Il romanzo della guerra nell'anno 1914
Part 1
ALFREDO PANZINI
Il Romanzo della Guerra nell'anno 1914
MILANO STUDIO EDITORIALE LOMBARDO MCMXIV
GIUSTIFICAZIONE DELLA TIRATURA
PROPRIETÀ LETTERARIA
Ditta L. Bordandini — Arti Grafiche di Forlì
_AL SIGNOR LETTORE_,
_Questo libro contiene e rivive la passione, giorno per giorno, di questo tragico tempo, tragico anche per chi è vissuto lontano dai luoghi dell'azione._
_Agli amici sigg. Facchi e Puccini, editori, piacque di stampare subito queste pagine le quali, per la più parte, furono scritte senza intenzione di stampa._
_Se questo libro di passione contiene qualche parola un po' eccessiva — non di odio; ce n'è anche troppo dell'odio! — la colpa è un po' della parola, amante timida e ardente della verità, ed anche un po' dei signori Editori, i quali non mi concessero tempo di ritoccare troppo. Ma, proprio, nessuna cattiva intenzione!_
Fu il 30 giugno, giorno degli esami al Politecnico: uno studente trentino giunse in ritardo. Aveva quasi le lagrime agli occhi per la commozione. La sera precedente — mi pare — era scoppiata la notizia della tragedia di Seraievo: l'arciduca Francesco Ferdinando da Este, l'erede al trono d'Austria, era stato assassinato.
— Giustiziato!
— Come crede lei, mio caro giovine, risposi. — Posso convenire con lei che la violenza rimane una delle cose più positive del mondo: ma i suoi frutti non mi piacciono.
— La storia del mondo procede per atti di violenza!
— Lo so; ed appunto per questo non è un'allegra storia. E quella povera arciduchessa?
— Una reazionaria fanatica, peggio di suo marito.
— E quei poveri figliuoli, innocenti, che non vedranno più i loro genitori?
— Questioni di dettaglio di cui non si può tener conto.
* * *
Stetti un po' in silenzio. Eravamo appoggiati al davanzale della grande finestra: il mattino estivo traeva dalla folta verzura dei giardini pubblici una purità grandiosa e solenne. I giardini erano pieni di bimbi in festa. I figli dei due assassinati forse in quell'ora giocavano, inconsci, nel parco del loro castello.
* * *
— Be' — dissi infine —, vada per la sua gioia! Un gran nemico — nemico aperto, conviene dirlo — d'Italia è scomparso; ma lei che cosa spera che venga fuori da tutta questa faccenda?
— Una guerra immensa...
— Eh?
— Per forza! L'Austria-Ungheria, con gli Slavi che, ora, le scappano da tutte le parti, è messa in una condizione disperata. Cercherà di venirne fuori con una guerra....
— Vada, vada — esclamai, — scelga un posto e faccia un poco di compito. — E non volli sentire altro. — Assolutamente non voglio sentire altro!
Una guerra? La guerra? Un'immensa guerra? Ma si potevano dire più bestialità in poche parole? E da un giovane che fa studi positivi!
Mi ricordo che proprio lì, al Politecnico, uno dei più autorevoli professori — oggi deputato — mi diceva un giorno: «Ma sa lei che bisogna essere ben letterati, ben poeti, per credere alla possibilità di una guerra europea? La rete degli interessi è tale da impedire automaticamente qualunque guerra. Gli armamenti? un premio di assicurazione contro la guerra, dovuti anche ad un fattore economico di recente creazione: l'industria degli armamenti».
Osservava un altro professore come i progressi della chimica nella fabbricazione degli esplosivi fosse a tale punto che la guerra doveva per forza essere uccisa dalla guerra.
«Piccole guerre coloniali avverranno ancora — diceva un altro signore —, ma guerre europee sono un non senso, un anacronismo, specialmente per il fatto tangibile, acquisito, _pacifico_ — come dicono i legali — del maggior rispetto per la vita umana! Ma c'è dell'altro: i governi a tipo ancora feudale, bisognerà che ci pensino due volte! L'_Internazionale_ oggi è una potenza, specie in Germania. Del resto il Kaiser, con tutti i suoi travestimenti un po' medievali, è un garbato signore, un onesto, pacifico viaggiatore di commercio per gli articoli, _made in Germany_.
* * *
Io questi ragionamenti li sento ancor vivi all'orecchio. E chi non li ha sentiti?
