Il roccolo di Sant'Alipio

Part 4

Chapter 43,651 wordsPublic domain

Devo prevenirlo per sua regola e norma, e per avviso ai Cadorini, che S. M. I. R. A., con venerato decreto sovrano, si è graziosamente degnata di proibire tre colori che non gli vanno a sangue, e sono il bianco il rosso ed il verde. Ogni sovrano ha pieno diritto di bandire i colori che gli riescono antipatici, ma temo pur troppo che le nostre povere montagne dovranno andare in prigione come ribelli, perchè in primavera non potranno nascondere la neve, l'erba e le fragole. Qui le donne sono sorde, e portano fiori e nastri coi tre colori proibiti, e faranno benissimo di metterle tutte dentro, e se come si vede, anche gli uomini seguiranno l'esempio, Sua Maestà sarà costretto di far chiudere le porte delle città, e di considerare i suoi sudditi come tanti prigionieri di Stato. In tale previsione vorrei prendere il largo, ma i miei padroni persistono a non lasciarmi partire. Mi hanno detto che jeri sera vi fu un gran baccano al Teatro della Fenice, e venne freneticamente applaudito un coro nel quale si cantava: «la patria tradita.» L'altra sera ad un ballo nominato la _Siciliana_, i facinorosi e male intenzionati hanno gridato Viva Napoli, perchè quel re ha dato la costituzione.

Io non frequento il Teatro, ma assisto ogni domenica alla messa a San Giacomo all'Orio, dove si trova sempre il console del papa, e la gente è tanto fitta che un grano di miglio gettato dall'organo non potrebbe cadere sul pavimento. Credo che se Pio IX venisse a Venezia non avrei da invidiare le feste vedute dal mio povero padre per la venuta di Pio VI, delle quali non si è mai dimenticato in tutta la vita. Ma credo che il nostro imperiale e regio governo non sarebbe troppo contento di questa visita, per cui io non domando altro che di riverirla unitamente a tutti di casa, e mi dichiaro in buona salute, anche per notizia di Maddalena, colla quale le presento la assicurazione d'ogni rispetto del suo devotissimo,

Antonio Larese del fu Taddeo.»

«Reverendissimo Signor Arcidiacono

I venerati decreti di S. M. I. R. A. proibiscono «i discorsi antipolitici» e le riunioni di più persone. E infatti «i facinorosi e male intenzionati» furono causa di nuovi ribaltoni. Il governo fece chiudere varie botteghe e mise in prigione i negozianti che vendevano oggetti coi tre colori ribelli. Guai se un trattore mette nella stessa vetrina delle uova, dei cavoli, e della carne di manzo, questa mostra ostile al governo lo farebbe dichiarare «facinoroso e male intenzionato» e lo condurrebbe direttamente in prigione.

I fedeli poliziotti sono trasformati in imbianchini, e percorrono le vie con un mastello di calce ed un pennello per cancellare le iscrizioni di «Viva Pio IX, viva l'Italia, morte ai tedeschi,» e devono anche lacerare tutte le cartoline collate sui muri, che dicono cose da far drizzare i capelli ai buoni sudditi. Si dice che anche nelle provincie le popolazioni manchino di rispetto ai croati, mandati da qualche giorno in gran numero, per consolare la gente dabbene. A Padova venne chiusa l'Università, dove quei matti di studenti, mostravano la strana pretesa che gl'italiani dovessero essere i soli padroni d'Italia. Non avrei mai creduto di udire simili enormità, che sono severamente punite dalle leggi. Temo che il mondo vada a gambe levate, colle quali ho paura che voglia colpire le parti deretane di certa gente senza giudizio. In questi giorni abbiamo avuto molta pioggia, senza contare quella delle dimostrazioni antipolitiche, ma siccome il lunario annunzia giorni sereni pel secondo quarto della luna, così mi rassegno al fango colla speranza d'un migliore avvenire, il quale le auguro felice, e in piena salute, come Ella mi intende, mentre mi inchino colla solita venerazione; e mille cose alla Maddalena.

Suo obbligatissimo ed affezionatissimo servitore Antonio Larese del fu Taddeo.»

