Il romanzo della morte

Part 5

Chapter 53,790 wordsPublic domain

Egli parlava a voce bassa, con una intonazione dolce e molle come se avesse dette le cose più semplici e naturali. Una blanda esaltazione s'era impadronita del suo pensiero. E Argìa si lasciava penetrare a poco a poco, e si lasciava vincere da quella sottile ebbrezza. La testa appoggiata sulla spalla di lui, le palme abbandonate, essa lo ascoltava chetamente. Quella voce soave la cullava; quelle parole appassionate la trasportavano fuori del mondo.

Dopo un silenzio che durò alcuni istanti, Fausto riprese:

— Questo stato dell'anima mia è incomprensibile a me stesso. Non saprei scrutarne la natura. Le cause mi sfuggono. Davanti a certi misteri dell'anima e del sentimento siamo tutti ignoranti. La scienza dà una formula, come la fede un dogma. Il fenomeno resta inesplicato e il mistero ci deride. La sola cosa che io so è che l'amor mio, quest'amore nuovo che mi lega a te, è di sua natura indistruttibile; ma so pure che mi deve distruggere. E il perchè di tale distruzione lo intravedo. Ci dev'essere troppo distacco, troppa disarmonia fra quest'amore e la mia indole, fra le idee a cui quest'amore si collega e le idee e gl'istinti che la tradizione e l'eredità mi hanno dato. Le idee vecchie e i sentimenti ereditati vivono in me di una vita troppo tenace. Una volta credei di averli domati con la scienza. Ma la scienza non è che un'astrazione superba senza l'esperienza della vita. Davanti alla scienza, gli astuti finsero di cedere, e si accovacciarono nella parte più intima del mio essere. Adesso che si tratta di una vera battaglia sanguinosa, li ritrovo più forti, più implacabili e baldanzosi. Perchè io potessi vivere, bisognerebbe sradicare le vecchie idee dal mio cervello e strappare dal mio cuore i vecchi sentimenti: oppure, strappare questo amore, come si strappa una escrescenza pericolosa e deforme. Una operazione chirurgica come tante altre! Ma vi sono operazioni apparentemente facili, alle quali certi individui apparentemente robusti non possono resistere. Un'altra cosa questa, che la scienza non mi spiega!

Egli ebbe un riso strano e tacque un istante, come sorpreso dalle immagini indeterminate, tumultuose che si affollavano nel suo cervello.

A poco a poco la sua fronte eretta incontro alla brezza fredda, si chinò; e le sue labbra cercarono le labbra della fanciulla.

— Oh! i tuoi baci!... i tuoi baci!... Se si potesse baciarsi sempre e non pensare mai!...

«Del resto tu hai intuito il mio stato scrivendomi che una felicità inferiore a quella che avremmo avuta — o immaginata — senza la tua disgrazia... ti sarebbe intollerabile. Soltanto, la parola «inferiore» non dipinge la situazione: non dice quello che io sento. La gioia che provo quando ti stringo fra le mie braccia è suprema gioia, insuperabile ebbrezza. Non vi può essere felicità maggiore. Ma questa felicità è avvelenata da un dolore senza nome e senza misura. È uno stato difficile a intendersi, più difficile a spiegarsi, lo stato dell'anima mia ammalata. Sento nel medesimo tempo tutta la soavità di un amore immenso e tutta l'amarezza dell'odio divoratore. Una vita così — tu l'hai compreso — non è possibile sopportarla: nessuno la potrebbe vivere. Ma per morire insieme non si potrebbe immaginare nulla di più inebbriante. La nostra morte sarà deliziosa!

— Oh! sì! — mormorò Argìa, stringendosi sempre più fortemente al petto di lui.

— Sì, t'intendo!

E dopo un istante di silenzio, con nuovo impeto mormorò:

— T'intendo, sì!.. Guarda l'acqua laggiù come c'invita!... Senti come ci chiama teneramente! Lasciamoci cadere laggiù, da questa altezza. Moriremo subito. E non si potrà mai sapere se siamo caduti per imprudenza, o se abbiamo voluto morire. Il primo caso sembrerà più probabile. Stretti in un amplesso, i nostri cuori cesseranno di palpitare nel medesimo istante e le nostre anime si involeranno insieme...

Fausto la interruppe, crollò il capo e si alzò.

