Il romanzo della guerra nell'anno 1914

Part 2

Chapter 23,704 wordsPublic domain

La sera è profondamente triste. Ma come faremo per giorni e giorni, forse per mesi, a vivere nell'ansia di simili notizie? Ho le tasche piene di giornali. Ma uno ne sa come l'altro.

Si attende sino alle dieci un supplemento del _Secolo_ e del _Corriere_. Si dà per certo l'ordine di mobilitazione di tutto l'esercito.

Esce il supplemento del _Secolo_. Un furgoncino ha attraversato di furia Via S. Margherita. La luce elettrica è strana nella gran via senza gente, coi negozi chiusi, i palazzi soli. Un movimento di rigurgito di poca gente in corsa si forma dietro il furgoncino. Non so per quale associazione di idee mi viene in mente il ricordo del primo carro chiuso notturno, che trasportava i cadaveri, in un anno lontano, che ci fu un po' di colera.

Sotto l'arco della Galleria tutti hanno il foglio del _Supplemento_ spiegato. Si tratta semplicemente della chiamata di due classi. Si legge in un attimo: ma ho la visione di tutta quella gente, fisa a lungo e immota, sul foglio. Sarà per domani!

Non ho letto ancora tutto l'_Avanti!_

Di notevole, un avvertimento in termini molto secchi a S. E. il ministro Salandra. I socialisti in questo momento si trovano d'accordo con S. E. quanto alla neutralità, ma lo pregano di non rompere la gloria ai socialisti. Essi sono occupati _a salvare l'Italia_.

Se sapessero quei signori che effetto produce questa parola _Italia_ su quel giornale! Il problema della patria! Quei signori l'hanno sempre girato questo scoglio!

Tutto al più serviva per buttarvi molte fra le immondizie che essi incontravano per via. Hanno affermato un ideale di più largo contenuto. Ma era una soluzione puramente dialettica, non sostanziale. La parola _Patria!_ riappare.

* * *

Lunedì, 3 agosto. Il mattino è sereno. La gabbietta dei miei piccoli uccellini, alla finestra, si sta come il solito: gaia. Il platano del giardino diffonde, attraverso le larghe foglie, una luce verde, fra cui scherzano tranquilli gli occhi del sole nascente.

Mi pare un sogno di guerra. Esco: la realtà mi richiama terribile.

Ad un _bar_, dove prendo il caffè, ci sono già i fogli del mattino. Recano le dichiarazioni di guerra. Anche l'Inghilterra!

L'Inghilterra! Guglielmo annunzia al mondo che ha levato la spada e non la deporrà se non con onore.

Le dichiarazioni di sfida delle grandi Nazioni, in caratteri grandi neri, parole immote in istile di prammatica, producono un'azione paralizzante anche nel giovane che mesce il caffè.

Ma non tremò la mano di chi le scrisse? V'è uno stupore, un silenzio! I tram, la gente di via Torino, tutto è più lieve, tutto pare preso da sbigottimento. La mente tuttavia non ci crede ancora. Forse sono le grandi parole di sfida come in un torneo cortese. Tanto furore, tante morti seguiranno queste immobili parole? Ma non è questa la stessa gente che tumultuò in giugno per uno o due dimostranti, uccisi in Ancona?

* * *

Mi si disegnano davanti le parole dell'antico poeta: _Illi robur et aes triplex circa pectus erat!_ Non sono soltanto le macchine di guerra fasciate di quercia di bronzo: il cuore dell'uomo è fasciato di bronzo!

* * *

Le Banche sono affollate: file lunghe, sommesse, pavide, davanti agli sportelli. Buoni Ambrosiani! Un vecchietto si stacca infine con un piccolo fascio di banconote da cinquecento. È felice.

Saluta un amico che sta in fila. Ma, poi, un improvviso dubbio l'assale. Chiede a bassa voce all'amico: — Questa roba qui avrà poi valore?

* * *

Mi raccolgo su me stesso e mi domando: Ma che bisogno ho io; io, individualmente, di pigliarmela così calda? In fondo questa guerra non è il fallimento più clamoroso di tutte quelle idee di umanità, di fratellanza, di pace a cui non ho mai voluto apporre la mia firma, una firma che, in realtà, non valeva niente, ma io non ho mai firmato. Firmavo, per dovere d'ufficio, le circolari di S. E. il ministro della P. S., quando, in febbraio, invitava i professori di fare le conferenze su la Pace Universale. Vero è che in iscuola io stavo muto come un pesce, con grave scandalo dei miei scolari, i quali volevano anche dalla mia bocca udire la buona novella che le guerre non si troveranno più se non nei manuali di storia.