«Reverendissimo Sig. Arcidiacono

Quello che adesso è arrivato me lo aspettava da un pezzo. Sua Maestà il nostro amatissimo sovrano nella sua paterna sollecitudine pei sudditi si è graziosamente degnato di ordinare «il giudizio statario» per tutto il Regno Lombardo-Veneto, ciò che vuol dire che chi non avrà giudizio dovrà subirlo per forza, e il più statario che sarà possibile. Questa veneratissima sovrana patente, abbassata da Vienna, promette d'innalzare alla forca chiunque non pensasse come viene prescritto dall'eccelso supremo governo aulico, il quale ordina i processi sommari, e la immediata esecuzione delle sentenze di morte, senza altri diritti di ricorsi o grazie, imperiali, e in caso d'un equivoco si provvederà un'altra volta, non si ammettono nè giustificazioni nè difese, e chi credesse di aver ragione avrà torto, e sarà impiccato. S. M. I. R. A. nella sua sovrana clemenza si riserva di far cessare tali misure, quando non saranno più necessarie le impiccagioni per la salute e la felicità de' suoi sudditi. Altro non posso aggiungere per ora, e tenendo la testa stretta alle spalle per non lasciar passare la corda del boja di Sua Maestà, non intendo con questo di mancare ai riguardi dovuti all'altissimo funzionario che strangola i cristiani per dovere d'ufficio. E mi auguro di rivedere la Maddalena senza giudizio, il quale quantunque abbia il pregio di essere statario, desidero che sia in ritardo, per quanto è lecito di sperare senza offendere la maestà della legge. Mando a Maddalena i miei saluti, e quattro paja di calze che hanno bisogno d'essere rammendate con giudizio statario, per rimandarmele alla prima occasione unitamente a due camicie, e a dei fazzoletti da naso. E le domando scusa sig. Arcidiacono se le manco di rispetto con questi discorsi anticivili, ma se gli uomini devono vivere senza patria per ordine di Sua Maestà e in obbedienza alle leggi austriache non possono stare senza calze, senza violare le leggi della buona creanza, e con questa le bacio rispettosamente la mano e mi dichiaro

Suo obb. ed oss. servitore Antonio Larese del fu Taddeo.»

«Reverendissimo Sig. Arcidiacono

Evviva la libertà, evviva l'Italia, evviva Pio IX!... Siamo tutti liberi e salvi!... Viva, Viva San Marco! gli austriaci sono partiti, le prigioni sono aperte, Tiziano è in mezzo dei nostri buoni padroni che lo colmano di attenzioni e finezze. Finalmente posso scrivere schietto e netto tutto quello che vedo e che penso, senza tanti raggiri. Il giudizio statario, il boja e la forca hanno colmato la misura e tutto è andato sossopra. I Veneziani indignati di tante sopraffazioni si sono rivoltati in massa, i tedeschi hanno ceduto senza spargimento di sangue, e tutto è finito per sempre. Il popolo ha rotto i cancelli delle prigioni, l'avvocato Manin e il letterato Tommaseo sono stati portati in piazza in trionfo fra gli applausi e gli evviva a San Marco, gridati da ogni parte da una folla immensa. Tiziano si è gettato fra le mie braccia, io lo sentiva, lo stringeva senza vederlo, perchè le lagrime mi offuscavano la vista. La bandiera italiana sventola sulle antenne della piazza, tutti hanno la coccarda tricolore al cappello ed alla bottoniera. — Viva l'Italia — Viva San Marco — questo è il grido che si sente dovunque. Se mio padre fosse ancora al mondo vorrei vederlo a Venezia!... Signor Arcidiacono corra da mia moglie, e la consoli, nostro figlio è libero; e dica a tutti i nostri cari compatriotti che l'Italia è finalmente libera e indipendente, e che gridino tutti in coro — Viva l'Italia — Viva San Marco — Viva Pio IX.

Non so precisamente quando saremo di ritorno ma spero assai presto, e intanto, coi nostri saluti, Tiziano ed io le baciamo le mani con tutto il rispetto. Mille cose a Maddalena, e sono sempre

Suo obb. ed oss. servitore Antonio Larese del fu Taddeo.»