Per mio conto devo pur dire come in me — per quanto tutti i gigli e le rose della fede nel buon divenire umano sieno divenuti fieno e stabbio, era come una inconsapevole sensazione che i geni dei vari popoli d'Europa fossero a tale grado di maturanza da potersi oramai equilibrare e compenetrare fra loro senza più ricorrere al giudizio di Dio o, meglio, del Diavolo, a quella assisi orribile che è la guerra. Perciò era naturale che togliessi la parola al mio bellicoso scolaro, come a dirgli: «Non faccia il letterato anche lei. Qui, al Politecnico, di letterati ce n'è uno, ed è di troppo!» Avevo lì i giornali del mattino, fra cui l'_Avanti!_, figlio cadetto del _Vorwaerts_. Glielo buttai sul banco dicendo piano: Ecco, caso mai, i nuovi carabinieri e pompieri pel suo incendio.
* * *
Ora chi avrebbe pensato mai che dopo un mese — ma nemmeno! — ciò che era fantastico, sarebbe divenuto realtà?
* * *
La macchina del pensiero però in quella mattina era stata messa in moto e non era in mia facoltà l'arrestarla. I tumulti e le sommosse in Italia erano in quel giorno, 30 giugno, ancora in prima linea.
I giornali dell'ordine un po' deridevano le così battezzate _repubbliche di Pinocchio_, un po' denunciavano le violenze, gli incendi, i saccheggi, i mezzi teppistici usati. Se ne raccoglieva un senso — diciamolo pure — di pavore e di incertezza da parte delle classi dirigenti. E su quel pavore tonava da Milano la voce del prof. Benito Mussolini, direttore dell'_Avanti!_, per nulla intimidito, per nulla pentito: «Ma questa era la guerra di classe! la guerra non si fa coi guanti; la teppa rappresenta gli eroici sanculotti della nuova rivoluzione. Vi si preparassero i signori borghesi!»
Allora è sempre la guerra — pensavo —, cioè, se non è zuppa, è pan bagnato.
* * *
Di queste cose m'intrattenevo nel mese di luglio — quando il sipario dell'orrenda tragedia europea non era ancora levato — con l'amico Renato Serra, qui in Bellaria, lungo la riva del mare.
Renato Serra — non se ne dolga l'amico, restìo ad ogni lode — è una delle più luminose intelligenze che io abbia avuto la ventura di conoscere in questi ultimi tempi; e se le cose non andassero così come vanno, il suo posto dovrebbe essere ben altro che in una deserta biblioteca di Romagna! Egli si trova oggi in tutta piena giovinezza: alto, quasi atletico, quasi imberbe, coi nervi molto a posto (non come i miei): porge tuttavia, a prima vista, l'impressione di un ragazzone riguardoso e quasi timido. Ma quando guizza la spada del suo pensiero, timido e riguardoso nei giudizi diventa invece chi l'ascolta. Non che egli sia o folgorante parlatore o dialettico. È persuasivo perchè è profondo, arrendevole, umano. Parla pianamente con spiccata cadenza romagnola, chiudendo un po' le palpebre quasi a meglio concentrare la sua imagine di pensiero: spesso un impercettibile sorriso! Dà piacere accostarsi a lui. Nella sua città di Romagna lo chiamano semplicemente, _Renato_. Ama di vivere col popolo, ma non beve il gran vino del popolo, perchè egli è bevitore d'acqua. Adora nostalgicamente la Romagna e il suo popolo, benchè il popolo non sospetti affatto chi sia _Renato_.
Veniva spesso a sorprendermi, sfolgorando nella bicicletta lucida, con quel suo sano affettuoso sorriso, sotto il gran sole. Eravamo così lontani dalla guerra che si faceva la psicologia dei fatti del giugno, specialmente in Romagna. Era stata allora chiamata sotto le armi una classe, e pareva imminente un nuovo sciopero dei ferrovieri.
Le nostre osservazioni non erano troppo liete. — Mussolini — diceva Serra — è un romagnolo di schietto temperamento rivoluzionario, un sincero. Potrà spiacere, in segreto, anche a qualcuno dei suoi, ma ha il merito di avere dissipato un equivoco in cui ci cullavamo: esiste realmente in Italia uno stato rivoluzionario. E mi narrava anche come molti in Romagna, socialisti _en amateurs_, rimasero un po' atterriti vedendo il volto della rivoluzione! «Libertà, libertà!» Cosa? Così, libertà! Come tante volte, in Romagna, nei tempi dei governi passati: «Libertà, Libertà!» Gente armata sbucava da non so dove domandando, libertà!
