Il romanzo della morte

Part 7

Chapter 73,789 wordsPublic domain

— Speravi forse che interrompesse gli studi? La fanciulla allibì.

— Di che studi parli!...

— Lo sai bene perdio! gli studi di legge!... Non farò l'ipocrita! Sai bene che parlo del contino...

E abbassando la voce pronunziò il nome di un giovine conte molto alla moda.

Inconsapevolmente il viso di Argìa si rischiarò e un largo sospiro le sollevò il petto.

— T'inganni, Fausto!...

Ei le aveva prese le mani e la fissava con gli occhi ardenti.

— M'inganno!... Devo crederti, poichè il tuo viso non mi nasconde che tu sei lieta del mio errore.

Ghignò amaramente.

— Ebbene, se non è lui, è un altro: io voglio conoscerne il nome. Questa incertezza mi è insopportabile. Non voglio morire senza conoscerlo... Senza avergli rotta la testa! Parla: chi è?

— Che cosa t'importa, Fausto? Io morirò... E quell'uomo è lontano...

— Che cosa m'importa?!... Ah!.. Dimmi dov'è.

Ella balbettò:

— È a Pietroburgo.

— M'inganni!..

— No, Fausto: è la verità.

— Dimmi il suo nome!...

— ... Ruggeri...

— Il violinista?!... Oh!... Come l'hai conosciuto?... Dove?...

— In villa... Lo condusse il babbo...

— Ah! Questo gli somiglia al tuo babbo!...

— Povero babbo!... Mi vedeva morire per il tuo abbandono... Voleva distrarmi...

— E tu eri contenta di distrarti, eh?.... Parla!... L'hai amato!... È stato un capriccio violento!... Parla!...

Ella non poteva parlare; scoteva il capo in segno di diniego.

— Ma dunque! Vuoi farmi credere che ti sei data, così, ad un uomo che vedevi forse per la prima volta; che, certamente, conoscevi appena... e ciò senza essere pazza di lui?... Vuoi dunque che io ti creda... una...

Un riso atroce gli stirò la bocca e una parola oscena uscì fischiando dalle sue labbra.

Egli stesso n'ebbe vergogna, e nell'ira subitanea ed inconscia di essersi abbassato a quel punto, afferrò la giovine alle spalle, e scuotendola brutalmente le gridò nella gola:

— Parla o ti ammazzo!... Inventa delle scuse. Menti, sii femmina! Ma racconta qualche cosa! Non vedi che impazzisco?

— Non posso! — sospirò Argìa. — Vorrei dirti tutto... Ti sembrerei meno... rea... Ma non posso... non so raccontare... È impossibile!.. E poi, tu non mi crederesti...

— Vuol dire ch'è tutto falsità quello che pensi di dirmi!

— Como vuoi: io non mi difendo.

— Mi sfidi?... Maledetta!...

Si voltò per afferrare una forbice lunga, affilata, che splendeva sul tavolino da lavoro; ma Argìa lo prevenne. Afferrata la forbice, prima ch'ei potesse raggiungerla, se l'appressò al collo.

Bastò tale atto per far cadere la collera di Fausto, che si gettò su lei per trattenerla, disperato, ansimante.

— Lasciami morire! — ripeteva Argìa con voce sorda. — E tu vivi, per amor mio! Tu devi vivere e io devo morire!...

Finalmente egli riuscì a disarmarla. Allora soltanto s'accorse che, nella lotta, Argìa si era ferita alla mano sinistra. Il sangue colava e le goccie si fermavano come perle di granato sul vestito di flanella celeste.

Le mani del medico tremavano così forte, ch'ei non riesciva a fasciarla.

E aveva voluto ucciderla!...

— O Argìa! Argìa!... Amore santo, amore mio unico!... Perdonami; perdona al tuo povero Fausto che ti ha insultata, ferita... Non togliermi il tuo amore, non rifiutarmi la suprema consolazione di morire con te!...

Piangeva come un fanciullo, vinto da un impeto nuovo di tenerezza.

Ma Argìa aveva ritrovata la tetra calma, stato abituale dell'animo suo in quei giorni; e con parole dolci e disperate, piene di un profondo convincimento, gli andava spiegando le ragioni per cui egli doveva vivere e abbandonare lei al suo destino.

— Per amor mio devi farlo!... — insisteva la misera, stringendolo fra le sue braccia — per amor mio! Se tu muori con me, la mia agonia sarà amareggiata dai rimorsi. Morirò disperata. Se tu mi lasci morire sola, ti benedirò.

