorde imprecazioni.

La morte si accaniva contro il giovine vigoroso e fiero che l'aveva sfidata; e pareva disposta a lasciar vegetare nella demenza il vecchio pauroso ed inutile.

Era il terzo giorno.

La casa dell'abate aveva un aspetto desolato. La governante correva dal vecchio infermo al giovine; i domestici perdevano la testa.

Nelle stanze terrene, un via vai di gente affannata e curiosa. Medici, studenti, professori, preti, signori e signore, amici del Lamberti e dei Giudici.

Il professore Pisani dirigeva la cura di Fausto; ma altri due medici lo assistevano.

In generale, poche speranze. Era una pleurite delle più arcigne.

Una sola circostanza favorevole: la parte attaccata, la destra. Inoltre il cuore pareva sano e capace di resistere, se la malattia faceva un corso regolare.

Ma la febbre saliva a quarant'un gradi e più. Se cresceva ancora, impossibile scongiurare la combustione: la fine fatale.

Da tre giorni Argìa non dormiva, nè si staccava da quel letto di pena.

Invano suo padre aveva tentato di allontanarla.

Ella spasimava con Fausto, agonizzando nell'ansia. Il vecchio rimorso l'accasciava: come aveva potuto permettere che Fausto si preparasse a morire con lei... per lei?... Ora più che mai, quel proposito di suicidio le pareva un delitto. In conseguenza di quella aberrazione, a cui lei aveva ceduto, Fausto era stato colpito dalla terribile malattia; ed ella doveva vederlo penare così... morire, forse...

Quale punizione!

L'immagine di Fausto, freddo, insensibile, morto... le si fissava nella mente, con la persistenza di un incubo che la schiacciava.

Tuttavia, la sua volontà sempre sveglia e tenace, si ribellava alla truce immagine. No! no! no! Fausto non sarebbe morto!... Lei non voleva che morisse: non doveva morire. I medici dovevano trovare il modo di guarirlo. Si trattava di un giovine robusto, che non aveva sofferto di nessun male: se non riescivano in quel caso, potevano affogarsi tutti quanti erano, professoroni insensati!

Aspettava suo padre nell'anticamera, si avvinghiava a lui, scongiurandolo, singhiozzante, fuori di sè.

Egli s'irritava.

— Credi dunque che dipenda dalla mia volontà?... Credi che io non faccia tutto il possibile?...

Ella, in cuor suo, ripeteva: — Mio Dio! fatelo guarire!... Io andrò poi via, lontano, per vivere sola, povera, dimenticata, ma felice di saperlo vivo!...

Fausto la indovinava, guardandola fisso, gli occhi smisuratamente dilatati.

Malgrado l'acutezza della febbre egli non delirava.

Aveva qualche visione; ma in complesso, conservava piena coscienza di sè e del proprio stato. Il suo pensiero dominante era questo:

Sarebbe morto, avrebbe lasciato Argìa nella vita senza di lui. Il destino a cui aveva voluto sfuggire si compiva. Era giusto. Argìa doveva vivere per il suo bambino. Era giusto! Lui solo doveva morire... lui che non aveva avuto il coraggio di prendersela così... nè la forza di strapparsela dal cuore.

Intanto però, leggendole negli occhi che lei sarebbe morta, perchè voleva seguirlo, egli si sentiva sollevato; e soffriva meno di quell'atroce puntura al polmone e di quella oppressione affannosa.

La ringraziava con un pallido sorriso; l'accarezzava dolcemente. Ma di tratto in tratto, un violento scoppio di tosse interrompeva le carezze. L'angoscia lo riafferrava. Doveva morire solo, distrutto dalla malattia; in mezzo agli spasimi... Mentre la morte sognata con Argìa sarebbe stata così dolce!...

Il destino non aveva voluto concedergli quell'unica gioia. La morte implorata amica, lo assaliva a tradimento, lo colpiva nell'ombra, come fa l'assassino. Gli pareva di averla dinanzi, fantasma terribile, e l'apostrofava, la insultava.

Una nebbia pesante gravava, quella sera, il suo intelletto. Non discerneva più chiaramente le immagini del pensiero dalle figure vere; il sogno dalla realtà. Tutto si confondeva.

Gli parve... sognò... di essere già morto. Non poteva muoversi. Lo portavano al cimitero.

Argìa lo seguiva, additata dalla folla, e qualcuno mormorava una parola che poi tutti ripetevano.

— Non ha fatto a tempo a farsi sposare — dicevano le amiche sorridendo malignamente.

Egli sentiva quelle risatine feroci; ma non poteva muoversi; non poteva difenderla, povera Argìa!...

Si scosse e la chiamò sommessamente:

— Argìa! Argìa!

Ella si chinò su lui, bagnandogli il volto di lagrime. Questo lo calmò: si assopì.

Ritornò a sognare. Rivedeva Argìa col suo bimbo in una bella casa in un paese lontano. Presso a lei era un giovine. Chi?

