Il romanzo della guerra nell'anno 1914
Part 6
— Quello dove l'ha messo la carboneria, la mazzinianeria, la massoneria, e compagnia bella: Roma! Roma deve essere del papa. E il Lombardo-Veneto all'Austria! Francesco Ferdinando l'ha detto quando inaugurò il monumento a Radetzky: «Ritorneremo!» E l'avrebbe fatto!
— Così che lei ha sofferto molto per la morte di Francesco Ferdinando...
— Ho esposto per tre giorni la bandiera a lutto. Era la sua guerra, questa...
— Ragazzo mio, dopo che le vittorie russe hanno rotto un po' la spina dorsale dell'Austria, mi pare che si possa abbandonare la speranza per questa volta.
— Sarà per un'altra volta. Da qui altri cinquant'anni. Intanto ci prepareremo.
Ho domandato da chi avesse preso simili idee.
— Da me, dalla storia, pensando.
Ha vagheggiato tanti progetti per operare: frate domenicano, aviatore bombardiere, ussero della morte. — Ma adesso bisogna ubbidire alla mamma. Poveretta, è sola.
— Ha compagni di queste sue idee, ragazzo mio?
Crollò tristamente il capo: disse: — Pochi! — Nominò una famiglia di nobiltà papalina, la quale gode l'esclusività della vendita delle Sacre Immagini, dei Cristi; e che molto arricchì coi pellegrinaggi.
Stetti un poco in silenzio e domandai in fine: — Lei che è religioso, non trova un contrasto fra Cristo e questi progetti bellicosi?
Alzò le spalle; borbottò: — Papa, Cristo, re, imperatore formano tutta una barracca! E poi chi ha più forza, l'adopera. I socialisti non fanno così anche loro?
Altri avrebbe sorriso di questi ragionamenti. Io ho pensato a varie cose: primo: Quante forze fedeli l'Austria alienò ed offese, qui in Italia, nella sua storia, dal 1814 al 1859; secondo: quanti in Italia, nel loro segreto, pensano ciò che questo ingenuo ragazzo osava dire. Terzo: quanto poco ci vuole ad armare la mano di un fanatico!
Giovedì 17 settembre. Giorno natale di Titì in questa casetta al mare, dove ella vide il dì natale sei anni or sono.
— È vero che oggi è il mio giorno? Chi si invita oggi a pranzo? Viene Marino Moretti? Vai a fare la torta dolce?
Si corre verso la mobilitazione. In tanta serenità silenziosa autunnale, la mente non può concepire campi di strage e di esterminio.
* * *
Marino Moretti! Spesso sono andato a trovarlo nella sua vecchia casa paterna, a Cesenatico, fiorita di gelsomini e davanti il porto dalle rosse vele, ferme le navi oggi che c'è la guerra. Spesso egli venne da noi.
Caro, mite, signorile Moretti! Diceva con la sua amabile voce, un po' blesa: — C'è un po' di guerra anche per noi. Nei giornali, non più novelle, non più poesie! La letteratura è abolita.
— E le pare un male?
Anche Marino Moretti conviene che non è un male.
18 Settembre. Venerdì.
_Lacerba_ del 15, porta un articolo un po' becero — come il solito — del Papini, ma simpatico. V'è anche un nobile scritto di Soffici. Fa — e si rivolge ai Germani — un confronto fra la cultura latina e la cultura germanica. Lo so: «Per cultura noi intendiamo quell'alleggerimento dello spirito che lo porta a godere profondamente delle armonie segrete della natura amata nella sua semplice concretezza, delle eleganze, dei pensieri luminosi, di tutte le bellezze in un'atmosfera di serenità iridata e felice. Siamo lontani, come vedete, dal vostro nuvolismo metafisico, dalla vostra sentimentalità, dal pastone dei vostri dottorismi, della vostra istruzione compilatoria».
Vero! o, almeno, _vero_ per noi solitari d'Italia. Ma oramai non si tratta più di cultura, ma di mortai.
_Lacerba_ non contiene disegni futuristi nè parole in libertà, e così leggo che Parigi non contiene più _apaches_, non case da gioco, non fastosi restaurants. Che proprio occorra la guerra per avere un poco di purificazione?