L'arrivo di Amelia troncò la disputa dolorosa.

Poco dopo Fausto si ritirò, e il suo ultimo sguardo, la sua ultima stretta di mano ripeterono ancora alla fidanzata della morte, che egli non poteva lasciarla, perchè non poteva vivere senza di lei.

La mattina seguente, egli così le scriveva:

«Non tormentarti, mia povera Argìa, con vani rimorsi: non turbare con inutili torture questi supremi istanti.

«E perdona a me di averti tormentata con le mie insistenze. Perdona al mio amore, alla mia intensa passione. Ora è finito: ho vinto...

«Quello che so, basta. E che mi gioverebbe sapere di più?... Intendo quale tormento sarebbe per te ritornare su quei fatti; ricercarne i particolari nella memoria, e ripeterli a me: intendo lo spasimo della tua anima, l'angoscia del tuo pudore...

«Ed io stesso, quale soddisfazione ne avrei?... Una morbosa soddisfazione che mi avvilirebbe ai tuoi occhi ed ai miei.

«Più in alto! Più in alto!...

«Ti ricordi quel che ti ho detto sul bastione l'ultima sera? Noi dobbiamo librarci nell'infinito con l'anima serena, il cuore ebbro di un amore rinnovato e purificato. Lungi da noi le miserie della vita comune, le stupide convenzioni, le meschine idee ricevute. Tu non sei niente più colpevole di me, Argìa! Lo sa la mia coscienza. Quando ti accuso sono ingiusto: sono un povero essere debole e geloso. Tu devi compatirmi, perdonarmi: non darmi ragione però: non mai avvilirti.

«E se tu avessi ceduto al mio barbaro intento di farti narrare ciò che tanto ti affligge, ti saresti avvilita. Ti ringrazio, o mia Argìa, di non averlo fatto!... Io ti amo tanto, appunto per questo tuo orgoglio. No, tu non sei più colpevole di me. Se io non ti avessi abbandonata, tu non saresti caduta; e se io fossi stato veramente forte, se non avessi titubato di fronte alla suggestione della famiglia e del pregiudizio, non ti avrei lasciata così, sei lunghi mesi; nutrendo la sciocca pretesa che tu non disperassi di me, mentre io mi dibattevo con le mie debolezze.

«Alza la testa stanca ed oppressa, dolce fanciulla mia! Ma non disdegnare il tuo povero compagno. Non dirmi che vuoi morire sola. So che nel tuo pensiero intendi di pronunciare la tua condanna e la mia assoluzione: ma io, che per indole scruto la logica fatale delle idee e dei sentimenti, io so quello che tu non sospetti: so che il pensiero di morire sola ti viene da un oscuro disprezzo della mia debolezza: so che a tua insaputa nel tuo cuore s'insinua un inesprimibile disgusto di questo misero che muore d'amore per te, e non ha mai saputo, e non sa neppure ora amarti come vorrebbe.

«Non protestare, Argìa, non protestare: se tu avessi cuore di scrutarti, vedresti che ho ragione io.

«Ma tu sei donna e detesti le amare indagini. Ebbene, sii generosa: aprimi il paradiso del tuo amore e lasciami precipitare con te nell'eterna notte — una notte d'amore che non finirà mai.

«E se alla tua femminea generosità ripugna il crederti superiore: ebbene, ammetti pure che siamo tutti e due egualmente deboli; due povere creature sospinte e risospinte dalle correnti contradditorie della vita intima e della vita esteriore: due povere anime umane innamorate, che cercano fuori del mondo un asilo intangibile all'ideale del loro amore.

«Addio Argìa, a domani.

«_Fausto_.»

IX.

In quei giorni cadde una enorme quantità di neve che il freddo intenso fece gelare.

Ciò ispirò a Fausto il pensiero di andare a morire nella campagna, in mezzo alla neve.

Varie altre maniere di morte, lungamente discusse, quasi accettate, erano state messe da parte per diversi motivi. Vi era sempre il pericolo di essere scoperti troppo presto, o di non riuscire completamente.

La campagna gelata offriva un nascondiglio più sicuro e accontentava l'immaginazione.