In tale caso — dicevo io — la pace goduta fino ad ora è stata comperata dall'on. Giolitti....
Alcune constatazioni erano anche più tristi. Lo Stato? Ecco il nemico! Si ubbidisce, in Italia, allo Stato per necessità, per paura, come al tempo dei cessati governi: ma il padrone morale è un altro.
Si discuteva, sottilizzando un po', sopra i due termini, _rivoluzione o guerra civile?_ Un contrasto di idealità può portare alla rivoluzione, che può essere anche un bene. Ma oggi si tratta piuttosto di un contrasto economico. _Borghesia e proletariato_, si trovano, per chi bene osservi, sul medesimo piano morale.
A me pareva molto opportuno rilevare questa distinzione, non ben veduta, forse, dalla sincerità del prof. Mussolini. Ma Renato Serra trovava che era del tutto inutile proclamare una verità a cui nessuno avrebbe prestato fede.
Così si parlava, tanto si era lontani dalla idea della guerra. Era così sereno il mare in quei giorni! Tanta vita allegra e spensierata fioriva lunghesso il mare!
* * *
Sul mondo, d'improvviso, è apparso lo spettro immane della Guerra. Oh, non mai più terribile cometa vide il mondo! Il Vescovo ordinò ai devoti le orazioni _pro tempore belli_: in tutta l'Italia si tennero comizi popolari contro la guerra. Ma le preghiere _pro tempore belli_ non valsero più degli ordini del giorno nei comizi. Si sono udite voci strane, incredibili! «Siccome il capitalismo è internazionale ed è danneggiato dalla guerra, così fu proposta una momentanea alleanza fra capitalismo e proletariato che pure è internazionale ed è danneggiato dalla guerra». Si sono adombrati i fatti alla maniera così derisa dei vecchi tempi, quando non esisteva ancora _il materialismo storico_ e la _critica positiva_: cioè si diede tutta la colpa al Kaiser, alla bellicosità del figlio del Kaiser: Tisza, Francesco Giuseppe, la casa Krupp, il Papa, i fornitori di muletti e di buoi... Come la guerra di Ilion, cagionata dalla vendetta di Menelao e dall'isterismo di Elena.
* * *
Milano, 2 agosto: Io sono passato, come un'oca, per tante fasi politiche! ma mi conforta che molte saranno state le oche come me. Il 2 agosto, ero per breve tempo di ritorno a Milano: una domenica asfissiante, deserta. Il sole aveva riflessi quasi cinerei.
Mi imbatto nel sig. H*** un vecchio barbuto germanico. Egli mi assicura che la Germania non vuole il Cosacco a Berlino. Egli ne è fieramente impressionato. — La cosa è terribile! Noi non vogliamo il Cosacco a Berlino!
«Voi, tedeschi, andate per tutto il mondo! così se anche i Russi vanno a Berlino....» Ma non dissi codesto. Dissi invece: — Ne è proprio certo lei che il Cosacco andrà a Berlino?
— Da qui a tre anni, certissimo! La Francia come una meretrice, seduta sulle ginocchia del Cosacco, lo accarezza, lo ubbriaca, gli dice: Dà per me una pugnalata alla Germania. Aspetta tre anni! dice il Cosacco. Ma noi siamo pronti oggi!
Il paragone non manca di qualche verità. Il signor H*** batte poi queste parole, in buon italiano, sulla incudine metallica dell'accento teutonico in modo impressionante.
Mi dispiega poi un articolo del _Corriere della Sera_. Mi fissa, quasi minaccioso, col bianco de' suoi occhi azzurri. Il Governo italiano ha proclamato la neutralità! Anche il _Corriere_, il giornale dei benpensanti, il sostenitore, fino a ieri, della Triplice, approva la neutralità!
(Avevo veduto il _Secolo_ e l'_Avanti!_ che sostenevano la neutralità).
Dissi: — Anche il _Corriere della Sera_? Impossibile.
Mi squinternò il foglio: — Legga quest'articolo dell'on. Torre...! Aveva due occhiacci il signor H***!
— Non c'è niente da dire — risposi un po' impacciato. — Così che _Avanti!_ _Secolo_, _Corriere_, si trovano per la prima volta in congiunzione. È ben strano!
