Part 4
Fausto e Vittorio ascoltavano pazientemente, scambiando occhiate malinconiche. Quella era la fissazione del vecchio: credersi ammalato di pletora, mentre moriva di esaurimento!
Dopo un istante di silenzio l'abate ricominciava le sue requisitorie.
No, il buon Pisani non aveva capito niente questa volta. Eppure, altre volte l'aveva curato benissimo. Chi sa! Forse aveva cambiato sistema. Cambiavano sempre! Erano sempre alla ricerca di qualche cosa di nuovo.
— Zio — disse Fausto — vuole che facciamo venire un altro dottore? Pisani non se l'avrà a male: ci penso io. Chi vorrebbe consultare? Ha qualcuno in mente, o vuole che cerchi io?
Ancora una volta il vecchio crollò il capo, e rispose con infinita amarezza:
— È inutile, non val la pena. Non saprei chi chiamare. Fanno tutti lo stesso. Pisani è una autorità. Chiunque tu chiami mi ordinerà sempre china, digitale, carne cruda o mal cotta, vino vecchio e cognac col brodo... Non val la pena... Dopo tutto che importa?... Ho settantadue anni... la mia vita è agli sgoccioli. Bisogna rassegnarsi. E mi rassegnerei, se almeno non fossi così abbandonato!...
— Oh! zio!... Noi passiamo qui tutte le ore che abbiamo disponibili...
— Non dico per voi due!...
«So che mi volete bene. Ma il professore? Ma le ragazze? Come mi trascurano!
Non era vero; tuttavia nessuno lo contraddisse.
— Argìa è stata poco bene — disse Fausto. — Ma stasera verrà e verrà anche l'Amelia.
— Bene!... Ora vorrei mangiare. Dov'è la signora Luisa? Non ho fatto colazione!...
— La signora Luisa sale le scale. Presto sarà pronto il pranzo.
— Il pranzo?... Ma che si pranza a quest'ora? La colazione si chiama pranzo adesso. Tutto cambia. È il disordine delle abitudini nel disordine delle idee!
Intanto Fausto era andato a prendere l'ampia poltrona a rotelle; Vittorio, la vestaglia.
Approfittando della loro disattenzione, il malato frugò sotto il guanciale e ne trasse una scatolina, dalla quale prese una pillola che inghiottì precipitosamente con un gesto scimmiesco.
Ritornando presso di lui i giovani si accorsero subito ch'egli aveva mutato aspetto e che i suoi occhi brillavano.
Glie l'aveva fatta alla scienza, e ne gongolava.
Vittorio diede nel gomito al cugino mormorando sommessamente:
— Ha preso la pillola! Bisognerà avvertire la signora Luisa.
L'aiutarono a scendere dal letto. Sarebbe stata una cosa da nulla, per loro, muovere quel piccolo corpo disseccato. Ma bisognava lasciargli credere che l'aiutavano soltanto un poco, e questo aggravava la cosa.
Appena gli si accostavano gridava:
— Faccio da me!
Ed era miracolo se non precipitava dal letto.
Ad un certo punto, mentre gridava; «Faccio da me!» cadde col viso sulle coperte, piegato in due come un cencio.
Allora soltanto, profondamente umiliato, ma dissimulando sempre e facendo le viste di scherzare, si lasciò prendere e sostenere.
Lo vestirono alla meglio, e lo fecero sedere in poltrona, adagio adagio perchè le sue gambe indurite si piegavano difficilmente.
Egli si lasciava fare, un po' sbalordito, con un vago sorriso sul labbro, un'ombra negli occhi ancora intelligenti.
La porta fu aperta senza rumore, e una donna alta e magra, vestita di un abito di lanetta verde che pareva nuovo e contava degli anni — sottana liscia, senza una gala, senza un drappeggio; vita a sacchetto; goletta bianca di tela e grembiale nero — entrò nella camera mostrando il suo viso di creatura sofferente, rallegrato da un largo sorriso benevolo.
— Oh! signora Luisa, finalmente! Che cosa porta?
— L'acqua tepida per farle la _toilette_, come tutti i giorni prima del pranzo. Bisogna farsi belli quando si aspettano delle belle visite; non è vero?
— Basta che vengano poi!
— To!... Non vengono tutte le sere?
— Ohibò!... Si scordano di me volentieri... Povero don Paolo!... Visitare gli infermi è una grande opera di misericordia; ma pochi si curano di praticarla quando l'infermo è un povero vecchio.