Ah, la pace universale! le conferenze sulla pace! Impossibile che io dimentichi l'entusiasmo che invase, tanti anni fa, tutta la Milano intellettuale quando Guglielmo Ferrero, allora giovanissimo e sconosciuto, tenne le sue conferenze per la pace universale, contro le guerre, contro le caste militari, contro le spese improduttive, ecc. ecc. Il giovane conferenziere era portato sugli scudi della celebrità da tutti i giornali; compresi i giornali dell'ordine: ma egli svelava il mistero dell'uovo di Colombo.

Quei poveri nostri ufficiali non so come facessero, in quei giorni, a passeggiare sotto la Galleria senza arrossire di farsi vedere con la sciabola al fianco. E tanto grande era l'entusiasmo che non si tollerava nemmeno la critica.

Un mio caro amico mi disse benevolmente:

— Tu sei ancora l'uomo delle caverne. Guglielmo Ferrero è l'apostolo dell'avvenire.

— Ammetto — ricordo bene che risposi —, ma quel giovane signore ha sbagliato indirizzo...

— In che senso?

Nel senso che farebbe meglio ad andare a Berlino ed a Vienna a tenere le sue conferenze.

Impossibile che io dimentichi lo scoppio di contumelie quando — intorno a quel tempo — Giosuè Carducci pubblicò la sua ode, _La Guerra_. Se le parole fossero state cipolle e pomidori fradici, il gran vecchio sarebbe morto molti anni prima.

I più benevoli dissero: Quell'uomo corre verso il suicidio della poca popolarità che ancora gli rimane.

— E questi sono gli educatori della gioventù! — mi ricordo che mi disse Teodoro Moneta, e diventava rosso come un gambero, e il ciuffo dei capelli bianchi gli si rizzava sulla fronte.

Caro e buon Moneta! Egli non mi indicò la porta in quel giorno, ma a un di presso. Però disse: — Non capisco cosa lei viene a fare qui (Portici settentrionali, 21, dove risiede la _Società Internazionale per la Pace_).

Ma Teodoro Moneta (gran vecchio, cieco e dolente, ora) era una nobile anima e un grande italiano.

Ricordo (e il ricordo è prezioso) che un giorno D*** e io lo assilammo abilmente a proposito della generosa, ma pur troppo vana difesa che gli andava facendo su la _Vita Internazionale_ degli Slavi, in Trieste nella Dalmazia.

Il povero vecchio era quasi vinto dalle nostre parole. Ad un certo punto la voce gli tremò, non seppe più trattenersi e disse: — Sapete anche perchè io sono pacifista? perchè cerco di comporre il dissidio fra Italiani e Slavi dell'Austria? Perchè sento che un conflitto armato ci sarebbe fatale. L'Italia e la Francia devono combattere con le armi del loro genio!

Bisogna dirlo ben forte: il pacifismo di Teodoro Moneta aveva carattere di religione, e nulla aveva a che fare col pacifismo scrofoloso di tanti e di tante! Nessuno più di Teodoro Moneta augurò all'Italia una gioventù forte, aliena sì bene da ogni provocazione, ma temprata a respingere ogni provocazione.

* * *

4 Agosto. Da Milano a Bellaria.

In treno si parla ancora come cosa certa di mobilitazione imminente. Frontiera nord-est o frontiera nord-ovest? Ah, questo, poi, nessuno lo sa.

Un grosso signore di mezza età, con una spolverina di tela e il più schietto accento toscano sulle labbra, è tutto occupato del prezzo del cambio. Per tutto il resto è tranquillo. Gli faccio il quadro imponente di tutte le più catastrofiche eventualità della guerra. Non si commuove troppo. Allora arrivo sino al ritorno dei Lorena in Toscana. — O, senti! — di questo gli dispiacerebbe, per Dio!; ma lui prende..., — io prendo icche viene!

— Ma, scusi, lei è?...

— Fabbricante all'ingrosso di casse mortuarie!

* * *

Bellaria. Qui, a Bellaria, se ne parla appena della guerra; come di una cosa che avviene in un altro pianeta. La buona gente ragiona ancora con soddisfazione dei fatti del giugno, della _rivoluzion_, com'essi la chiamano. Si odono parole grosse; ma non bisogna darci troppo peso. È il dialetto romagnolo che è di natura iperbolico. Qualcuno, un po' più scalmanato, mi consulta sul modo più semplice di _abolire i signori_, e mi fissa con intenzione.