— Niente strano! Prevedibile pur troppo! Ma è il più pericoloso giro di walzer che abbia fatto l'Italia! Dunque, l'Italia neutrale, Inghilterra contro....
— Ah, questo è impossibile! — risposi subito con premura, anche per non raccogliere quell'affare del giro di walzer. — L'Inghilterra, gente pratica, fare la guerra? Impossibile! «e poi — pensavo — cane non mangia cane».
— Possibilissimo! La Germania perderà forse per mare: ma si batterà, oh, in maniera formidabile.
Mi pare di vedere una lagrima diffondersi su quelle pupille d'acciaio del signor H***.
— Senta, signor H***, dissi — mi pare che in questo momento, dipenda dal loro Kaiser volere la pace o la guerra. La Serbia si è umiliata....
Il nostro Kaiser è cavalleresco e fedele.... — dice il signor H*** con intenzione non dubbia.
Ho capito: torniamo ai giri di walzer: e mi sento quasi sollevato quando il signor H*** mi saluta.
* * *
Mi pare tutto un sogno: Penso al solito _serpente di mare_, che pescano i giornali quando è l'estate. Mi viene anche in mente di andare a Mombello a domandare al prof. Antonini, che mi onora della sua benevolenza: «Che cosa succede nel manicomio del mondo, signor mio?»
Entro nel _Circolo Filologico_. Vediamo cosa dicono i giornali esteri. I giornali italiani hanno quella brutta abitudine delle testate enormi, che scuotono tutto il sistema nervoso.
I giornali esteri non sono arrivati. Tutta la posta con l'estero è sospesa.
Trovo il numero ultimo dell'_Humanité_ (30 giugno) del socialista francese Jaurés.
Jaurés scrive che ha _ferma fiducia_ che la guerra non si farà. Ciò mi rimette un po'. I socialisti tedeschi sono una potenza, un impero nell'impero. No, la guerra non si farà. E poi è possibile che il Kaiser si voglia mettere in urto col suo popolo? Dei socialisti e sindacalisti francesi, poi, non ne parliamo. Vaillant, l'antico comunardo, ha dichiarato: «Votiamo dunque la proposta dello sciopero generale, per la salute dell'umanità, per la pace contro la guerra!»
Si deve trattare d'uno scherzo — diciamo pure — di cattivo genere, che il Kaiser fa all'Europa. «Via, piccola Europa, — dice il Kaiser — non tremare!» s'ode un gran rumore: l'Europa tira il respiro. È il Kaiser che ha rimessa la spada nel fodero. I figliuoli del Kaiser sono un po' bellicosi, ma ci penserà il babbo a metterli a posto. «Vi pare, ragazzi, che nel secolo ventesimo si possa fare la guerra sul serio?»
Oimè! Proprio lì, al _Circolo Filologico_, trovo le tracce della guerra! Un gruppo di giovani tedeschi, già miei scolari, mi salutano. Sono in abito estivo, lieve, con il colletto candido alla Robespierre. Dolci volti imberbi escono dai larghi colletti. Sono calmissimi: consultano l'orario delle Ferrovie.
Ci salutiamo. — E gli altri? — domando.
— Già partiti per la guerra! — (mi prende un tremito, dentro).
— E voi?
— Partiamo domani. — Mi mostrano i fogli di via del consolato germanico, del consolato austriaco: pochi sgorbi su di un modulo, eppure segnano la storia!
— Simplon, chiuso. Bisognerà passare per Verona, Ala. Oggi niente arrivati giornali. Neppure posta arrivata. — Così dicono e nulla più. Sembrano tutti presi da un'unica idea rettilinea.
— Anche questo qui Kriegsfreiwillinger, come si dite in italiano? Oh! «volontario» per la guerra — (Chi mi parla così è un caro giovane, impiegato qui, a Milano, in una Banca: aveva promesso di mandarmi in dono un bell'orologio a cucù della Selva Nera, quando fosse tornato al suo villaggio della Selva Nera. Indica, così dicendo, un suo compagno, un esile adolescente biondiccio, un fanciullo addirittura. L'adolescente sorride: nulla dice).
* * *
Ah, il dio Moloc non è necessario, oggi, andarlo più a vedere al cinematografo, nella _Cabiria_ del signor D'Annunzio! Esso cammina per l'Europa. È però un fatto che questi ragazzi tedeschi non vedono coi loro dolci occhi lo spaventoso dio Moloc, che oggi passeggia per l'Europa. Divino dono della giovinezza: non vedere, non capire!
