Il romanzo della guerra nell'anno 1914
Part 4
Il _Giornale d'Italia_ ha un'intestazione spaventosa come il _Carlino_. Assolutamente è finita.
Ho un piccolo tremito; questa volta non ho voglia di parlare con nessuno.
— Come va? — mi domanda uno del popolo.
— Male!
— Vincono i _Todesch_! (Lo sentono anche loro che _male_ vuol dire, «vincono i _Tedeschi_»).
Per fortuna è venuto Serra. — Caro mio, tutto è finito!
Mi sorprende il suo sorriso tranquillo sulla sua faccia sbarbata, anzi un piccolo sorrisino ironico, dedicato a me, sull'angolo estremo delle labbra.
— Non è atterrito lei?
— Io no! È la prima fase finita; ciò che era attendibile: i Francesi non furono nè messi in fuga, nè accerchiati. Legga bene il comunicato dello Stato Maggiore germanico, e vedrà un po'.
Siamo risaliti in bicicletta. Io ho perso tutto l'appetito. Sulla tavola, attorno alla carta geografica, Serra si è messo tranquillamente a spiegare. I Francesi hanno ripiegato sulle linee fortificate: gli Inglesi hanno dovuto arrestarsi a sud di San Quintino, ma non furono tagliati fuori...
— Ma se le fortezza cadono come le mura di Gerico al comando dell'Imperatore, d'accordo con il vecchio Jehova? E poi non ha lei, Serra, la sensazione subcosciente della fine: _Babilonia sarà distrutta?_
— Oggi no: assolutamente. Certo domani, l'idea di una _déroute_ davanti all'enorme valanga...
Un'osservazione di Serra è ragionevole e mi persuade: I Francesi hanno fatto più di quello che era umanamente possibile sperare: sono uno contro due al meno. Tutto lo sforzo della Germania è adesso contro la Francia.
Abbiamo dimenticato persino di parlare di quello che farà l'Italia. Gli espongo il mio dilemma: o a lesso o arrosto. — Ma oggi, oggi dopo quello che è successo, il più elementare buon senso vieta di credere a qualunque partecipazione di guerra contro l'Austria...
Serra sorride: — Lei si lascia sgomentare da un semplice episodio. Ma sa quanto durerà questa guerra? Per fortuna lei non è generale!
— Ah, si! Sarei un pessimo generale. Però legga Dante, qui, canto XXII dell'Inferno:
_Se l'ira sopra 'l mal voler s'aggueffa,_ _Ei ne verranno dietro più crudeli._
— Ma Dante parla dei diavoli!...
— E i Tedeschi? Ma non vede come fanno la guerra?
La minestra è in tavola. Ma anche Serra ha poco appetito. Il mio sistema nervoso non regge a questi estermini umani.
La donna mi avverte, sottovoce, che vino non ce n'è più, fuor che una piccola damigiana da travasare.
— Vorrei avere tutto il vino — gridai forte — che oggi berranno i preti per la gioia della Francia vinta! Io non credevo di amarla così la Francia. Avevo quasi piacere che quella sua insolente demagogia venisse punita. Glielo confesso! ma oggi!
Abbiamo parlato a lungo tutto il pomeriggio afoso, lento: ma il discorso moriva, si infrangeva stanco, contro la muraglia di bronzo della realtà. Alle quattro è giunto il _Corriere_ ed il _Secolo_. Nulla di nuovo.
Di nuovo, l'enorme, silenziosa, inattesa avanzata russa. Una tragica battaglia è impegnata in Galizia.
— Vedremo domani.
— Ma ci crede lei ai Russi? La Germania li prenderà come passerotti.
Per prender sonno, la notte, ho dovuto pensare ad una sterminata avanzata russa: russi, leggendari tartari, cosacchi; con le spade curve mietono, recidono le terre dei Cimmeri, degli Sciti vomitano orde senza fine. La macchina di orologeria tedesca è paralizzata. Come se una testa di bimbo tedesco non fosse uguale a una testa di bimbo francese! Ah, Kaiser, Kaiser, come tu e il tuo Iddio rendono crudele il cuore dell'uomo!
* * *
Mi domanda un quieto vecchio savio signore: — Chissà oggi, da qui un anno, che cosa ci sarà?
Non so che rispondere.
