Part 5
Isidoro era uscito per tempo per predisporre coi suoi amici la convocazione della Comunità Cadorina, e Maria aspettava Tiziano alla finestra. Quando lo vide entrare diede un guizzo, scese precipitosamente la scala, e corse ad incontrarlo. Tiziano la prese per le mani e le depose un bacio sulla fronte; si dissero delle parole confuse dalla commozione pronunciate colle labbra tremanti, e s'avviarono a quel padiglione di verdura che il giovane aveva denominato il nido di Montericco. Il sole brillava nel cielo sereno, l'aria leggiera era pregna d'esalazioni resinose, la Piave sussurrava fra i sassi del suo letto, e si udiva il muggito delle mandre che uscivano dalle cascine per abbeverarsi nel torrente, e un lieve stormire di fronde confondeva tutti quei suoni lontani col canto degli uccelli, col ronzio degl'insetti, e col soave mormorìo delle loro confidenze. Tutte le angoscie passate apparvero a Tiziano come le dolorose impressioni d'un sogno svanito. Quale cambiamento di scena! dalle tetre mura, dalle doppie inferriate, dalla triste solitudine e dall'afa nauseante della prigione, egli era passato rapidamente all'entusiasmo turbinoso d'una rivoluzione popolare, e da quei fragori assordanti, si trovava trasportato come per incanto fra le armonie soavi della natura, davanti l'aspetto ridente delle montagne, delle colline boscose, della vallata pittoresca, nel nido di Montericco accanto a quella bella fanciulla, fra i profumi della terra e delle piante.
L'ebbrezza della libertà, della gioventù, della vita lo tenevano sollevato dalle cose terrene, in un etere splendido, sottile, in un'estasi di delizie sovrumane; e così assorti entrambi in un magico prestigio, rimasero lungamente in silenzio a sentirsi vivere in quella strana esistenza.
Finalmente ruppero il silenzio per raccontarsi le reciproche impressioni dei giorni dolorosi. Essa gli narrò il raccapriccio provato alla notizia dell'arresto, le ansietà di quei giorni pieni di amarezza, le preghiere che aveva fatte al cielo per la sua liberazione, la felicità nell'udire l'annunzio del vicino ritorno. Egli le raccontò i dolorosi pensieri del carcere, le soavi rimembranze del passato che venivano a rendere più desolante la sua prigionia, e a fargli doppiamente sentire la privazione della libertà, la mancanza d'aria e di luce, le ore solitarie passate sul pagliericcio della prigione coi pensiero intento al roccolo di Sant'Alipio, a quel nido di Montericco, veduti da lontano fra le nuvole, come un paradiso antecipato sulla terra, che forse non lo avrebbe mai più consolato nella vita.
E ai lunghi discorsi affettuosi, succedevano nuovi silenzi ancora più eloquenti, e quando la bocca taceva parlavano gli occhi, quell'arcano linguaggio che senza alfabeto scritto, nè segni convenzionali, imprime e scolpisce con indelebili impronte. Così si amavano profondamente, senza aver mai pronunciata una parola d'amore.