Il _Giornale d'Italia_ ha in testa, a gran caratteri: «Quello che occorre affinchè l'Italia nessun detrimento abbia a soffrire dalla neutralità:
1. Una salda posizione diplomatica;
2. Un milione di armati, pronti ad ogni evenienza»
Siamo alla guerra anche noi? Ma questa parafrasi classica (_Caveant consules ne respublica detrimentum capiat_), non mi piace. L'espressione solenne mi fa l'effetto che nasconda non so quale incertezza. Guerra all'Austria? all'alleata di ieri? Perchè? Per inimicizia? No! Per necessità. Scrive un nazionalista: «Voi sembrate prossimi alla liquidazione. Ci dispiace: ma prima che la presa di possesso delle terre italiche si compia per parte di altri, è necessario che le occupiamo noi».
È un po' curialesco. Comunque, una sola cosa mi auguro, che non si avveri la profezia di Soffici — l'ho tanta paventata che mai osai formularla — andare in Albania a romperci le corna ancora contro Enver Bey.
19 Settembre. Sabato.
Papini elenca (_Giornale del mattino_) i vantaggi della guerra: «La guerra in grande c'insegna per lo meno che la vita degli individui oscuri acquista valore soltanto quand'è perduta per la vita dei popoli gloriosi».
Dottrine esoteriche... ed un po' alle Nietzsche e, come concione di generale ai soldati, argomento non consigliabile; tanto più che non è esatto. È morto per la patria un giovane non oscuro, Carlo Péguy, autore di un bel libro sul _Mistero di Giovanna d'Arco_.
Buono e caro Papini, se Ugo Foscolo avesse pensato come lei, mai avrebbe scritto i Sepolcri!
Domenica, 20 Settembre.
Il numero ultimo della Critica sociale porta uno scritto pieno di complicazione. Il concetto è questo: riformisti di destra (perchè non più le stellette del titolo _socialisti?_), democratici, massoni, nazionalisti et _similia_ (il _similia_ non è mio) vogliono la _neutralità per uscirne_, cioè la guerra: i socialisti — invece — vogliono _la neutralità per non uscirne_ assolutamente. La ragione è sempre la stessa: _questa è la guerra borghese, la quale nasconde il perfido intento di sopprimere la lotta di classe, la santa guerra del proletariato. Se la paghi la borghesia la sua guerra! Ma v'è di più: se i socialisti volessero la guerra, commetterebbero un grave crimine perchè commesso coscientemente: «contribuirebbero cioè ad assassinare la Internazionale, nel supremo ricetto dove si è rifugiata, nell'attesa della inevitabile risurrezione!»_
Allora viene subito da dire: questo crimine lo hanno commesso i compagni socialisti della Germania...
Distinguiamo — risponde l'articolista —: il socialismo tedesco _«ritiene con convinzione assoluta, in perfetta buona fede, per quanto, secondo noi, errata, di difendere la patria nell'Impero, e il socialismo nella patria dall'invasione straniera». Nel quale caso cioè, nel «caso estremo e ben constatato di vera difesa del territorio» dell'indipendenza, è lecito sospendere la lotta di classe e potrà il proletariato andare alla guerra._
Quanto alla questione dell'ideale libertà e civiltà, si tratta di un «_tragico malinteso, per cui con eguale convinzione tutte e due le coalizioni si vantano di lottare per la libertà dell'Europa: l'una, per salvarla dall'impero della sciabola prussiana: l'altra dal comando dello knout cosacco_».
A me pare più chiaro il ragionamento di un altro socialista: _il proletariato non ha patria_.
E non dovrebbe essere troppo facile, anche per il Conte di Cavour, fare il ministro degli esteri in Italia «supremo ricetto dell'Internazionale».
* * *
21 Settembre.
I giornali riportano un disperato appello della _Trento e Trieste_ che terminava: «Italia salvaci! Ora o mai». Ecco un appello che non è rettorico. Forse tutti lo odono nel segreto del cuore. Anno 1866!
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Un fatto incredibile! Mi trovo vinto da un grande ottimista, il venerando Luzzatti. Scrive un articolo sul _Corriere_: «Gli uomini in guerra sarebbero divenuti più feroci?». No, «più», Eccellenza! Sempre uguali.
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21 Settembre. Lunedì. Equinozio di autunno. La stagione si è voltata: pioggia, vento, grande umidore, freddo; il mare in burrasca. Le nubi cavalcano sul mare. Il grosso fabbro, mio vicino e claudicante un po' come Vulcano, esce dal suo antro con lo schioppaccio in mano e mi chiede licenza di sparare attorno la mia casa.
