Il roccolo di Sant'Alipio

Part 6

Chapter 63,692 wordsPublic domain

Tutte le città del Veneto, meno Verona, avevano superati gli ostacoli, e allontanati gli austriaci. A Udine avevano obbligato le truppe a ritirarsi a Gorizia, a Treviso una capitolazione aveva costretto il presidio a sgombrare, lasciandovi un battaglione del reggimento Zannini, tutto di Trivigiani, che avevano fraternizzato col popolo. A Padova il tenente-maresciallo D'Aspre firmava una convenzione con quel municipio, obbligandosi ad uscire dalla città, evacuava anche Vicenza soggetta al suo comando, e si ritirava nel quadrilatero. Treviso aveva istituito i _Cacciatori del Sile_, e la legione _Italia libera_, Padova la _legione Euganea_.

Ma come avviene ordinariamente ne' tempi di rivoluzioni e scompigli, le notizie invece di giungere positive e veritiere pareva che si gonfiassero per via, e si sballavano grosse, esagerate, ed anche false ed inventate di pianta. A udire quei viaggiatori di passaggio l'Austria era caduta in dissoluzione, era morta e sepolta; non se ne parlava nemmeno; e i paesi erano intieramente preoccupati dal pensiero della forma di governo da adottarsi; chi voleva la repubblica, chi la monarchia, chi la casa di Savoia e chi il papa, chi la federazione e chi l'unità.

Mazzini predicava per un partito, Gioberti declamava per un altro, ed entrambi ottenevano applausi, dimostrazioni clamorose, e trionfi.

A tali racconti i buoni patrioti si attristavano grandemente; sior Antonio agitava la testa e stringeva le labbra, sior Iseppo grugniva, il consigliere imperiale crollava le spalle, Isidoro si lasciava trasportare dall'entusiasmo, assicurava in piena buona fede che tutto sarebbe finito a meraviglia, Tiziano vedeva color di rosa, la politica e l'amore, e si esaltava gridando:

— Viva l'Italia!... viva la libertà!...

Un giorno che si aspettava colla solita ansietà l'arrivo della diligenza, la si vide da lontano che saliva la costa, e si distingueva una macchietta sull'imperiale che sventolava una carta. Grande impressione nella folla a quel segnale! Che cosa poteva essere?... chi diceva una bandiera bianca, chi vedeva un brutto presagio, chi sperava l'annunzio d'una buona vittoria, o un trattato di pace che consolidasse l'indipendenza italiana. L'agitazione andava sempre crescendo, tutti spalancavano gli occhi, molti corsero incontro alla diligenza per essere i primi a conoscere il fatto straordinario che si annunziava...

Era Michele che ritornava dal suo breve esilio in Piemonte e che aveva cominciato da lontano ad agitare in aria il manifesto del Re Carlo Alberto — _Ai popoli della Lombardia e della Venezia._ —

Quando la diligenza si arrestò in mezzo alla folla stipata davanti l'Ufficio della Posta, Michele, in piedi sull'imperiale, si mise a declamare ad alta voce il manifesto — «I destini d'Italia si maturano; sorti più felici arridono agli intrepidi difensori dei conculcati diritti.» Uno scoppio di applausi frenetici fece sospendere la lettura, la quale fu costantemente interrotta dal crescente entusiasmo degli spettatori, e dalle grida romorose di chi domandava il silenzio. Quando udirono che il re del Piemonte entrava in Lombardia col suo esercito, gli applausi non finivano più, e Michele accennava colle mani che stessero zitti se volevano udire anche il resto. Quando fu possibile di riprendere la lettura, il giovane continuò con voce stentorea: «Seconderemo i vostri giusti desideri fidando nell'ajuto di quel Dio che è visibilmente con noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.» — Tali parole eccitarono una irresistibile frenesia nella folla, e non fu più possibile di calmarla. Le grida assordanti di Viva Pio IX si confondevano con quelle di viva l'Italia, viva la libertà, viva il Cadore, Viva Carlo Alberto. — Viva la repubblica di S. Marco!... La fine del manifesto non si è potuta udire che dai più vicini, e Michele saltato abbasso dalla diligenza si trovò stretto e quasi soffocato dagli amici. Sior Antonio piangeva dalla consolazione: egli vedeva la patria liberata, la famiglia tranquilla, e il legname delle seghe fuori di pericolo. Il Consigliere imperiale assicurato dall'intervento del Piemonte, giudicò l'Austria perduta senza remissione, e vedendo l'entusiasmo del popolo, stimò opportuno per la propria sicurezza, e per garanzia della pensione, di dare una prova evidente di patriottismo, e si mise a gridare — «morte all'Austria! fuori i barbari dall'Italia! viva Carlo Alberto e l'esercito piemontese!» I popolani gli strinsero le mani, in segno di ammirazione pel suo generoso entusiasmo, ed egli ringraziava modestamente, mentre Michele sfuggito alla folla correva a casa col suo sacco da notte, ad abbracciare lo zio orso e ad ascoltare con rassegnazione le sue ramanzine.