Mah! Certo quella piccola luna nascente lassù, in quel posto: quelle anatre lì, o, se non quelle proprio, altre anatre, una è lo stesso: queste pescatrici col ventre in su (e questo è ciò che importa), queste foglie di marruche, i lumachini che divorano tutte le foglie, le anatre che divorano i lumachini, gli uomini che divorano tutto, e quella piccola luna che guarda lassù. Se i re, i guerrieri, i diplomatici leggessero, come si legge per esempio: la tale città fu per tanti secoli romana, poi per tanti altri secoli bizantina, poi per tanti altri secoli veneta, poi passò all'Austria, ecc. ecc. lascierebbero, arrugginire le inutili loro spade guerriere e starebbero, come me, a guardare quella piccola luna che cresce, poi quando è cresciuta, si volta dall'altra parte e diventa sempre più piccola, e così in eterno.
29 Agosto, Domenica. Niente. La grande battaglia in Galizia, fra Austriaci e Russi, è tuttora indecisa.
Ci si lascia con la parola: Speriamo! Già, speriamo nella santa Russia. Oh, è triste sperare così; ma è così. Ma da dove trae la Germania i soldati? Come Cadmo dai denti del serpente?
* * *
I monumenti di Louvain, di Malines, gioielli dell'arte fiamminga, caduti sotto le granate teutoniche.
Guerra di esterminio! È supponibile che il grande Stato Maggiore Tedesco abbia stabilito di mandare avanti, come furiere, il terrore ottenebrante. I tecnici dicono che la guerra si deve fare così, proprio così. Però bisogna anche possedere la certezza di vincere, giacchè come potrà salvarsi dalle vendette chi fa la guerra così?
Mi viene in mente la guerra disperata di esterminio condotta dall'intellettuale Silla in Grecia. Nulla fu risparmiato della divina Grecia! Urgeva Mitridate da tutto l'Oriente, come ora urge la Russia. Ma Mitridate aveva prima, a dì prefisso, fatto scannare cento mila italici. Voi chi avete ucciso, cittadini del Brabante? Avete difeso i focolari e gli altari.
Se non vi difendevate eravate vili: vi difendete, siete micidiali e ribelli.
Ma Lucullo pianse quando, impotente contro la furia dei suoi legionari, vide, sotto i suoi occhi, lo strazio dell'ellenica Amiso!
Chi di voi piange, o Teutonici? I vostri intellettuali hanno soltanto parole di freddo, oltracotante sarcasmo. Ah, ben trionfa la pura ragione!
Secondo pura ragione, quanti milioni poteva incassare il re del Belgio per concedere il passaggio agli eserciti germanici? Molti. Preferì vedere disfatto il suo regno. Ben potrà Alberto, l'eroico giovine re latino, ripetere le parole dell'orazione suprema che i difensori di Platea, condannati a morte, dissero davanti agli Spartani. Lo so, l'orazione di Tucidide non è documentata con pezzi d'archivio. Ma è vera lo stesso. Parole intagliate nell'immortalità!
Ma il popolo germanico è il popolo eletto, il designato per la salute del mondo. Questo è il paradigma, il mito, la forza.
Ha detto l'Imperatore: «Dio ci ha chiamati a civilizzare il mondo: voi siete i missionari del progresso umano».
Ma l'Imperatore — dicono — è un infatuato di medioevo e di superstizioni!
Ma l'hanno detto gli storici, i pensatori tedeschi: «La nazione tedesca è una nazione eletta, una razza nobile: deve in conseguenza agire sui vicini come è diritto e dovere di ogni uomo forte e intelligente di agire sui deboli che la circondano».
«La Germania ha per missione nella storia di ringiovanire le vecchie razze d'Europa con la diffusione del sangue tedesco».
E Lasalle, e Marx, e Bebel che altro dissero? _Internazionale_ sì bene; ma con anima e linguaggio tedesco.
Noi da quando Roma creò la parola _humanitas_, più non credemmo ai popoli eletti. Noi eravamo _mundani_, _cives mundi_ prima che i Tedeschi imponessero la loro _Internazionale_.
Se i Germanici domineranno il mondo, ben dovranno distruggere anche quella parte del loro linguaggio che porta le vestigia della latinità, perchè le parole della sapienza sono pure in favella latina!
Quale guerra si combatte? Il volto che la Germania discopre è disumano. È la distruzione di tutto ciò che non è teutonico. Ciò che non è teutonico appare ad essi così intollerando da dover essere scancellato dalla faccia della terra?
Certamente i civili Germani non ragionano così. Certamente così non può essere. Essi non lo dicono. Ma danno al mondo questa impressione. E un'impressione di terrore!
