Il roccolo di Sant'Alipio

Part 21

Chapter 213,748 wordsPublic domain

— Questo non basta!... soggiunse Maria, non vedi che egli conserva un pregiudizio ingiusto, che è necessario distruggere. Non è vero niente affatto che i cadorini abbiano in odio i tedeschi. Essi non vogliono stranieri per padroni di casa, ma sono amici di tutti gli stranieri che vengono a visitarci senza queste pretese; sieno russi, inglesi, francesi o tedeschi. Quando eravamo nemici ci siamo battuti coraggiosamente per difendere il nostro territorio, ma adesso tutto è dimenticato, e noi intendiamo che tutti i popoli sieno fratelli. D'altronde bisogna provargli che i cadorini non sono ingrati, e che l'ospitalità del Cadore non è superata da nessun paese del mondo!...

— Hai ragione, disse Tiziano, gli scrivo subito che vado ad attenderlo a Schluderbach, per condurlo in Cadore, ove sarà accolto da tutti come un amico.

E dopo d'avergli scritto, andò inteso col padre perchè si apparecchiasse la più bella camera della casa in onore dell'ospite, non essendo possibile di alloggiarlo nell'angusta dimora del roccolo, ove per altro intendeva imbandirgli un banchetto.

Sior Antonio si stimò ben contento dell'occasione che gli si offriva di poter mostrare la sua gratitudine verso l'uomo al quale era debitore della vita dei figlio, e non è necessario di dire quanto Maddalena fosse lieta di questa congiuntura per unire le sue materne dimostrazioni a quelle del marito.

Al giorno fissato Tiziano partì col domestico che era succeduto a Bortolo, trascinati dalla povera Nina divenuta vecchia, ma ancora salda in gambe, e si fece accompagnare fino ad Auronzo, da dove li rimandò a casa, deciso di attraversare a piedi il bosco di Sommadida, e di provvedere a Schluderbach un altro mezzo di trasporto.

Il bosco di Sommadida è un magnifico dono che la Comunità del Cadore fece alla repubblica di San Marco nel 1463, e quindi questa foresta appartiene allo Stato. Dalla valle del torrente Ansiei sale fino alla sommità dei monti, e corre in lunghezza circa tre miglia. È il più bel bosco del Cadore. Gli abeti grossissimi svelti e diritti si alzano a straordinarie altezze e somministrano agli arsenali le più grandi antenne per le navi.

Facendo questo presente alla repubblica, la Comunità scriveva al Doge Cristoforo Moro: «Se guardiamo alla vostra celsitudine, il dono che il popolo cadorino spontaneo vi offerisce, è piccolissimo: tuttavia osa sperare che esso sarà in tutti i tempi avvenire un solenne testimonio dell'affetto, della fede, e della divozione, che il donatore ha verso la repubblica potentissima, che l'ha preso nella sua tutela. Accettatelo, ve ne preghiamo, con lieto animo; il vostro gradimento varrà a confermarci nella fede che vi giurammo, sì noi che i nostri figli, e nepoti saremo in ogni tempo i più acerrimi difensori vostri.» E i generosi cadorini tennero parola da padre in figlio, tenendo sempre sacra la volontà dei loro antenati.

L'aspetto pittoresco di questo bosco arresta continuamente i passi del viandante, e lo sforza a contemplare ed ammirare lungamente la stupenda varietà, e il maestoso sviluppo de' suoi prospetti. L'ampia valle s'allarga e si serra, si eleva e si sprofonda con diverse vicende, e gli abeti salendo dalle malghe ove pascolano gli armenti si distendono sulle alture che ricoprono di cupa verdura, e s'innalzano colle punte accuminate fino alle nude roccie, strisciate di neve, e tagliate a perpendicolo.

La strada tortuosa, ora attraversa il bosco passando fra gli alberi giganti, ora serpeggia in mezzo a verdi pascoli, ove gli alberi fanno corona alle falde dei monti, e seguendone le curve ricoprono i clivi lontani come se chiudessero ogni uscita. Il profondo silenzio che regna in quelle regioni solitarie non è rotto che dal frastuono delle acque cadenti negli abissi, dal fischio degli uccelli di rapina, dal muggito delle mandre, o dal rumore del vento fra i rami degli alberi. Qualche pastore sdraiato sull'erba saluta il viandante che passa, mentre gli animali alzano la testa per osservarlo.