Lui stesso forse? No, ah! no! Non lui... quell'altro! L'aveva sposata: si amavano, e parlavano di lui, morto, con quella mestizia leggera, per cui i felici sentono più intensamente la gioia di vivere e di amare.

Egli assisteva ai loro colloqui: sentiva i loro baci lunghi, sonanti... Voleva fuggire; fuggire l'odiato spettacolo, ma non poteva: l'attrazione lo inchiodava. Un peso enorme gli gravava il petto... Era la pietra tumulare, che lo divideva dal mondo, la pietra su cui Argìa aveva voluto morire... Ah! ah! ah! ah! ah! Come rideva!

Il riso atroce si mutò in un terribile scoppio di tosse. Pareva che il petto gli si frangesse. Uno sputo oscuro, sanguinolento, gli insozzò la bocca. Il professor Pisani e Vittorio accorsero con premura per sostenerlo. Passato l'assalto gli somministrarono alcune cucchiaiate di una pozione efficacissima, fatta preparare dal Pisani.

Tornò la calma ed il sonno. Ma la febbre era cresciuta ancora!

Entrò un altro medico che brandiva l'occhialetto. Il Pisani trasse di sotto l'ascella del malato il piccolo termometro per mostrarlo al nuovo venuto, e si misero a parlare tra loro sommessamente, masticando le parole.

Poi l'uomo dall'occhialetto volle fare una rapida ascoltazione al polmone ed al cuore del paziente, sotto agli occhi ansiosi del professore e di Argìa.

Era un medico giovane, sebbene già famoso; non ancora avvezzo alla morte, mal corazzato contro le angoscie dei parenti e degli amici che vegliano presso ad un ammalato in pericolo.

Quando si raddrizzò mostrò un viso pallido, disfatto, e i suoi occhi atterriti si fissarono in quelli del professore improvvisamente ammutolito.

XII.

Una nottata affannosa seguì la giornata pessima.

L'estrazione dell'acqua dalla pleura diede poco risultato.

Verso l'alba Fausto si assopì; la testa alzata sui guanciali, i capelli incollati alle tempie dal sudore; il viso terreo, i pomelli accesi.

Anche Argìa si assopì. Ed anche il suo viso appariva smunto ed emaciato. Ella giaceva abbandonata all'indietro sulla poltroncina, vinta dalla stanchezza di tutti quei giorni.

Colta dal sonno così improvvisamente, in quello stato di prostrazione, aveva dimenticato le solite precauzioni, l'arte suprema di stare e di presentarsi, assiduo pensiero suo.

La fascetta le si era slacciata; le pieghe delle gonne ricadevano all'indietro, lasciando la stoffa quasi liscia sulle accentuate rotondità dei fianchi. E la tenue luce che spandeva intorno una lucerna di porcellana azzurrata, scendeva direttamente sopra di lei, mettendo vieppiù in evidenza ciò ch'ella aveva così affannosamente nascosto.

Il professore e Vittorio, seduti all'altro capo della stanza, discorrevano sommessamente della necessità di scrivere ai Lamberti, andando pure contro la volontà di Fausto.

— Ma, io non capisco... perchè mai Fausto non vuol vedere sua madre?...

Vittorio esitò un istante.

— Mah!... A me disse che voleva risparmiarle questo affanno perchè soffre di cuore... Vorrebbe si aspettasse un miglioramento... altrimenti... gli estremi...

— Eh!... — mormorò il professore crollando il capo — se domani non migliora, saremo presto agli estremi!

— È appunto questo che mi trattiene; poichè, se scrivo, Fausto capirà...

— Crede proprio che non lo sappia?... È medico anche lui: ha studiato molto. Deve capire.

Vittorio non rispose. I suoi occhi si erano fermati su quel punto troppo illuminato della figura di Argìa, e quella visione lo turbava profondamente. Da parecchio tempo egli aveva dei sospetti sui quali non voleva fermarsi e che, suo malgrado, lo rendevano inquieto. Ma dalla sera in cui aveva trovato Fausto sul ponte del Ticino, in quello stato di prostrazione e di sfinimento, il viso improntato da una disperazione che non si celava più sotto la maschera abituale: da quella sera, il povero Vittorio non sapeva come sottrarsi alle ossessioni del terribile punto interrogativo a cui non poteva in alcun modo rispondere.

L'ansia più acuta, che gli cagionava lo stato del suo Fausto, lo distoglieva di tratto in tratto dalla pungente ricerca; ma appena lo spirito aveva agio di riflettere, ricompariva il punto uncinato.

Molte volte, mentre il malato si assopiva, ed egli rimaneva là a vegliarlo insieme alla giovine fidanzata, il bisogno di conoscere quel mistero lo assaliva con prepotenza. Voleva scoprire la verità: doveva scoprirla.

E si rimetteva a cercarla, frugando e rifrugando in quel complicato insieme di dati, di dubbi, di affermazioni e di negazioni tenzonanti nel suo cervello.