Nella prima infanzia crebbero insieme come fratelli, poi divennero colleghi nella scuola della maestra; e nei giuochi giovanili Tiziano prediligeva Maria, era sempre il suo confidente, il protettore, l'amico inseparabile, che essa chiamava in soccorso in ogni pericolo. Quella grazia e quella forza si erano legate insieme fino dai primi anni della vita come l'edera e la quercia che nascono da vicino, la pianticella rampicante si attacca al tenero arboscello e crescono insieme congiunti, e l'albero diventa il gigante della foresta, senza essersi mai diviso dalla sua fedele compagna, che gli si è radicata intorno, e vive della vita di lui. Una tale affezione, subì naturalmente tutto il successivo sviluppo della loro esistenza. L'inclinazione naturale fra i bimbi divenne predilezione, simpatia, amicizia cordiale, e tenerissimo amore, passando lentamente, gradatamente, insensibilmente, alle successive trasformazioni, come l'infanzia passa alla gioventù, alla pubertà, ed alla età virile. Le separazioni subite a vari intervalli spingevano a queste modificazioni, che ad ogni ritorno crescevano d'un grado. La predilezione si trasformò in amicizia dopo la separazione del seminario; l'amicizia divenne amore dopo l'assenza degli studi universitari, ma l'intervallo del carcere fece crescere grandemente questa passione che s'era accesa nella solitudine, e nella sventura. E nelle successive trasformazioni di questo affetto non c'era mai stato un momento nel quale la parola — ti amo — avesse potuto uscire opportunamente dalle loro labbra; e come essi ignoravano l'origine del loro amore così non potevano ammetterne il fine, pareva che le loro anime si fossero amate in una vita antecedente all'umana esistenza, e certo quell'amore avrebbe sopravissuto alla tomba, «Ti amo» non è che un presente che può stare anche senza passato e senza futuro. Tutti gli amanti si promettono un'amore immortale, essi sentivano un amore eterno, infinito. L'amore era per essi come Dio, superiore ad ogni volgare dimostrazione lo sentivano dentro nell'anima, ma non avrebbero potuto esprimerlo con umane parole. Ecco perchè non s'erano mai detto — ti amo — parola che avrebbero trovata fredda, insignificante, ed inutile. Tale era il loro amore, tale lo sentivano espandersi d'intorno negli aliti della natura, nelle oscillazioni, dell'aria, nell'azzurro del cielo, nell'infinito universo; era una fiamma che ardeva perenne, e mandava scintille, un olezzo di fiore che imbalsama l'aria. Nei loro silenzi le anime rapite in un estasi soave volavano in un'etere celeste, come due angeli insieme congiunti nell'adorazione dell'ente supremo raffigurati da fra Angelico in mezzo alle nuvole illuminate da raggi divini. E dopo quei voli vorticosi scendevano a riposarsi sulla terra, e trovandosi seduti vicini nel nido di Montericco, riprendevano tranquillamente a parlare delle cose mortali.
Michele, il loro amico d'infanzia, tornava in campo sovente nei loro dialoghi. Rammentavano la sua vivacità, i suoi motti, la sua fortuna d'essere sfuggito agli artigli dell'aquilotto bicipide, e in pari tempo al grugno dell'Orso, e lo attendevano di ritorno dall'esiglio.
S'intrattenevano con tali discorsi quando i latrati di Turco li avvertirono che Isidoro rientrava al roccolo. Tiziano gli corse incontro, si strinsero al seno affettuosamente, e Turco, riconosciuto subito l'amico del padrone, e il compagno di caccia, gli saltò addosso con ripetute dimostrazioni di letizia.
Maria rientrò in casa per assistere la vecchia serva negli apparecchi del desinare, che un'ora dopo era servito in tavola sulla loggia, ove i tre amici sedettero lietamente davanti il prospetto di quei monti e di quelle valli che formavano per loro le gigantesche pareti della più meravigliosa sala del mondo.
Dopo il pranzo Isidoro tirò fuori la sua pipa, ma rammentandosi la dimostrazione italiana di astenersi dal tabacco, domandò ridendo a Tiziano:
— È permesso di fumare?..... il tabacco di contrabbando?...
— È permesso qualunque tabacco — gridò Tiziano — e viva finalmente la libertà!...
Passarono un bel giorno, e separandosi a notte avanzata, Tiziano ed Isidoro si diedero appuntamento per l'indomani nella sala della Comunità ove erano convocati i rappresentanti di tutto il Cadore.
Quando Tiziano fu solo nella sua camera aperse le finestre. La luna spandeva sui monti la sua candida luce, tutto era pace e silenzio. Pensò a Maria, al dolore che provava ogni qual volta doveva lasciarla, anche per poche ore, sentì come senza di lei fosse un vuoto insopportabile nella vita, e il mondo apparisse una triste solitudine, gli parve dunque necessario di trovare il modo di averla sempre vicina, e non ce n'era che uno solo, quello di farla sua moglie. Di ciò non le aveva mai parlato, ma sentiva benissimo che non ce n'era bisogno, e che fra loro il matrimonio doveva essere sottointeso. E questo desiderio ardente del suo cuore diventava anche un obbligo di galantuomo, perchè vicino a lei si sentiva rapito da tali ebbrezze, da diventar cieco, con grave pericolo di entrambi.
