Il romanzo della guerra nell'anno 1914

Part 7

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— La colpa, caso mai, è del Kaiser e del militarismo teutonico, si persuada — mi sento ripetere.

Io non sono persuaso.

* * *

Ho incontrato per via — dopo un anno — il dottor B***; un savio e valente medico.

— Lei va in fretta, dottore, a portare la salute, e nel mondo si uccide...

— Che cose, eh! — dice sorridendo.

— Per me? Nulla. Io non ho mai creduto troppo negli uomini.

— E nemmeno io — dice seriamente il dottore.

— Davvero? Non era anche lei uno dei credenti nei felici destini umani? o, da quando ha perso la sua fede?

— Da quando ho assistito al teatro del Popolo ai drammi di Sofocle e di Eschilo.

— Eh?

— Ma già! Quando ho visto che gli uomini di duemila e cinquecento anni fa ragionavano come adesso, ho detto: e allora dove è il progresso? Addio fichi!

Un bello scherzo in verità! Il teatro social-democratico del Popolo, che ha insegnato una fra le più aristocratiche verità!

* * *

— Signor professore — mi diceva anni addietro quello scolaro — ho inteso dire, ho letto, che Omero è molto immorale. Parla sempre di guerra.

Scolaro scolaro, dove sei tu ora? Sì! parla sempre di guerra Omero; ma della _triste guerra_, della _lagrimosa guerra_. Dice Achille: «Nessuna tregua nell'eterna guerra dell'agnello e del lupo».

Ma quando il furore è caduto ad Achille, l'eroe accosta a sè, lagrimando, la testa canuta di Priamo: non dice: «Vedi come il vecchio Giove mi aiuta!», ma dice: «È il vecchio Giove che fa micidiali le mie mani!»

Come vedi, o scolaro, noi non siamo molto progrediti, ma piuttosto _regrediti_. È il caso di coniare questo nuovo verbo!

7 Ottobre. Sono andato a fare una piccola visita di dovere. Ho comperato un mazzolino di fiori ed ho svoltato pel vecchio naviglio: via Senato. Nel cortile triste, verde, del gran palazzo del senato, fra le colonne solitarie, da anni ed anni, ci sta in prigionia un nobile cavaliero. Senza l'onore dell'alto piedistallo, sta il monumento equestre di Napoleone III.

«Ecco, bel sire, nobile sire, e sia in vostro onore! E gettai il mazzolino dei memori fiori a piè del monumento. Ma non andai via: rimasi lì, un poco più a lungo.

«Nobile sire! Voi eravate ben degno di essere re, eravate intelligente, coraggioso, e volevate che il popolo fosse salvo: non che perisse. Eppure voi foste Arlecchino fatto re, anzi imperatore! E sentimentale per giunta, perchè avevate un grande odio e un grande amore nel cuore. Ma siccome eravate molto intelligente, per non far scoprire quei sentimenti, vi siete messa sul volto una crudele maschera di Sfinge. Ci fu allora un tempo in cui l'Austria e l'Europa tremò!

Ma astute volpi abitavano allora l'Europa e fissavano la Sfinge imperiale di Francia per vedere che cosa c'era sotto. Quando si accorsero che eravate una Sfinge sentimentale, voi foste ben perduto.

Ma foste voi, nobile sire, che per quell'odio e per quell'amore trascinaste, i Francesi nel 1859 a combattere l'Austria a Magenta ed a Solferino!

Quanti erano i Francesi? Centocinquanta mila.

Quanti dovevano essere gli Italiani in guerra contro l'Austria? Mazzini, da principio, disse — come Mussolini — _neutralità_! Ma poi davanti al fatto reale della guerra contro l'Austria, l'eterna nemica, Mazzini disse: Milioni e milioni di Italiani!

Ma non fu propriamente così, e fu così invece che avvenne la pace di Villafranca, e fu così che sui tappeti verdi della diplomazia si trovò invece la regolare domanda dell'Italia al grado di Grande Nazione.

E Bismark non disse di no!