Però gli avvenimenti non erano così assolutamente decisi come si credeva nel primo entusiasmo dalla poca esperienza politica delle popolazioni appena uscite dalla dominazione straniera. L'esercito austriaco sorpreso dalla rivoluzione nelle varie città non era punto disfatto. Anzi si andava raccogliendo regolarmente, e i vari corpi dispersi con poche perdite si concentravano nel quadrilatero dove il vecchio feldmaresciallo Radetsky organizzava le truppe e stava attendendo i rinforzi che aveva domandati, per uscire da' suoi ripari e riprendere il terreno perduto.

I volontari che sotto gli ordini del generale Sanfermo si batterono coraggiosamente contro gli austriaci a Montebello dovettero soggiacere al numero superiore che li assalì, a Sorio, dove fu un vero macello, e si pagò uno dei primi tributi di sangue per la difesa del territorio veneto. Il generale Durando col suo corpo d'esercito pontificio non si decideva mai a varcare il Po, malgrado le vive sollecitazioni che gli venivano fatte dal governo di Venezia e dal generale Lamarmora, che lo eccitavano a portarsi sull'Isonzo dove il Nugent raccoglieva uomini, armi e munizioni per scendere nel Friuli e recarsi a Verona in soccorso di Radetsky.

Pio IX dopo di aver benedetto il 25 marzo dall'alto del Quirinale la bandiera delle truppe regolari che partivano per la guerra dell'indipendenza, si mostrava esitante e mal contento, e finalmente dichiarò coll'enciclica del 29 aprile che non aveva mai inteso di far la guerra all'Austria.

L'indignazione fu grande in tutta Italia, e a Roma principalmente, ove i genitori, i parenti, gli amici dei militi partiti per la guerra temevano di vederli cadere in mano del nemico ed essere trattati da ribelli.

In tali condizioni di cose premeva grandemente che i soldati volonterosi di battersi per l'indipendenza nazionale avessero dei capi che sapessero dirigerli, e i cadorini pressavano il governo provvisorio di Venezia di voler provvedere a questa necessità, per difendere validamente le Alpi.

E infatti il 18 d'aprile Daniele Manin fece chiamare il dottor Luigi Coletti, reduce dalla lotta di Sorio, e gli presentò Pietro Fortunato Calvi, nominato capitano delle armi del Cadore, con decreto del 17 dal governo provvisorio della repubblica.