Non è cosa semplice, abolire i signori, per la ragione che si formano di per sè: rinascono.

Del resto Bellaria è un'oasi tranquilla in Romagna: la gente vi è mite e gentile. Chi a Bellaria non possiede la sua casetta? la sua barca? il suo arenile? la sua bottega?

Io ci vengo qui da tanti anni e mi pare di goderci una certa reputazione. Non credo, però, che sappiano precisamente quale è il mio mestiere. Dire: _scrivo_ è poca cosa. Quasi tutti sanno fare a scrivere. Dire, _artista_, sarebbe presunzione, e poi non sarei inteso. Artista è chi fa cose strabilianti che altri non sa fare. Per esempio, _tenore_, _baritono_. Ma costoro sono gente qualificata: hanno ville grandi, automobili, e non trattano col popolo familiarmente. Ecco: _professore!_ Ma di che cosa? Mi presentano talvolta questioni di rettifiche di confini, di numeri mappali. Una bella sposina, che ha già sei figliuoli, mi chiamò in disparte per sapere da me come evitare il settimo figlio. Io feci un minuzioso questionario: dopo di che la persuasi che, avendone sei dei figliuoli, poteva accettare anche il settimo. — Dovevi venir da me qualche anno addietro, cara la mia donna! — Insomma godo la confidenza e la reputazione da parte di molte persone.

* * *

Si vendono molti giornali: i signori attendono l'arrivo dei giornali.

Si ode quasi ogni dì, ogni sera, per la serenità della sera dalla parte di Pola, un sordo lieve brontolio che sorvola sulle onde del mare come un alito pauroso: il cannone. La guerra è in questo pianeta.

La guerra! La gente mite me ne chiede ogni mattina: — Lei che ha sempre quel foglio in mano, come va questa guerra? Non si sono accomodati?

— Chi?

— Quelli che fanno la guerra, i signori, quelli che comandano....

— No, non si sono accomodati.

— Speriamo che si accomodino!, e intanto la farina aumenterà, il fromentone aumenterà, la miseria crescerà.

Emigrati, giunti da Longwy, da Trieste, raccontano cose paurose dei Tedeschi.

La gente si limita a dire: — Speriamo che non arrivino fin qui! — Del resto le loro casette non si elevano oltre le cime delle marruche e dei tamarischi.

Strano, mio figliuolo Piero! Mi strappa i giornali di tasca e più le notizie sono terribili, più sorride. E non è un idiota! Dice: — Allora è la guerra sul serio! Doloroso fenomeno umano: ha visto le _orrida bella_, le guerre, solamente nei libri: gode di vederle nella realtà.

Si parla sempre di chiamata di classi: i più evoluti assicurano che, in caso di chiamata, sapranno ben loro quelle che c'è da fare!

È venuta la chiamata alle armi di due leve, e nessuno si è mosso. Si sente la forza dell'ineluttabile. Le teste si curvano come le cime degli alberi si curvano e contorcono sotto l'uragano.

Ma l'oste, vecchio abbonato all'_Avanti!_, non si sa dar pace: — Ma come? la guerra? la guerra tra la Germania e la Francia? E i socialisti tedeschi?

— Marciano con l'Imperatore.

— Sarà, ma non ci credo.

— Veda — mi dice trionfante —: hanno fucilato Liebknecht....

— Speriamo bene — rispondo. Ma il giorno dopo Liebknecht è ancor vivo e marcia anche lui alla frontiera.

Le notizie dell'invasione del Belgio pacifico, hanno fatto una seria impressione sul vecchio oste. Lo sorprendo che catechizza certi giovanotti, sdraiati un po' mossulmanamente lungo una siepe: — Insomma, _raghezz_, se vengono in casa, bisogna che marciate anche _vuiter_!

Mi pare che siano poco persuasi. Hanno letto troppe vignette dello Scalarini nell'_Avanti!_

* * *

Mi sorprese l'espressione del barbiere, buttata a caso, mentre mi facevo la barba: — La vita degli uomini oggi vale poco: siamo in troppi!

To', la famosa legge della domanda e dell'offerta!

Era necessario un grossolano barbiere per illuminarmi! Ma che luce livida! come di un lampo enorme nella notte.