Bismark corazzato e con l'elmo a chiodo cavalcava poi pesantemente allo sportello della carrozza che trascinava il povero Arlecchino Imperatore, disfatto, vinto; e con lui era vinta la Francia, bella preda! Arlecchino vecchio, con il pallore della morte sotto il belletto e il cerotto, era trascinato davanti al canuto sire teutonico, Guglielmo I di Hohenzollern.

In quel tempo l'Italia andò bel bello a Roma; e Roma _caput mundi_, diventò capitale d'Italia, e lo stemma sabaudo sventolò sul Quirinale.

E Bismark non disse di no!

Noi avemmo, poi in seguito, dagli Hohenzollern, molti attestati di benevolenza: ebbimo quaranta anni di pace proficua e l'ultimo degli Hohenzollern, il Kaiser, Guglielmo II, il giovane forte, venne spesso a Roma e dava vigorose strette di alleanza al nostro Re.

A Venezia veniva anche più di sovente. Vi onorava belle donne, i nostri artisti, e mi sta in mente di aver letto come una volta volle assaggiare gioiosamente il pesce fritto da un pubblico friggitore. Oh, ci era molto benevolo il giovane Kaiser; e quando quell'altro Kaiser, quello vecchio vecchio di Vienna, ci faceva delle brutte smorfie ogni tanto, il Kaiser giovane pareva dire: «_Herren taliani_, non ci badate! È un tic nervoso che hanno quelli di Absburgo. Non tutti posseggono il bel sorriso, il bel modo gentile di noi Ateniesi della Sprea. Del resto, garantisco io!» Egli era così forte!

Ma mi sta a mente anche un altro fatto che mi fece grande impressione. Una volta il Kaiser andò a Roma, e cavalcò per tutta la città eterna, per tutto un dì, alla testa di un nostro drappello di carabinieri, grondanti di sudore essi ed i cavalli, egli serenissimo! Al popolo romano questa cavalcata non fece gran caso. Ne ha visti tanti di imperatori! Anzi si racconta che, un dì, il Kaiser vestito di abiti borghesi si recasse con un suo aiutante in un modesto spaccio di vino delli Castelli in Transtevere, e che l'aiutante di campo, per godersi e far godere dell'immenso stupore dell'oste, gli domandasse: «Sapete voi chi avete l'onore di ospitare in questo momento nel vostro negozio? L'imperatore di Germania!» E l'oste per nulla turbato, rispose con largo sorriso: «Mi rillegro, mi rillegro!» Come dire: Che bella carriera ha fatto quel signore.

Non ci fu che una gatta, una vecchia gatta che abitava il Campidoglio — erede delle oche capitoline — che fece opposizione al Kaiser. Egli apponeva la imperial firma nel registro. La gatta, montò su e scancellò, con gran terrore dei circostanti.

Però a me fece molta impressione quella cavalcata. Mi veniva in mente il canto di Dante, là dove incita l'imperatore tedesco a veder Roma. È in Roma preparato il «gran seggio» per accogliere l'Augusto?

Ora, è venuto il giorno che l'Imperatore di Germana ordinò a quel drappello di soldati italiani: _Alla frontiera nord-ovest. Marsc!?_

Noi non ne sappiamo nulla. Ma è il fatto che il drappello non si è mosso; non intende muoversi verso la frontiera nord-ovest.

Pare che non intenda muoversi nemmeno verso la frontiera nord-est. Anzi per questo fatto molti in Italia confidano che il Kaiser, se le cose andranno bene, farà a noi un bel cadò.

Ma forse sono speranze eccessive.

