Il roccolo di Sant'Alipio

Part 7

Chapter 73,698 wordsPublic domain

I cadorini avevano costruito a pochi passi da Chiapuzza a sinistra del Boite un lungo fossato, formando un terrapieno col materiale scavato a guisa di parapetto verso settentrione, che veniva sorvegliato da sentinelle, ma il luogo parve poco atto ad una lunga difesa, e venne deciso per consiglio del capitano, di disporre perchè la difesa maggiore in caso di bisogno si portasse alla Chiusa, presso Venàs.

Uno dei primi lavori, in questa località, fu quello di rompere un tratto di strada che dal precipizio di Chiusa va verso Peaggio, rendendo il sito rovinoso e impraticabile, franando con mine la roccia fino al letto del Boite, e formando, all'altezza di circa 20 metri, sulla rupe che sovrasta la strada, un pianerottolo sul quale collocarono dapprima un cannone, e più tardi due, levandone uno da Treponti. Nè vi fu bisogno d'altri lavori, essendo tutta quella linea perfettamente difesa dalla natura selvaggia, dalle rupi a picco, irte, scoscese, rotte da dirupi alpestri e franosi. Fatti alla Chiusa questi apparecchi vennero posti sotto la custodia della guardia Civica di Venàs, il cui comandante era Federico Albuzzi, antico soldato di Napoleone, che seppe organizzare perfettamente la difesa di quel punto importante.

Compiuta questa prima ispezione e ritornati in Pieve posero mano ad altre disposizioni non meno gravi e necessarie. Calvi si occupò particolarmente dei soldati, il suo compagno costituì l'ufficio del Comitato di difesa nel palazzo della Comunità. Si nominarono i segretari, i cancellieri, ed un cassiere, e vennero elette varie commissioni per tutelare l'ordine interno, con l'appoggio della guardia civica, dispensata dal servizio attivo, ed incaricata di sorvegliare l'annona e le proviande militari, con facoltà di requisire viveri, rilasciando viglietti di credito.

Sior Antonio venne utilizzato negli uffici, ove la sua probità lo rendeva autorevole, e il suo odio per la dominazione straniera gli era sprone a spingere la resistenza con tutte le forze del paese. Il Consigliere imperiale vedendolo salito al potere lo trattava con deferenza marcata, non più come un inferiore, ma come un eguale.

Le amministrazioni dei boschi e della giustizia rimasero affidate alle autorità che non abbandonarono il loro posto, ma che non ebbero mai nulla da fare perchè l'amore della patria, come una nuova religione aveva fatto dimenticare le questioni dei confini privati, erano cessate le liti, le gare, le discordie, e fino la menzogna, l'ubbriachezza e la bestemmia. Ogni colpa era giudicata come un offesa a Pio IX, ogni offesa al creduto redentore d'Italia come un insulto alla patria risorta. Non si pensava più che a combattere per la salvezza del territorio sotto la protezione di Dio.

Quando i _Corpi franchi_ furono bastantemente istruiti per stare in fila e comprendere il comando, vennero passati in rassegna dal Comandante davanti il Comitato, nella piazza di Pieve, ove la gente era accorsa in folla da ogni parte per vederli passare. La Maddalena e la Betta si affrettavano a giungere sul luogo con altre donne del paese che avevano i loro figli nella milizia. Maria e le sue amiche volendo vedere gli amanti, i fidanzati, i padri, i fratelli sotto le armi, accorrevano esse pure. All'ora fissata sfilarono in bell'ordine colle bandiere spiegate, al suono del tamburo, col viso animato rivolto al Comandante, e un aspetto così risoluto e marziale che eccitava l'entusiasmo degli spettatori, i quali applaudivano clamorosamente coi soliti evviva. Tiziano, Michele e Isidoro erano stati nominati ufficiali, e marciavano alla testa del loro drappello. Il padre di Maria aveva passati i quarant'anni, ma la vita di cacciatore e l'amore di patria gli conservavano il vigore della gioventù. Bortolo era semplice soldato, ma alla Betta pareva un eroe, e vedendolo passare colla testa alta in mezzo de' suoi colleghi non potè frenare delle lagrime di soddisfazione e d'orgoglio che le rigarono le guancie.