Ah, _il rispetto della vita umana_, la conquista più sicura ed «incontrovertibile» della nostra civiltà. Miserabili ciarlatani!

* * *

28 Agosto. Martedì. La grande battaglia è impegnata. Quando se ne saprà l'esito? Non ho pazienza di più attendere i giornali del mattino sino alle nove. Poi questa gente in accappatoio, in _pijama_, che fa tranquillamente il bagno, queste donnette che contrattano uova, pesche, polli, che si raccontano bolognosamente gioiose, _eh!_ come hanno ammannito il ragù, o l'anatra col risotto, o i tortelloni col butirro e la forma; queste signorine che bisbigliano dell'abito che sta bene, del l'abito che sta male, mi producono un'oppressione intollerabile.

Serra in questi giorni è venuto di frequente, e mi lascia ogni volta con un «arrivederci» sempre più incerto. Nella sua qualità di ufficiale di complemento, si aspetta ogni giorno il precetto di richiamo.

Anche lui, come me, non ha più voglia di far niente. — Si vive — dice — come in un'altra atmosfera. I consueti discorsi, le consuete occupazioni non mi sembra che abbiano più scopo.

Già, anch'io non ho più voglia di far nulla.

Ho passato tutta una mattina con la schiena nuda, grondante, sotto il sole in un lavoro bestiale tanto per fare qualche cosa: vagliare la ghiaia del giardino.

— Si desidera — prosegue Serra —, così, appena di parlare con quei due o tre con cui si può parlare senza parole. Ecco perchè vengo da lei.

Grazie!

Andammo lungo la riva del mare. Recitammo una sestina del Petrarca, e il sonetto: _Sennuccio mio, ben che doglioso e solo_.

Fa quasi ridere Serra, questo quasi atletico giocator di pallone, quando modula i versi tutt'a suo modo, salendo e disgradando con una vocina flebile di rosignolo in amore.

— Ma perchè poi questa guerra? — interruppi io.

— La causa per cui sono sempre avvenute le guerre — risponde Serra, con la stessa voce mite e quasi rassegnata con cui modulava la sestina del Petrarca. — Si ricorda il _ver sacrum_, le primavere sacre dei Romani? I nomi delle cause sono mutati, ma la causa rimane sempre la stessa! Il popolo tedesco è come un bambino che è cresciuto in proporzioni gigantesche. Sente la necessità di spezzare i suoi vestiti che non lo contengono più, come la biscia esce dalla sua vecchia pelle, come l'aragosta abbandona la vecchia crosta...

— Allora qualcosa di automatico...

— Tutta la vita, se la guardiamo un poco al di là della superficie parvente, è formata dalla ripetizione di antiche consuete piccole azioni automatiche; coltiviamo le stesse biade, mangiamo gli stessi frutti come tremila anni fa, ubbidiamo alle stesse necessità fisiologiche, affettive, illusorie: umanità che è vissuta, e non ha mai fatto troppa osservazione dove è vissuta, perchè è vissuta come è vissuta: La vita? Una piccola parabola davanti al sole. Forse era fatale questa nostra piccola parabola davanti al sole! La vita! Un pullulare di bolle in fondo a una fonte perenne. Alcune bolle vanno più su, altre scompaiono subito. In verità sono sensazioni che non si acquistano bene se non nell'attraversare queste ore tragiche, questi cataclismi, i quali corrispondono ad uno stato precedente e latente di conflitto, piuttosto che preparare un nuovo ordine di cose. Poi si riprende ancora il solito ritmo fino ad accumulare, dopo un certo numero di anni, gli elementi esasperati per un nuovo cataclisma. Press'a poco quello che avviene dei temporali. La nostra generazione pacifica è stata sorpresa dal temporale.

— Io ho anche un'altra sensazione, Serra.

— Quale?

— Mille diavoli che ghignano davanti al grottesco enorme di questa nostra umanità che si massacra e scrive da per tutto: _Per rispetto all'igiene è vietato sputare per terra_. M'hanno detto che in Germania, anche nei boschi, si trovano i cestini per raccogliere le carte sporche.

Serra alzò le spalle. — Sciocchezze!

— Sciocchezze i cestini? il mio ragionamento? la civiltà? l'igiene? Domandai. — Allora che resta da fare, nella vita, caro Serra?

— Vagliare delle pietre, come ha fatto lei, ieri....

— O recitare una sestina del Petrarca — dico io.