— No, Argìa, no!... Alzati! andiamo! Non voglio cedere alla tua vertigine. Non così, non così... Tu non hai capito. La nostra morte deve essere una festa, un tripudio. E poi, i nostri corpi devono rimanere nascosti, il più che si può... M'intendi? La mia gelosia sorpassa la morte.

Tornò a stringerla ed a baciarla quasi in delirio.

— Io vorrei morire subito — mormorò la fanciulla. — La morte è incerta come la vita!... Forse un istante simile non ritornerà mai più. Moriamo subito, Fausto!

Curva sull'abisso nero, ella fissava il vuoto con gli occhi intenti, ascoltando la cascatella che ridacchiava in fondo al muraglione.

Si sentiva attirata da un fascino misterioso.

Ma Fausto la strappò via.

— Vieni, Argìa, vieni! Più bella deve essere la nostra fine, più poetica. Vieni!

Le circondò la vita col braccio robusto e trascinandola, quasi portandola, s'allontanò rapidamente per fuggire quella tentazione, il cuore palpitante di un gaudio nuovo, la fantasia abbagliata da una visione luminosa di amore eterno, infinito.

VI.

In città, i Pisani abitavano, sul Corso Cavour, il migliore appartamento di un vecchio palazzo posto di fronte alla casa di Don Paolo Giudici. Esteriormente, il palazzo conservava tutto il carattere vetusto, sebbene l'interno avesse subito varie trasformazioni per servire agli usi moderni. Rimaneva sempre un'abitazione incomoda, mal distribuita per i bisogni di una famiglia borghese. In compenso, i muri grossi, i soffitti a vôlta la rendevano fresca l'estate, e non troppo fredda nell'inverno. E poi, il professore si compiaceva di quegli ampi locali, di quella vecchia magnificenza un poco sbiadita e maltrattata, ma pur sempre imponente. La sua figura soldatesca si addossava bene a quei camini di marmo colossali: s'incorniciava pittorescamente nelle inquadrature delle porte e delle finestre; e poteva muoversi con tutta la libertà di cui abbisognava, in quei larghi spazi che nessuna mobilia riesciva a ingombrare.

Un salone, tagliato in due sensi, aveva dato le camere per le ragazze e una bella galleria. Esse stavano di solito qui a lavorare, come due antiche dame, nel vano delle grandi finestre; e lo spessore del muro consentiva a ciascuna una sorta d'isolamento e di autonomia.

Amelia, preoccupata di vedere nella strada, quando girava la testa per rompere la noia mentre stava cucendo o ricamando, aveva messo un rialzo sotto alla sua sedia. Non bastando questo, vi posava sopra un guanciale, come le signore fanno nei loro palchetti in teatro. Ed era veramente come in un palchetto, poichè non uno studente passava di là senza levar la testa per salutare la bionda del Pisani.

Seduta molto più in basso, Argìa rimaneva invisibile alla gente della strada, e non vedeva, lei stessa, altro che il cielo e la casa di fronte. Le bastava.

Negli anni addietro, allorchè il suo amore per Fausto viveva di sole occhiate, ella era felice di mettersi là ad aspettare ch'egli si affacciasse e le desse il buon giorno con un sorriso, prima di uscire per recarsi alla scuola. Tutta la giornata le pareva bella, se aveva avuto quel sorriso.

Adesso ella pensava con disperazione a quei tempi lontani e innocenti.

Era sola. Amelia non sarebbe ritornata dalla Magistrale fino alle tre. Poi si sarebbe chiusa in camera per studiare le sue lezioni e fare i còmpiti.

Argìa trovava un sollievo nell'assenza della sorella. Sola così poteva pensare liberamente alle cose che Fausto le aveva dette alcune sere prima.

Quale trasformazione di tutto il suo essere, dopo quel colloquio!

Fin da quando era ritornato da Mantova, ella sapeva che Fausto l'amava di un amore eccezionale; ma non avrebbe creduto ch'egli l'amasse al punto di morire con lei. Questo le pareva troppo.

Eppure era vero. Egli l'amava così; l'amava disperatamente: non voleva che lei; la vita senza di lei, gli pareva odiosa. E non potendo vivere con lei, felice, voleva portarla con sè nella morte.

Dire che don Paolo aveva tanto paura della morte, e loro niente!...

Socchiuse gli occhi: rivedeva tutta la scena del bastione, le grandi linee indeterminate, la nebbia, i lumi arrossati; sentiva l'acqua gorgogliare laggiù in fondo al muraglione.