In un trasporto d'amore, egli avrebbe potuto dimenticare tutti i doveri della vita, e trascinare colei che adorava fino all'orlo della colpa.
Maria rimasta orfana della madre essendo ancora bambina, era cresciuta nella libertà della natura fino al tempo che venne istruita da una brava e saggia maestra, che seppe non guastare la semplicità della sua vita innocente, secondata dall'affetto d'un padre affettuoso probo ed onesto, il quale era così alieno dal male che non poteva sospettarlo negli amici, e lasciava la figlia insieme a tutti i suoi colleghi dei primi anni, con la buona fede dell'uomo intemerato. Offendere quella fiducia, tradire quell'uomo, non era possibile coi costumi semplici ed onesti del Cadore, e Tiziano non si sarebbe mai perdonato un errore che avesse macchiato la candida veste di sposa di colei che doveva entrare nella sua famiglia, e portare il suo nome onorato. E così si decise a non tardare più oltre a rendere sacro e rispettabile il suo amore colla promessa di sposo, che assicurava la sua felicità, e giustificava la sua condotta.
Con l'animo lieto, e la coscienza serena per la presa determinazione, dormì tranquillamente tutta la notte, del sonno del giusto.
Alzatosi di buon mattino, andò a trovare sua madre, la prese per mano, la condusse nello scrittoio ove sior Antonio allineava i suoi conti, e confidò ai genitori riuniti il suo amore, e il desiderio di farsi sposo; che venne accolto da entrambi con sincera soddisfazione, perchè amavano e stimavano Isidoro, e sua figlia Maria, ed erano lieti di accoglierla in casa come una figlia. E fu subito stabilito che dopo la riunione nel palazzo del Comitato, sior Antonio andrebbe al roccolo di Sant'Alipio, a domandare formalmente ad Isidoro Lorenzi la mano di sposa di sua figlia, ed a fissare i preliminari del matrimonio.
V.
Il mattino del primo d'aprile gli abitanti di Pieve udirono il suono d'una campana ch'era rimasta in silenzio per cinquant'anni.
— È la campana dell'arrengo!... esclamavano i vecchi, levandosi il cappello, e i giovani, che non l'avevano mai udita, la ascoltavano con religioso raccoglimento, come fosse la voce solenne dei loro padri.
Quei popoli del Cadore erano uniti da secoli in una sola comunità, che aveva antichi statuti raccolti fino dal 1300; e leggi civili e criminali che provvedevano all'amministrazione della giustizia, e vigilavano affinchè non venissero lese le loro franchigie.
Monsignor canonico Ciani che scrisse la Storia del popolo Cadorino, loda la sapienza di quel governo popolare «che non mutò mai, nè mai ebbe in sì lungo giro di secoli chi macchinasse di abbatterlo»; dice che quelle leggi «mantennero sempre la santità e bontà del costume sì pubblico che privato, ed erano assai severe coi violatori, e specialmente coi ladri, che in certi casi speciali venivano anche impiccati»; ma il buon canonico, nelle sue dotte indagini sui più antichi documenti, non ha mai trovato nessuna menzione sull'esecutore di tali sentenze, e ricercandone le traccie nelle tradizioni locali, soggiunge: «i vecchi ricordi ci fanno sapere che, sempre che il boja o carnefice occorresse, il che accadde due o tre volte, veniva dalle vicine terre teutoniche, e ad assai modico prezzo.»
Quando si pensa che la storia di monsignor Giuseppe Ciani venne pubblicata durante il sospettoso e suscettibile dominio austriaco, si deve convenire che egli non mancava di coraggiosa franchezza, stampando questa sua erudita scoperta sul boia tedesco a buon mercato. E infatti, egli, ottimo cadorino, non poteva sopportare in pace la vergogna del governo straniero che, oltre tutti i malanni dell'occupazione, aveva anche rotta l'unità del suo paese dividendone il territorio in due distretti.