— Perchè?
— Ma non vede? (Si vedeva da lontano: tutte rondini, rondini oltremarine, sbattute forse dal vento, dalla tempesta, che si erano abbattute lì, sulla mia casa).
Il fabbro assicurò che con un colpo ne avrebbe fatte cadere cento. Lo pregai di desistere col pretesto delle donne. Se ne ebbe a male. («Ma come? vengono dal mare, per un momento domandano ospitalità alla tua casa e tu le fai uccidere?»).
Il fabbro è uomo di martello ed anche di qualche lettera, ma il mio ragionamento andava al di là della letteratura. Lo tenni per me.
Mi accostai alla casa: qualche centinaio di rondini, l'una presso dell'altra, fitte fitte, rigavano di nero e di bianco il cornicione, sotto la gronda scrosciante: tutte le mensole, tutti gli scuri, ogni sporgenza aveva quel vivo ornamento. Ed ecco dal lato opposto ove io era, rintronò un colpo. Non il fabbro, ma il contadino. I bimbi del contadino, fra cui Titì, raccoglievano allegramente rondini morte, rondini ferite.
— Ma cosa c'è da mangiare qui?
— Quando sono un mucchio — mi risponde — qualcosa si pilucca!
La rondine ferita fra le mani di Titì: testolina tonda tonda, qualcosa di puro, di aereo, zampine lievemente rosee, intatte, che mai non toccarono l'infame terra. Non ci sono più le rondini. Hanno ripreso tutte il loro volo.
— La rondine ferita, Titì, non mangerà pane!
Si trascina in un angolo oscuro per morire. Le altre già volano verso l'oriente.
La sera è tetra. All'osteria, il fabbro, davanti al suo litro, mi dice che se gli avessi lasciato sparare, lui ora avrebbe la cena. Ora ha bevuto, beve e non ascolta obbiezioni: «l'uomo — dice — ha diritto su tutti, uccide tutti: necessità non ha legge!» Sì, ha detto così, il fabbro. Ed ha aggiunto quasi con un certo disprezzo: «E poi cos'è tutta questa compassione? Non rinasce forse tutto? Uomini, grano, insalata, fagioli, uccelli, tutti rinascono! Ed io intanto, per cagion sua, sono senza cena!»
Che cosa rispondere? Rispondere con le parole di San Francesco? Chi le intende più nella ferrea età nostra?
«Necessità Non ha legge!» Chi disse al mondo di recente le stesse parole del fabbro?
Il ministro degli esteri, germanico, von Jagow, uno dei più fini e cortesi diplomatici del mondo.
22 Settembre, martedì. Cattedrale di Reims, bombardata incendiata! Biblioteca di Louvain, incendiata! In furia da Parigi trasportano via, occultano la Venere di Milo, la Gioconda di Leonardo, la Vittoria di Samotracia! Nel Belgio occultano i quadri del Rubens. È venuto il giorno? È venuto il giorno in cui le antiche deità guerresche, intravviste nella Germania di Tacito, spezzando la lieve crosta evangelica che le copriva, si levarono dalle loro tombe favolose?
Il dio Thor ha levato il suo martello immane e la cattedrale di Reims è caduta.
Quando cadranno le torri di Nostra Donna in Parigi?
Che cosa succede nel mondo? Forse la Germania sta compiendo una rivoluzione ben maggiore di quella che compì la Francia negli anni 1789? La Germania, la nazione che ha, indubbiamente, raggiunto il più eccelso grado di quella che gli uomini si ostinano a chiamare civiltà: quella civiltà a cui tutti si inchinavano con reverenza, è abbattuta, come cosa spregevole e vana, dal martello del dio Thor?
Le divinità sono diffuse per gli animi degli uomini operano per inconsapevolezza oggi come ai tempi di Omero.
I futuristi, a questi annunzi di distruzione, dovrebbero essere coi Germani, non con la Francia.
* * *
I socialisti ufficiali e il loro gruppo parlamentare, cioè gli uomini parlamentari, hanno «lanciato» un manifesto ai _compagni socialisti_ ed ai _lavoratori italiani_.