La mattina del 28 dicembre — un sabato — Fausto mandò alla fanciulla i primi giacinti fioriti nella piccola serra ch'egli coltivava; e coi fiori della morte, questo breve biglietto:

«Vado a cercare il nostro nido: questa sera vi andremo insieme, mentre gli altri saranno in teatro. Mi tarda di averti con me per sempre.»

Egli uscì di città passando per il ponte coperto, celebre costruzione che costituisce una porta di Pavia a cui il Ticino dà il nome.

Il fiume era alto e scendeva lento e maestoso, inseguito dalla nebbia bassa bassa, che il vento portava sulla medesima direzione.

Il giovine camminava del suo passo ordinario, guardando lontano, all'orizzonte, dove la massa argentea dell'acqua sembrava congiungersi col cielo grigio, pesante.

Lunghe file di carri carichi di legna, di ghiaccio, di sassi, passavano vicino a lui, fra le cento colonne di granito che sostengono il tetto del ponte. Ogni tanto, un calessino; degli uomini intabarrati, il capo coperto da cappelli a larghe tese.

Era giorno di mercato a Pavia. Quelli che già avevano conchiuso i loro affari se ne ritornavano alle loro case. Altri, pochi, giungevano appena.

Il freddo intenso arrossava i nasi; i fiati gravi fumavano come i caminetti delle pipe.

Sulla neve gelata, su i carichi dei carri, su tutte le superficie immaginabili, la brina alta alcuni centimetri, scintillava come cristallo sfaccettato.

Sulla _Via dei Mille_, sozze baracche di rivenditori di commestibili aperte in pieno gelo; ragazzi sudici e intirizziti; la facciata, stupenda di Santa Maria in Betlemme; qualche bella casa; una fila di casuccie; e luridi monticelli di neve fangosa e nera, attendenti il disgelo, parte per parte, presso agli ingressi delle abitazioni.

Alla fine del Borgo, sulla strada di campagna, una donna che pareva cieca, con due bambini seduti contro le sue ginocchia, cercava di toccare il cuore ai passanti.

— Mi dia volentieri qualche centesimo per questi piccini!

La voce nasale e rauca recitava questa lezione imparata a memoria, come un pezzo di orazione. I bimbi, tremanti di freddo, incretiniti da quella vita, guardavano i passanti con occhi stupidi.

Fausto, tra infastidito e pietoso, gettò una moneta.

Allora la voce fioca si rianimò per benedire il benefico passeggero.

— Dio gli dia bene! Vita lunga e felice! Tutto quello che desidera!

— Vita lunga e felice! — balbettavano i piccini con le labbra paonazze.

Ma altri passanti si avvicinavano; e subito la cieca — falsa od autentica — mutava metro ripigliando il suo ritornello, senza transazione, parola per parola, come un fonografo.

Un pallido sorriso passò sulle labbra di Fausto.

La vita! l'eterna commedia!

Ed ecco a pochi passi di là un altro povero, col braccio al collo; e poi uno sciancato, una vecchia pellagrosa; e, immancabile, il vecchio cieco col solito cane, unica guida fedele.

Il mercato attirava quei disgraziati, istintivamente filosofi e osservatori; poichè, chi va al mercato per tentare un colpo cede facilmente alla superstizione e dà il suo obolo per timore di un cattivo augurio; e chi ritorna dall'aver fatto un buon affare apre facilmente il cuore alla pietà e ai sentimenti generosi.

Tutti d'accordo quegli affamati gettavano a Fausto l'eterno augurio.

— Vita lunga e felice... Tutto quello che desidera!...

Ma il pensiero del giovine medico, un istante distratto, tornò a concentrarsi.

La strada era ora isolata ed alta, come un ponte, in mezzo ai campi di neve che si avvallavano, orlati da filari interminabili di salici ed alberelle. La brina scintillante decorava i rami sottili e sfrondati; e a tutta la campagna, uniforme e bassa, il gelo e la neve davano una bellezza fantastica.

Di tratto in tratto, in mezzo ai filari, o più in là, un olmo solitario sorgeva come un gigante tra una folla di mediocri.

Sulla vasta distesa dei campi la neve intatta era interrotta a distanze regolari da mozziconi neri di gelsi potati; strani cadaveri aspettanti la risurrezione primaverile. E da tutte due le parti l'orizzonte pareva chiuso da una larga zona di fumo nero che in alto si schiariva prendendo dei toni grigi, perlacei, violetti, rossicci... A poco a poco l'occhio scopriva che erano gli scheletri neri di grandi boschi avvolti nella nebbia.