Dopo lunghi raggiri fra montagne boscose si esce in un altipiano, ove il lago di Mesurina riflette nelle sue onde tranquille gli abeti che lo circondano, sormontati da nude roccie, abitate dai camosci.

Nel fondo si vede una capanna isolata sulle rive del lago. È l'osteria delle Alpi, ove si vende vino, pane, e carne di cavallo affumicata. Colà Tiziano ritrovò Giacomo Croda, che teneva ancora l'osteria, e faceva da guida ai viaggiatori. Dopo d'aver servito la patria nella difesa del Cadore e nell'assedio di Venezia egli aveva sposato la Giovannina, una buona ragazza d'Auronzo, piccoletta come la capanna, ma piena di vivacità e di buon senso, che sa far l'interesse del negozio, senza mai disgustare i viandanti. Oramai è conosciuta da tutti gli alpinisti che visitano quelle solitarie regioni, ai quali essa crede di parlare in tutte le lingue d'Europa, perchè sopprimendo la grammatica alla lingua italiana cerca d'imitare l'accento degli stranieri, e si aiuta con una mimica ingegnosa e intesa da tutti. I _touristes_ siedono davanti il balcone d'una stanza che prospetta il lago. Allora la Giovannina offre vino bianco o vino nero a loro scelta. Generalmente si domanda il migliore. Essa porta subito il bianco che non è bevibile, si prova anche il nero che è peggiore, e si pagano tutti due, col pane per giunta, più duro dei macigni. Allora per avere una memoria di quel sito pittoresco, si compera un corno di camoscio, e questo è quanto può offrire di meglio la Giovannina, a merito di suo marito, che è il primo cacciatore di camosci della contrada.

Tiziano s'intrattenne alquanto col suo antico compagno delle guerre d'indipendenza, e seduti fuori della capanna rammentarono con piacere le vicende del passato, e i corsi pericoli. Giacomo gli mostrò con orgoglio le sue carabine, gli raccontò i suoi tiri portentosi, e i casi strani di quelle caccie sui precipizii, e davvero era un bel tipo alpino, coi suoi scarponi ferrati, colla penna di falco sul cappello acuminato, la cintura di pelle, e la pipa corta, col bocchino che gli usciva dalle tasche della giacchetta di fustagno verde.

Avvicinandosi la sera, Tiziano strinse fortemente la mano di Giacomo, salutò cortesemente la Giovannina e continuò la sua strada.

Usciti dalla valle di Misurina il bosco si fa sempre più denso, e le gole dei monti si restringono. Venuta la notte Tiziano affrettava il passo, perchè quella tetra solitudine gli pesava sul cuore. Ma la strada è assai lunga, e sempre boscosa, e gli alberi impediscono di veder da lontano, per cui riesce ancora più noiosa, e sembra interminabile.

Cammina cammina, in quel buio e fra quegli alberi, la monotonia pesa e la notte fa scambiare in fantasmi quei tronchi infranti dagli uragani, coi rami irti che alzano le braccia come disperati. Mille forme fantastiche, attristanti, minacciose vi attendono immobili, e pare che vi seguano quando siete passati, e si va avanti stanchi ed oppressi, per mancanza d'uno spazio aperto, e privi della luce che abbellisce ogni cosa.

Per cui è un bel momento, quando in quella solitudine profonda ed uggiosa, si presenta improvvisamente a diritta del viandante un lungo fabbriceto con tutti i balconi illuminati da splendida luce e si vede nell'interno un mondo di gente che sta mangiando allegramente intorno a tavole ben servite da ragazze che vanno e vengono sollecite ed affrettate, e si ode il suono dei piatti e dei bicchieri, e si sentono le esalazioni d'una cucina appetitosa.

Ancora pochi passi e Tiziano passava dallo squallore notturno d'una foresta a tutti gli agi della vita sociale.

Eccolo giunto finalmente a Schluderbach davanti il Gasthaus, Monte Cristallo, un grande _Chalet_ con vaste dipendenze, ed un'annessa succursale dirimpetto, ove non è sempre facile trovar alloggio, tanta n'è l'affluenza dei viaggiatori, specialmente tedeschi, che frequentano quel sito alpino, collocato nel centro d'interessanti escursioni.