Dice: _Nessuna concessione alla guerra ma opposizione recisa, implacabile._
Questo importante documento storico può essere determinato da rispettabili ragioni: può essere un contrappeso contro quelli che vogliono la guerra: chissà? può collimare con le intenzioni del Governo. In verità, io non oso dir nulla. Ma è doloroso, però, che in questa ora tragica si insista nella lotta di classe, che si esorti il popolo a gridare «alto e forte che non intende rinunziare alla sua autonomia di classe per confondersi con la borghesia nella quale sono preminenti i partiti che odiano, i partiti che plaudirono ai massacratori di ieri e plaudiranno a quelli di domani».
E le tremende incognite che minacciano il domani d'Italia, sono semplici _pretesti_?
Io non so, io non oso dir nulla.
Ma come può, chi non è _proletario_ o _lavoratore_, prestare fede a questa conclusione del manifesto: «Dite che in ogni caso l'Italia, la sola grande Potenza europea rimasta neutrale al conflitto, ha perciò stesso segnata la sua missione di mediatrice fra i belligeranti»?
Anche Teodoro Wolff, nel _Berliner Tageblatt_ dice lo stesso: conforta cioè l'Italia a conservare la più stretta neutralità: «perchè se in Italia le passioni non trionferanno sul buon senso, il suo compito potrà allora essere importante. È l'unica grande Potenza neutrale dell'Europa, e, senza questo disturbante chiasso, parrebbe destinata più d'ogni altra alla parte di mediatrice per la pace».
— Ah! tristi giorni — mi diceva ieri sera una donnetta semplice — per chi ha figliuoli sotto le armi!
— E per chi ha occhi veggenti! — dissi fra me.
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24 Settembre. Giovedì. Bora, bora! Ha nevicato anche lassù in Carpegna. Le aiuole delle campanelle si sbattono con paura, son vizze, non hanno più colore. Sul mare livido le onde accorrono con fragore di battaglia: il sole vi batte ogni tanto sprazzi di un biancore troppo lucido.
Il tenentino — che era venuto qui per cura — ha ricevuto ordine di ritornare al reggimento. Parte stamane. La sua sorella, piccina e gracile, trema come i fiori! Un'anima linda e dolce. Qui, al mare, ella non voleva che il fratello andasse troppo in là col sandolino: voleva che tenesse chiusa la pistola; che non andasse a caccia per non farsi male; insomma ella, minore di età, lo sorvegliava. Nella cassettina militare ora gli ha messo un vasettino di miele, un pollastrino arrosto, cioccolata, uova, un formaggino. Io penso alle trincee fulminate sull'Aisne, dove si combatte da otto giorni, giorno e notte. La signorina è pallida: questa notte non ha dormito.
— Ma perchè c'è la guerra? — mi domanda contorcendosi come le povere dalie, lì nelle aiuole della stazione.
— Perchè soffia la bora? Perchè siamo nati? Lo lei, signorina?
Forse lei pensava che la montura militare fosse nient'altro che una bella _toilette_ maschile.
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Una vittima della guerra. Guido Fusinato si è ucciso. Lo ricordo nel collegio _Marco Foscarini_, a Venezia. Lui era in ottava classe; io fra i piccini del ginnasio. Snello, signorile: uno dei primi a scuola, e tiratore bellissimo di fioretto. Andò poi — come è costume dei nostri giovani eletti — a perfezionarsi a Berlino, dove studiò il più preciso, il più positivo diritto internazionale, per la pace delle nazioni.
Presentemente è professore di diritto internazionale un _homunculus_, ma di molto peso; però alto quasi come un uomo: il proiettile del mortaio da 420 mm.! Guido Fusinato fu studiosissimo; ma si deve essere accorto di recente che con tutto il suo studio, egli non aveva fatto a Berlino maggior progresso di quello che fece Marco in Atene, Marco figlio di Marco Tullio Cicerone, il quale figlio consumava allegramente i soldi che gli mandava il babbo e non teneva conto affatto nè delle lezioni di Cratippo filosofo, nè dei saggi consigli paterni: _Quamquam, te Marce fili_, ecc. ecc.
Non è improbabile, altresì, che Guido Fusinato abbia avuto conoscenza della _Carta d'Europa_ secondo il programma pangermanista: _Alldeutscher Atlas!_ Questa carta, combinata coi mortai da 420 mm., è molto impressionante, e deve avere contribuito ad acuire la neurastenia del povero e buon Fusinato.
Neurastenia: in un uomo di ingegno, essa è l'esasperazione di un'idea ossessionante, la quale cala lenta implacabile come una cupola di piombo, sino a fare, talvolta, poltiglia del cervello. E allora si ha terrore e si affretta la fine. Così fece Fusinato.