Egli tacque; poi come se la piena coscienza del proprio stato gli balenasse soltanto allora, mormorò con grande abbattimento:
— Vecchio!.. Infermo!... Ah!... non avrei mai creduto che queste cose toccassero a me!
— Alzi un po' la testa, don Paolo, altrimenti non posso lavarle il collo.
Lentamente il prete arrovesciò la testa sullo schienale della poltrona, senza parlare, dolcemente accarezzato dalle cure di quella mano femminile ancora morbida e delicata.
— Ora il pettine... Dovrebbe lasciarmeli un po' accorciare questi riccioli, don Paolo; si arruffano troppo.
Il vecchio crollò la testa con impeto.
— No, no! No, no!
— Ebbene, no; non s'inquieti.
Fausto e Vittorio si erano un po' allontanati.
Guardavano fuori della finestra nella strada e nella casa di rimpetto.
— Verranno poi?
— Certo. Andremo a fare una passeggiata, se lui ci lascia andar via presto.
Un leggero sorriso inarcò i piccoli baffi di Vittorio.
— Povero zio — continuò Fausto — la tabe senile lo fa impazzire anche lui. È triste la morte a quel modo.
La governante continuava a discorrere con don Paolo, mentre lo pettinava.
— Adesso è bello e all'ordine come un giovinotto. Vuole mangiare?
— Sì, ma accanto al fuoco.
Fausto andò a mettersi dietro alla poltrona per farla rotolare vicino al caminetto; mentre Vittorio sosteneva delicatamente le gambe intirizzite dell'infermo.
Quando fu a posto gli collocarono davanti una piccola tavola già apparecchiata, e la cuoca recò la minestra.
— Siamo qui anche noi! — gridò la petulante Amelia con la sua voce argentina, precipitandosi nella camera.
— Oh! cara Amelia! come sei bella! Più bella del solito, che è tutto dire.
Ella era veramente leggiadra nel suo costumino di panno rosso antico, guernito in piuma di struzzo grigio chiaro; con la piccola toque assortita all'abito, sui capelli biondi.
— Siedi qui accanto a me: mangerò di migliore appetito.
La guardava con tenerezza; le sorrideva. E il vecchio viso consunto si rischiarava, e gli occhi stanchi brillavano di nuova luce.
Non era soltanto una bella fanciulla, allegra, la cui vista lo consolava: era per lui una dolce immagine della giovinezza; un vivo riflesso del bel tempo passato.
— E la nostra sposina?
A passi misurati ma disinvolta e spigliata, Argìa, che era rimasta un po' indietro, traversò la camera e salutò affettuosamente il «suo buon zio.»
Il prete voleva ch'essa lo chiamasse così, anticipando sull'avvenire.
Era quasi impossibile indovinare il doloroso segreto, vedendola così elegante e sicura. Portava un lungo mantello di felpina color lontra, che l'allungava e l'assottigliava; e il suo bel viso appariva fresco, verginale, di sotto al cappellino «Direttorio» della stoffa e del color del mantello. Soltanto il suo sguardo aveva qualcosa di strano: scattando di sotto alle lunghe ciglie, contornato dalle occhiaie azzurrognole, leggermente affossate, esso aveva un'espressione così intensa e addolorata, che lei stessa sentiva il bisogno di velarlo abbassando le palpebre appena qualcuno la fissava. Anche quando si ebbe levato il mantello, la sua figura si rivelò correttissima nelle pieghe sapienti di una polonese riccamente drappeggiata.
— Come sa soffrire! — pensò Fausto che la osservava.
I giovani si assisero formando un circolo intorno al piccolo desco. La signora Luisa, ritta in piedi presso all'infermo, continuò a servirlo, rompendogli il pane, tagliandogli il lesso in minutissimi pezzi, mescendogli da bere, badando che egli non versasse il vino nell'alzare il bicchiere con la mano tremolante.
Imbruniva. Il crepuscolo invernale si allargava rapidamente nella vasta camera; la fiamma rosseggiava nel caminetto.
— Come fa notte presto!
Entrò il domestico coi candelabri accesi, e accese pure la lampada pendente dal soffitto.
— Oh! così mi piace! Ho sempre amato la luce, io, la gran luce. Faccia il piacere, Luisa, accenda anche quelle candele laggiù accanto al letto. Oh! bello così! L'oscurità mi è sempre parsa il simbolo della morte...