Ed appunto perchè gli austriaci s'erano ritirati da Venezia e dal Cadore, si suonava nuovamente la campana dell'arrengo e si schiudevano le porte della sala dell'antica comunità, ove per il primo d'aprile erano stati convocati tutti i rappresentanti dei 21 Comuni, e invitato qualunque buon patriotta volesse prender parte ad un'assemblea deliberante sui destini del paese.
E accorrevano a Pieve da tutti i Comuni quei buoni montanari, e le vie si affollavano di gente commossa dai grandi avvenimenti del giorno, avida di conoscere la sorte che sarebbe riservata alla patria. Tiziano ed Isidoro, riuniti gli amici accorsi subito all'appello di Pieve, si mettevano d'accordo sulle deliberazioni da prendersi. Seguivano più lentamente fra il popolo, sior Antonio e sior Iseppo, il primo manifestando la sua letizia per la liberazione del Cadore, l'altro brontolando come al solito sulle vessazioni dei tedeschi e sui mali prodotti dal governo degli stranieri.
Il consigliere imperiale in quiescenza andava orecchiando fra i vari gruppi, accigliato o ridente secondo le persone che gli stavano davanti, abbottonando o sbottonando il soprabito per nascondere o lasciar vedere la coccarda italiana attaccata al petto della casacca, secondo i casi che si presentavano alla sua prudenza.
Entrarono nell'aula 69 rappresentanti dei comuni e 44 notabili dei diversi paesi i quali videro comparire il vecchio ottuagenario Alessandro Vecelli, che sostenuto da due amici, salì alla tribuna. Commosso fino alle lagrime, benedì i lenti rintocchi di quella campana che gli rammentavano gli anni vigorosi della sua gioventù e i bei tempi della repubblica veneta, alla quale il Cadore si era dato spontaneamente fino dal 1420, senza perdere veruno de' suoi privilegi, e trovando anzi molti vantaggi al suo commercio, e valida protezione contro le invasioni dei confinanti. Poi proponeva che fosse subito abolita la odiosa divisione imposta dal governo austriaco, e che il Cadore fosse ritornato all'antica e gloriosa Comunità.
L'assemblea animata da vivo entusiasmo applaudiva freneticamente la proposta del suo anziano, e decretava l'unità per sentimento di reciproca fratellanza e per attingere la forza necessaria nei momenti del pericolo.
Dopo tale voto passava alla deliberazione di mandare pronta adesione al governo provvisorio di Venezia, congratulandosi della risorta repubblica, rinnovando l'antico atto di dedizione della Comunità Cadorina, e manifestando i più caldi voti di perpetua libertà. E vennero delegati sei rappresentanti incaricati di recarsi subito a Venezia a portare il verbale dell'adunanza, col relativo indirizzo.
Mentre nell'aula si udivano i più caldi discorsi di amor patrio il popolo si affollava nell'atrio, sulle scale, e nella piazza, in mezzo alla quale s'era innalzata un'antenna, dalla cui cima sventolava la bandiera tricolore italiana, improvvisata dalle donne di Pieve, portante nel centro il leone alato di San Marco. Persone d'ogni condizione, d'ogni età, fra le quali si vedevano i costumi di tutti i paesi cadorini, circolavano intorno al nuovo stendardo, applaudivano ai rappresentanti raccolti, colle grida di viva il Cadore, viva la patria italiana, viva la repubblica veneta, viva Pio IX.
E quando videro uscire dal palazzo la comitiva dei rappresentanti ed udirono le loro deliberazioni, raddoppiarono gli applausi, le grida di contentezza, e di entusiasmo per la libertà.
Sior Antonio uscito coi notabili del paese era commosso più degli altri, il suo affetto inseparabile per la famiglia e la patria gli faceva provare doppia soddisfazione per la libertà conseguita e la casa vendicata dell'insulto ricevuto dagli stranieri. Si cavava il cappello davanti la folla plaudente, stringeva la mano agli amici, ai conoscenti, e salutava perfino gli avversari, proponendosi di venire a transazioni coi suoi confinanti, contro i quali aveva incominciate varie cause per turbato possesso, deciso di finire ogni questione per dar l'esempio della concordia e dell'unità del paese.