IV.

Il grido di Viva San Marco della prima rivoluzione di Venezia è stato criticato come inopportuno e municipale; ma esso sorgeva spontaneo dalla tradizione storica, dalle memorie domestiche, dalla fede religiosa del popolo veneziano, rinvigorito dall'aspetto dei monumenti, dalla insigne basilica, dalle colonne e dal leone della piazzetta, che ricordavano la repubblica che vantava quattordici secoli d'indipendenza. Dopo la sua caduta, Venezia non aveva veduto che la demagogia e la invasione straniera, il popolo non conosceva altri governi possibili; insorgendo contro l'Austria, Venezia ignorava la rivoluzione di Milano che si compieva nello stesso giorno, non sapeva che cosa avrebbero fatto gli altri paesi, le era impossibile di rappresentarsi istantaneamente il grande concetto della unità italiana. Al colosso che cadeva essa non poteva sostituire un'incognita, un mito futuro; ma vi sostituiva un nome immortale, il governo de' suoi antenati, la cui bandiera aveva dominato i mari, ed era stata onorata non solo dall'Europa, ma dai popoli più lontani.

Non era una sollevazione premeditata che la spingeva alla rivoluzione con piani studiati e preconcetti, era l'indignazione unanime, spontanea d'un popolo mite e civile angariato da odiose vessazioni, umiliato nei sentimenti più delicati della sua dignità, offeso nelle sue più sante memorie, risvegliato dall'esempio di Roma risorta, incoraggiato dalle rivoluzioni di Parigi e di Vienna; era un entusiasmo passionato, un'ebbrezza accompagnata da tutti i lirismi della poesia, da tutte le imprudenze dell'ignoranza. Tutti quei popolani avevano avuto un padre devoto a San Marco come sior Antonio, un nonno come Taddeo, che accanto al focolare domestico, aveva le cento volte rammentato ai nipoti le pompe de' suoi tempi, le feste religiose e civili del governo caduto. E tutti avevano detestato le sevizie dell'Austria, e ritenevano come un insulto gli arresti dei più degni cittadini, l'invasione dei croati, e la bandiera gialla e nera che sventolava sulle antenne che rammentavano le glorie veneziane, di Cipro, Candia, e Morea.

In quei giorni febbrili del primo risorgimento pareva che il leone di bronzo agitasse le ali sulla colonna di granito della piazzetta, e il sole che dardeggiava i suoi raggi in quegli occhi lucenti li faceva brillare d'un fuoco scintillante, che pareva precedere un tremendo ruggito. Al solo guardarlo, il popolo si sentiva trascinato al grido d'entusiasmo di Viva San Marco!...

Manin, liberato improvvisamente dal carcere, non ebbe il tempo di rivestirsi completamente cogli abiti che gli recarono gli amici, e venne trasportato in trionfo sulle spalle del popolo, calzato con uno stivale in un piede ed una pantofola nell'altro. Tommaseo uscito a capo scoperto dovette accettare il berretto d'un popolano. La liberazione di Manin è ricordata da una medaglia che rappresenta questa scena, colla iscrizione: — _Liberato dal popolo il 17 marzo liberatore del popolo il 22 marzo 1848._

Dopo la presa dell'arsenale, e la capitolazione degli austriaci, i nostri due cadorini, lieti della libertà e desiderosi di rivedere le loro montagne, partirono da Venezia.