* * *

Guglielmo II, il Kaiser, l'imperatore di Germania! Io cerco di formarmi un'imagine e non ci riesco. Che cosa era prima della guerra, per noi, Guglielmo II? Un personaggio eminentemente teatrale: una specie di Lohengrin con certe pose eroiche e medievali, che urtavano tremendamente i nervi alle nostre democrazie, specie quando minacciava di radere al suolo la rocca forte del _Socialismo_: però simpatico: Guglielmone! Guglielmone, ecco! diceva tutto. Impossibile però era per noi prenderlo sul serio! Quei discorsi imprudenti che, subito, un qualche gravissimo personaggio della Dieta germanica si affrettava a mettere in sordina, quel Dio terribile in capo linea di tutte le falangi delle sue concioni militari, era qualcosa che faceva sorridere la nostra borghesia: la nostra democrazia mai avrebbe tollerato un simile principe. Ci voleva tutta la _sancta simplicitas_ dei Germani! Ammirava egli, il Kaiser, i nostri diroccati castelli imperiali, ricordo degli Ottoni, degli Hohenstaufen? Ma noi, potendo glieli avremmo ben spediti tutti per pacco postale in Germania!

«Badate però — dicevano molti — che sotto quella teatralità si nasconde un omarino che sa lavorare molto bene gli affari del suo paese».

Questo personaggio, ora, improvvisamente, è balzato dal palco scenico nella più tragica realtà. La rocca forte della social-democrazia non l'ha abbattuta, ma più semplicemente: su di essa ha inalberato, piantato il gonfalone imperiale con lo stemma del Santo augello dantesco. Tutti ne sono impensieriti. Egli è diventato, d'improvviso, Attila, Alarico. Ha deposto la spada d'argento di Lohengrin: ha brandito il martello del dio Thor, ha detto: Picchiate sodo! Tutti ne sono impensieriti! V'è chi pensa al «gran seggio» dantesco.

Come sarà domani quest'uomo nella storia? Certo Lohengrin non sarà più!

Oh, Imperatore! Quando voi dichiaraste la guerra, avevate un bel _atout_ nel vostro gioco. Potevate sostenere la causa dell'ordine, della disciplina, ecc. ecc. contro le demagogie occidentali.

Anche fosse stata una finzione, che importa! La parola è stata data anche per fingere! Ma dire brutalmente come voi avete detto che il mondo deve essere germanizzato, e far seguire una simile dichiarazione da atti di guerra che per usare un termine riguardoso, diremo _primordiali_, è stato un disastro! Almeno fra noi! Quale ne fu la conseguenza? Anche i più mansueti conigli nostrani a cui le autoritarie vostre parole, o Imperatore, scendevano come rugiada al cespite, temono nel timore, oggi, di finire in fricassea: si fanno coraggio, e non vi sono più molto amici. Ah, non per questo è preparato il «gran seggio»!

La Santa Russia — dato che essa faccia la guerra sul serio — si presenta come àncora di salute.

Quale ne è stata la conseguenza? Che alcuni fra i più ostinati bevitori dei più tetri liquori dell'Utopia, si sono rivoltati al culto della pura acqua della realtà.

Può benissimo darsi che l'Imperatore sia il minor responsabile di questi brutti effetti; ma certo egli è l'Imperatore.

Evidentemente a questo disastro morale irrimediabile, bisogna che il Grande Stato Maggiore Tedesco ripari con una assoluta vittoria delle armi e delle artiglierie.

Allora sì, l'Imperatore, starà su di un monumento equestre, che avrà il più superbo piedistallo del mondo! Ma, o Imperatore, Imperatore, per tutti quelli che sono morti per voi, per tutti quelli che morranno, l'umanità ha pure un giudizio!

* * *

E mentre tutte queste cose pensavo, gli occhi miei eran pur fissi al monumento prigioniero di Napoleone III, il quale è sempre lì, col suo berrettino in mano che saluta il popolo liberato da lui: ma il gran cavallo, con la testa in giù e la gran giubba cadente pare spargere grossi lagrimoni...

30 Ottobre. Se l'uomo fosse da vero essere pensante, dovrebbe dargli molto da pensare questa cosa: più nulla commuove. I corrispondenti di guerra ci perdono la loro arte. Particolari di stragi, corazzate colate a picco, massacri di bimbi, fucilazioni in massa, uccisione di feriti e di prigionieri, distruzione di corpi d'esercito ecc., tutto si legge con molta indifferenza.