Essendo stato fissato il giorno seguente per la partenza dei _Corpi franchi_, i militi passarono la sera nelle loro famiglie fra teneri addio, e voti ardenti per la vittoria. Maddalena e la Betta recitarono il rosario insieme ad altre madri, che invocavano la protezione del cielo sulla patria, e sui figli.

Sior Antonio incontrando per via sior Iseppo gli offerse una presa di tabacco, dicendogli:

— Ci siamo... e che il cielo ci aiuti!...

Al che l'altro rispose:

— E ci salvi dai tedeschi.... e dai matti!....

Nel roccolo di Sant'Alipio fu una vera festa. Gli ufficiali vennero invitati da Isidoro a bere il bicchiere della partenza alla salute d'Italia. Egli era andato a snidare dalla cantina alcune vecchie bottiglie di vino di Conegliano, riservate per le grandi occasioni, e le aveva portate nella loggia ove si erano accesi molti lumi. La bella Maria faceva gli onori di casa, ma versando il vino nei bicchieri le sue mani tremavano.

Essa restava sola, con una vecchia serva, nel suo romitaggio; suo padre, il suo fidanzato, e i loro amici partivano per la guerra. In tutte le case non rimanevano che le donne, i vecchi, e i fanciulli, e per quanto sia grande l'amore del paese, il momento d'una partenza per affrontare pericoli non può a meno di affliggere grandemente le anime affettuose. Tutti non ritornano mai, chi avrebbe mancato?... Tale preoccupazione velava il volto della fanciulla di profonda mestizia, e qualche lagrimetta furtiva spuntava da' suoi begli occhi, mentre le labbra tentavano invano di sorridere. Tiziano voleva farle coraggio, ma egli stesso non si sentiva abbastanza forte per infonderle quella sicurezza che gli mancava.

Michele colla solita spensieratezza raccontava ai colleghi i suoi stratagemmi per cavare un po' di denaro dallo zio, ma osservava che gli orsi sono troppo sobrii per comprendere e compatire i bisogni degli altri animali. Solitari, selvaggi, non vorrebbero mai uscire dalla loro caverna. Ad ogni domanda ragionevole oppongono un ruggito, e bisogna prenderli col miele.

Quella sera parlarono molto di Calvi, delle sue belle qualità, della simpatia che ispirava a quanti lo avvicinavano. Maria che lo aveva veduto alla rassegna osservò che aveva una fisonomia dolce e giovanile, e gli pareva impossibile che potesse avere l'energia necessaria alla sua missione.

— Lo vedremo davanti il nemico... soggiunse Isidoro — l'ardire viene dal pericolo e dalla responsabilità.

Passeggiarono lungamente sotto agli alberi al chiaror della luna, Tiziano e Maria poterono ritirarsi in disparte per qualche istante senza essere osservati, e ripetersi quelle eterne parole d'amore, le più antiche e le più nuove del mondo, sempre eguali in apparenza, ma applicate ad infinite varietà di sensazioni, brevi ed ardenti, che sono ricordi e promesse, sante come le preghiere che si innalzano agli esseri superiori, insidiose come le tentazioni del diavolo, divine e pericolose ad un tempo.

Ad ora avanzata ciascheduno si ritirò alla propria dimora per prendere un po' di riposo; ma quella notte fu vegliata da molti sull'insonne letto; madri, amanti, sorelle, versarono molte lagrime nel segreto della solitudine e del silenzio.

Ma il sole nascente non vide che entusiasmi, ardore di battaglie, uomini vigorosi che partivano decisi di dar la vita per la salvezza e l'onore del paese, e donne rassegnate ad ogni sacrifizio.

Il primo fatto d'arme ebbe luogo in Oltrechiusa. La mattina del 2 maggio, duemila uomini circa del reggimento Provaska, con 52 Ulani a cavallo, insieme con molti _Jegher_ e gran numero di Sizzeri dell'Ampezzano, e dei vicini comuni tedeschi, messisi in marcia comparvero improvvisi sul confine, e uccisa la sentinella cadorina, lo varcarono, disponendosi in lunga fila dal Boite alla strada, e dalla strada più in su sulle roccie.