— Dicono che in paradiso c'è tanta luce!..
— Birichina!... Dicono, già...
Egli sorrise, poi si rabbuiò improvvisamente.
— Mi dirà se le piace questa frittura, don Paolo; l'ho fatta su una ricetta del giornale di mode che mi ha dato la signorina.
— Si occupa di mode lei, Luisa?... È per codesti sacchetti che le occorre il giornale?
I giovani proruppero in una risata; la stessa Luisa non potè a meno di ridere:
— Ah! don Paolo, come mi canzona!... Leggo i romanzi, non sa?...
— E le ricette di cucina — completò l'Amelia.
— Questo fritto è eccellente davvero; evviva i giornali di mode! E ora cosa mi dà?
— Un arrosto di vitello.
— Quel fritto è piaciuto anche al babbo; l'abbiamo fatto l'altro giorno. C'era anche il dottor Fausto — la birichina lo chiamava sempre così. — Ma lui non si accorge di queste cose... vive d'aria come mia sorella.
— E d'amore! — completò l'abate con un piccolo sospiro.
— A proposito del babbo: mi ha detto di fare le sue scuse se non è venuto oggi; non ha potuto; verrà questa sera.
— Bravo! Ci bisticceremo.... Ah! Luisa, questo non è buono. È coniglio!
La governante protestò; era vitello del più fine.
Ma don Paolo crollò il capo e respinse il piatto con una sorta di orrore.
La governante portò via l'arrosto mal venuto, abituata a questi capricci del malato.
— Vuole un _bifstec?_
— No... non voglio più carne. Quel coniglio mi ha disgustato. Dammi il dolce.
— Ma, che cos'ha coi conigli, don Paolo? Il signor Fausto ne voleva tenere l'anno passato per certi esperimenti, ma non fu possibile...
— Canaglie di medici!... Tormentano anche le bestie!
— È per la scienza, zio...
Il vecchio alzò le spalle.
— Bella scienza, che dopo tante fatiche, tanti tormenti e tante pretese, ci lascia invecchiare e morire come prima! Quanto ai conigli essi mi rammentano una delle più tristi e forti impressioni della mia infanzia.
— Racconti, don Paolo!... Racconti!
— Sono vecchie storie che non possono interessarvi.
— Cattivo don Paolo! Ci mette in curiosità e poi non vuol raccontare! — esclamò l'Amelia accostandosi al vecchio con un gesto vezzoso, come una gattina che fa le fusa.
— Racconti, don Paolo!
— Racconti, zio!...
Argìa e Fausto si scambiarono un'occhiata. Se ora don Paolo si metteva a raccontare, addio passeggiata.
— Ah! ragazzi, voi non sapete... _Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria!_
— Era felice allora, don Paolo?
— Ero un fanciullo, e adesso sono un vecchio. Voi non potete intendere questa verità che io vi dico. La sola, grande ventura della vita è la gioventù con la salute; la sola, irreparabile infelicità è la vecchiaia co' suoi malanni.
— Eppure vi sono tanti giovani infelicissimi.
— Efflorescenze, caldane!... Io darei vent'anni di vecchiaia felice per un solo mese delle vostre grandi infelicità!
— Ah! don Paolo — esclamò la governante — Si vede bene che lei è stato un uomo fortunato. Io ho quarant'anni; ma preferirei averne tutto di un colpo sessanta, piuttosto che tornare indietro ai miei venti.
Il prete la guardò stupito; poi, volgendo ai giovani una delle sue occhiate maliziose di vecchio impenitente, mormorò a mezza voce:
— Povera figliuola, capisco!
Ma i giovani non sorrisero. La sola Amelia strinse il bocchino, poi tornò a insistere sui conigli. Non che lei fosse curiosa di quelle vecchie storie; ma le piaceva di far dispetto ai due fidanzati che indovinava impazienti. Don Paolo cominciò:
— Avrò avuto circa otto anni; mio fratello cinque o sei. Avevamo un precettore, certo don Bortolo, un buon diavolo di pretonzolo ignorante, assai bell'uomo se ben ricordo, robustissimo: nato certo per tutt'altra professione. Più che maestro, don Bortolo era un compagno dei nostri giuochi; meglio che in biblioteca si passava il tempo in corte o in giardino; fra noi tre, e due conigli che un amico del babbo ci aveva regalati, ci si divertiva un mondo. Più d'una volta don Bortolo era sgridato per colpa nostra. In compenso noi lo si amava quasi quanto Nino e Bianchetto, i due bei conigli. Bianchetto era candido e portava al collo un nastrino celeste che mi aveva regalato la mamma: Nino aveva le orecchiette nere e portava un nastro rosso. Il nostro primo pensiero la mattina appena alzati, era di correre in corte a trovare i conigli che ci venivano incontro come due cagnolini.