Primo rappresentante della civiltà si presentò davanti a Tiziano uno storpio che domandava la elemosina sulla porta dell'albergo. Nell'atrio stavano esposti in vendita dei bei lavoretti d'intaglio in legno che si eseguiscono a Brunen, e che, ben distribuiti in vetrine e rischiarati da lampade a petrolio, formano una mostra permanente delle industrie locali.

La porta a diritta in fondo dell'atrio si apre sulla sala da pranzo che era quasi completa. Tuttavia Tiziano trovò un posto vuoto, sedette, guardò d'intorno, non vide il capitano, e chiestone conto alla padrona seppe che non era ancora arrivato. — Verrà certo domani, pensò, e intanto si fece portare da cena, e mangiò con grande appetito dopo quella lunga e faticosa passeggiata, e poi andò a coricarsi.

Alla mattina assai per tempo era in piedi e visitava i dintorni.

Lo Schluderbach non ha altre case che l'albergo, il quale sorge sulla strada d'Alemagna, ad un'ora da Toblac, nella valle di Landro, a 1440 metri sul livello del mare, e in prospetto del monte Cristallo.

Il sito fresco e romito vi attira in estate molta gente, ed al mattino per tempo si vedono numerose famiglie, uomini donne e bambini che escono dall'albergo, muniti dell'alpenstok, e si dirigono pei vari sentieri montuosi che salgono in mezzo ai boschi, e vanno in traccia d'aria ossigenata e di salute.

È un recesso tranquillo, piuttosto malinconico, molto opportuno al riposo di chi è costretto di vivere tutto l'anno nel tumulto delle città popolose, fra gli affari e le passioni d'una vita agitata. La valle angusta, ma d'un bel verde perenne, mantenuto da irrigazioni, è sparsa di mandre che vanno al pascolo facendo suonare i loro campanacci appesi al collo, e mandando lunghi muggiti che echeggiano nel silenzio. Il fondo è chiuso da alte montagne ricoperte da bruni coniferi colle cime aguzze, e che finiscono con nude roccie nevose, dalle quali scendono le valanghe, che, passate attraverso i boschi, vanno ad accumulare nella valle gl'infranti macigni.

A piccola distanza del prato sparisce anche la vista dell'albergo, non resta più nessun indizio dei luoghi abitati, nessun rumore della vita sociale, nessun frastuono d'industria, nessuna traccia d'agricoltura, non si odono che le voci gravi e solenni d'una natura selvaggia, nella pace profonda d'una completa solitudine.

Tiziano si aggirava intorno ai sentieri di Waldruhe che dominano la strada maestra quando il rumore d'una vettura accompagnato dai sonagli dei cavalli e dalle schioccate della frusta attirarono la sua attenzione. La vettura si arrestò davanti all'albergo, ed egli vide uscire dallo sportello il capitano Kasper Kraus, il quale aiutò a discendere una signora e due ragazzi, che accolti alla porta dai padroni accorsi entrarono nel Gasthaus.

Tiziano discese subito all'albergo e si gettò nelle braccia del suo liberatore, il quale alla sua volta lo strinse al seno, come un vecchio amico, gli presentò sua moglie e i suoi figli, e tutti uniti s'indirizzarono alla sala da pranzo per far colazione.

Caduta Venezia nel quarantanove, il capitano Kasper Kraus aveva ottenuta la pensione ed aveva sposato la sua Maria, invocata non invano quando giaceva ferito sotto la tettoia, al passo della morte. La signora era una bionda pallidetta, dagli occhi cerulei, non troppo grande, ma di forme ben tornite. Olga, la figlia maggiore, e Frantz, il secondogenito, rassomigliavano perfettamente alla madre.

Tiziano, interrogato col più vivo interesse su tutto quello che riguardava la salvatrice del capitano, parlò con affetto della sua Maria e dei loro tre figli, e la signora tedesca mostrò vivo desiderio di conoscerla e d'abbracciarla, riconoscendo d'esserle debitrice della sua felicità.

Tiziano rinnovando al capitano l'invito di recarsi in Cadore lo assicurò che lo aspettavano degli amici, tanto più cordiali quanto erano stati nemici implacabili, ed aggiunse che la sua bella famiglia accresceva interesse e simpatia a quella gita.

