Il roccolo di Sant'Alipio

Part 2

Chapter 23,715 wordsPublic domain

Maddalena desiderando che Bortolo eseguisse sull'istante la commissione, gli andava facendo dei segnali che egli non intendeva, pareva diventato scemo, e poi un gendarme lo teneva d'occhio e non avrebbe lasciato uscire nessuno.

Trovarono degli scritti inconcludenti, delle lettere d'amici, delle note, delle memorie, che posero sotto sigillo, e quando ebbero finito di mettere la casa sottosopra senza costrutto, e si credeva che se ne andassero, il commissario dichiarò che il signor Tiziano doveva seguirlo.

— Io rispondo di mio figlio — disse sior Antonio — domani mattina andremo insieme dal signor Commissario distrettuale che mi conosce da un pezzo e....

— I miei ordini sono precisi — soggiunse il commissario di polizia — io devo arrestare il signor Tiziano Larese, e condurlo in ufficio....

— Lo conducete in prigione!... — esclamò Maddalena disperata — mio figlio è un galantuomo, e non ha fatto mai torto a nessuno.

Sior Antonio incominciava ad incrociare le ciglia, ed era cattivo segno. Tiziano prevedendo una fiera burrasca volle evitarla, e disse con calma:

— Non vi affannate, non vi date pensiero, nessuna ragione può valere contro la forza. Il diritto, la giustizia non possono opporsi con parole alla violenza, io seguirò il signor Commissario protestando che cedo perchè sono il più debole, che il governo commette un'ingiustizia.... e voi sapete quello che dovete fare.... — e così dicendo fissò in volto sua madre e le fece un segno d'intelligenza.

Poi prese il cappello e il tabarro, e seguì i gendarmi e il loro capo, ed usciti dalla porta ne trovò altri due che aspettavano davanti l'uscio, ed altri due che giravano intorno la casa, e tutti uniti si avviarono all'ufficio, camminando in silenzio sulla neve.

Erano poco lontani quando la povera Maddalena tutta in lagrime, comunicò a suo marito il desiderio del figlio:

— Basta che non sia troppo tardi!... egli esclamò, ma in ogni caso bisogna tentare.... e chiamato Bortolo lo ammonì come dovesse con immense precauzioni avvicinarsi alla casa di sior Iseppo, procurando di non essere veduto da nessuno, chiamare Michele, avvertirlo dell'arresto di Tiziano, e metterlo in guardia sulla sua sorte.

Bortolo partì, prese una scorciatoja, osservò attentamente se qualcuno si avvicinasse, e potè essere introdotto in casa senza essere veduto.

Il giovane, sorpreso, non perdette tempo; seguì il messo senza fraporre alcun indugio, e si allontanarono chetamente dalla casa per un viottolo nascosto fra stretti muri, e non erano ancora molto lontani, quando la luce d'un fanale che si avanzava, riflesso ad intervalli dalle baionette, li avvertì che una pattuglia si avviava verso la casa dalla quale erano usciti in tempo. Si nascosero nel vano d'una porta, e poterono osservare, senz'essere veduti, il commissario e i sei gendarmi che picchiavano all'uscio.

— Oh i birboni! esclamò Bortolo, li riconosco, sono quelli stessi di poco fa!...

Le pedate sulla neve avrebbero potuto tradire il loro nascondiglio, dovettero dunque allontanarsi e raggiungere la strada principale, ove la neve era già pesta, e dietro l'angolo d'una casa stettero ad attendere il ritorno della spedizione. Ma la visita fu assai più lunga della prima. Sospettando che Michele fosse nascosto rovistarono la casa dalla cantina fino al tetto.

Intanto Michele s'informava da Bortolo di tutti i particolari dell'arresto, e così venne a sapere che doveva la sua salvezza all'amico, e in parte anche al caso fortunato che in quel momento non si trovassero in Pieve che sei gendarmi, ciò che rendeva impossibile di fare due arresti nello stesso tempo. Anzi non ce n'erano che quattro, gli altri due erano giunti da Ceneda la sera stessa, insieme al commissario mandato apposta da Venezia per arrestare i due giovani.