«Una mattina — credete, mi pare adesso — la mamma disse che non si doveva andare in corte, che faceva freddo. Allora io domandai che Nino e Bianchetto fossero portati in cucina. La mamma si allontanò senza rispondere, e la cuoca si mise a ridere sgangheratamente. — Andiamo a dirlo a don Bortolo — mormorò Carlo che è sempre stato più furbo di me. Tutti e due ci avviammo alla camera del precettore che era quella dove dorme Vittorio. Eravamo certi che Bortolo avrebbe trovato il modo di accontentarci. Ma si era appena salite le due prime scale, allorchè i nostri occhi stupiti, enormemente spalancati, rimasero in contemplazione di una cosa orrenda, incredibile, che ci appariva sulla terrazza al di là del finestrone. Erano — o almeno parevano — i corpi di Nino e Bianchetto appesi per le zampine alla corda del bucato. Le testine piatte penzolavano nel vuoto, con le orecchiette floscie.
«Carlino cacciò un urlo, io sentii come un rivoltolone nelle mie viscere; mi parve di cadere, vacillai; poi ad un tratto, preso da un impeto che centuplicava le mie forze, traversai l'andito in due salti e mi trovai sulla terrazza. Carlino che si era attaccato ai miei abiti, inciampò, cadde e si rialzò senza lamentarsi, ammutolito nel terrore.
«Non vi so dire, sebbene io lo senta ancora, quello che provai quando vidi le due pelli dalla parte interna, con le tracce del sangue rappreso, la testina vuota, le zampette sparate; mi si oscurò la vista, sentii un gran freddo nella schiena, e rimasi intontito. Ma nel mio cervello era un subbuglio di idee confuse. Nino e Bianchetto ridotti in quello stato... Perchè? Come?...
«Li avevano ammazzati.... come la cuoca faceva coi polli... Per questo rideva la cuoca!... Erano morti... Non li avrei riveduti mai più... Mai più avrebbero giuocato con noi... mai più... mai più!... E il terribile enigma della morte in cui il mio pensiero infantile non si poteva fissare, paralizzava il mio spirito inconscio con le sue truci immagini. Le impressioni sono in noi e la loro intensità è raramente subordinata all'importanza della causa. Per me fanciullo, quella fu una impressione di prima forza, ed ebbe influenza su tutta la mia vita. La sento ancora. Quando ho visto morire mio padre, quella prima immagine tragica si riaffacciò alla mia memoria; capii che fino da quel momento avevo avuto la percezione dell'immane tragedia, che sempre ci sta sopra e a cui nessuno sfugge.
— Nervi delicati, sensibilità squisita e precoce: malattia di famiglia — osservò Fausto con un sorriso.
— E chi aveva ammazzato Nino e Bianchetto? Quell'ipocrita di don Bortolo, scommetto!
— Proprio lui. Irritato perchè gli mangiavano certi legumi ch'egli aveva piantato in un angolo del giardino! Quando noi lo si seppe, fu uno scoppio di collera e di indignazione. Lui, don Bortolo?! Uno che diceva di volerci bene, che giuocava con noi, che faceva le carezze alle due bestiole come le faceva a noi!... Le nostre anime candide non potevano concepire tanta crudeltà. E con la fiera logica infantile, ci si diceva che don Bortolo avrebbe potuto ammazzarci noi pure. Appena lo vedevo, fuggivo trascinandomi dietro Carlino, pazzo di terrore e di odio. Naturalmente egli dovette andarsene dalla nostra casa. Mi ricordo che piangeva, e mi fece un certo senso. Ma quando si accostò per baciarmi, voltai la faccia. L'orrore che egli m'ispirava soverchiava ogni altro sentimento.
Il narratore si arrestò improvvisamente: era stanchissimo e la sua voce aveva un suono così fioco e debole che appena si sentiva.
Dopo alcuni istanti riprese:
— Ho parlato troppo, ragazzi, non voglio farmi sgridare dalla «Facoltà» che mi troverà spossato!... Perciò andatevene; approfittate della mia discrezione. Io tornerò a letto.