Dato il segnale d'allarme al presidio, i cadorini si avanzarono verso il nemico, e gli abitanti di Chiapuzza e di San Vito data mano alle campane si misero a suonare a stormo per avvertire la popolazione dell'imminente pericolo. Intanto un ufficiale austriaco si era avanzato con bandiera bianca domandando di parlamentare cogli avversari. Ignazio Galeazzi, comandante d'uno dei corpi franchi, gli andò incontro. L'ufficiale tedesco mostrando la capitolazione di Udine invitava i Cadorini a sgombrare il passo, consigliandoli ad accettare gli stessi patti.

Il comandante italiano gli rispose che i Cadorini avevano giurato d'impedire agli austriaci di varcare le Alpi, che erano al loro posto per la difesa del paese, e che sarebbero morti prima di mancare al dovere.

Intanto che aveva luogo questo dialogo, l'annunzio dell'avvicinarsi dei tedeschi si era diffuso in tutto il Cadore, e le campane di tutte le parrocchie rispondevano al primo segnale, sollevando in massa gli abitanti, che correvano al luogo minacciato. L'ufficiale austriaco, udendo il suono delle campane che echeggiava dovunque, domandò al giovane avversario che cosa significasse quello scampanio, al che egli rispose:

— Le campane suonano o la vostra o la nostra agonia....

E si vedeva da lontano scendere dalle montagne quelle popolazioni decise di contendere il passo agli invasori. Gli abitanti di Venàs avevano portato fuori dalla loro chiesa un antico vessillo di S. Marco, che nel cinquecento aveva condotto alla vittoria i loro padri; e da ogni parte spuntavano le guardie civiche seguite da turbe armate ove c'erano giovani e vecchi, ricchi e poveri, donne e fanciulli, accompagnati dai loro preti, e si vedevano avanzarsi rapidamente, minacciosi, perchè quantunque non avessero che schioppi da caccia, lancie conficcate in bastoni, forche e falci da fieno, spiedi, scuri e coltelli, tuttavia quelle armi agitate in aria luccicavano da lontano confusamente con strani bagliori.

A quella vista il nemico aveva sospesa la marcia, e s'era disposto in ordine di battaglia un miglio distante dalla linea di difesa.

Calvi con una rappresentanza del Comitato era accorso sul luogo, accompagnato dai Corpi franchi, che fece schierare in due ali per un gran tratto della strada, sul grande declivio che si distende lungo le pertinenze dell'Antelao, attraversando anche il Boite, e penetrando oltre il fiume nei boschi che dominano la strada. Era uno spettacolo stupendo: da una parte le truppe regolari austriache, le assise uniformi, i migliori fucili, gli ufficiali esperti al comando, i soldati disciplinati ed avvezzi al maneggio delle armi; dall'altra parte i Corpi Franchi, e le guardie Civiche, vestiti in varie forme paesane, e seguiti da un'accozzaglia disordinata di gente, tutta una popolazione sollevata in massa, ed accorsa colle sue donne, i bambini, ed i vecchi, intorno alle loro bandiere ed agli stendardi della parrocchia, che gridavano, urlavano, mandavano esclamazioni di entusiasmo ed evviva, anelanti di slanciarsi sui tedeschi, mentre le campane continuavano il loro lugubre scampanio.

I tedeschi stavano immobili nella loro posizione, i cadorini attendevano con impazienza l'ordine di assalire gl'invasori. Quest'ordine non si fece attendere lungamente.

Erano circa le due pomeridiane, quando il capitano Calvi comandò all'unico tamburino che aveva al fianco di dare il segnale della marcia, e gridò:

— Avanti!... — ed egli primo colla sciabola sguainata s'avanzò sulla strada verso il nemico, accompagnato dal rappresentante del Comitato.

Al primo tocco del tamburo, la voce — avanti avanti — era passata di bocca in bocca, e si era fatta il grido universale. L'ala destra dalle alture fino al Boite fu la prima a dare l'attacco. La fucilata cominciò nel sito più alto sotto le roccie, dove alcuni esperti cacciatori erano saliti rapidamente per sorprendere un drappello di tirolesi che stavano su quelle alture a bivacco, e con fucilate ben dirette li posero in fuga. Gli austriaci risposero con una scarica di plotone, ma i cadorini gettandosi a terra scansarono le palle, e ricaricando i fucili, continuarono ad avanzare a passo di corsa.