Accettò di buon animo la proposta, e trovata una vettura partirono per Cortina d'Ampezzo, e di colà percorsero lentamente la strada che fu scena delle prime lotte fra tedeschi ed italiani in Oltrechiusa. Attraversarono i paesi pittoreschi che sorgono alle falde delle montagne sulle rive del Boite, San Vito, Borea, Vodo, Vinigo, Venàs, scendendo spesso di carrozza, e facendo a piedi dei lunghi tratti di strada per veder meglio i siti più interessanti, ed osservare attentamente le località rese famose dalla guerra. Il capitano approvava i lavori eseguiti per la difesa, rendeva giustizia al coraggio ed al patriottismo dei cadorini.

La signora si fermava estatica ad ammirare quelle vallate, così tranquille e pastorali in tempo di pace, e si fermava davanti a quei boschi di larici e d'abeti, cresciuti rigogliosi fra i crepacci, e sotto quelle roccie smisurate che sovrapiombano sulla strada.

Tiziano le additava a diritta il Pelmo nevoso, a sinistra le faceva osservare l'immenso Antelao, squallido, nudo, minaccioso, e le raccontava dei paesi intieri sepolti sotto le sue frane, e l'amore degli abitanti per quei siti pericolosi che li spinge costantemente a rialzare le nuove capanne sulle rovine che hanno sotterrato le dimore dei loro parenti. Questo spiega la natura tenace dell'alpigiano, e il coraggio che dimostra nella difesa del suo territorio.

Olga, timidetta, si teneva stretta alla madre, e pareva che quella natura selvaggia e gigantesca le mettesse paura. Invece Frantz saliva sulle erte pendici, e andava erborizzando con grande attenzione fra i dirupi. Sua madre disse a Tiziano che il fanciullo era appassionato per lo studio della botanica, e sarebbe divenuto un solerte cultore delle scienze naturali. Allora Tiziano cercava di assisterlo e di secondarlo nelle ricerche, e mentre la signora e sua figlia siedevano sopra un masso contemplando col cannocchiale il paesaggio, Tiziano, il Capitano e Frantz penetravano nei boschi, esploravano il terreno, e s'arrampicavano sulle cime.

E così raccolsero una bella messe di fiori fra i quali primeggiava il pallido Edelweiss, quel bel fiore d'argento che in tedesco significa bianco-nobile, e che i botanici vedendo non si sa come un piede di leone in quelle forme graziose non si peritarono di chiamarlo Leontopodio (_Gnaphalium leontopodium_).

Così viaggio facendo le reciproche relazioni si resero sempre più intime, e Tiziano, che era buon padre ed amava i giovani, era lieto di secondare i gusti del ragazzo, di scoprire delle piante rare pel suo erbario e di offrire dei fiori alla fanciulla. E si mostrava dolente di non conoscere la lingua tedesca, e pensava che anche questa ignoranza era un effetto del rancore che divideva i due popoli, rendendo odioso agli italiani il linguaggio dei loro dominatori, e pensò alla necessità di far imparare il tedesco ai suoi figli.

Così divagando per diversi motivi passarono da Valle al tramonto del sole, ed era già buio quando attraversarono Tai, dirigendosi alla volta di Pieve, ove giunsero a notte inoltrata.

XX.

Le due Marie si baciarono in volto e divennero amiche, come se si fossero conosciute da lungo tempo; e infatti le loro anime s'erano già intese da lontano attraverso un filo arcano che congiungeva i loro cuori col legame della gratitudine.

L'italiana rivide con piacere il tedesco la cui felicità domestica la compensava del bene che gli aveva fatto, e del beneficio ricevuto colla liberazione di Tiziano, il quale alla sua volta era debitore delle sue gioie domestiche alla generosità del nemico.

Sior Antonio e sua moglie manifestarono alla famiglia del Capitano la espansiva riconoscenza dei loro cuori onesti e soddisfatti, ed esercitarono quell'ospitalità franca e spontanea, che senza cerimonie nè affettazioni considera l'ospite come un membro della famiglia stessa e lo ammette alla comune intimità.

I figli delle due famiglie non potevano parlarsi fra loro, perchè non sapevano che la propria lingua, ma si guardavano con simpatia, si sorridevano, si facevano dei segni, e passeggiavano insieme, tenendosi per mano.