E il ricordo di un bacio la faceva riscuotere. Egli non l'aveva mai baciata così.

Si rammaricava soltanto di non poter vivere un po' dippiù con lui in quei giorni. Pensare che erano gli ultimi! Pensare che avevano le ore contate e non erano quasi mai soli!

Aveva tante cose a dirgli; ma davanti alla gente non le riusciva di parlare.

E neppure a lui. Così ammutolivano tutti e due, e Amelia li trovava noiosi.

Quel giorno se avesse potuto parlargli, gli avrebbe detto una cosa che le stava molto a cuore. Egli si era ingannato giudicandola una inconscia ribelle. Lei stessa si era ingannata in certi momenti. Non era vero. Lei non era ribelle. Se egli l'avesse presa e l'avesse amata sempre così, avrebbe potuto modellarla come un pezzo di creta.

Le sarebbe piaciuto tanto obbedirgli in tutto... non avere alcuna volontà propria... non essere nulla altro che una parte di lui! Questo pensiero dell'annientamento di sè nell'uomo amato, le faceva provare una tenerezza infinita. Vi si compiaceva; lo raffinava con molta delicatezza.

Appunto perchè, in realtà, questa era una cosa contraria alla sua natura, ella vi s'infervorava; per quel bisogno che gli spiriti ardenti hanno di tutto sacrificare all'oggetto o al pensiero che li esalta. E le pareva che soltanto per questo rimpiangeva la vita. Come sarebbe stato sorpreso Fausto di trovarla così mite, così sottomessa; e di quale dolce sorpresa!... Mah! inutile pensarci. Dovevano morire.

Ebbene, avrebbe concentrato tutto il suo amore, tutto il suo entusiasmo in quel momento supremo.

Del resto, lei non aveva alcun rimpianto per sè. Che cosa avrebbe rimpianto? La morte era la sua salvezza. La morte le dava tutto. Si sarebbe addormentata nelle braccia del suo Fausto, sapendo che era per sempre; che quel dolce sonno non doveva avere risvegli, nè pentimenti.

Gettò il lavoro. Si alzò e andò nella sua camera.

Fausto le aveva dato un romanzo russo bellissimo, nel quale si parlava molto della morte. Voleva leggerlo: ma non poteva fermarsi sui pensieri dell'autore, trascinata siccome era dai pensieri propri.

E questi pensieri diventavano più tristi, più foschi. Vi era un punto nero che si allargava a poco a poco opprimendola come un incubo; distruggendo la sua gioia trascendentale.

Quel punto nero era un rimorso. Sì, ella scopriva nell'anima sua un rimorso nuovo, insoffribile.

Perchè non gli aveva detto tutto? Perchè non s'era confidata a lui? L'aveva tanto pregata!... E poi non voleva passare per ribelle? Pretendeva di identificarsi con lui?!...

Ah! non poteva, no, non poteva!

Era inutile: non sapeva sacrificarsi.

Poteva morire, non cedere la sua orgogliosa personalità.

Eppure, no! non era orgoglio, nè ribellione. Lei avrebbe voluto. Le faceva tanto male di vederlo in collera il suo Fausto: peggio che mai, addolorato.

Ma era una cosa impossibile quella narrazione. Tutta la sua femminilità si rivoltava.

Come doveva fare, soltanto a dargli un'idea delle cose passate e dello stato dell'anima sua, delle battaglie segrete, delle indefinibili aspirazioni, e di quella completa atonia della sua volontà?...

Avrebbe raccontati i fatti brutalmente, e Fausto non avrebbe capito nulla, oppure avrebbe capito qualche cosa di mostruoso.

No!... Non poteva.

Ma anche se avesse raccontato tutto; se avesse raccontato bene: poteva egli credere?...

Non erano incredibili i fatti ch'ella doveva narrare?

Non ne dubitava lei stessa qualche volta?... Non giungeva fino ad accusarsi, a darsi tutta la colpa, per la rabbia di non capire?...

Nessuno poteva crederle!...

Fausto avrebbe pensato che lei mentiva meschinamente; o almeno che si scusava, che cercava di attenuare la propria responsabilità. E questo, questo era l'intollerabile per lei; questo le chiudeva la bocca: essere creduta così vile!...