La popolazione quasi inerme seguiva la marcia dei militi con grida spaventose, con ululati selvaggi, che echeggiavano sinistramente pei monti. La fuga dei tirolesi aveva animato maggiormente i cadorini, che raddoppiarono le scariche, cercando di mirare diritto cogli _stutzen_, di colpire con precisione, e di avanzare sempre con coraggio.

Eppure tanto quei soldati improvvisati, quanto lo stesso loro capitano non avevano ancora veduto il fuoco d'una battaglia, e Calvi confessò francamente che sentiva per la prima volta il fischio d'una palla nemica.

All'ardito avanzare dei cadorini, seguiti da quella massa dall'aspetto imponente e bellicoso, i tedeschi incominciarono a retrocedere, e si vedeva da lontano che passavano dietro le valanghe di neve che ingombravano ancora il terreno, e si ritiravano verso Ampezzo. Tuttavia le palle piovevano come grandine, ma non arrestavano la marcia di quegli animosi difensori delle Alpi. Giunti al confine dove la strada fa una svolta, il nemico collocato in posizione vantaggiosa, si arrestò e si mise a bersagliare i cadorini con vivissimo fuoco.

Calvi inebbriato dall'ardore della lotta saltò sul parapetto della strada, e sollevando sulla punta della spada lo stampato della capitolazione di Udine, ed agitando colla sinistra un fazzoletto rosso, sfidava il nemico in atto di scherno. Una salva di moschetteria fu la risposta, ma egli rimase illeso fra le palle che gli fischiarono intorno.

Quest'atto coraggioso, questa fortunata incolumità fra i proiettili, infuse tale audacia nei suoi, che cacciatisi dietro di lui che avanzava, si precipitarono con ardito slancio fra i nemici e li posero in fuga.

Alle sei della sera i tedeschi erano in piena ritirata; i fucilieri dell'ala destra dei Corpi Franchi occuparono le posizioni dei nemici, li bersagliarono dalle loro trincee d'Acquabona, ed assistettero allo spettacolo del loro ritorno, che mise in fuga ed in iscompiglio gli abitanti d'Ampezzo.

I cadorini animati dalla lotta avrebbero voluto inseguire il nemico, e vendicarsi dei traditori Ampezzani, che avendo in altra epoca fatto parte del Cadore, s'erano poi gettati in braccio dell'Austria, e le servivano di guida per invadere le terre dei loro fratelli. Ma la prudenza del Comitato li obbligò a fermarsi e ad attendere il mattino seguente per prendere una decisione, impiegando la notte a sorvegliare il confine, ed a guardarsi bene da qualunque sorpresa.

Meno qualche ferito leggermente non si ebbero a deplorare altri danni; si seppe poi che gli austriaci ebbero morti e feriti, ma in piccol numero, per la pronta ritirata, che li pose in salvo dal tiro preciso dei fucilieri delle Alpi.

Durante la notte gli abitanti di Pieve collocarono ingegnosamente sopra un carro l'unico cannone che restasse disponibile dei cinque mandati dal governo di Venezia, e trovato a caso un uomo che sapesse maneggiarlo lo spedirono in Oltrechiusa, scortato da altri drappelli d'armati accorsi da ogni parte all'annunzio della battaglia.

Al mattino seguente Calvi dispose le due ali come il giorno prima, e i combattenti pieni di ardore marciarono verso il confine decisi di dare una buona lezione ai tirolesi, quando con generale sorpresa videro comparire una bandiera bianca portata da una commissione composta di un capitano tedesco, del capo comune d'Ampezzo, e da una decina d'ampezzani che venivano a parlamentare.

Ricevuti dai capi Cadorini giustificarono i fatti del giorno innanzi, dimostrarono l'inutilità pei destini d'Italia, d'una lotta fra cadorini ed ampezzani, e mostrandosi desiderosi di vivere in buona armonia coi vicini, proposero di smettere le armi, riprendendo le usate relazioni di concordia. I Cadorini aderirono alla proposta e di comune accordo venne pattuito un armistizio coll'obbligo reciproco di rispettare i confini. È facile immaginare l'esultanza dei vincitori pei risultati ottenuti. Gli evviva all'Italia ed a Pio IX accompagnati da canzoni patriotiche salivano al cielo, ripetuti dagli echi dei monti. Lasciato uno dei Corpi Franchi a custodia del confine, gli altri ritornarono a Pieve, e il popolo accorso in massa rientrò alle sue case, soddisfatto.