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26 Settembre. Bisognerà riprendere la via del ritorno: Bisognerà rimettere le scarpe ai piedi ed il colletto al collo. È seccante. Stelle dell'Orsa, stella di Venere, carro di Boote, gran manto dell'Aurora, arrivederci — se ti rivedremo — un altro anno! Queste cose celesti esistono, certamente, anche sopra Milano; anzi in piazza del Duomo c'è un omarino col canocchiale che le fa vedere più da vicino per mezza lira. Ma è altra cosa. Mi avviene di trovare quasi naturale la domanda di Titì: «La luna che c'è a Milano, è come quella che c'è a Bellaria?»
Guardo il contadino che dissoda con la vanga il terreno: il contadino che semina la fava da seppellire come ingrasso di questa sterile arena, quando la primavera verrà. L'inverno parla della primavera mercè la mirabile alternativa delle opere. _Giorni_ ed _Opere_ di Esiodo! Anche me, in città, attende un lavoro nobile come il vostro, o contadini: dissodare anime, alimentare sterili cuori. Ma se ne ricava poco; e la colpa non è soltanto delle giovani anime!
Alcuni pescatori allestiscono con ogni cura la loro tartana e la riforniscono di ogni provvisione. Andranno alle deserte bocche del Po, lontani da ogni consorzio umano, da ogni voce umana, a pescare anguille. Vi rimarranno fin sotto Natale. Quanta invidia!
Addio, dunque, stelle dell'Orsa, carro di Boote, animato alfabeto del cielo!
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Bologna, 27 settembre. Sotto il Pavaglione incontro l'amico, prof. X***, compagno di Università. Dopo un po', si cade nella guerra. Eh! eh! Lui non crede alle crudeltà dei Germani. Esagerazioni! O almeno, finchè tutto non sarà debitamente provato, egli terrà sospeso il suo giudizio. È un seguace del metodo storico. Una cosa non esiste se manca la _pièce justificative_ del documento — Tu sei francofilo, eh? — mi dice con un sorrisetto.
Macchè francofilo! Certo io non credevo di amarla tanto la Francia. Sono sempre _en toilette_ i Francesi, anche quando scrivono! Ma oggi, oggi essi combattono e muoiono per tutti. _Gesta Dei per Francos!_
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28 Settembre. Scrive l'_Avanti_: _Il proletariato italiano con voce unanime risponde all'appello del partito socialista, cioè neutralità assoluta._
Esaminiamo freddamente: un po' di crisi c'è nelle nostre democrazie: i massoni sono per la guerra; la tradizione garibaldina e repubblicana — piccola corrente, ma viva, di nobiltà italica — è per la guerra. Qualche socialista la rompe col monotono dogma _proletariato e borghesia; guerra borghese, non ci riguarda_. Volge l'occhio alla realtà terribile; osa scrivere queste parole: «È vero che la patria è tenera e prodiga a vantaggio di oligarchie parassitarie, ma è matrigna, dura, crudele con noi. Ma è anche assurdo pretendere di salire ai gradi superiori delle rivendicazioni sociali senza essere passati pei gradi inferiori. Vi disinteressate della Patria. Il vostro posto sarà quello che toccò ai compagni di sventura, ai triestini, ai trentini, agli istriani, ai dalmati, nei reggimenti offerti allo sterminio delle lance cosacche e delle potenti artiglierie degli eserciti dello czar».
Questi signori vogliono la guerra. Ma dopo aver seminato per anni ed anni il campo a patate, non è ingenuo pretendere che nascano rose, querce ed allori?
V'è in Italia — come sempre v'è stata, ed è la sua vera forza di Grande Nazione — una diffusa aristocrazia intellettuale, formata di solitari, di ribelli, di studiosi per lo studio — i quali non coincidono con gli studiosi delle accademie. Questa aristocrazia in eroici brandelli pur vuole la guerra. V'è chi ripete le parole del Cavour nel Parlamento subalpino, prima della spedizione in Crimea: _La neutralità in questo momento vuol dire rinuncia alle aspirazioni avvenire._
Eppure l'_Avanti!_ ha ragione. Chi vuole la guerra? Il così detto proletariato, no: la borghesia trafficatrice, il piccolo bottegaio, no: la gente d'ordine, di chiesa, no. Esiste in Italia un'aristocrazia dei natali, di origine nazionale e guerriera?