Eppure... vi era nella scienza moderna qualche cosa che poteva confermare le sue parole. Ne aveva sentito parlare.

Sì. Ma, nel caso concreto, chi ci credeva veramente?...

Appunto a lei doveva essere toccato?.. Che!...

Si ammette la possibilità, ma il fatto lo si discute, quando si tratta di cose così strane.

La scienza dubita nella mancanza di prove; l'inganno essendo tanto facile!

Lei stessa che cosa ne sapeva?...

Se Fausto avesse voluto convincerla con argomenti scientifici, che lei era molto più colpevole di quello che pensava: che la parte sua di consapevolezza e di condiscendenza era molto maggiore; lei, che cosa avrebbe risposto?... Come si sarebbe difesa?...

Ahimè! Avrebbe chinato la fronte, umiliata, vinta.

La sua sventura era completa.

Un fiotto di lagrime le oscurò la vista. Si appoggiò al letto sopraffatta. Tutto il suo corpo tremava, scosso dai singhiozzi.

Ah! come era debole!...

L'ebbrezza cerebrale che Fausto aveva trasfuso in lei l'abbandonava così; ed ella cadeva, da quella vertiginosa altezza nel più profondo scoramento.

Ma no, no, non voleva essere tanto debole: era una vergogna.

Lasciarsi abbattere voleva dire mancare alla promessa che aveva fatta a Fausto: voleva dire deluderlo ancora.

Doveva deluderlo in tutto?... Era dunque proprio vero che lei non poteva essere la vera compagna dell'uomo che amava?

Perchè si amavano tanto se così era?...

Fausto diceva che si amavano appunto per quello; che le loro indoli così diverse e nel medesimo tempo così affini anelavano a quella conflagrazione per trasformarsi o distruggersi.

Ma questo la opprimeva, lei.

Inconsciamente sentiva che Fausto aveva la parte bella, mentre a lei rimaneva la parte odiosa. Lui, dotato di un forte ingegno, buono, amato, ricco e... senza colpe — sì, senza colpe lui, poichè seppure ne aveva assai più di lei, in lui non contavano!... lui si sacrificava per lei... dava la vita utile e bella, per una ragazza caduta che non poteva più vivere onestamente nella società... Era lei che l'uccideva. Per lei usciva dal mondo quella intelligenza elevata, quel cuore nobile, che avrebbe fatto tanto bene all'umanità!

Lui era il generoso; e poteva esaltarsi e inebbriarsi della sua propria generosità, dimenticando le cose positive! Era naturale!

Ma lei?

Ah! lei non faceva che il male perfino morendo! E lo sentiva e ne era schiacciata, perchè lei non aveva alcuna illusione generosa per consolarsi. Da parte di lei, la gioia, l'esaltamento, non potevano essere che egoismo.

E la sua anima femminile, educata al sacrificio, predisposta al sacrificio dall'eredità atavista di tanti milioni di donne: la sua povera anima soffriva acutamente di quello spostamento di parti.

Nè gl'istinti ribelli, che pure erano in lei così manifesti, bastavano a farle accettare tale situazione.

Al pari di tutte le donne di cuore, ella era ribelle soltanto di fronte alla ingiustizia, alla crudeltà e alla prepotenza del maschio e delle leggi sociali che fanno a lui la parte del leone.

Di fronte all'amore, e al sentimento generoso dell'uomo amato, ella era trascinata da una forza ineluttabile ad immolarsi completamente, felice di essere schiava, gelosa della sua destinazione al sacrificio, come di un tesoro dovuto a lei sola.

Ritornò al suo posto nella galleria; riprese il lavoro.

Voleva dominarsi; non voleva uscire dal ciclo di pensieri che Fausto le aveva suggeriti. Era anche questa una specie di dedizione della sua volontà; un rinunciamento: il solo sacrificio concessole; e vi si aggrappava.

Ma invano ella voleva limitare lo spazio alla sua fantasia, e mantenere il suo dolore nella via tracciata.

Involontariamente ritornava sul passato, su quel passato doloroso e incredibile, che non poteva raccontare.

Gli avvenimenti si svolgevano nella sua memoria, come erano succeduti realmente quattro mesi prima; e, forse per la millesima volta, ella si sforzava ad analizzarli, a scrutarli, a comprenderli.

VII.