Quante faccie aveva per lui quel problema!

Se Argìa aveva ceduto... Se Fausto... Insomma... se quello che di tratto in tratto appariva, era vero... Perchè non avevano affrettato il matrimonio?....

E ad ogni modo — era quella una causa sufficiente alla disperazione tante volte sorpresa negli occhi di Fausto?...

E da dove veniva Fausto, quella tal sera, per essere così stanco, così sfinito e quasi fuori di sè?...

Perchè quelle lagrime nei suoi occhi?...

Certo, il fatto di avere compromesso l'onore della sua fidanzata, e il pensiero dei parenti irritati, dovevano tormentarlo. Ma... alla fine poi, se loro si amavano, potevano sposarsi subito e partire appena sposati... stare via un anno... viaggiare... Eran ricchi!... E anche se dovevano affrontare l'opinione pubblica... bella roba!... Quando due si amano...

E fissava lo sguardo in faccia ad Argìa come per interrogarla.

Ma il viso pallido e grave, dall'espressione verginale, rimaneva impenetrabile... Che! forse non era vero niente, ed egli sognava a occhi aperti. Forse aveva ragione l'Amelia quando diceva che in quella casa c'era un contagio di pazzìa!

Ed ecco che, tutto a un tratto, ogni dubbio svaniva.

In un istante d'oblio e di stanchezza invincibile, Argìa lasciava apparire il suo stato, nascosto con tanta cura, a costo di acerbe e continue torture.

Non ricevendo alcuna risposta, il Pisani scrutò il viso del suo interlocutore e sussultò.

Quel viso rivelava l'impressione di una scoperta penosa.

Atterrito, egli girò lo sguardo sull'ammalato. Nulla di nuovo... pareva assopito come poco prima; e Argìa...

— Ah!...

Fu un urlo soffocato.

Vittorio comprese il male che aveva fatto; cercò di ripararvi, ripigliando il discorso con simulata tranquillità; ma non gli riescì. La sua voce tremava, non sapeva quel che diceva.

Il professore gli troncò la parola accennandogli Argìa con un gesto brusco.

— Guardava mia figlia?

— No!... s'inganna...

— Non finga! Non sa fingere!...

E crollò le spalle maestose con superbo disprezzo.

In due passi fu presso alla giovine addormentata; la scosse rudemente, e appena vide che aveva aperti gli occhi le intimò di seguirlo, con depressa eppure formidabile voce.

Completamente desta dalla violenza della commozione; completamente presente a sè stessa, e conscia della gravità di quel momento, Argìa si alzò pronta a obbedire.

Dopo un istante d'incertezza e di perplessità Vittorio cercò d'intromettersi, sentendo il bisogno di difendere la fanciulla da lui così involontariamente accusata.

Il professore l'arrestò seccamente. Restasse a guardia di Fausto.

— Argìa!... — mormorò l'ammalato sobbalzando.

— Argìa — ripetè più basso, e tornò a smarrirsi nel letargo pesante.

Il professore traversò due stanze buie, trascinandosi dietro la figlia; e sostò in una sala dov'era un po' di luce.

Una enorme libreria occupava la parete di fondo di questa sala, destinata alla lettura e, in casi eccezionali, alla scherma; le altre pareti erano decorate da carte geografiche e fasci d'armi disposti a guisa di trofei. Una stuoia di juta copriva l'ammattonato. Pochi mobili: alcuni tavolini, una scrivania in un cantone, e varie sedie e seggioloni coperti di cuoio e ornati di borchie dorate, imitazioni dell'antico, di fabbrica milanese.

Su un tavolino agonizzava per tre beccucci una lucernina d'ottone, lucente come oro. E soltanto questa lucernina dalle catenelle scintillanti rivelava la vecchia casa di provincia.

Da una finestra rimasta aperta si vedeva il giardino pieno di neve e una distesa di cielo imbiancato dai primi lucori dell'alba.

Il professore trascinò Argìa fino a quella finestra che era nell'angolo più remoto, serrandole i polsi, scuotendola con involontaria violenza.

Il primo impeto lo agitava ancora, ma era evidente che voleva dominarsi.

Argìa non fiatava.

Lasciata libera, si appoggiò al muro per non cadere. I suoi occhi muti fissavano il suolo. Pareva insensibile. Non le balenava neppure che il cuore del suo povero babbo aspettasse una rivolta suprema, contro quelle asprezze, che lei avrebbe dovuto trovare ingiustificate, pazzesche.

Egli la guardava intensamente, spogliandola con l'occhio del medico; e tremava come un paralitico.

Finalmente proruppe.

— Non dici niente?.. Non ti ribelli?... È vero, dunque, è vero! Tu confessi... Ti sei lasciata... Uff!...

Digrignò una bestemmia e una parolaccia e con un gesto energico si battè un pugno sulla bocca.

— Ah! imbecille che sono, speravo ancora che i miei occhi m'avessero ingannato!... Ma non sai che ti dovrei ammazzare?...