È sopraggiunta la Titì dal mare, con le chiome ondanti e bionde giù per l'accappatoio. Ride. Anche se ci sarà Serra a colazione, ella vuole a tavola la contadinella, sua piccola compagna di giuochi.

— Beato lei, Serra, che non ha figli! — mi avvenne di dire.

Accenna tristamente col capo di sì.

* * *

Dico, la grande battaglia è impegnata: due milioni di combattenti s'allineano lungo il confine di Francia. È così? Così assicurano i giornali. Una immane battaglia frontale come ai tempi primordiali. Il pensiero si smarrisce. Non ho la pazienza di attendere. Prendo il treno e vado a Bologna.

Quando fu sera, incontrai l'amico Lolli. Ha sessant'anni, quasi; ma conserva ancora l'aria un po' sbarazzina e di _uomo da faccende_ dei tempi eroici. Il Lolli appartiene alla vecchia guardia dell'_Internazionale_. Fu amico del Costa, del Pascoli, del povero Severino, nei giorni della gran loro giovinezza in Bologna. Ne assorbì — da quel popolano che egli è — alcuna intellettualità. Non ha mai rinnegato «scientificamente» l'Italia, e perciò quando lo incontro a Bologna, mi accompagno volontieri con lui.

All'ora di mezzanotte, siamo andati alla Redazione del _Giornale del mattino_ per avere notizie. Buone notizie! L'esito della battaglia è ancora incerto. Non si domanda, del resto, che la Francia vinca: unicamente che resista. Si annuncia che i Russi, improvvisi, inattesi, hanno invaso la Germania orientale, con immenso arco, ai laghi, ai laghi... Un nome che non si può decifrare.

— Non puoi credere come questa notizia mi faccia bene — dice Lolli. — Adesso, vedi, vado a dormire più tranquillo.

Ma quando fu il mattino, ottenebramento completo: i Francesi battuti a Charleroi. Particolari orrendi di strage. Longwy caduta. _Longwy cadea_! I versi del Carducci battono monotoni, insistenti contro le pareti del cervello. Non so che cosa fare tutto il giorno.

Dal barbiere, un vecchio petroniano, parente del famoso _sur Pirein_, legge, come può, il numero dei morti. Commenta: «Quante pipe hanno perduta la loro cannuccia!»

Un salumaio ed il barbiere ridono. È la frase, parafrasata dalla plebe, della canzone di gesta: «Quanti francesi vi hanno perduta la loro giovinezza!»

Un ufficialetto tutto fresco, elegante, seduto all'aristocratico caffè Medica, immerge, con le unghie rosee, un panino dolce nel caffè e latte dolce. Vorrei vedere ufficiali ferrei, terribili.

Una meretrice, dipinta, canta, sulla soglia, una canzone da caffè concerto: _Ma se c'è il signor curato, resto!...._

In via Rizzoli mi sorprende questa frase bisbigliata sotto i baffi grigi da un maggiore di artiglieria ad un suo collega: «Quale imprudenza! Ma non dovevano mai attaccare!»

Vi sono molti ufficiali fra via Rizzoli e via Indipendenza: imberbi, eleganti, in istile. Ripeto: li vorrei vedere titanici, terribili. Lo so: faranno assai bene il loro dovere, come hanno fatto in Libia, ma li vorrei vedere più terribili. Mi viene alla mente il mio tenentino dei bersaglieri, a Milano. Ha un battere di ciglia impressionante. Ha poche idee, lucide: «Battersi!» Dove? come? quando? Non sa: ma battersi. Era mio scolaro: marinava spesso la scuola. Ora è bersagliere.

— È buono — gli domandai un giorno — con i suoi soldati?

— _Minga tant_! Quando mi vedono, cercano di nascondersi.

Durante lo sciopero del giugno, l'ho visto fulmineo, coi suoi bersaglieri, bloccare una via. La teppa gli gridava: «Tenentino, _te cognossi!_ Se ti troviamo solo, ti mettiamo le busecchie al sole». Sorrideva co' bei denti aguzzi, ripetendomi questa minaccia. Si rodeva le unghie, ma non per dispetto o per vendetta. Ma perchè, «Veda, — diceva — in Germania, quando passa un reggimento, un reparto di truppa per la città, tutto si ferma: passa l'esercito! Qui, a Milano, siamo pregati di fare il giro dei vergognosi per le vie di circonvallazione. Non si deve disturbare il commercio col militarismo». Gli battevano le ciglia. Caro ragazzo!