Tiziano e Maria apparecchiarono un lauto banchetto sotto gli alberi del roccolo di Sant'Alipio, ove vollero fare gli onori di casa agli ospiti, prima della loro partenza. Alloggiati in casa di Sior Antonio non avevano ancora veduto quel romitaggio, e furono sorpresi del suo aspetto strano, pittoresco, selvaggio, ed incantevole. Passarono l'intiera giornata in quella solitudine, contemplando estatici quei monti, quelle valli, quel torrente, quei boschi, ascoltando con religioso raccoglimento le armonie della natura che rompono di tratto in tratto quel solenne silenzio.

E udirono, parte da Maria, e parte da Tiziano, la storia di quel nido delle Alpi, semplice storia d'una famiglia ignota e modesta, eppure così varia per gli affetti, le speranze, le sorprese, i dolori, le gioie; così piena di casi luttuosi e di giorni felici, di ansietà, di amori, di congiure e d'eroismo, e finalmente di feste nuziali, di serene e liete feste domestiche.

E mentre i genitori raccolti nel nido di Montericco si comunicavano le loro impressioni, rammentavano i momenti terribili della guerra, e le supreme felicità del ritorno e della pace, i figliuoli s'erano recati tutti insieme in cima al castello, per vedere da quella sommità lo spettacolo della valle del Piave. E incominciavano a intendersi abbastanza bene. Isidoro guidava sui dirupi la bionda Olga, ammirando quei morbidi capelli d'oro lucente, e penetrando collo sguardo in quegli occhi cerulei e profondi come un lago. Frantz seguiva Adria sui ruderi dei muraglioni caduti, e divagavano intorno alle rovine in cerca di piante alpine. Il giovane tedesco le faceva osservare con attenzione la struttura dei fiori, le indicava la vaghezza dei colori, le grazie dei frastagli, la varietà delle forme e raccoltone un bel mazzo ne faceva un presente alla sua compagna. Essa si mostrava assai lieta del dono, distaccava il fiore più bello del mazzo e lo offriva al giovane con uno sguardo soave e significante che diceva chiaramente — conservate questo ricordo. — Egli tirava fuori tranquillamente il portafogli, vi riponeva il fiore con ogni cura, e scriveva sul foglietto la data di quel giorno, il luogo nel quale lo aveva ricevuto, e il nome della donatrice. Poi faceva vedere alla fanciulla lo scritto, ed essa approvava coi cenni del capo guardandolo fisso in modo da farlo impallidire. Il piccolo Taddeo correva dietro alle farfalle, completamente dimenticato dai fratelli e dai loro amici; malgrado le raccomandazioni della mamma che li aveva ammoniti di tenerselo vicino, perchè non cadesse in pericoli.

Il pranzo imbandito sotto gli alberi del roccolo fu lieto, ma non loquace, perchè la vicina partenza aveva già steso un velo di mestizia in tutti i convitati. Gli sguardi si incontravano malinconici, pareva che gli occhi raccogliessero avidamente le immagini degli amici per stamparli nei loro cuori con indelebile impronta.

In fine di tavola si fecero dei brindisi cordiali alla reciproca felicità nella vita domestica, all'Italia, all'Austria, non più nemiche ma sorelle.

Così la pace sottoscritta dai Sovrani venne sancita da due famiglie, che rappresentavano le due nazioni.

E come ebbe fine quel banchetto potrebbe anche aver fine questo libro, se a qualche benevolo lettore, che ci ha accompagnato fino a questo punto, non restasse il desiderio di conoscere la fine dei nostri personaggi pei quali ha voluto prendere un qualche interesse.

Nella supposizione di così cortese curiosità siamo costretti di andare avanti ancora per qualche pagina.

Il capitano Kasper Kraus colla sua famiglia partì dal Cadore assai soddisfatto dell'ospitalità ricevuta, convinto che le guerre di conquista sono barbarie contro natura, che ogni popolo ha diritto di vivere in libertà entro ai suoi confini naturali, che gli odii fra le varie nazioni non sono altro che un effetto delle insanie degli uomini, e della politica. Che l'interesse delle famiglie è l'interesse degli Stati, che la casa è il vero perno della nazione, che ogni singolo individuo deve cooperare col suo lavoro alla concordia ed alla felicità del genere umano.