Sulla strada continuava il passaggio dei calessini, dei tabarroni, dei grandi cappelli.

La figura elegante di Fausto, il bel viso espressivo e nobile, destavano una certa curiosità.

I campagnuoli intabarrati lo guardavano di sotto in su, avendo l'aria di chiedersi, dove poteva andare a quell'ora e con quel po' po' di freddo, un signorino in _paletot_ corto e attillato.

Certo non potevano supporre qual lugubre meta egli si proponesse. Altre immaginazioni occorrevano, altre intelligenze per leggere in quello sguardo limpido e freddo, in quel viso fresco e delicato, su cui la sventura non aveva ancora avuto il tempo d'imprimere il suo marchio.

Quanto a lui, non guardava nessuno, forse non vedeva che ombre confuse. Gli occhi suoi non si staccavano dal paesaggio, che gli appariva animato e coscente e legato a lui e al suo destino per recondite simpatie.

Si fermava di tratto, in tratto, senza volontà determinata, dinanzi agli stagni gelati, fantastici specchi su cui si riflettevano bizzarri disegni, misteriose immagini.

La lucentezza grigiastra di quegli abissi trasparenti attirava le sue pupille. Ed egli guardava senza pensare, in quello stato di vaga inconsapevolezza piena d'immagini, propria alle nature poetiche nelle ore desolate.

A un dato punto, sul lato destro, trovò una viottola fiancheggiata da alti olmi, e vi entrò.

La viottola affondava sempre più come in un padule, staccandosi dalla strada maestra per tutto lo spessore di un bosco ceduo, dai tronchi fitti, dai rami sottili, splendenti di gemme.

Fausto camminava lentamente e i suoi passi producevano un rumore secco sulla terra gelata.

La strada alta spariva; ma i passanti che sovr'essa camminavano, apparivano, traverso il bosco sfrondato, come campati in aria, ombre fantastiche nella nebbia.

Il mercato doveva essere chiuso, poichè tutti ritornavano, parlando animatamente degli affari buoni o cattivi, propri o degli altri. E la campagna gelata e silenziosa trasmetteva lontano il suono delle parole, le grasse risate.

Fausto pensava:

— Quando il nostro suicidio sarà conosciuto e si scopriranno i nostri cadaveri, la gente che passerà per questa strada parlerà di noi: i nostri nomi risuoneranno per questi campi lungo tempo dopo la putrefazione dei nostri corpi!

Una sensazione opprimente gli mozzò il respiro: sentì stringersi la gola come se soffocasse.

La putrefazione!...

La distruzione completa!...

Un brivido lo scosse. Sentì nelle carni il morso del freddo non peranco avvertito. Il freddo!... il supplizio a cui egli condannava sè e Argìa!

La morte?!...

Strana cosa, non vi aveva pensato prima di quel momento.

La morte!...

Crollò le spalle e sorrise, sentenziando ad alta voce:

— La morte non esiste! è una figura rettorica, come il freddo. Soltanto la vita esiste e la trasformazione della materia. Che v'ha egli di terribile in ciò? Nulla di terribile.

Egli la conosceva bene la trasformazione; l'aveva studiata a fondo, e non se n'era mai impressionato eccessivamente.

Conosceva la morte, poichè «morte» si diceva. L'aveva vista tante volte: combattuta e vista combattere accanitamente con le armi della scienza nei corpi infermi: l'aveva vista estirpare, estirpata egli stesso, insieme alle carni putride.

Una volta, l'anno addietro, il professore Pisani gli aveva affidato l'esportazione di un tumore cancrenoso, standogli al fianco durante l'operazione, vegliandolo e incoraggiandolo.

Si ricordava perfettamente. Le sue mani avevano tremato un istante quando il paziente urlava. Poi nulla. La volontà aveva dominata la sensibilità.

Del resto, il malato gli era indifferente... La morte?... Non vi pensava affatto.

Non pensava che a farsi onore, a vincere le difficoltà: precisamente come un artista.

Ma quando l'infermo cominciò a rimettersi, quale piacere! Allora l'amava: non era più un miserabile indifferente, era l'opera sua.

Proprio così.

Dopo un mese, allorchè pareva guarito del tutto, quell'imbecille s'immaginò di morire.

Che rabbia! Ma nient'altro che rabbia. Dopo tutto, l'operazione era riuscita benissimo.