Usciti dalle vie tumultuose, ove il popolo faceva gazzarra fra gli evviva alla patria indipendenza entrarono in gondola, e solcarono la calma e silenziosa laguna, che sotto un cielo sereno, e davanti a quegli azzurri orizzonti non pareva destinata alle orribili scene di fuoco e di sangue che dovevano consacrare la sua libertà. A Mestre rividero la Nina la quale appena riconosciuti i padroni li salutò con allegri nitriti, ben felice di lasciare la stalla chiusa per ritornare ai freschi pascoli delle Alpi. Trovarono Treviso nell'esultanza, costituito in governo provvisorio coi suoi bravi ministri, delle finanze, delle pubbliche costruzioni, dell'istruzione e del culto, e perfino col dicastero della guerra e diplomazia, al quale non mancavano altro che gli ambasciatori e i soldati. Rividero con gioja l'ampio letto del Piave, che dietro la corrente delle sue limpide acque portava l'aria fresca del Cadore. Si arrestarono per riposarsi alquanto a Conegliano, ove Tiziano contemplava estatico il ridente panorama dei colli sormontati dai ruderi delle torri medioevali, in fianco al tempio greco di casa Gera, stupendo prospetto che si sostituiva davanti i suoi sguardi alle tetre mura del carcere; e finalmente sulla sera attraversarono Ceneda, e giunsero a Serravalle ove passarono la notte. Al mattino seguente si alzarono per tempo, la Nina riposata e nutrita largamente di biada si mostrava ben disposta d'intraprendere col consueto vigore le salite faticose dei monti. Uscivano dalla stretta gola di Serravalle quando il sole nascente indorava i tabernacoli di Sant'Augusta scaglionati sulla montagna, mentre la valle opposta appariva ancora confusa nell'ombra. La brezza mattutina increspava le acque dei laghetti, e agitava le canne palustri, che mandavano quel lieve bisbiglio che trascina la fantasia a pensieri vaganti nell'infinito, e dispone lo spirito ad una dolce malinconia.

Giunti al lago morto scesero di timonella per rendere meno penosa l'ardua salita alla povera bestia che ansava, e la seguirono a piedi, silenziosi. Tanto il padre che il figlio erano invasi da molteplici pensieri, che le emozioni varie, i tumulti e gli entusiasmi dei giorni trascorsi avevano assopiti, ma che rigermogliavano rigogliosi nel silenzio e nella pace di quelle solitudini montane. Alle amarezze del passato remoto, alle soddisfazioni del presente, succedevano le incertezze dell'avvenire. In tempi di rivoluzione la vita è una continua vicenda di burrasche interrotte da brevi bonaccie. Non si è usciti felicemente da un pericolo che già minacciano nuove peripezie. — Quale sarà l'avvenire?... Sior Antonio vedeva torbido, e temeva rappresaglie e vendette austriache. Egli si rammentava le parole del Consigliere imperiale, che l'Austria non cederebbe mai i suoi domini in Italia, e che sarebbe sempre sostenuta dalla Confederazione germanica, che trovava utile di fissare i suoi confini in casa degli altri. E gli si affacciavano alla mente tutte le difficoltà d'una guerra nazionale, contro potenze sostenute da eserciti regolari, e munite d'armi e materiali che mancavano intieramente all'Italia. E il suo primo entusiasmo per la libertà si attutiva davanti ai nuovi pericoli che sovrastavano al paese, egli vedeva la vita di suo figlio esposta ai rischi d'una probabile difesa della patria, le proprietà violate e manomesse dalla guerra, le famiglie angariate, le seghe minacciate di saccheggi, gli operai dispersi, gli affari incagliati da disordini e disastri.

Tiziano invece sognava placidamente le dolcezze dell'amore e della pace domestica, nella indipendenza, e nella libertà. Egli s'immaginava finito per sempre il dominio straniero, e incominciata per la patria una nuova êra, piena di dignità, di felicità, di ricchezze. E Maria stava in cima de' suoi pensieri, come l'angelo sorridente della nuova fortuna, la meta di tutte le sue aspirazioni, il supremo compenso delle sue pene, delle sue fatiche, la consolazione della sua vita.

Ciascuno guarda l'avvenire colla propria lente, ma l'avvenire nessuno lo vede, e la lente non fa che riprodurre quello che si trova nel cervello del riguardante, cioè le speranze e i sogni della gioventù, o il senno dell'esperienza nell'età più matura.