VII.

A Pieve la popolazione aspettava in piazza il ritorno dei suoi difensori, e grandi furono gli applausi, i segni di contentezza e l'entusiasmo.

Sior Antonio si sentiva ambizioso pel suo paese, portava la testa alta, e offriva una presa di tabacco agli amici, con l'aria d'un diplomatico che rappresenta una nazione vittoriosa. Il consigliere imperiale guardava attraverso le tendine della sua camera il movimento della piazza, ma non si lasciava vedere all'aperto. Sior Iseppo fumava la sua pipa alla finestra, ed avendo saputo dalla serva che suo nipote era rimasto in Oltrechiusa a comandare il drappello che custodiva i confini faceva l'occhiolino, e con un sorriso maligno rispondeva:

— Adesso l'Italia è al sicuro, e l'Austria in pericolo! — e sghignazzando rientrava nella sua camera.

Isidoro e Tiziano si ritirarono al roccolo, fecero colazione con Maria, e suo padre le raccontò coi più minuti particolari le varie vicissitudini della lotta. Essa lo stava ascoltando con tale attenzione, che senza avvedersene si atteggiava a vari movimenti, secondo le impressioni ricevute. Tutti i muscoli del suo volto presentavano le immagini successive della sorpresa, del terrore, della ferocia, l'ansia dell'attacco, l'ebbrezza del trionfo. La sua ammirazione per Calvi la spingeva ad espressioni che colpirono Tiziano, ed eccitarono in lui un senso di gelosia che non aveva mai provato. Egli la trovava troppo facile ad esaltarsi, troppo esagerata nell'ammirazione del coraggio, troppo sensibile a certi fatti naturali, che non hanno nulla di straordinario. Come mai poteva avere gli occhi gonfi di lagrime, perchè suo padre le raccontava che le palle fischiavano intorno al capitano?... Costui l'aveva dunque colpita con una di quelle impressioni potenti, subitanee ed irresistibili, che feriscono il cuore d'insanabile piaga, e fanno sembrare fugaci e volgari tutte le affezioni antecedenti?...

Assorta col pensiero in quei fatti, coll'immaginazione esaltata dal racconto di quella giornata, essa prestava poca attenzione alle parole di Tiziano. Quell'occhio ardente d'entusiasmo non penetrava più come al solito negli sguardi di lui, essa non poteva parlare d'altro argomento, nè altro la interessava fuori delle gesta del suo eroe del quale chiedeva al padre perfino le abitudini più insignificanti, volendo conoscerne gli atti e le parole. E la sua ammirazione si spingeva fino alle qualità personali, ai suoi biondi capelli, al suo aspetto giovanile, alla dolcezza de' suoi lineamenti.

Tiziano soffriva terribilmente, e sperava che Isidoro sarebbe andato a prendere un po' di riposo, per chiedere delle spiegazioni a Maria su questo strano entusiasmo, quando si udì da lontano il suono del tamburo che invitava i militi ad accorrere sotto le armi. Isidoro e Tiziano balzarono in piedi, e si disposero a partire, quando Maria, afferrato un fucile da caccia di suo padre, con uno slancio ardito esclamò:

— Vengo anch'io, voglio seguir Calvi, e tirare sui tedeschi!...

Questo ardore guerresco in una donna può sembrare strano a chi non conosce le cadorine, e il loro ardire in quell'epoca, ma le memorie del quarantotto rammentano che le donne si mostrarono pari ed anche superiori agli uomini nella difesa delle loro montagne. Un testimonio occulare, l'inseparabile compagno di Calvi, dalle cui note manoscritte ricaviamo i fatti precisi della difesa, scrisse che le madri e le mogli eccitavano i figli ed i mariti ad accorrere sul luogo del pericolo, e ricorda una donna di Sottocastello che udite le campane che suonavano a stormo per chiamare gli abitanti alla difesa, vedendo che il marito esitava a partire, lo rimproverava del ritardo. Egli credette giustificarsi col dire che non aveva armi, ma essa gli chiese: — «Ci vogliono delle armi per difendere la patria?!...» e battendosi il petto soggiunse: — «Questo solo basta per difenderla, contro ingiusti oppressori!»