Il peggio fu che il povero Pietro Sangiorgi si punse un dito con una scheggia d'osso, sezionando quel cadavere — un vero putridume!

Che momento terribile quello!

Perfino il professore era impallidito. Certo pensavano tutti la stessa cosa; pensavano che il pericolo li minacciava ad ogni momento. Che maledetto mestiere!

Uno studente molto giovane era svenuto.

E il povero Sangiorgi, tre mesi fra la morte e la vita!

Quello era stato proprio un duello a corpo a corpo tra la scienza e la morte.

E finalmente la scienza aveva creduto di vincere. Sangiorgi era guarito... tutti lo dicevano. Lui stesso. E studiava più indefessamente di prima. Ma in capo a sei mesi lo trovarono morto una mattina, in casa di suo padre, accanto al letto intatto.

Si era suicidato col laudano.

Perchè si era ucciso?

Chi sa perchè!...

All'università qualcuno diceva che era pazzo, che la malattia d'infezione apparentemente guarita gli aveva prodotto la paralisi del cervello.

Altri sostenevano che si era ucciso perchè non poteva più studiare su i cadaveri, tormentato da invincibile terrore. E per lui, senza la scienza, la vita non valeva un soldo.

Chi sa!

Morire per la scienza... uccidersi per un amore...

— Ah! Come siamo sempre stupidi! — mormorò Fausto battendosi la fronte. — Eppure, domani, io non parlerò più, non respirerò più! Non avrò più questa noia del pensare; e la gente che si stima savia parlerà della mia pazzia! Il più stupefatto sarà don Paolo, lui che non vede altro male al mondo fuori della morte e della vecchiaia! Appunto, caro zio, appunto, il meglio è morire giovani.

Rise.

Un momento dopo, inconsapevolmente rabbrividì.

— Oh! Argìa! Argìa!...

Ed ebbe come uno scoppio di pianto interno che represse.

Dinanzi a lui, un cancello aperto lasciava apparire un cortile ed un caseggiato.

Sostò un momento; interrogò i suoi ricordi. Era da quella parte?... Sì... gli pareva...

Entrò francamente e traversò il cortile.

Un contadino che stava rimovendo del letame fumante in una larga buca, guardò il passeggero e lo salutò con naturale rispetto.

Le donne filavano nella stalla. Si sentiva il loro chiacchiericcio. Due curiose aprirono una porticina ed uscirono. Una colonna di fumo denso e grasso si sprigionò subito da quell'apertura. Pareva che nella stalla fosse un incendio.

— Che freddo! — gridarono alcune voci rauche, di dentro la stalla.

Le due curiose rientrarono e l'uscio fu richiuso.

Lamberti era già lontano. Voleva andare verso i boschi laggiù. Camminò un pezzo a caso; e intorno a lui era un silenzio interrotto appena dall'eco di rumori lontani.

Sull'orlo del bosco incontrò una vecchietta e due ragazze coi grembiali pieni di legna. Vedendo quel giovane signore, che poteva essere il figliuolo di un fittavolo o di un proprietario, la vecchia fu sul punto di gettare il suo carico per scappare più presto. L'aria indifferente di Fausto la rassicurò. Intanto le due ragazze passavano alla lontana, mute e rapide come ombre.

Nel bosco, silenzio e solitudine di tomba. La nebbia, sempre più densa, ne celava i confini; pareva una foresta immensa in uno sterminato deserto.

Non un'orma su quella neve. Fausto era il primo che ne sfiorasse il candore; e i suoi passi risuonavano lugubremente come sulle pietre di un tempio deserto, sotto agli archi slanciati e bianchi, che i rami brinati formavano; lungo le ampie navate.

Che superbe colonne, e quale fantastica architettura!

Quello era il degno tempio della morte; un tempio che in pochi mesi sì sarebbe trasformato completamente, come si sarebbero trasformati i corpi dei due amanti suicidi... ahi, ma per quale diversa trasformazione!...

Improvvisamente la fantasia gli rappresentò quel medesimo bosco quale egli l'aveva veduto in primavera, tutto verde e fiorito; animato dal canto degli uccelli e dal ronzìo degli insetti.

Mai più egli non avrebbe riveduta la primavera!.. E quel bimbo, ch'egli condannava a morire prima di nascere, non vedrebbe mai il sole!...

Quest'idea gli attraversò il cervello come una nebulosa; ed egli la lasciò passare senza esaminarla.

Beati quelli che muoiono... più beati ancora quelli che non sono nati!..