V'è inoltre fra noi una diffusa classe, e molto rispettabile — universitari, tecnici, uomini d'ordine — che vede nella germanizzazione del mondo una specie di necessità e di fatalità a cui china il capo docilmente, se non piacevolmente. Non è infatti la Germania la nazione meglio temprata alla concezione della così detta civiltà moderna? Questi signori sembrano dire: «la guerra è una barbarie; d'accordo. Ma alla Germania è lecita».
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La Germania spedisce intanto, agenti di pace, i suoi socialisti presso i socialisti d'Europa: ma è la _pax germanica_. La Germania innonda i paesi neutrali (il mondo commerciale, il mondo universitario) di stampe informate al più puro metodo storico. Vuol dimostrare che è essa la minacciata, la aggredita. Gli aggressori sono gli altri: i Russi? gli Inglesi? i Belgi? i Francesi?
È impossibile non ammirare anche in questa enorme attività la potenza di quel popolo: ma è del pari impossibile essere persuasi. Quel popolo non assimila, non riscalda non conquide. Ma perchè «dimostrare» se è sicuro della vittoria? Perchè persuadere, se non esistono che Germania e Dio?
Forse i Germani stessi sentono che la vittoria materiale non sarà bastevole!
«La Grecia vinta vinse il rozzo vincitore Romano». Così riconobbero i Romani. Ma i Germani vogliono vincere, e con la spada e con l'idea. Questa cosa è impossibile. Uccidete, ecco: non persuadete.
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30 Settembre. Ho trovato Bologna normale, Milano — poi — normalissima.
Quel giorno, due agosto, fu un momento di panico. Forse io ne ebbi un'impressione eccessiva: i signori erano in villa, le cocottine erano in missione ai mari ed ai monti.
Oggi la città ha l'aspetto normale. Un giovane ingegnere mi osserva che crisi c'è, ma in confronto di due mesi fa, _quantitativa_, non _qualitativa_...
Un grossista mi conferma la cosa, dicendo che: «Si credeva peggio. Molto si spedisce in Germania».
Dopo tutto sono tre mesi che arde la guerra. L'incendio non si è appiccicato alle sottane d'Italia; segno che erano di amianto buono. Adesso sta per venire l'inverno, cadrà molta neve e con la neve e col ghiaccio gli incendi sono meno facili. Si sente parlare di esaurimento: i giganti in guerra cadranno in istato comatoso e allora verrà fuori l'Italia e dirà: «Che cosa c'è?» Ci sarebbe da sperare bene! E se, invece, l'Italia dovesse passare al grado di prima potenza di secondo ordine?
4 Ottobre, Milano. Mi è accaduta una scena spiacevole, incresciosa, penosa. Mi trovavo ieri fra persone serie, ragguardevoli, mica fra i miei buoni socialisti di Bellaria! e perciò mi ero proposto di sorvegliarmi con attenzione, anzi di non parlare addirittura di politica. Macchè! Son venuto fuori con due proposizioni che parvero molto eretiche a quei signori: la prima che il marxismo è una cura sociale che può, per chi piace, essere anche bellissima; ma non era troppo adattata all'organismo italiano; la seconda che i socialisti tedeschi ed il Kaiser formano presentemente una cosa sola.
— Ma, caro signore — mi dissero — dove è vissuto lei durante queste vacanze? Ma lei sta poco bene.
E andarono a prendere la cassetta d'urgenza della ragion pura per curarmi. — Ma i socialisti tedeschi sono nella più perfetta buona fede — mi dissero. — Essi sono convinti, e sarà forse un errore, ma sono fermamente convinti che la loro patria è stata aggredita. Nel quale caso, nel caso di legittima e ben provata difesa...
... del territorio nazionale, lo so — interruppi io — l'ho imparato a memoria, anche i socialisti possono ammettere la guerra. Ma non si tratta di questo, si tratta che i socialisti tedeschi vogliono dominare il mondo nè più nè meno del Kaiser, dei loro filosofi, dei loro scienziati. La cosa vi fa dispiacere? vi secca di ammetterla, signori? vi è intollerabile che altri lo dica? e va bene! Ma va bene anche per me se mi vince una nausea intollerabile che un italiano ammetta questa buona fede, e come vedete, mi viene il convulso.
Essi vanno a prendere la cassetta dei medicamenti d'urgenza, ed io ho perduto ancora un'altra dose di quella poca reputazione che mi resta.