Che funerea tristezza mi vince. Felice chi non ha prole!
* * *
— Signor professore — mi ricordo che mi obbiettava uno scolarino — in uno di quei giorni di febbraio in cui era d'obbligo parlare della _Pace universale_, ed io stavo ferocemente muto — signor professore, la signora professoressa di storia ha fatto una bella conferenza per dimostrare che le guerre non vi saranno più, o, caso mai, saranno guerre umanitarie: c'è già il fucile umanitario; c'è la Croce rossa; c'è il Codice della Convenzione dell'Aia. Anche la guerra è diventata civile!
— Sì, carino.
— Signor professore — mi ricordo che mi chiedeva un altro scolaro — che cosa sono gli ostaggi?
— Una parola antiquata! Sono o, meglio, erano gli individui più ricchi e più ragguardevoli di una città, che il vincitore si toglieva per malleveria dei patti. Cesare li chiedeva sempre. _Iubet obsides dari, arma proici._
— Ma oggi non si usano più!
— Parole fuori d'uso, figliuolo!
Oggi si fucilano contro un muro. Risarà tutto quello che fu.
* * *
A proposito di vino bevuto ieri dai preti, non è codesta una mia malignità. L'amico dottore, qui di condotta, che è un po' germanofilo anche lui, mi assicura che un signore — clericalone — sta, da ieri ad oggi, molto meglio.
— I Tedeschi a Parigi, eh?
— Non dico questo — rispose il clericalone —, ma sono notizie che fanno bene.
Povera Francia, li sconti sì, ora, i tuoi peccati.
Deve essere molto elegante la _toilette_ di madama Caillaux, come infermiera della Croce Rossa!
* * *
Non riesco più ad andare dal macellaio per la spesa. Ho una visione macabra! Organi di animali, organi di uomini.
Noi credevamo che le fiamme cantanti di Dante e i laghi di sangue appartenessero ad un passato senza ritorno. Sono ancora in attività di servizio.
* * *
Quell'intelligente municipio di Rimini ha, qui, per Bellaria, stabilito il calmiere... per le uova: Due uova, tre soldi. Non si trova più un uovo al mercato. I contadini le lasciano marcire, piuttosto! I contadini sono miti animali feroci. Devono essere loro che formano le iene dei campi di battaglia. Ma il piccolo chirurgo mio amico, dott. Cecca, ride coi suoi denti bianchi, nella faccia liscia olivigna. Ha una frase cinica, chirurgica, spietata: — Viene, viene chi metterà il calmiere alla guerra!
— Chi?
— La peste! i microbi della peste, del colera hanno il loro _pabulum_! E poi con questo caldo!
Oggi, penultimo giorno d'agosto, è di una limpidezza incantevole. È una vergogna stare al rezzo a sentire la canzone azzurra del mare. Dice chi vi è stato che le gallerie, i ponti del Veneto, sono tutti minati.
* * *
Leggo: _le grandi fabbriche di stoffe a colori si sono oggi quasi esclusivamente dedicate al nero_.
Anche il mio amico Prezzolini, oggi, nel _Carlino_, ripete la vecchia storia. _Il mistero della generazione di un nuovo mondo europeo si compie. Forze oscure scaturite dalla profondità dell'essere sono al travaglio, ed il parto avviene tra rivi mostruosi di sangue e gemiti che fanno fremere. Noi non guarderemo soltanto il dolore. Salute al nuovo mondo. La civiltà non muore! Indietreggia per prendere un nuovo slancio. Si tuffa nella barbarie per rinvigorirsi._
Macchè nuovo mondo! Come il precedente. Ho una nausea! Che non abbiate la forza, o amici, di vivere senza le iniezioni di morfina dell'ottimismo?
Ma se anche è vero che la storia dell'uomo si debba svolgere per simiglianti tragedie, abbiamo la forza di guardare il sole e pregare: Occhio del sole, spegniti per sempre!
* * *
Quale cosa terribile succede in Francia? Leggo nel Giornale d'Italia (_corrispondenza da Parigi del 25_): _Sento che l'insonnia domina qui sovrana: per le vie m'ha colpito stamane l'aspetto delle donne; non hanno più sul volto ciprie e belletti, e nel vestito nessun adornamento. Non un gioiello ho veduto su queste creature che erano un mese fa esemplari di eleganza al mondo: sono semplici, schiette, pallide, con gli occhi spesso rossi, ma con una fermezza e una dignità in tutta la persona da richiamare alla memoria la divina guerriera di Orleans._
O la Francia muore, o la Francia si rinnova. Però, gentili donne di Francia, altro occorre! Occorre del patriottismo che vi arrivi sino dentro all'utero. Non gonne strette; gonne gonfie di donne incinte. Questa sia la nuova moda di Francia per un secolo almeno!