Un'altra donna del popolo di Pieve, mentre tutti gli uomini, meno i vecchi, si trovavano alla Chiusa impegnati al combattimento, udendo le campane di Calalzo che suonavano a stormo, per chiamare a soccorso contro una colonna nemica che si avanzava, corse sulla strada gridando: — Fuori tutte.... accorriamo noi donne a difendere il paese; ho tre figli esposti alla morte, ma non importa, per la patria moriamo tutti!...

Nella lotta d'Oltrechiusa il capitano s'era accorto che dalla vecchia strada d'Ampezzo, a sinistra della nuova, il nemico avrebbe potuto fare una sorpresa, e i fucilieri essendo tutti impegnati all'assalto, invitò alcuni uomini armati di sole lancie ad occupare quella strada. Essi si mostravano alquanto esitanti, ma due donne, una di Valle, e l'altra di Pieve, pronte gridarono: «verremo noi, signor capitano, verremo noi» ed essendo accorse rapidamente a quella volta, i lancieri li seguirono subito nel luogo indicato.

Maria aveva udito raccontare da suo padre questi atti generosi, aveva sentito l'entusiasmo delle battaglie, ed aveva provato quanto fosse più penoso per un'anima amante, attendere inerte il ritorno dei suoi cari esposti al pericolo, che dividerlo al loro fianco, e si era decisa di accompagnarli, come avevano fatto tante altre donne. Suo padre si oppose energicamente alla sua volontà, e Tiziano lo secondava, ma essa rispondeva:

— Ah! se sapeste quanto lunghe ed ansiose sono le ore dell'aspettativa, quanti fantasmi spaventosi vengono ad assalirmi nella mia solitudine inerte, mentre odo dovunque il lugubre tuono delle campane, e le scariche delle armi, e penso che voi siete esposti a quel pericolo, e non solo a morire, ma forse anche a soffrire feriti senza soccorsi d'una figlia, o d'un amico. Lasciatemi venire con voi, sarò molto più felice nell'ardore della battaglia, che nella mia desolante solitudine.

Suo padre le fece osservare che non è nell'ardore della mischia che si sente la fatica della guerra, ma nelle lunghe marcie, e nelle notti esposti alle intemperie, e a tutti i disagi ai quali non può reggere una giovine non avvezza ai lavori faticosi, come le povere donne delle montagne.

Maria dovette cedere suo malgrado all'autorità paterna, ed alle preghiere di Tiziano, il quale non solo non poteva tollerare che essa si esponesse ad ogni pericolo, ma non voleva nemmeno che si trovasse in presenza del capitano vedendola troppo calda ammiratrice delle sue gesta. Ed avendola consegnata tutta in lagrime nelle braccia della vecchia domestica, chiusero la porta del roccolo e corsero in fretta dove li chiamava il dovere.

Le notizie che giungevano in Cadore erano sempre esagerate, incerte, e contraddittorie. Chi pretendeva che il generale Durando accorresse in soccorso, e fosse anche giunto a Ceneda colle truppe pontificie; chi diceva aver veduto a Feltre truppe italiane che si avanzavano verso Belluno, chi assicurava che gli austriaci si erano trincierati sul Piave, chi voleva sostenere che Verona era in mano dell'esercito piemontese, e Radetzky prigioniero.

Invece la verità era assai dolorosa, e la patria versava in grave pericolo.

Il generale Nugent dopo riconquistato il Friuli occupava Feltre e marciava verso Treviso tendendo a ricongiungersi con Radetzky in Verona. Belluno era caduta egualmente in mano degli austriaci, e i croati s'incamminavano verso il Cadore, per giungervi da quella parte dalla quale si attendeva il soccorso.

In quel tempo mancava il telegrafo, tutti gli affari erano sospesi, nessuno si metteva in viaggio senza gravi motivi, e nel silenzio di quelle valli solitarie, nella solitudine di quelle montagne si avrebbe creduto che la pace regnasse profonda nel mondo, mentre gli eserciti stranieri, irti di baionette, e seguiti da innumerevoli convogli di cannoni calpestavano il suolo italiano, e apportavano la desolazione e la morte alla nostra patria.