Così divagando colla fantasia fra mille cose diverse e confuse, costeggiando i monti franosi di Fadalto, i nostri viaggiatori senza quasi avvedersene giunsero a Santa Croce ove si arrestarono per rinfrescare la Nina, e far colazione. Dopo un conveniente riposo risalirono nel loro veicolo e proseguirono la strada in fianco al lago che si stende fino ai colli d'Alpago, alle falde del bosco Cansiglio. Attraversato il Piave a Capodiponte si avviarono verso Longarone, ove fecero un'altra sosta, prima di riprendere la strada per Castellavazzo, e sempre in riva della Piave, e in fianco d'alte montagne raggiunsero il paesello di Termine, ed entrarono finalmente in Cadore.

Perarolo è l'emporio generale del legname cadorino, e presenta il carattere speciale di questa regione alpina, che mostra tutta la sua ricchezza forestale nelle taglie ammonticchiate davanti le chiuse che sbarrano il fiume torrente, e con voce locale si chiamano _cidoli_. Quando si apre il _cidolo_ le taglie scendono pel torrente ed entrando nei canali artificiali vanno ad alimentare le centotrentadue seghe che sorgono sul Piave da Perarolo a Longarone, e che forniscono in media dai tre ai quattro milioni d'assi all'anno, le quali legate a fasci con cavicchie di faggio, e gettate in acqua, in una specie di bacino di carenaggio, vanno a formare circa 3200 zattere, che galleggiando sul fiume e sulle lagune giungono a Venezia dove vengono spedite ai magazzini della penisola, o caricate sui bastimenti partono per la Sicilia, le Isole Jonie, la Grecia, Malta, Alessandria d'Egitto e di colà sul dorso dei cammelli entrano talora fino nel centro dell'Africa.

A Perarolo molti zatteri, segatini, e menadàs vedendo sior Antonio con suo figlio si fecero loro incontro, plaudendo clamorosamente alla liberazione di Tiziano, e in breve tempo la timonella fu circondata da amici, da conoscenti e da curiosi che udite le novelle di Venezia corsero a propagarle nel paese, e a spiegare le bandiere tricolori che erano già pronte nelle case.

Fu non piccola difficoltà liberarsi da quella folla che seguiva i reduci fino sulla strada detta la cavallera, che sale sul monte in zig-zag con arditissime curve.

Finalmente giunti al sommo della salita, vennero salutati da un ultimo applauso, e da un ultimo addio, ed entrarono nel bosco che domina la valle di Caralte appiè di altissimi monti, sul margine d'un profondo burrone, dal quale si ode il cupo mormorìo della Piave che batte le sue onde spumanti nelle pareti di macigno della sua base. Quando ebbero percorso il lungo tratto di via che attraversa i boschi, e s'interna nei prati, e giunsero a quel punto dove la strada esce all'aperto, Tiziano scorgendo Montericco e i ruderi dell'antico castello, sentì che il cuore gli batteva precipitoso, e guardando a quei gruppi d'alberi che gli nascondevano il nido diletto, provava quella beatitudine, che è così bene espressa sui volto ascetico dei santi, che in un'estasi soave travedono il paradiso, nei dipinti dei pittori insigni delle vecchie scuole italiane.

Sul tramonto del sole passavano per Tai, e sull'imbrunire entrarono in Piave, e poterono raggiungere la loro dimora senz'essere veduti da nessuno. Non ebbero nemmeno bisogno di picchiare alla porta. Fido, riconosciuto da lontano il passo della Nina, s'era messo ad abbajare, e saltando all'uscio con indizi evidenti d'impazienza e di gioja domandava che si corresse ad aprire. Bortolo, che dopo l'arresto di Tiziano aveva veduto il cane costantemente malinconico, accovacciato in un angolo della cucina o della stalla, vedendolo colle orecchie tese stare in ascolto e poco dopo saltare in piedi, balzare verso la corte abbajando e agitando la coda, comprese subito ciò che voleva dire la buona bestia, e corse ad aprire. Poco dopo, la timonella coi viaggiatori, entrava nel cortile, e Fido vi saltava dentro, prima che avessero il tempo di discendere, e con dimostrazioni di letizia convulse e rumorose accarezzava i padroni, poi correva tutto intorno alla corte con allegri abbajamenti, come per avvertire quelli di casa, e tutto il vicinato del felice avvenimento, e non finiva più di manifestare in varie forme le ripetute prove della sua immensa contentezza. Intanto la Betta era accorsa col fanale acceso, seguita dalla padrona che s'era gettata nelle braccia del figlio.