Mi salutano poi tranquillamente: — Buon ciorno, signor professore!
Rabbrividii. Forse buona eterna notte! Domani, a questi giovani teutonici sarà messo in mano un fucile; andranno ad uccidere un francese, un russo..... Perchè?
Eppure in tanti inverni, in questa scuola internazionale del Filologico di Milano, i giovani francesi, russi, teutonici, inglesi, turchi anche, si trattarono con la più squisita cortesia. Domani si piglieranno a fucilate.
Che brutta ora segna il cucù dell'orologio della Selva Nera!
* * *
Miei cari giovani tedeschi, permettete che vi dica una parola, non con brutalità teutonica, ma con sincerità italica: nessuno più di me ha ammirato le vostre invidiabili qualità; e spesso ho pensato che una nazione la quale lancia tali figli per il mondo, ha diritto di conquistarsi un bel posto sotto il sole! Quante volte vi ho proposto alla sentimentalità, volubile e tumultuosa, dei miei scolari italiani! E ne ebbi male parole! Voi non volete ubbidire — dicevo —, e so anche che è molto difficile farvi ubbidire, anche perchè voi volete sapere il _perchè_. I tedeschi ubbidiscono anche senza _perchè_. Miei cari giovani tedeschi, i miei cari giovani italiani non vogliono ubbidire. Ebbene, cari giovani tedeschi, voi dominerete i mari, le banche, i mercati più di noi. Pazienza! Ma mai, mai, avrei pensato, o giovani tedeschi, di veder voi, così corretti, così puliti, oggi così in via di imbrattarvi di sangue! Credete, non vi laverete così presto. E allora che vale, per la salute vera del mondo, che voi siate dominatori dei mercati, delle banche, delle terre, dei mari?
* * *
Un giornale cattolico fa della letteratura. Sempre questa letteratura! Scioglie un inno alla guerra il piccolo novello Goethe, perchè deve annunciare come di _qui comincia la novella istoria!_
Va, va a leggere l'Evangelo, _qui gladio ferit, gladio perit_, o piccolo giornalista cattolico.
* * *
Non ho visto mai Milano così triste, così deserta come in questa domenica. L'asfalto delle vie ardeva, il cielo aveva un colore, un colore come d'asfalto. Tutte le persiane dell'aristocratica via di Borgonuovo erano chiuse. Vi ho contato tre viandanti appena. Davanti al Cova niente automobili laccate: dietro le vetrate, niente dame del _five o' clock tea_.
Sull'angolo del Cova, per campione, appena tre gentiluomini con l'_erre_ scemo. Sento che parlano anch'essi della guerra, ma con indifferenza. Ciò è indizio di gran signoria.
* * *
In una trattoria, dove mi sono recato a mangiare un boccone (vecchio risotto al salto che sa di rancido, vino tetro che mai non conobbe la vite: oh, Bellaria, mare azzurro, vino rubino, pane con profumo di grano, galletti che cantano ancora, frutta appena spiccata!) siede un vecchio signore, un po' sgangherato, sdentato e sordo. È preso dal convulso della politica: parla, mangia e ride nel tempo stesso. Aveva letto il decreto di _neutralità_ del governo italiano, e diceva con gioia:
— Io non voglio il male di nessuno: ma è certo che i fastidi degli altri ci fanno maggiormente sentire la nostra pace.
Si rivolgeva a me, e chiedeva con insistenza:
— Non è della mia opinione?
— Imbecille!
* * *
Volevo riposare un po' nel pomeriggio: ma non mi fu possibile. Che cosa stava per fare l'Italia? Poteva conservarsi neutrale? Non è una folle illusione lo sperare di non ardere in mezzo a tanto incendio? Ma e poi? Non fu rinnovato il trattato di alleanza con la Germania e con l'Austria prima ancora che scadesse il tempo? E a Trieste, a Vienna, a Berlino si suona ora la _marcia reale, l'inno a Tripoli_; si grida: Viva l'Italia! viva il re Vittorio Emanuele III! Ma che cosa diranno adesso che sapranno della nostra neutralità?
Ci manderanno un ultimatum di ventiquattro ore! Adesso è un gioco di società spedire ultimatum.
Non potendo dormire, sono andato a trovare, con un pretesto qualsiasi, un signore, autorevole in molte cose, ed anche in politica.