Pensare a quello che accadde lo scorso giugno, quando in Ancona i carabinieri fecero fuoco ed uccisero due o tre dimostranti. «È ora di finirla con queste stragi! La vita umana è sacra. Vi sfidiamo, o governo di sanguinari, a fare altre vittime umane!» E si sfidò infatti il Governo con quella rivoluzione che porta, nella storia il nome di _settimana rossa_.

Ed oltre all'indifferenza, v'è alcunchè di più strano: una portentosa continuità, per cui si potrebbe dubitare della morte. La guerra uccide, ed ecco tutta una germinazione della guerra. Anche il _Corriere dei Piccoli_ adesso fa le vignette dei suoi bamboccini in favolose visioni di guerra. Il giornale _La Sigaretta_, rappresenta le sue ideali meretrici in perfetto costume di guerra.

* * *

10 Ottobre. È caduta Anversa. Scrive la _Vossiche Zeitung_: «Un attacco così formidabile è stato possibile perchè i tedeschi disponevano di un cannone superiore il quale distrusse in breve tempo tutte le cupole corazzate e tutte le opere di muratura».

È una pura constatazione di fatti: tutte le fortezze a cui si accostarono i Tedeschi sono cadute dopo pochi giorni.

Apparterrà il mondo soltanto a chi ha i cannoni superiori?

30 Ottobre. Il mio buon scolaro tedesco che mi promise l'orologio a cucù, della Selvanera, mi manda un saluto da X***.

Egli è _Kriegsfreiwillinger_, cioè volontario. Mi promette che il _Kuckuck_ della _Schwarzewald_ me lo manderà finita la guerra.

Caro e valoroso giovane, così tu me lo possa mandare, e possa la tua Germania fiorire, _floreat Germania!_ ma con meno _Kultur_, se essa deve dare per frutti i mortai da 420 mm.

2 Novembre. Nel giorno dei Morti.

14 Novembre. Il caro giovane e amico mio, Gino S***, è venuto ier sera a salutarmi, dopo sei mesi che non lo vedevo. In fretta. Ha la carrozza alla porta. Parte per terra lontana. Però, anche in quei pochi minuti, si parlò della guerra.

Dice gestendo convulsamente:

— Sente lei odor d'ozono?

— D'ozono?

— Sì, l'odore sano, purificatore delle grandi tempeste! La guerra è la gran purificatrice. Gloria alla Germania! È la bancarotta completa della miserabile civiltà in cui noi credevamo! Monumenti, codici, diritto, proprietà, tutto crolla. Ed è la Germania — la nazione più avanzata in questa civiltà — che fa crollare tutta la vergognosa baracca.

— Ci ho pensato anch'io, caro Gino.

— Ah, — rispose egli allora — sa chi ne gioirebbe se potesse rivivere?

— Chi?

— Giacomo Leopardi.

— D'accordo, perfettamente.

— Il guerriero — esclamò lui sempre più entusiasta — vincerà il mercante e il filisteo! Ricorda la profezia di Zaratustra?

— Sì! Bello! ma troppo giovanile ragionamento! E dopo? Crede lei che dopo avremo un'umanità diversa? Ma veniamo al positivo: quale conclusione lei fa in caso di vittoria definitiva della Germania? A me, glielo dico subito, si prospetta questo spaventoso avvenire: la Germania costringerà il mondo a vestire un'anima bellica se non vorrà perire sotto la _pax germanica_. È orribile!

Ma il mio giovane amico è preso da un cupo furore:

— Meglio, così: gli imbelli dovranno o servire o perire, e sempre trionferà Zaratustra.

— Caro amico — dissi accompagnandolo giù per le scale, perisca Ilion, se deve perire; cada l'alta rocca di Priamo, se è fatale che cada; ma v'è qualcosa di sacro che le fiamme dei fatali Germanici non devono distruggere.

Così ci siamo lasciati. La sua carrozza è scomparsa nella notte, sotto la dolorosa pioggia. Egli parte per terre lontane!

Ah, se ci fossero oggi, come ai tempi di Enea, terre lontane, anche noi fuggiremmo. _Fuge crudelis terras, fuge litus avarum._

Porteremmo con noi i nostri Iddii: Dante, Maria Vergine, ed il libro ancora, dei sette sigilli, l'Evangelo di Cristo.