— Noi accompagneremo le signorine in casa Donati, poi verremo a pranzo; vero Luisa che abbiamo il tempo?
— Ricordatevi del povero vecchio; è un'opera di carità visitare gli infermi.
Le ragazze protestarono gentilmente: era un piacere per loro...
Poi gli strinsero la mano e chinarono le giovani teste, che egli benedisse col suo gesto famigliare e paterno.
V.
L'aria umida e nebbiosa diacciava il viso.
— Camminiamo lesti — disse l'Amelia allo zoppino che le si era messo al fianco.
— Si va in piazza Castello?
— Sì.
Entrarono nel Corso Vittorio Emanuele, la strada principale della città. Qui la luce era un poco più viva in grazia dei negozi. Gruppi di studenti fermi sui marciapiedi chiacchierottavano, guardando le poche donnine passanti per caso. Altri scendevano il corso cantarellando, per recarsi al solito caffè o alla solita osteria, dove li aspettavano i soliti compagni e la inevitabile partita alle carte.
Fausto e Vittorio scambiarono alcuni saluti.
Le due coppie camminavano in una sola fila: le due ragazze in mezzo, i due giovani, uno per parte.
Andarono così, quasi senza parlare, fino in fondo al Corso.
Quando giunsero in piazza Castello, Amelia e Vittorio cominciarono a discutere sul monumento a Garibaldi che Amelia difendeva sempre contro gli scherzi satirici del futuro avvocato; non perchè a lei importasse qualche cosa del monumento, ma per il semplice gusto della contraddizione.
Disputando affrettarono il passo e si staccarono dai compagni.
Argìa e Fausto continuarono a camminare lentamente uno accanto all'altra. Tacevano.
— Vuoi il mio braccio?
Ella si appoggiò senza rispondere.
— Hai freddo?
— No...
— Tremi...
— Anche tu...
Tacquero nuovamente.
Lenta, grigia, fumante, la nebbia saliva dalle acque, scendeva dalle nubi, impadronendosi dello spazio. Tutte le cose ne erano avviluppate.
I contorni svanivano. La piazza appariva più vasta; le case più lontane. Un rivenditore di castagne passava come un'ombra gridando la sua merce. Le fiammelle del gas prendevano toni rossastri, senza splendore.
Il vecchio castello, trasformato in caserma, pareva una enorme massa nera coperta di fumo denso; e in mezzo al fumo guizzavano di tratto in tratto languidi lumicini, come le prime scintille di un incendio che cova.
Una tromba squillò, rimbombando nello spazio.
Argìa e Fausto sedettero un momento su una panchina; ma presto si rimisero a camminare.
La passeggiata dello stradone che essi ricordavano così animata, era deserta. I grandi candelabri centrali non si accendevano più; ogni cosa entrava nell'abbandono invernale, che rende così tristi i luoghi destinati alla ricreazione estiva.
Si sentiva da lontano un tram che arrivava e le campanelle attaccate al collo dei cavalli tintinnavano malinconicamente.
Davanti al ricovero «Pio Albergo Pertusati,» Vittorio si fermò per interrogare Fausto sullo stato di un certo giovane che aveva subita una terribile operazione sotto il professore Pisani.
— È in grave pericolo...
— Il babbo spera ancora!
A poco a poco Vittorio e Amelia, spinti dal freddo ripresero il passo affrettato e si allontanarono.
— Dunque, Fausto? Hai pensato alla mia partenza? — domandò Argìa.
Egli ebbe un soprassalto e strinse violentemente il braccio che s'appoggiava al suo.
— Non posso pensarvi.
— E allora?...
— Non so!...
Ricaddero nel loro silenzio affannoso, oppressi da una invincibile agitazione.
Finalmente Argìa mormorò:
— Non mi resta dunque che il suicidio... O lasciarmi ammazzare dal babbo appena saprà... È orribile!
— Consolati... Moriremo insieme, io ti farò coraggio...
Sentendosi vacillare, Argìa si appoggiò con più forza. Fausto si fermò, le cinse la vita col braccio destro, poi con l'altro le accerchiò le spalle e se la strinse al petto in un impeto disperato.
— Ti amo! — singhiozzò — Ti amo tanto!...
— Io non voglio che tu muoia!
— Morire con te è ormai la sola felicità a cui aspiro!...