Era nel principio di quella ultima estate. I giorni passavano, le settimane, i mesi, e Fausto non ritornava più da Mantova, dalle vacanze di Pasqua in poi. Vittorio badava a dire che donna Evangelina, indisposta, voleva il figliuolo presso di sè.

Ma la voce pubblica diceva ch'egli interrompesse gli studi, perchè sua madre, sempre avversa alla medicina — scienza atea — non voleva avere un figliuolo medico; e perchè egli sposava la contessina d'Arco.

Per molto tempo, Argìa non aveva prestato fede a tale voce.

Prima di partire, stringendole le mani, Fausto le aveva detto: «A rivederci Argìa.» Nient'altro. Ma con tale accento, con tale sguardo da valere un giuramento.

Ah! perchè non l'avevano lasciata nella sua fede?

Perchè avevano voluto strapparle quel conforto?

Di tutto avevano fatto per convincerla dell'abbandono di Lamberti: come se tutto il male della vita consistesse nel nutrire una vana illusione; e non fosse peggio, mille volte peggio non averne più nessuna.

Suo padre che aveva fatto conto su quel matrimonio, era furente contro i Lamberti, e perfino contro don Paolo.

A volte pareva abbattuto, lui che nulla abbatteva. Era il primo schiaffo della sorte, e lo sentiva.

Un giorno, un amico venuto da Mantova disse che il matrimonio Lamberti-D'Arco era fissato: si vedevano i due giovani andare fuori insieme: si aspettavano le pubblicazioni che dovevano essere prossime.

Allora, come un ragazzo che ha bisogno di sfogarsi, il professore aveva preso Argìa a parte, e fatto un appello al coraggio, alla saggezza, all'orgoglio di lei — il solito appello che si fa quando si sta per ferire a morte una povera creatura, con una notizia perversa — egli le narrava tutto quello che aveva sentito, aggravandolo col proprio furore, dando carattere di verità alla semplice diceria.

Assalita a quel modo, dopo tanto che soffriva nelle incertezze, la fanciulla si sentì mancare; cercò però di nascondere quello che provava.

Chiamò a soccorso tutto il suo coraggio, tutto il suo orgoglio, e — pallida come la morte, ma con apparente calma — rispose che per lei era lo stesso: Fausto non le aveva fatta alcuna promessa!

Il padre la baciò e la lodò molto di quella fermezza.

Ma non bastava che fosse calma e coraggiosa: egli la voleva allegra e felice.

E si mise a darle dei consigli pratici, intramezzati da ripigli di collera che lo spingevano a nuove sfuriate contro il Lamberti.

Doveva divertirsi. Egli avrebbe fatto di tutto per trovarle un altro partito egualmente vantaggioso. Doveva assecondarlo. Bisognava fargliela vedere a quei borghesacci quattrinai, pieni di boria, che non volevano la figliuola di un povero professore; bisognava fargliela vedere a quei tirchi!...

La fanciulla, che si sentiva morire, e non vedeva l'ora di essere sola nella sua cameretta, ascoltava in silenzio e rispondeva macchinalmente qualche monosillabo.

Ma il professore non voleva lasciarla sola: sapeva che avrebbe pianto, che si sarebbe intenerita; ed egli temeva quelle lagrime, quei ritorni dell'affetto che soffocano l'orgoglio.

Per distrarla la condusse a Milano; le fece conoscere molte persone. Ritornando a Pavia, continuò nel proposito di farla divertire a qualunque costo.

Lei restava malinconica, fredda, indifferente a tutto. Non basta: stava anche male. Allora il professore pensò di mandarla in campagna. L'aria dei campi l'avrebbe rinvigorita. Fu dunque deciso che Argìa avrebbe passato qualche mese in villa con la cugina Carmela e Bice Chiari. Altre amiche erano invitate a passare alcuni giorni.

Il professore si recava a trovarla due volte la settimana, conducendo seco l'Amelia, i suoi studenti prediletti e altri amici. In tali occasioni si ballava, si faceva musica.

Argìa aveva sempre amato il ballo e la musica con passione. Anche triste, anche affranta, quando la musica penetrava nei suoi nervi, ella si lasciava trascinare nel vortice di un valzer e volontariamente si stordiva. Non per questo dimenticava i suoi tormenti, nè cessava di soffrire; ma era una sofferenza diversa, più acuta e nel medesimo tempo quasi dolce, con una sensazione di ebbrezza nella disperazione.