Il consigliere imperiale, vedendo che faceva caldo, s'era deciso di levarsi addirittura il soprabito, e così messa in mostra la sua enorme coccarda italiana, passeggiava pomposo in mezzo alla folla, giudicando l'Austria bell'e spacciata colla capitolazione di Venezia, e calcolando che quel governo dovesse anzi trovarsi soddisfatto di uscire da tanti imbarazzi e da tante spese che doveva subire da qualche tempo, a motivo dei sudditi ribelli.
E vedendo che il vento spirava favorevole al nuovo ordine di cose, fece acquisto dei due ritratti di Pio IX e di Carlo Alberto, e li sostituì nel suo studio all'imperatore Ferdinando ed ai marescialli austriaci, che fece sparire in un angolo della soffitta.
Sior Iseppo avendo ricevuto una lettera di Michele che gli domandava denaro per ritornare in patria, si era ritirato in casa, assai malcontento, e col profondo convincimento che tanto sotto i governi dispotici, quanto col regime della libertà, suo nipote gli avrebbe sempre spremuta la borsa, e deplorando che dopo di essersi astenuto dal matrimonio per economia, era costretto di mantenere il figlio di suo fratello, e brontolava fra i denti mille imprecazioni, coi fremiti del suo malcontento.
Dopo la solennità, sior Antonio si era recato da Isidoro a chiedere la mano di Maria per l'unico suo figlio Tiziano, mentre costoro giravano spensierati fra le piante del roccolo, raccogliendo dei fiori.
Chiamati a comparire davanti i genitori li trovarono gravemente seduti intorno al tavolo, sul quale erano stati deposti dei bicchieri e delle bottiglie. Maria s'era messo fra le treccie un papavero rosso, e portava in mano un fascio di biancospini e di lilla odorosi. Isidoro le annunziò in poche parole la domanda di Sior Antonio, chiedendole se fosse contenta. A tale proposta inaspettata, si fece tutta rossa, e guardando Tiziano con uno sguardo di dolce rimprovero gli disse:
— Traditore!... non mi ha detto mai niente!....
— Dunque.... soggiunse suo padre, non sei disposta di concedergli la tua mano?...
Maria guardò negli occhi il suo amico, e gliele sporse tutte due. Egli se la strinse al seno dicendo: — Siamo nati per vivere insieme!... E riempiuti i bicchieri, tutti bevettero alla salute dei promessi sposi.
Venne poi pattuito di comune accordo, che se l'Austria si decidesse a resistere, e rendesse necessario di combattere per l'indipendenza della patria, le nozze avrebbero luogo a guerra finita.
Intanto anche i Cadorini che dimoravano a Venezia facevano pervenire a quel governo provvisorio le loro adesioni, raccomandandogli caldamente la difesa delle loro montagne, e il governo rispondeva alle loro dimostrazioni con un manifesto «ai popoli del Cadore» ricordando che l'antica repubblica li chiamò «fedelissimi» rammentando loro le patrie vittorie, e con platonici sentimenti, come era nelle abitudini declamatorie del momento, scambiava le più ingenue dichiarazioni d'amore, dicendo a quel popolo: «Cadorini, credete all'affetto nostro, e noi al vostro crediamo, perchè sappiamo bene che le anime sincere sono le più generose ed ardenti.»
Ma siccome nelle rivoluzioni e nelle guerre una buona carabina è assai più vantaggiosa della rettorica, anche se accompagnata da cordiali dimostrazioni d'affetto, così i Cadorini si ostinarono a domandare al governo di Venezia, armi, munizioni, e soccorsi per resistere ad una possibile invasione, e per loro parte si mettevano subito all'opera organizzando dovunque la difesa, istituendo le guardie civiche, raccogliendo tutte le armi che potevano trovare, fortificando i punti più importanti di Venàs, di Vallesella, e di San Vito; ed alcuni drappelli più animosi erano anche andati a tenere in sorveglianza il confine malsicuro di Ampezzo e di Montecroce. I Cadorini sentivano d'essere le sentinelle avanzate sui confini d'Italia, e che la difesa delle Alpi avrebbe deciso la sorte della patria comune. L'arsenale di Venezia era bene provveduto di armi da guerra, e coll'insistenza dei cadorini dimoranti colà si ottennero finalmente 400 stutzen, 5 cannoni, ed alquanti barili di polvere.