Rimasero un momento così, stretti, nella suprema dolcezza, come rapiti.
Lo stradone era completamente deserto. In alto, sul bastione, Amelia e Vittorio ridevano, e le loro voci giovani, cristalline, si allargavano nel silenzio della notte.
— Oh! Fausto! Fausto! tu non devi morire! Io sola, se mai, io sola!
Egli sospirò profondamente, mentre le sue labbra si piegavano a un amaro sorriso.
— Bambina!... Io solo, «se mai», come tu dici. Poichè tu troveresti ancora una ragione alla vita nell'amore della tua creatura... A me invece non resta più nulla, nulla! Dammi ancora un bacio!
Un rumore di passi li fece riscuotere.
— Andiamo più in su; saremo più tranquilli.
Cominciarono lentamente la salita del bastione, lei ansando un poco nel busto troppo serrato, provando un senso penoso di vergogna tutte le volte che il suo compagno era costretto a fermarsi un istante per lasciarla rifiatare.
— Dove sono loro?
— Camminano in là, sull'erba del contrafforte; li ritroveremo poi. Ci aspetteranno come le altre volte, sull'ultimo spalto. Siediti qui un momento, sei troppo stanca.
Sedettero sul parapetto.
Il bastione andava giù a picco, in un praticello acquitrinoso, solcato da un rigagnolo e contornato da una roggia, che formava una cascatella il cui rumore saliva dolcemente. Di tratto in tratto una locomotiva lanciava un sibilo dalla vicina stazione sepolta nella nebbia.
Si provavano le macchine. Un treno partiva o arrivava.
— Partire! — mormorò Argìa sospirando. — Andare lontano lontano. Vivere ignoti...
Fausto si scosse e crollò il capo.
— Si sarebbe sempre noi due!
— Vuoi dire che non si dimenticherebbe mai! — esclamò la fanciulla dopo un istante di riflessione. — Questo lo so anch'io; te l'ho già scritto.
— Un amore come il mio non dimentica nulla. Tu mi hai ben compreso.
— Quello che io non comprendo — riprese Argìa con la voce velata dalla commozione — quello che non so spiegarmi è che tu voglia protrarre questo stato d'incertezza, questa commedia inutile. Perchè non ti stacchi da me? Perchè non mi abbandoni al destino mio?
— Perchè non posso. Non capisci? Non posso. Ti amo più che mai; e tu sei persa per me! persa irreparabilmente. Non posso rassegnarmi a questa perdita. Come vedi è una cosa semplicissima. Non posso amare la vita senza di te, e nemmeno sopportarla. Per questo ho risoluto di morire. Non è un sacrificio che ti faccio: è piuttosto una grazia che ti domando: lasciami morire con te.
— Oh! Fausto! tu vuoi morire!
— Sì. Senti: se potessi vivere senza di te, se potessi dimenticarti, ti abbandonerei, come dici tu, al tuo destino; poichè, in fondo, ti odio! Ma l'amore unito all'odio diventa più forte, più tenace.
«Non sapevi questo eh,?... Neppure io! Adesso lo so. Ti odio perchè sei stata di un altro e perchè non sei quella che io credevo: non sei la mia fanciulla. Dopo l'ultima lettera che mi hai scritto ho capito anche meglio quanto ti amo e quanto ti odio. Io, con te, sarei sempre infelice; anche se per una grazia impossibile della sorte potessi dimenticare il maledetto fatto. Anche se potessi cancellarlo: fare che non sia successo. Sarei infelice perchè tu hai pensieri, sentimenti, istinti, che mi ripugnano in una donna; che stimo contrari alla felicità famigliare, quale io l'ho sognata. Sei giovine e non ti conosci abbastanza. Ma io ti ho compresa meglio, io so come saresti e cosa penseresti da qui a dieci anni. Tutta contraria a me saresti: mi giudicheresti con la tua intelligenza e mi troveresti illogico, poco generoso. Cesseresti di amarmi, ne sono certo. Per questo voglio che tu muoia con me, adesso che mi ami.»
— Ah! dunque non sei più tu che vuoi morire con me; bensì io che devo morire con te? È strano!
— È strano apparentemente soltanto. È logico se pensi che io morirei in tutte le maniere. È una cosa così: una cosa irrimediabile. Dacchè ti ho penetrata, dacchè ti condanno, tu mi affascini, come non mi avevi mai affascinato; e sento di amarti come non t'avevo amata mai, neppure in sogno.