La testa bassa, gli occhi torbidi, egli camminava ora quasi automaticamente, senza pensiero. Provava una specie di stupore che gli offuscava la mente.

Il bosco aveva mutato aspetto. Un fitto d'alberi altissimi, dai grossi tronchi neri, dai lunghi rami intralciati, spandeva un tenebrore improvviso. Le piante apparivano vecchissime, moribonde; alcuni tronchi spezzati erano imputriditi.

Un'acqua scorreva al di là di quegli alberi, gorgogliando sotto a un ponticello.

Un ramo del Gravellone!

Fausto affrettò il passo e si fermò sulla sponda gelata, preso da un grande amore improvviso per quell'acqua corrente, che era come una dolce immagine della vita in mezzo al silenzio o al gelo della morte.

Gli pareva che quell'acqua lo invitasse con un mormorio misterioso, penetrante.

— Vieni, vieni — diceva la voce sommessa — non tornare in città... lascia vivere Argìa col suo bimbo... quell'_altro_ forse tornerà, l'amerà, saranno felici. Muori tu solo che non puoi essere felice, che non puoi amare, nè credere.

Egli ebbe un sussulto.

La gelosia che dormiva in fondo al suo cuore come un mostro in un antro, si scatenò improvvisamente.

Lasciare vivere Argìa?... Lasciarla libera?

— Ah! no! no!

Non voleva morire solo.

Non voleva lasciarla vivere quella perfida, capace di dimenticarlo e di essere felice con un altro.

La odiava. L'amore e l'odio che da tanto tempo tenzonavano nell'anima sua, venivano nuovamente a formidabile conflitto.

Come sempre, vincevano tutti e due.

Ma in mezzo al tumulto di quel conflitto, la voce sommessa della coscienza riprendeva ancora la difesa di Argìa.

Argìa era innocente... Argìa doveva vivere, perchè il suo spirito era portato in alto dal soffio dei tempi nuovi: perchè vedeva la luce e intendeva la verità.

Ella doveva vivere per sè e per il suo bambino.

Ah! se egli avesse avuta la forza di vivere con lei e di amare quel povero bimbo! Se avesse saputo assurgere nella vita al grande ideale della generosità e dell'amore, invece di rifugiarsi nella morte!

Gli mancava la forza. Era un uomo vecchio. Vecchio a ventitrè anni. Un uomo del passato, a cui l'intelligenza e gli studi rivelavano l'avvenire senza alcun profitto, per tormentarlo di più, perchè egli sentisse più intimamente il peso della propria miseria.

Incalzato da questi pensieri, camminava a caso, risalendo i giri tortuosi dell'acqua.

Cresceva il freddo e ricominciava a nevicare. Il cielo si oscurava.

Fausto pareva indifferente, insensibile alle cose esteriori. Cercava sempre e non riusciva a trovare.

Ma che cosa cercava? Una soluzione, o il posto remoto dove morire con Argìa? Neppure lui sapeva. A poco a poco il fascino della morte lo riallacciava. Come sulla campagna, le tenebre si addensavano nell'anima sua.

Non valeva la pena di vivere, di fare uno sforzo così grande, per stare alcuni anni a logorarsi tra le miserie e le volgarità della vita.

La morte era molto più bella!

La morte nell'amore, nell'ebbrezza divina!

Benvenuta la nuova neve che li avrebbe ricoperti come un lenzuolo!

Lungamente egli andò così vagando come trasognato, internandosi nel bosco; smarrendo la strada; perdendo il filo dei suoi ragionamenti; affranto, sfinito. Cercando sempre.

La morte lo derideva! Era una nuova ironia delle cose!

E non sapeva staccarsi dal desiderio ostinato di ritrovare quel posto... proprio quello!

A un tratto si fermò.

Era là, forse?

Non sapeva decidere, ma il luogo gli piaceva.

Era ritornato a quel fitto di piante altissime e vecchie, dai tronchi neri, deformi; ma ora si trovava dalla parte opposta. Qui il luogo era meno selvaggio, egualmente triste. Rami secchi, vecchi tronchi spezzati erano sparsi sulla neve, coperti di neve alla loro volta.

Presso al fiume un albero intero giaceva abbattuto, come un gigante morto.

Fausto andava in su e in giù lentamente; sognando; inseguendo la sua visione; e di tratto in tratto si scuoteva di dosso la neve con un gesto automatico.