Al loro arrivo in Cadore queste armi furono accolte con segni festosi di gioja, i cadorini andarono ad incontrare i carri che le portavano, li scortarono come in trionfo, ma erano sempre poche al bisogno, e affatto insufficienti al gran numero d'uomini che correvano volonterosi a difendere le gole dei monti. Così mentre in molte città d'Italia si facevano romorose dimostrazioni, o vane pompe di facili trionfi, in quei monti ignoti o appena noti a gran parte d'Italia quegli animosi montanari si apparecchiavano arditamente alla difesa. Le miniere d'Auronzo fornivano il piombo, le donne preparavano le cartucce e le filaccie, gli uomini si esercitavano al maneggio delle armi.
Tiziano viveva una vita piena d'entusiasmo, ora in soavi colloqui colla adorata fanciulla, ora col fucile in ispalla, attendendo il nemico alla frontiera in difesa della patria. E dopo una notte passata in un bosco per sorvegliare i confini, egli correva sotto al noto balcone ad aspettare il primo raggio di sole. Al crepuscolo si apriva la finestra, e compariva Maria, che gli pareva più bella dell'astro che tingeva di rosa le cime dei monti.
L'amore della patria si animava dell'amore della donna, e si concentrava in una sola aspirazione: far rispettare tutto ciò che l'uomo ha di più sacro sulla terra, il suolo nativo e la famiglia, l'onore della nazione e i tesori del cuore.
E in mezzo a quelle alpi sublimi, nel roccolo di Sant'Alipio, nel nido recondito sospeso sulle roccie di Montericco, nelle ore concesse al riposo del soldato, l'amante s'inebbriava del sorriso della sua fanciulla e la loro gioventù si alimentava di speranze e di voluttà, e Tiziano stringendo la mano di Maria, trovava ancora più stupenda la bella natura che gli stava davanti, e in quella varietà di tinte, d'ombre, di luce, di canti e di profumi trovava più adorabile la sua fidanzata, che gli faceva tutto sentire ed ammirare attraverso il prestigio della passione. Quella stagione del rinnovo gli apparve come uno spettacolo meraviglioso, ed infatti era per lui la primavera della vita, la primavera dell'amore, la primavera della patria, che si associavano alla primavera dell'anno. Il mattino era un incanto di paradiso in quel sito, le tinte rosee del cielo si riflettevano sulle cime dei monti, l'aria leggera ed odorosa echeggiava di mille voci sonore che salutavano il ritorno della luce. A mezzo giorno, tutto era silenzio, pace, e profumi; al tramonto, il cielo le nuvole le alpi parevano di fuoco, e i sospiri del cuore si confondevano colle brezze vespertine.
Quando il dovere chiamava il soldato alle armi durante il giorno, ed alla sera si cambiavano i drappelli che erano stati di guardia, dopo un breve riposo Tiziano correva al roccolo di Sant'Alipio, ove Maria lo aspettava, e passavano delle ore deliziose al chiaro di luna. Le loro parole sommesse, bisbigliate in quella solitudine incantevole, parevano preghiere, ed erano poesie, ignote a chi non ha amato con purezza di sentimento in quei tempi in quei luoghi in quelle circostanze. E quella poesia era la realtà di quella scena e di quei cuori, come le lubriche scene dei vizii cittadini sono la realtà d'altri tempi e d'altri costumi.
Ai primo alito di libertà il paese si sentiva vivere di nuova vita.
Era in tutti un desiderio d'operare pel bene comune, una fratellanza di sentimenti, di voti, di aspirazioni, una curiosità intensa di notizie delle altre parti d'Italia, che recavano sempre nuove sorprese.
All'ora dell'arrivo della diligenza giornaliera una folla di curiosi le si accalcava d'intorno avida di udire le novità e di ricevere le corrispondenze e i giornali, e in tal modo la popolazione di Pieve veniva a conoscere gli avvenimenti che si succedevano continuamente, impreveduti, meravigliosi.