* * *
La tragedia in Vaticano, muta: il Vaticano, la fortezza dell'idea trascendente, che resiste nei secoli! Sono giunti i porporati per il Conclave. Cardinali tedeschi, cardinali francesi e belgi. Il primo incontro di questi cardinali è avvenuto nelle grandi aule del Vaticano, ove tutti i porporati si sono scambiati i primi ossequi e saluti. Tutti gli occhi erano fissi sui cardinali tedeschi e francesi: corretti, quasi stilizzati in una rigidità ieratica, essi apparivano in qualche momento come trasognati. Nella massima parte di loro non si vedeva alcun segno di turbamento, ma l'immobilità del volto tradiva la loro interna commozione.
Il cardinale belga, Mercier, quando apprese dai giornali la distruzione della sua città di Malines, ha rotto in pianto, e si mise a gridare disperatamente: «Poveri miei figli! Povera patria mia!»
Volle dir messa, ma all'offertorio svenne. Ma perchè elevando l'ostia consacrata non dicesti: «Il Dio che è in questo simbolo, non è il vecchio iddio Jehova, non è il dio Thor»?
* * *
Ho avuto una visione, stanotte. Sul rogo di Patroclo, l'immane catasta, Achille scaglia, da lui sgozzati, i giovanetti troiani in suffragio ed olocausto. Mi è apparsa la figura tetra dell'assassinato arciduca d'Austria. Levò la mano imperiale: «Basta dei giuochi funebri in nostro onore!»
Oh, figli giovinetti di quel ben tragico erede d'Asburgo, figli ancor puri, obliati anche voi nell'immensa tragedia, pregate là dove agli innocenti si risponde!
* * *
31 Agosto.
Il casellante della ferrovia, mio buon amico, legge tranquillamente, al rezzo, nella calda ora, così come può, le notizie della guerra. Una contadina giovane gli sta, sopra, attenta. Altre sopraggiungono: due lattaie; l'una quasi titanica ed incinta; l'altra ancor giovinetta. Ci salutiamo. Sto a sentire anch'io. Saint-Quintin, 26 agosto, telefonato dalla frontiera il 30...» San-Quintino? Nome perduto, giù, nella storia. Vittoria di S. Quintino, 1597! Emanuele Filiberto! Sentir parlare di S. Quintino, mi fa l'effetto di vedere Emanuele Filiberto vivo. E così Longwy; così le Argonne; così Verdun (_Udite udite, o cittadini, ieri Verdun all'inimico aprì le porte_); così le Ardenne, che tanto amai in te, o Boiardo, incantatore divino; così la Mosa, così Acquisgrana (_O Mosa errante, o tepidi lavacri d'Acquisgrano_).... Risarà, tutto quello che fu, come dice il poeta.
Anche il Sacro Impero Germanico risarà, se la va avanti così!
Ma ben mi accorgo che quei nomi, quei titoli rappresentano enigmi enormi, misteri di cose ignote; e così i titoli, _Di bivacco in vivacco, Anversa la nuova Israele_...
_Le donne violate_. Questo è più facile. Il cantoniere ha già letto e racconta per conto suo con molto vivace parola: «Un povero vecchio, come impazzito dal dolore, è stato costretto a presenziare allo strazio della propria figlia ventenne, fatto nella sua abitazione da un drappello di soldati tedeschi. Erano costoro circa una ventina e nessuno di essi volle rinunziare agli esperimenti barbarici ecc.».
— E se vengono qui i tedeschi, faranno lo stesso? — chiede una donna.
Il cantoniere ci si diverte, e assicura di sì.
Un piccolo terrore invade le donne (in questi giorni s'udiva sulle acque del mare venire il rombo del cannone. Da Pola? Una cosa fievole; ma come uno scotimento feroce dell'aria).
Interrogano me. Anch'io dico di sì.
La giovinetta chiede: Ma lo possono fare?
— Non capite — spiega il cantoniere alle donne — che i soldati tedeschi hanno mano regia dai loro superiori...?