Pietro Fortunato Calvi era nato nell'antico castello di Briana in provincia di Padova, comune di Noale il 15 febbraio 1817, aveva dunque appena compiuto 31 anno, e ne mostrava assai meno. Era un bel giovane biondo, di nobile fisonomia, di aspetto marziale, di carattere dignitoso, schietto, leale, che attirava la simpatia di quanti lo vedevano. Il parroco del villaggio fu il suo primo maestro, poi continuò i suoi studi nel ginnasio di Padova, e dopo passò nel collegio militare del genio a Vienna da ove uscì col grado di tenente nell'arma di fanteria del reggimento Wimpfen. Trovatosi per vari anni di guarnigione a Venezia, venuto a contatto cogli ufficiali di marina, che memori delle glorie passate, colleghi dei Bandiera e di Moro, nudrivano sentimenti italiani, fattosi amico di alcuni giovani veneziani che gli parlarono di patria e di libertà, il giovine tenente s'avvide a poco a poco che le tenebre politiche avevano oscurata la vista a molti italiani, che ignoravano di avere una patria, e si mostrò pronto a riconoscerla e deciso a servirla. I suoi superiori si accorsero delle nuove idee che germogliavano nella mente del giovane ufficiale, e per allontanarlo dalle tentazioni e guadagnarlo coll'ambizione soddisfatta, lo traslocarono a Gratz col grado di capitano. Ma ai primi movimenti del 48 diede le sue dimissioni, che non vennero accettate, ciò che non gl'impedì egualmente di lasciare il servigio straniero, e recatosi a Trieste uscì dal porto in una barca peschereccia ed attraverso mille pericoli giunse a Venezia. Colà si faceva conoscere dal governo il quale lo accoglieva con distinzione e gli dava l'incarico di andar a dirigere la difesa del Cadore. Il giorno 19 aprile egli partiva per la sua destinazione insieme al compagno che gli era stato dato e il giorno successivo sulla sera, entrava a Pieve e prendeva alloggio in casa Coletti.

Presentato al Municipio che riconobbe subito il suo incarico, venne tosto deliberato di convocare nuovamente pel giorno 25 i deputati di tutti i comuni del Cadore, i capi delle guardie civiche, e tutti i maggiorenti del paese. Intanto il capitano prendeva conoscenza dei luoghi e delle persone.

Il giorno 25 nella sala della Comunità, ai rintocchi della campana che aveva suonato al 1º del mese si raccolse l'assemblea, con meno trasporti frenetici della prima volta, ma con pari patriottismo, più positivo e più grave, decisi tutti a qualunque sacrificio per vietare l'ingresso delle Alpi all'esercito imperiale; che si presentava minaccioso alla frontiera.

Il Municipio di Pieve presentò ai convocati il capitano Calvi, come capo delle armi cadorine, eletto dal governo centrale. Esso venne accolto da unanimi applausi, e fece un breve discorso all'adunanza, manifestando il suo fermo proposito di dedicare la vita alla difesa e al bene del paese, nel quale con suo sommo piacere era stato mandato. Le sue parole vennero ascoltate in rispettoso silenzio, seguito da manifestazioni di gioia, e da esclamazioni di entusiasmo guerriero. Si fece qualche altro discorso, e poi si passò subito alla nomina del Comitato di difesa, al quale presero parte i più distinti cittadini.

Dopo alcune altre formalità secondarie, si stava dettando il protocollo delle prese deliberazioni, quando si vide entrare nella sala un uomo pallido in volto, che teneva in mano un foglio stampato. Era il signor Luigi Galeazzi di Perarolo il quale veniva ad annunziare all'assemblea che gli Austriaci avevano passato l'Isonzo, che Udine aveva dovuto capitolare, e quel foglio conteneva appunto il testo della capitolazione, ed era la prova evidente della nuova invasione.

A tale sorpresa successe qualche istante di silenzio. Era una trasformazione impreveduta di scena che faceva cadere ad un tratto molte illusioni, smorzava molti entusiasmi, risvegliava timori e paure, e smascherava alcune persone accorse all'assemblea colla fiducia di qualche vantaggio personale, spinte a secondare la corrente e a mostrarsi fra le prime ad adorare il nuovo astro che sorgeva all'orizzonte. Chi avesse osservato in quel momento le contrazioni muscolari del viso del Consigliere imperiale avrebbe veduto un tipo curioso ed interessante di quell'epoca, uno di quei personaggi che dopo d'aver servito con molto zelo il governo straniero, procuravano dopo la sua caduta di far dimenticare un passato pericoloso, e si mostravano fra i più ardenti promotori del nuovo ordine di cose, insinuandosi astutamente nelle pubbliche adunanze, gridando più forte degli altri, infiltrandosi a poco a poco, e penetrando nei nuovi uffici, per riprendere influenza nelle cose pubbliche, assumere nuova autorità, sollevarsi dalle rovine, cercando nuove soddisfazioni all'ambizione, e nuovi lucri all'avidità.