Ho bisogno di sentire qualcuno. Non che io stimi quel signore un genio della politica; ma siccome non ho visto mai la sua cravatta scomposta; non ho mai udito la sua parola concitata, così ho bisogno di vedere se in questi monumenti terribili le sue parole e la sua cravatta si mantengono ancora così composte: cioè se ne capisce qualcosa di questo ciclone.
Mi fa l'effetto che anche lui non sia eccessivamente orientato: però è tranquillissimo.
Dice: — Già, è un momento un po' climaterico che attraversa l'Europa...
Non so: questa frase mi fa venire in mente i periodi _ciclonici_ ed _anti-ciclonici_ del _Corriere della Sera_.
— Ma è la fine del mondo! — dico io.
Sorride della mia iperbole.
— E l'Italia?
— Ecco — dice —, tutto dipende dal contegno che terrà l'Inghilterra. Se l'Inghilterra dichiarerà guerra alla Germania, è molto probabile che anche l'Italia sarà trascinata nel conflitto...
— E dovremo andare contro la Francia?
— Eh, già!
— E dovremo marciare a fianco dell'Austria? ma le pare possibile che ciò avvenga?
— Tutto è possibile in politica. La politica è un giuoco di interessi.
— Allora siamo alla guerra anche noi. Oggi no, domani sì! Ma come mi spiega lei questo fatto che la Triplice è stata, per tanti anni, l'_arca fidelis_, la _torre eburnea_, la _stella mattutina_ della pace europea, tanto che l'Italia si fidanzò col teutonico per godere il beneficio della pace, e adesso è la Triplice che dichiara la guerra...?
— La moglie dovrà seguire il marito — risponde quel signore.
— Ma allora anche le parole dei re, degli imperatori non contano nulla! Perchè tutti non siamo qui per testimoniare come tutte le volte che i re e gli imperatori venivano a contatto fra di loro, la parola più importante che dicevano levando i calici dello _champagne_, era, «Pace!». «Siamo felici di garantire la Pace!» «La Pace è garantita ai nostri cari popoli!» Le agenzie telegrafiche subito lanciavano al mondo questi confortanti messaggi. Ben è vero che il mondo pareva dire: «Pensate piuttosto a garantire voi stessi, o teste coronate!» Ed ora che cosa avviene? Qualcosa di mostruoso. I re garantivano il falso, ed il mondo marcia in guerra, ubbidendo al comando dei re.
— Ecco, veda: le cose stanno così — mi risponde quel signore: i re, gli imperatori, ecc. sono come i reofori di quelle dinamo ultra-potenti che sono i popoli e le nazioni. Niente di più pericoloso che l'incontro dei reofori, niente di più minaccioso per la pace che l'incontro dei re quando bevono insieme lo _champagne_...
— E sia! — dico io — Ma e i pacifici? gli uomini dal cuore puro? i poveri di spirito? i galantuomini insomma?
— Godranno il regno dei Cieli! Via via! La Russia combatterà contro la Germania una guerra dolcificata, tanto per onor di firma. La Russia non può fare gli affari per i begli occhi dell'Inghilterra...! Questo lo capisce anche lei.
— Ma l'Inghilterra darà una ripassatina con le sue formidabili _dreadnoughts_ a tutti i nostri porti di mare!
— Ma lei rimane a Milano, che non è ancora porto di mare! Del resto, creda che per quanto possa far dispiacere, una lezione ai nostri buoni vicini francesi _va mica male_. Si metta tranquillo. Lei vedrà che la Germania in pochi giorni si spiccia, e l'Inghilterra non avrà nemmeno il tempo di decidersi, tutto finirà bene.
Quel signore mi accommiata così, come dice il medico per tranquillare l'ammalato: «Vedrà che tutto andrà bene».
Io non sono calmato: io sono esasperato: io sono onorato di non valere niente in politica. Repubblica o monarchia mi lasciano indifferente: ma è pur certo che nelle monarchie sopravvivono ragioni dinastiche, orgogli atavici che vietano molti componimenti. Ma l'Austria non poteva concedere lo sbocco al mare alla Serbia? La Germania non poteva costituire la Lorena e l'Alsazia in istato autonomo? E il mondo non è forse abbastanza grande perchè la _vilis mercatura_ degli Inglesi e dei Germanici abbia il suo sfogo? Lo so: questo non è ragionare da politici, ma da poeti. Voi, voi, però, uomini positivi, uomini dell'alta tecnica, dell'alta borsa, siete pur cattivi politici!
* * *