Non durava però quello stato. Poco dopo, cessata la musica, ella ricadeva in un abbattimento più profondo e più cupo. Allora il professore s'inquietava. Venivano le ammonizioni.

Se faceva così era inutile! Aveva perduto già due partiti: due uomini molto agiati, non tanto giovani, però tanto più sicuri. Si erano innamorati vedendola ballare, ma poi avevano mutata opinione trovandola così malinconica e fredda. Non capiva che era una bambina? Non così andava presa la vita. La vita era una palestra, bisognava lottare e vincere i primi premi. L'arma della donna era la bellezza e l'amore. Il premio, un ricco matrimonio, e il piacere di essere adorata.

Da parte di una fanciulla, l'amore andava inteso quale un mezzo per accasarsi bene, e un passatempo piacevole: un affare e una farsa; guai a chi ne faceva la tragedia della vita!

Gli uomini non meritavano l'amore delicato, esclusivo, spesso sublime di certe donne. Quelle illusioni, quelle tenerezze erano margherite gettate ai porci.

Era un pezzo ch'egli le pensava quelle cose. Finchè si trattava delle altre lasciava correre: che gl'importava? Peggio per loro se l'esperienza e l'esempio non le illuminava; peggio per i loro genitori che le allevavano così stupidamente.

Ora però, ora che si trattava della sua Argìa, della sua creatura prediletta, tirata su con tanto amore, con tanta cura; ora non poteva tacere, lasciar correre. Argìa non doveva soffrire per un uomo: avrebbe parlato tanto finchè l'avrebbe convinta che nessuno, proprio nessuno meritava le lagrime, il dolore di lei. Fausto meno di chiunque.

Nella passione di convincerla giungeva ad accusare sè stesso.

Già, neppure lui, il buon padre ch'ella conosceva, neppure lui aveva meritato completamente l'amore di quell'angelo di sua moglie!

Non l'aveva compresa, poverina, non aveva saputo essere abbastanza dolce, abbastanza poetico... sebbene l'amasse realmente, come pochi mariti amavano.

Dunque, se lui, il suo buon babbo, non era stato capace di dare alla donna amata quella felicità di amore che le donne sognavano, che cosa poteva sperare Argìa ragionevolmente da un altro uomo? In nome di Dio, come poteva illudersi ancora?

Pochi giorni dopo aveva un altro partito, un eccellente matrimonio pronto per lei.

Era un collega dell'Università.

Quarantacinque anni, ma un uomo sano, benissimo conservato. Di quelli che tengono la giovinezza nel salvadanaio per ispenderla tutta in una volta al momento buono. Diecimila lire di rendita e cinquemila di stipendio! Un partito magnifico insomma!

Argìa rifiutò. Non voleva maritarsi dacchè gli uomini erano così indegni di amore; non voleva saperne di nessuno. Vi fu un alterco tra padre e figlia, e il padre fu violento, poi debole.

Dopo tutto, se non voleva maritarsi, peggio per lei: lui era contento di tenersela in casa, purchè fosse allegra e si divertisse.

E continuava l'andazzo solito.

Intanto una immensa amarezza era entrata nell'animo dell'infelice sua figlia.

Le teorie paterne la rendevano pessimista, senza ch'ella potesse trarre da quel pessimismo il supposto profitto.

L'amore per Fausto rimaneva incolume: ma si vergognava di amarlo ancora, come ci si vergogna di una debolezza. Lo avrebbe dimenticato se avesse potuto. E adagio adagio ella faceva ogni giorno più largo posto al bisogno di stordirsi.

Sentiva oscuramente il desiderio fatale della vendetta. Solamente, poichè non avrebbe mai avuto il cuore di far del male a Fausto, si sarebbe vendicata sugli uomini in generale.

Nessuno dei giovani che suo padre conduceva in villa era capace d'interessarla. Nemmeno il professore suo pretendente che continuava a farle la corte.

Li trovava mediocri, noiosi: troppo dissimili da Fausto la cui immagine l'assediava. Ma il ballo poteva ancora distrarla. La musica penetrava l'animo suo e s'impadroniva di tutte le sue facoltà.

Quegli stessi uomini che discorrendo le parevano insulsi e noiosi, si trasformavano per lei nel ballare; o meglio non li vedeva, nè sentiva i loro discorsi. Non sentiva che la musica; non vedeva che il turbinio confuso, inebbriante del ballo.