* * *

10 Novembre. Milano.

Voi ci avete beneficati, o Germani!

Tsing-Tao, perla delle colonie tedesche, che costava tanto oro e doveva diffondere tanta _Kultur_ in Oriente, è, infine, caduta sotto l'assalto ed i mortai dei Giapponesi, che gridano, «Banzai!» ed hanno il vessillo col sole nascente.

I giornali tedeschi sono pieni di parole terribili. «Onta a te, o Inghilterra, che hai spinto il Giappone contro la Germania, e guai a te, o Giappone!» Già, perchè, dopo questa guerra, è molto probabile che cominci la guerra delle razze. Quando? Non si sa: ma comincerà. Le razze sono cinque; ma per fortuna non c'è che la razza gialla dei Giapponesi e Cinesi che tenga colpo: «il pericolo giallo», come disse il Kaiser. E dopo? dopo la guerra delle razze? Mi dimenticavo la guerra di classe, per la quale mai — come dicono i pontefici ed i leviti del dio Marx — mai si deve chiudere il tempio di Giano.

La concepite voi la grande scienza moderna della vita, la sociologia, combinata con la scienza della morte, la guerra? A prima vista pare un assurdo. Ma niente affatto! E nascere per morire non è un assurdo? Nascere _per servire Iddio e goderlo nell'altro mondo_ è bambinesco, ma per lo meno ci dà una ragione.

* * *

Oh, come sono furenti i Tedeschi contro l'Inghilterra e contro quelli che scrivono poco bene della Germania! E, viceversa, come sono riconoscenti, gentili verso quelli che si mostrano appena un po' benevoli verso di loro! Bisogna leggere gli scritti, gli opuscoli, scritti in italiano, con cui i Germani innondano il nostro mondo commerciale ed universitario, il quale a vero dire, non ha bisogno di essere troppo convinto, in quanto che l'alta cultura italiana è quasi tutta tedesca, come la bassa cultura italiana è quasi tutta francese.

Essi ci vogliono ammaestrare, convincere, persuadere

— Ma come — dirà qualcuno —, prendono il mondo a cannonate...

— E poi pretendono grazie. Volevate dir questo? ecco, non così propriamente: ma essi vogliono dir questo a noi, che noi siamo ignoranti di ciò che è la Germania e sconoscenti fors'anche. E in mala fede non sono! Ci ho pensato tanto: Non sono in mala fede. V'è qualcosa di ingenuo e di terribile in loro.

Oh, una ben tragica lotta, una immane tragedia di idee, spaventosa quasi come quella delle armi.

In fondo essi dicono: «Voi vivete nella più deplorevole ignoranza di quello che è la Germania. Se noi, Germani, abbiamo detto che è dovere e diritto nostro, col nostro sangue ringiovanire l'Europa; se abbiamo detto che la patria germanica si estende dovunque vive un germano, è perchè la Germania non è l'evo-medio, non è la barbarie, come asserisce la vostra ignoranza: ma è la perfetta logica, la perfetta filosofia, la perfetta democrazia, la perfetta giustizia, la perfetta disciplina il perfetto guerriero, il perfetto Stato. Voi, invece, siete gente fermata a metà, viventi fra le varie utopie, e lo scomposto disordine. Voi ben vorreste essere quello che noi siamo, ma vi fa difetto la virtù della razza. Siate, dunque, con noi!

— C'è più filosofia in un mortaio tedesco che in un libro di filosofia... scritto non in tedesco.

Pare enorme? Lo ha detto un intellettuale, non tedesco, ma italiano; ed uno dei più autorevoli.

— E andiamo, via — mi diceva un deputato fra i più intelligenti — che se anche noi avessimo i mortai che hanno i Tedeschi, noi li adopreremmo come fanno loro!

* * *

Forse Missiroli ha ragione. Il concetto superbo di Mario Missiroli è gran diaframma: o di qua o di là. Concetto solitario, accessibile ai pochi; ma quale alto concetto è accessibile ai molti?