* * *

Incontro in via Rizzoli, il capitano X***, mio conoscente. — Nessuna notizia quanto alla mobilitazione?

— Pel momento, nessuna.

— Davvero?

Sorride. — Davvero!

— E se viene?

— Se viene, avremo due guerre...

— Alla frontiera....?

— A quale frontiera, non so. Ma certo una guerra fuori e l'altra dentro. Cose che avvengono in Italia, Paese che vai, sciopero che trovi — dice con rassegnazione.

* * *

Vado al _Carlino_. Non vi sarà nulla. Ma andiamo, io ed un giornalista... Ecco Mario Missiroli che ne esce. Ci salutiamo affettuosamente. Chiacchiereremo alquanto, poi andremo a cena insieme.

— Lo converta! — mi dice il giornalista che era con me, nell'atto di accommiatarsi: — Missiroli è germanofilo!

— Non è vero! — dice sorridendo Missiroli — le spiegherò....

Missiroli è un giovane pallido, esile, diafano; figura un po' da asceta. Pare cresciuto, non alla luce del sole, ma al chiaror bianco della luce elettrica, nelle lunghe notti vegliate alla redazione del Giornale.

Intelligenza lucida, inflessibile, fredda. Segue la sua logica sino alle conseguenze più dispietate. Direi che se ne compiaccia. Bellissimo ragionatore, ed i suoi ragionamenti riuscirebbero del tutto persuasivi, se gli uomini fossero soltanto pedine dello scacchiere della logica.

Ma gli uomini sono spesso illogici; la verità è proteiforme; ed il più puro ragionamento dispiace quando l'umanità sanguinante può dire, come Beltram dal Bornio nell'inferno dantesco:

_Or vedi la pena molesta_ _Tu che spirando vai veggendo i morti:_ _Vedi s'alcuna è grande come questa._

Egli è cattolicamente fedele.

Il mio buon Missiroli è egli convinto di codesto suo cattolicesimo? Io non so: ma bene io so che molti spiriti nobili e liberi sono oggidì infastiditi a tal punto di questa nostra democrazia un po' aristofanesca, che i più stravaganti travestimenti del pensiero riescono spiegabili.

Missiroli è calunniato: egli non è propriamente germanofilo.

La Germania odierna è un possente organismo di popolo; invece dei _lieds_ e ballate, sibilano le sirene di mille officine, le quali riversano sul mercato mondiale una produzione impressionante; le sue applicazioni tecniche sono fra le più perfette; la sua cultura è la più vasta cultura del mondo; la sua letteratura è la più sterminata letteratura; il suo esercito è la più perfezionata e formidabile macchina che mai sia stata ideata, come lo scheletro di questo meraviglioso organismo. Nel momento storico attuale quest'organismo subisce una crisi di dilatazione, fiorisce. La lenta infiltrazione non basta più! È l'esplosione, cioè è la guerra.

Di queste cose tutti siamo oggidì persuasi.

Ma il pensiero di Missiroli procede più oltre, ed io ne riferirò per quello che posso.

— La guerra che la Germania combatte — cominciò egli a dire —, è la guerra dei popoli giovani e poveri, senza sbocchi e senza grandi mari, ansiosi di domini, di territori, di oceani, contro popoli ricchi e capitalisti, che hanno il dominio del mondo, ma non lo sanno più tenere questo dominio; i quali non hanno più aumento di popolazione; non possibilità di azioni eroiche. Tali, l'Inghilterra e la Francia.

È, in altri termini, la guerra dell'energia creativa contro il danaro, l'opulenza, la decadenza, contro nazioni le quali rappresentano glorie finite ormai. Gli Inglesi? Ma se oramai non fanno che selezionare galli, cani, cavalli, giocare a _foot-ball_, a _criket_! Unica arma la flotta: un investimento di denaro! La ricca Inghilterra fa la guerra col sangue degli altri. Ha spinto il Giappone contro la Russia, perchè non sa più combattere essa!

— Dunque, _Rule Britannia! Britannia, signora dei mari_, non più? — mi ricordo che domandai.

— È un destino segnato!

— Povera Albione! — pensai fra me — Eppure tutte le volte che la ingiustizia e il buon diritto non furono in troppo aperto contrasto coi suoi interessi, la Grande Inghilterra si comportò con nobile umanità —! Rifugio e patria dei nostri martiri, non io dirò parole perfide verso di te. Tu sei ancora ben grande». — E la Francia, caro Missiroli?