Il consigliere imperiale, avvedutosi in quel momento d'aver avuta troppa fretta a mostrarsi liberale, avrebbe voluto tirarsi indietro senza compromettersi, ed agitato dalla lotta che si combatteva nel suo cervello, presentava una fisonomia, che sarebbe sembrata molto comica, se le gravi preoccupazioni del momento non avessero attirato altrove gli sguardi. Ma se c'era un consigliere imperiale, e qualche timido che viste le critiche circostanze avrebbe voluto subito rinunziare ad ogni resistenza, l'assemblea si componeva la maggior parte di animosi patriotti come Tiziano, Michele, Isidoro, e tanti altri disposti a dare la vita per la patria, decisi di resistere alla nuova invasione, i quali non avevano che un solo timore, quello di riveder l'Italia ricadere in mano degli stranieri, e non erano animati che da una sola ambizione, quella di offrire tutto il loro sangue per salvarla da questa nuova sventura.

Il generoso patriotta che stava al fianco di Calvi prese la parola, dicendo:

— A che ci siamo qui raccolti?... Nol sapevamo noi che il nemico ci stava alle porte deciso d'invadere nuovamente la patria?... Non è forse il pensiero della difesa che ci ha qui condotti?... A che dunque occuparsi di difesa se non si avesse avuto presente che fra poco avremmo avuto il nemico da combattere?

Queste ragionevoli domande, che contenevano la risposta perentoria, vennero accolte con sommo favore dalla maggioranza, ed al breve silenzio prodotto dalla sorpresa, successero i più vivi applausi e gli evviva iterati all'Italia, alla repubblica, ed a Pio IX, e finito in fretta il protocollo verbale, e firmato dal maggior numero degli intervenuti, l'assemblea si sciolse, accolta dal popolo stipato nella piazza, con ripetute acclamazioni, e con voci d'incoraggiamento e di concorde adesione.

Il consigliere imperiale corse a chiudersi in casa, deplorando la sua imprudenza, ritirò dalle pareti del suo gabinetto il ritratto di Pio IX e quello di Carlo Alberto, e li portò in soffitta, dove si mise con ogni cura a ritirare la polvere e le ragnatele dai ritratti dell'imperatore Ferdinando, e a quelli dei marescialli dell'Impero, che rimise con grande rispetto nelle loro cornici, e dopo lavati i vetri appese di nuovo al loro posto, dal quale erano stati ritirati prudentemente davanti le energiche manifestazioni cadorine in favore della libertà, e nascosti dietro le casse coi vecchi mobili abbandonati. E tutto intento a tale operazione, deplorando la precipitazione dei primi giorni giurò solennemente che in avvenire sarebbe più cauto, non ammettendo mai più nelle sue stanze altro che i sovrani riconosciuti regolarmente da tutte le potenze d'Europa.... e delle nazioni più forti delle altre parti del mondo.

Ma in quello stesso giorno la popolazione di Pieve celebrava la festa di San Marco nella chiesa di Santa Maria, stipata di gente d'ogni condizione, e il reverendissimo Arcidiacono che officiava solennemente, circondato dal clero, dava la benedizione alla bandiera della _Guardia Civica_. La religione e la patria si erano congiunte in uno stesso sentimento di devota affezione, e quelle buone, semplici, ed energiche popolazioni delle montagne, prostrate devotamente davanti gli altari, domandavano a Iddio la protezione delle armi per difendere valorosamente il loro territorio e le loro case dalla invasione degli stranieri.

VI.

Il Comitato di difesa si mise subito all'opera alacremente, aprendo i ruoli dei volontari, esercitandoli al maneggio delle armi. I cadorini hanno la consuetudine di emigrare ogni anno per alcuni mesi, in vari paesi d'Europa, esercitando diverse professioni, ma in quell'anno non erano partiti, od erano ritornati più presto a motivo degli sconvolgimenti politici. I giovani accorsero subito ad iscriversi nella milizia, e in tal modo vennero prontamente costituiti i _Corpi franchi_ destinati al servizio attivo ai confini, lasciando alla guardia civica il servizio interno d'ordine e sicurezza. Fissato il giornaliero assegnamento dei volontari, furono presentati al Comitato, davanti il quale giurarono solennemente di servire per tre mesi come soldati regolari, sotto il supremo comando del capitano Calvi. E in pochi giorni si raccolsero 380 uomini che vennero divisi prima in quattro poi in cinque corpi di 75 a 80 uomini ciascheduno. Ogni drappello aveva la sua bandiera tricolore che lo precedeva nelle marcie, e veniva piantata nel punto fissato per la difesa. La fretta rese impossibile di adottare una assisa uniforme, soltanto portavano un ramoscello d'abete sulla coccarda italiana fissata ad una falda del cappello rilevata ed aderente alla cupola. I capi si distinguevano per dei segnali bianchi alle maniche.