Ah, caro Missiroli! Io rivedo la tua testa pallida, la tua giovinezza emaciata per il tormento del profondo pensiero: sopra un saio domenicano rivedo la tua testa pallida. Con Cristo, sì, vorremmo essere, con tutto Cristo! ma, vedi, Missiroli, non è soltanto il dio Thor che ce lo vieta; è la midolla dell'insano leone che Prometeo — prima ancora di Thor — infuse nella creta primordiale — come canta l'antico poeta: l'infuse ai Germani ed a noi. L'acqua lustrale del battesimo non bastò e non basta.

E allora, allora impariamo anche noi a manovrare i mortai, gli spaventosi mortai....

Voi pur ci avete beneficato, o Germani!

Milano, 14 novembre.

Hans Barth — lo sapete — è un tedesco amico d'Italia. Risiede in Roma; è corrispondente del _Berliner Tageblatt_; ha scritto un dionisiaco libro bizzarro sulle _Osterie_ d'Italia, al quale libro il d'Annunzio premise una delle sue prose più togate e mitrate.

Ora _Hans Barth_ scrive una lettera che è riprodotta nel _Secolo_ di ieri, ed io ne approfitto perchè mi pare che essa lumeggi le cose che io sono venuto scrivendo, qua e là, in queste pagine:

Hans Barth dice molte cose bellissime e già dette, e apologetiche intorno ai Germani e parla della sentimentalità e della pietà germanica: ma quello che più interessa sono le parole in cui dichiara che in Germania non si _tratta di una guerra dinastica e diplomatica, ma della guerra più popolare che un popolo possa mai combattere..., di una guerra veramente nazionale ed ideale, che ha già creato valori morali immensi e imperituri e che non possono venire capiti da chi non capisce il popolo germanico._

Hans Barth non dice perchè la _guerra è popolare ed ideale_ per i Germani. Ma io credo che al lettore di queste pagine apparirà non oscura la ragione perchè questa guerra è popolare in Germania e vi crea nuovi valori.

Chi poi viene dalla Germania reca la maravigliosa novella di quell'immenso popolo, stupendamente tranquillo, sicuro del suo diritto, sicuro della vittoria. La gran dama teutonica e l'umile operaia ora fanno con pacate mani grosse calze di lana bigia per i soldati.

«Ah, ah — sentii esclamare di recente da un nostro deputato romantico — perchè anche noi abbiamo gente romantica — l'ulano feroce, l'ussaro della Morte, chi è? Forse un povero fanciullo dagli occhi dolci glauchi, e dalla capellatura bionda, che ieri raccoglieva fiorellini per la sua Gretchen; e gli fu imposto di calcar l'elmo, cavalcare, uccidere....»

Ciò è bello, è gentile, e sarà anche vero, ed anch'io l'ho qui detto.

Ma molte sono le cose vere, come molti sono i documenti degli Archivi — è vero, o ricercatori d'Archivio?

Questa è la guerra della Germania! Questa appare come una lotta di classe «più vera, e maggiore», lotta in cui termini delle classi son le nazioni ed i popoli: guerra di conquista d'aria, di mare, di terra: di ricchezza insomma. La ricchezza, quella cosa che l'uomo agogna dopo l'altra cosa!

Questa è la guerra del popolo che ha la massima cultura, perchè ha la massima scienza, cioè la massima forza della natura a suo servizio, quindi il massimo diritto di dominio. Barbarie? Massima scienza è massima barbarie?

* * *

Nei nostri sinodi socialisti si disputa ancora se il termine _Patria_ è antinomico col termine _Internazionale_.

In Germania la cosa è risolta! Fin dove si estende la lingua tedesca, fin dove è un tedesco, quivi è la patria! E allora?

* * *

Dicono i giornali che l'Inghilterra, la sola che si permise il gran lusso della libertà individuale, dovrà costringere, per legge, i suoi figli al tributo del Minotauro. Occorre la conscrizione militare per avere i milioni dei combattenti!

FINE.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

End of Project Gutenberg's Il romanzo della guerra, by Alfredo Panzini