I figli del Capitano sono partiti col desiderio di imparare l'italiano, e i figli di Tiziano dichiararono di voler imparare il tedesco. Ciascheduno pensava ad un viaggio nella nazione vicina, colla speranza di rivedere gli amici, ai quali sentiva il bisogno di manifestare chiaramente i propri pensieri.

Tre anni dopo quel banchetto, Isidoro entrava nell'esercito per pagare il suo tributo alla patria, e poco dopo entrava in Roma divenuta capitale dei regno.

Ritornato nel Veneto ebbe la fortuna di assistere all'inaugurazione della statua di Calvi a Noale, e a quella di Manin a Venezia, e di vedere l'imperatore d'Austria che venne a far visita al re d'Italia. Tutti avvenimenti memorabili, che consolidarono la fondazione del regno, colla più viva soddisfazione di tutti gl'italiani.

Poi avendo ottenuto il suo congedo ritornò in patria, e prese parte come semplice cittadino all'inaugurazione del ricordo eretto a Pieve all'eroico condottiero del Cadore: — _A Pietro Fortunato Calvi e ai prodi combattendo con lui per la patria indipendenza nel 1848._

Il piccolo monumento, concepito con opportuno disegno, ed eseguito con egregio lavoro, rappresenta una piramide di pietre di Castellavazzo che porta nel centro un medaglione in marmo di Carrara col busto di Calvi, sovraposto ad un trofeo d'armi, di falci, di lancie, di scuri, eseguite in bronzo, intrecciate di corone di quercia, di alloro, e d'olivo, col motto: _Più che l'armi valsero concordia costanza fede._

Il tempo implacabile ha esatto la sua imposta umana. Hanno pagato il tributo la Betta e la nonna di Venezia. Bortolo e la Gigia chiusero gli occhi alle loro cure, e adesso invecchiano alla lor volta, continuando a vivere discretamente colla fabbrica di paste dolci. La Gigia trova il mondo meno bello di quando era giovane, dice che gli uomini sono meno amabili, e brontola sovente sugl'inevitabili disinganni dell'esistenza. Bortolo cerca di consolarla colla riflessione che non tutte le ciambelle riescono col buco.

Michele, ritirato in Cadore, soddisfatto dell'ottenuta indipendenza italiana, ha rinunziato ad ogni genere di conquiste, costretto a camminare col bastone in conseguenza delle ferite riportate nelle varie battaglie della sua vita, e si consola col vino di Conegliano delle perdite sofferte e del vigore smarrito.

E a coloro che si sorprendono che non sia diventato generale, egli risponde additando Tiziano che ebbe due volte rotta la testa per l'indipendenza, e non è nemmeno cavaliere.

In compenso di qualche inevitabile dimenticanza governativa il Consigliere imperiale è divenuto Commendatore, e mostra a tutti coloro che gli fanno visita il ritratto del re d'Italia, che occupa il primo posto nel suo studio fra i vari principi della famiglia reale. I ritratti dell'imperator d'Austria, degli arciduchi e feld marescialli li ha nuovamente rilegati in soffitta; ma non li ha distrutti, perchè sono belle incisioni, e poi non si sa mai!... I repubblicani li riceve in un gabinetto speciale ove si trova il ritratto di Garibaldi.

Il conte Ermolao Steno è divenuto Senatore del Regno, e per mostrarsi sempre imparziale, e alieno da ogni partito, non va mai a Roma, limitandosi alla modesta soddisfazione di mettere il titolo nei viglietti di visita.

Isidoro ha sposato una bella ragazza cadorina, e i suoi genitori gli hanno ceduto il roccolo di Sant'Alipio, tanto opportuno alla luna di miele. Così il nido di Montericco ha ancora i suoi colombi che tubano l'eterna canzone d'amore, davanti l'eterna bellezza della natura.

Tiziano e Maria cogli altri due figli sono andati ad abitare in casa Lareze, ove la famiglia ha ripreso l'antico sistema.

Tiziano ha assunto la piena direzione degli affari, Maria ha preso il posto di Maddalena, che vive tranquilla dopo d'aver ceduto alla nuora l'azienda domestica.