I baci, le carezze, le domande e le risposte durarono un bel pezzo mentre che Bortolo conduceva in stalla la Nina, la stropicciava affettuosamente, le lavava gli occhi e la bocca, le apparecchiava un buon letto di paglia, e finalmente tutti entrarono in casa. Era bello trovarsi ancora riuniti intorno a quel santo focolare, da ove erano stati rapiti e divisi dalla violenza di stranieri dominatori che non avevano altro diritto che quello della forza. Era una grande consolazione sedere a quella mensa di famiglia, ove da padre in figlio s'erano succedute parecchie generazioni di galantuomini, che prima di dormire in pace nella tomba, avevano trasmesso nei figli dei loro figli il loro tipo caratteristico, le loro abitudini, la lingua e le storie del paese, gli affetti e le memorie domestiche. E quella sera la cena fu lunga, e i racconti infiniti. Maddalena non poteva saziarsi di contemplare suo figlio, lo trovava patito, sofferente, voleva conoscere i suoi dolori, dividere le ansie della prigione e i pericoli del processo ascoltando il suo racconto, e godeva di udire dalla voce del marito la collera dei Veneziani contro i tedeschi, la loro concordia nel manifestarsi malcontenti e decisi di finirla, l'entusiasmo del popolo, lo sgomento delle truppe, l'audacia fortunata di Manin all'arsenale, la sua fermezza e la sua autorità, quando imponeva a tutti l'ordine, la concordia, la disciplina; e si esaltava ella stessa, quando Tiziano esclamava:

— Ah se il nonno Taddeo avesse udito nuovamente quelle grida di — Viva San Marco! — che avevano risuonato alle sue orecchie al tempo della repubblica!... se avesse assistito all'imbarco dei tedeschi, mentre la bandiera italiana sventolava sulle antenne della piazza!...

La Betta ascoltava in silenzio, rideva e piangeva, Bortolo interrogava, voleva che gli spiegassero minutamente ogni cosa, s'inteneriva o si accendeva di sdegno secondo le impressioni ricevute, e così passarono una gran parte della notte, e non si decisero di andare a letto che quando cascavano tutti dal sonno, e che mancava l'olio alla fiorentina.

Sior Antonio ritornato nella sua camera dopo la lunga assenza, faceva gli elogi della bontà dei padroni, che lo avevano ospitato e consolato con tanta cordialità, descriveva alla Maddalena il lusso del palazzo, le diceva che aveva dormito in un letto da principe, sotto un baldacchino di damasco... poi mettendosi in testa il berretto da notte conchiudeva:

— Dopo tutto questo non vi sono stanze reali, nè letti sontuosi dove si stia meglio della nostra camera, e del nostro letto, e stirandosi le stanche membra sotto la vecchia coperta di lana, si addormentava profondamente.

Il giorno appresso essendosi già sparsa per tutto il Cadore la notizia della partenza delle truppe austriache di Venezia e dalle provincie, e del ritorno dei Larese, la loro dimora fu invasa dai parenti, dagli amici, dai conoscenti, e dai curiosi, avidi di abbracciare i reduci, e di udire le novelle della rivoluzione.

L'Arcidiacono accorse fra i primi a congratularsi con Tiziano per la sua liberazione, ed a ringraziare sior Antonio delle sue lettere. E più tardi si vide comparire anche il Consigliere imperiale con tanto di coccarda italiana sulla bottoniera, col viso atteggiato ad uno sberleffo che voleva essere un sorriso di compiacenza, ma che malgrado lo sforzo non riusciva all'intento. Fra le visite più gradite Tiziano potè abbracciare strettamente il suo caro Isidoro Lorenzi che gli portava i saluti di Maria, e veniva ad invitarlo a passare tutto l'indomani al roccolo di Sant'Alipio.

Tiziano non si fece pregare, e di buon mattino attraversò il bosco dei larici, ed entrò in quel delizioso romitaggio la cui lontananza lo aveva fatto soffrire più di tutto nei carcere di Venezia.