Mentre venivano istruite queste milizie il capitano Calvi col suo inseparabile compagno del comitato percorreva il Cadore, prendendo conoscenza delle posizioni, ispezionando quanto era stato operato dai cadorini fino a quel momento per la difesa dei loro confini, e disponendo tutto ciò che era da farsi secondo i luoghi e le circostanze. Trovarono il confine di Montecroce bastantemente premunito per cura di Giovanni Coletti comandante della guardia civica del Comelico superiore.

Le accoglienze fatte dalle popolazioni del Comelico al capitano mandato dalla repubblica di Venezia, ed al capo del comitato che lo accompagnava, dimostrarono come anche in quella parte del Cadore fosse vivo il desiderio dell'indipendenza, e come quei paesani fossero fermi e ben disposti a difendersi ed a respingere con energia l'invasione tedesca. Ed era assai bello il vedere quei montanari del Comelico superiore, che sono generalmente alti della persona e robusti, vestiti del loro costume di festa, che consiste in una tunica bianca di lana, affatto particolare al paese, portanti sulle spalle la scure dei boscajuoli e la zappetta, inghirlandata di verdi fronde, col cappello ornato di nastri, e la coccarda tricolore sotto al ramoscello d'abete.

S'erano raccolti ad aspettare il capitano sulla piazza di Padola, villaggio estremo del Cadore, collocato in un'ampia valle palustre, in mezzo a monti coperti di foreste, attraversati da torrenti, colle alte cime di nude roccie acuminate, costantemente nevose. Quella brava popolazione intelligente e svegliata ascoltava estatica i discorsi dei loro capi, applaudiva concorde, e prometteva costanza e fedeltà.

A Treponti il capitano Calvi ordinò alcuni lavori per barricare il passo e fece alzare un fortino a sinistra del Pieve, sotto il bosco di Gogna, per collocarvi due cannoni.

La valle del Boite, le gole d'Oltrechiusa e il confine Ampezzano avevano avuto le principali cure dei Cadorini, poco sicuri dei loro vicini tirolesi. Quelle valli che dalla chiusa di Venàs si estendono fino ai confini di Ampezzo, presentano dei prospetti assai pittoreschi. Il torrente Boite che scaturisce dalle alpi tirolesi scorre alle falde dei monti profondamente incassato, corre a sbalzi, e si stende come un verde cristallo nei siti piani e profondi, e si trasforma in candide spume spruzzanti e rumorose quando s'infrange nelle roccie cadute dalle cime più eccelse nel suo letto tortuoso. La strada detta d'Alemagna, tagliata nei macigni a grande altezza dal torrente, si raggira in varie curve secondando i seni e i dorsi dei monti, ed ora presenta alla vista una vallata ridente di poggi, di pascoli, e di verdi boschi di larici e abeti, ora si va stringendo in gole minacciose, e fra nude rupi a picco, che pare devano rendere impossibile l'uscita.

A destra del Boite torreggia il Pelmo che s'innalza a 3161 metri sul livello del mare, a sinistra l'Antelao s'innalza a 3255 metri, in mezzo d'un corteggio di monti minori. Monte caro e terribile ai Cadorini che lo ammirano da lontano, coronato di nevi o di tempeste, nero di nubi o irradiato da rosei colori dell'alba, o dal fuoco vivo d'incantevoli tramonti. Gigante dolomitico spaventoso ai vicini, colle sue orribili frane, la cui storia è tremenda per villaggi sotterrati dalle rovine e sepolti per sempre. Egli sorge squallido, nudo, frastagliato, nevoso, in mezzo ai deliziosi boschetti di Valle, paesello ridente d'ortaglie e frutteti, che guardano paurosi il fantasma che li sovrasta. Le case antiche di Valle tutte di legno, affumicate, coi loro ballatoi, ingombre di scale, poggiuoli, coi tetti sporgenti, formano dei gruppi di linee stupende e di colori pastosi e robusti, davanti un orizzonte ondeggiante in amenissimi declivi ornati d'alberi ramosi che sporgono le loro braccia ritorte fra le fabbriche e i muri cadenti coperti di edere, dietro i quali si vedono i lontani boschi di larici dalle fogliette glauche, che rendono più dolci i passaggi dalle tinte cariche e cupe del primo piano al fondo cinereo dell'Antelao che spicca maestoso sull'azzurro del cielo.