Un piccolo sorriso succede al piccolo terrore. Dice la donna titanica e incinta: — Se fossero trenta e quaranta soltanto, i tedeschi, io me li sbatto. Basterebbe che dopo non mi ammazzassero.
Anche l'altra donna si dichiara capace di tanto. Ma almeno, dopo, dessero un bacio. — Ora ridono. — Se fossero — spiega poi a me la donna — quelle signore civiline..., ma noi siamo più burrascose. Mi capisce, nevvero?
La giovinetta nulla dice. Sorride.
* * *
I giornali della sera (_Corriere_, _Secolo_) annunziano d'urgenza che i Tedeschi sono a Compiègne: ottanta chilometri da Parigi. È uno smarrimento. È finita! Ma tutti sentono che non soltanto per la Francia è finita; ma anche per noi.
Nessuno più si faceva illusione su possibili vittorie francesi, ma così presto...! E le fortezze? E gli eserciti? Che cosa è successo in Francia? Che cosa succederà? Nel '70, Parigi resistette tutto l'inverno. Sì, ma vero è che nel '70 i Prussiani potevano tranquillamente attendere. La preda era certa: bastava bloccarla! Ora no! Il tempo urge. Questa è la guerra del tempo. Perciò nessuna attesa, nessuna pietà.
* * *
Parigi, Parigi! Le donne di Francia non hanno più belletto! Esse che sono così «civiline!». Altro seme vi feconderà?
* * *
All'osteria, la sera, al lume della lampada acetilene, quattro «proletari» giocano tranquillamente a tresette.
— Adesso, con la guerra — dice l'oste — tutti hanno perso la testa. Si stava così bene prima....
(Già, si stava così bene prima: bere vino, partite a tresette, un po' di sciopero ogni tanto, e guerra ai signori).
— Abbasso le armi e viva la pace! — esclama uno, possibile richiamato. — I signori fanno adesso la loro guerra, ma verrà il giorno che noi faremo la nostra!
Cerco di dimostrare che anche i signori oggi non stanno bene. Leggo: _Due banchieri di Bruxelles, ostaggi per il pagamento dei 200 milioni_.
— Ci sta ben bene ai signori — dice un calzolaio senza degnare di voltarsi. — Busso e striscio... Noi siamo proletari!
* * *
1 Settembre. Quella dolce e buona signora M*** è disperata. Suo figliuolo — lei è vedova ed ha quel figlio solo — vuol partire per la guerra. — Non mi è scappato due anni fa quando ci fu la guerra tra il Montenegro e la Turchia? Per fortuna me lo fermarono a Bari... Lo persuada lei; ha tanta soggezione di lei....
E stamane, alle otto e mezzo, mentre attendo il treno che porta i giornali, quel caro figliuolo mi è venuto incontro.
È il più mite giovane che si possa pensare: forse ha un po' del semplice, cioè è un ragazzo che ha alcune idee semplici.
Gli dico: — Dunque lei vuole andare alla guerra?
— Sì, primo reggimento degli Ussari della Morte. Rimango un po' intontito.
— Ma non è lei italiano?
— Sì, italiano, — ma, secondo lui, l'Italia deve marciare con le sue alleate, e siccome l'Italia non si muove, andrà lui. E poi odia i Russi, ed ama il Kaiser da lui conosciuto personalmente nel libro di Ernesto Gagliardi (Guglielmo II, fatti, parole, carattere); e poi gli Ussari della Morte sono all'avanguardia delle più pericolose scorrerie. Spargono il terrore! Poi un popolo che l'Imperatore chiama alla guerra e vanno tutti, è bello. Merita un aiuto. — Crede — mi domanda trepidando — che i Cosacchi vadano a Berlino?
Non rispondo. Lo guardo. Dunque anche tu, fanciullo dagli occhi dolci, sei nato con un odio nel cuore? Vivere per spargere il terrore? Del resto quanti, fra quei cavalieri tremendi che portano sul casco la morte fra due ossi incrociati, non sono che fanciulli con un piccolo odio germogliato nel cuore.
* * *
Esodo dei bagnanti: gran folla in partenza alla piccola stazione: giorno puro, estivo. Ecco il giornale: gli uomini afferrano, dispiegano; leggono i grandi titoli, i dispacci. Notizie incerte, oggi. Tu hai promesso, o Renato, di non tornare più a Bellaria se non porterai novelle più felici per la nobile Francia. Ah, non ti vedrò allora più, Renato Serra!