A Costa un ponte d'un solo arco s'innalza sull'acqua del torrente a 59 metri, e, appoggiandosi sulle roccie sparse d'abeti che crescono fra i crepacci, congiunge le due rive e conduce sulla strada di Cibiana. Nel 1823 il monte franato fermò il corso del Boite per 12 ore, e finalmente rotta la diga, le acque si versarono furiosamente nella valle e alzandosi fino a 25 metri, inondarono Perarolo apportando desolazioni e rovine.

Anche Vodo offre amenissimi paesaggi e prospettive stupende; monti sparsi di boschi, seguiti da altri monti e da altri boschi a tinte sempre più digradanti quanto più si allontanano dalla vista, con declivi a dolcissime curve e toni sempre più languidi e sfumati che finiscono con nude roccie grigie filettate di neve e confuse colle nuvole.

Presso l'antichissimo paesello di San Vito, il Pelmo presenta le sue sterili roccie che ascondono orridi precipizi dietro ai verdi promontori ricoperti di fittissimi boschi, che lo fanno sembrare ancora più squallido e nudo. La campagna vicina è sguarnita d'alberi, meno qualche frassino sparso qua e là, che colle sue foglie oscure spicca sul verde tenero dei larici. Dirimpetto al villaggio, a destra del Boite, presso alcuni avanzi d'una strada abbandonata, si trovano traccie di villaggi scomparsi, e si scorge una miniera di ferro abbandonata, che si scavava al tempo della repubblica veneta. Nel 1848 le donne di questo paese preferivano ancora il pittoresco costume antico. Adesso appena qualche vecchia ne conserva le ultime traccie che stanno per perdersi nella comune uniformità. Vestivano una sottana nera, increspata di dietro ed orlata al basso da una frangia scarlatta. Panciotto rosso filettato di nero con sovrapposta pettorina quadrangolare a fondo rosso, ornata traversalmente da galloncini, e orlata di frangie d'oro o d'argento secondo il caso di festa o di lutto. Mettevano al collo una collana di grossi coralli, o una catenella d'argento, portavano in testa un cappello largo e rotondo in cima stretto al basso, e senza falde, come quello dei sacerdoti armeni; usavano calze rosse e scarpe scollate.

Gli abitanti d'Oltrechiusa sono generalmente tenaci dei loro diritti, laboriosi e interessati; le donne hanno aspetto maschile, fisonomie gravi, andamento risoluto. Sono molto amanti della vita domestica e patriarcale, e si conobbero famiglie composte di cinquanta persone, e di sette matrimoni, che vivevano in perfetta armonia.

Calvi che era grande ammiratore della natura si piaceva assai fra quei monti, ove ad ogni svolta di strada si presentano nuovi oggetti degni d'attenzione, e stupendi prospetti. Si arrestava in contemplazione nei siti più pittoreschi, si animava alla difesa della patria, che la natura aveva dotata delle Alpi, come formidabili fortezze, ai confini. Conversava con piacere cogli abitanti, nei quali ammirava la semplicità unita al buon senso, la sobrietà che risparmia i frutti del lavoro, la lealtà ardimentosa, la cordiale e franca ospitalità, virtù indigene d'un paese poco noto, e così degno d'essere conosciuto. E andava ambizioso d'essere scelto per guidare quella gente nelle battaglie dell'indipendenza, e di poter vietare agli stranieri la violazione di quei focolari che raccoglievano famiglie così oneste, e così degne della libertà. E andava studiando, e indicando tutti i mezzi più opportuni per resistere all'invasione, con lavori che rendessero inespugnabili quei passaggi.