Il piccolo treno è ripartito e la gente defluisce dalla stazione. Due belle donne erette, in accappatoio, mi strisciano col fianco adiposo. Una dice all'altra: «Che bella giornata! Che bellezza, che bellezza, che bellezza!» L'altra dice: «Vedrai come ce la godiamo bene ora che c'è poca gente! Sai? Quest'anno dicono che con la guerra non verrà mica la moda da Parigi!» «Davvero?»
È mortificante! Il contatto di questo essere pingue, la donna, fa rabbrividire, fa dimenticare anche la guerra! Non so: le donne mi sembrano oggi più rigogliose, più erte: come fusti di pioppe. Mentre noi chiniamo il capo sotto la maledizione immane, lei ride!
* * *
Il _giornale d'Italia_ ha una lettera del Sergi. Deve essere vecchio questo illustre professore. La sua voce ha accompagnato la mia giovinezza e ne conservo un'impressione di intollerabile fastidio. Deve anche lui, già da tempo, avere scritto qualche cosa, in nome della scienza, su la _Decadenza latina_. Argomento di moda! Ma i Tedeschi son gente seria, e ci prendono sul serio, che diamine! Deve avere anche lui, il prof. Giuseppe Sergi, aver scritto qualche cosa, in nome di Lombroso e della scienza, contro il Leopardi: «la scienza assicura questo, la scienza vieta quest'altro; chi non è fisiologicamente allegro, come vuole la scienza, chi dubita dei felici destini del genere umano, sarà collocato da noi nelle tavole degli squilibrati, dei paranoici, dei malati, come questo infelice maniaco e monocorde poeta, Giacomo Leopardi».
Confessiamo la nostra viltà: il timore di apparire nelle tavole dei mistici, dei pazzi, dei delinquenti, come si vede nei libri di Cesare Lombroso, mi rese assai timido ed allora vestii il mio pensiero di un tenue sorriso. Ognuno si difende coi mezzi che ha.
Ed ora, strano! il prof. Sergi scrive una lunga lettera di protesta contro la distruzione di Louvain; e vi sono queste parole: _La guerra europea che ora si combatte, ci mostra che l'uomo è sempre barbaro, anche quando ha una cultura superiore. I Tedeschi, nessun lo nega, sono maestri nella scienza, nell'arte, nell'amministrazione, nell'educazione, ma hanno rivelato che tutta la cultura non ha umanizzato l'uomo._
Ma non disse tutto questo Santo Francesco a frate Leone, quel dì che per la neve andavano da Perugia a Santa Maria degli Angeli? «O Frate Leone, pecorella di Dio, benchè il frate minore parli con lingua d'angelo e sappia i corsi delle stelle, e le virtù delle erbe, e gli fossero rivelati tutti i tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli, e dei pesci, e di tutti gli animali, e degli uomini, e degli alberi, e delle pietre, e delle radici, e delle acque — cioè benchè l'uomo fosse scienziato di ogni scienza, ricco di ogni ricchezza — scrivi che non è in ciò perfetta letizia».
E leggevo con passione il mirabile fiore di quelle leggende, nella scuola, fra l'immenso stupore. Ma lo stupore cadde, e le rivedo ancora tutte le facce dei miei allievi del Politecnico, improvvisamente spalancarsi e, dal silenzio, scoppiare in un'immensa risata: tutta una parete di teste che ridevano, fin su, agli ultimi banchi. Rivedo la scena dopo tanti anni.
— Ma era un pazzo, san Francesco! — disse in fine uno studente, con voce pietosa come se anch'io, lettore, precipitassi in quella follia.
— Lo dice il Lombroso, infatti, ma non è ben dimostrato.
* * *
2 Settembre. Bombe da aereoplani su Parigi. _Die Taube_, la colomba che getta bombe! _La ville lumière, il cervello del mondo_, era ridicolo. Una lezione se la meritava la Francia, ma le bombe — avviso...., ma l'oltraggio di avvertire Parigi con bombe giù dai _Tauben_... Meglio i mortai!
Strano! _Die Taube_, la colomba. La colomba che semina strage. Pare il simbolo della nostra anima con l'etichetta umanitaria e pacifica, che esplode.
Scriverà d'Annunzio un'altra canzone sul _Corriere della sera_? Ah, se è vero — come celiando spesso asserivano i miei cari amici e colleghi — che in me è un po' d'anima reazionaria, dovrei gioire ora dei colpi di lancia e di _Taube_, inferti nel tuo nobile corpo, o Francia!
E perchè tanta tristezza mi vince?
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