Quando la triste falange uscì dalla casa colle mani vuote, assai malcontenta della impresa fallita, si fermò alquanto sulla via a consigliarsi, poi uno dei gendarmi allontanandosi dai compagni andò ad appiattarsi dietro un angolo del muro mentre gli altri ritornavano mogi mogi al loro quartiere. Era evidente che colui che stava nascosto aspettava il ritorno di Michele, nella supposizione che non fosse ancora rientrato in casa, per arrestarlo sulla porta prima che fosse avvertito dai parenti di mettersi in sicuro.

Era necessario di prendere una decisione, e di procurarsi i mezzi di salvezza, ma ciò non riusciva tanto facile in un piccolo paese, e in una notte d'inverno e colla neve.

Dopo varie considerazioni Michele non seppe trovare migliore espediente che di ritirarsi con Bortolo in casa dell'amico, come in luogo oramai sicuro, per prendere gli opportuni concerti con sior Antonio, su ciò che fosse da farsi; e camminando con infinite precauzioni per non essere scoperti si raggirarono per vie remote, penetrarono in un orto confinante colla casa Larese, ove entrando per le adiacenze, senza far rumore, comparvero improvvisamente in mezzo alla famiglia, immersa nella desolazione per la recente sventura.

Furono tutti sorpresi di veder Michele, e trovarono imprudente la sua venuta, ma egli non tardò ad assicurarli che non si correva nessun pericolo, e che i gendarmi non sarebbero venuti due volte in una notte. Allora incominciarono le spiegazioni fra lui e sior Antonio; il quale gli chiese con vivo interesse:

— Che cosa avete fatto per essere arrestati?

— Niente.... niente di male. Qualche scherzo ai croati....

— Via, parlate schietto.... nell'interesse di Tiziano.... per apparecchiare la sua difesa bisogna sapere di che cosa può essere incolpato....

— Frivolezze.... declamazioni.... brindisi.... che so io!...

— Ma che brindisi avete fatti?

— Dopo la laurea abbiamo invitato a pranzo gli amici.... siamo stati allegri come potete immaginare.... abbiamo bevuto alla salute d'Italia.... abbiamo gridato Viva Pio IX!... Viva Gioberti!... Viva Guerrazzi!... Viva Mazzini!...

— Ah disgraziati che cosa avete mai fatto!... ne avete per vent'anni di Spielberg!... quel povero Silvio Pellico ne ha fatto assai meno di voi!...

— I tempi sono cambiati. Pio IX ha aperta l'era della libertà... noi tutti vogliamo l'indipendenza... vostro padre, il povero nonno Taddeo, ci diceva sempre che il dominio straniero è una vergogna per l'Italia.... e voi avete sempre pensato egualmente....

— È vero.... ma bisogna agire con prudenza.... ci vogliono fatti e non ciarle, mio caro, per liberare l'Italia.... voi siete stati imprudenti.... avete congiurato....

— Potete essere sicuro che non abbiamo carte compromettenti, che non si troveranno argomenti per fondare un processo.... la nostra congiura sta dentro di noi, nell'unanimità dei nostri voti, nella fermezza del nostro volere.... nella coscienza del nostro diritto.... nel nostro onore!... Noi non siamo più una setta, nè una legione.... ma siamo un popolo di fratelli.... vogliamo essere padroni in casa nostra.... non vogliamo più stranieri in Italia.... non abbiamo più paura nè delle prigioni, nè dei patiboli, nè delle baionette.... moriremo tutti.... o saremo liberi!...

Sior Antonio dimenava la testa, stringeva le labbra, mormorava delle parole incomprensibili, una lotta interna lo agitava, egli si era sempre mostrato ottimo patriotta, ma davanti all'arresto di suo figlio le sue idee si confondevano, il dolore soperchiava ogni altro sentimento; suo figlio in mano dell'Austria, gli faceva rammentare i processi di stato, le vittime sagrificate, e fremeva di sdegno, di diffidenza, di paura. Maddalena non intendeva ragioni, essa pensava a suo figlio, e si disperava di vederlo caduto in mano dei barbari, la Betta piangeva, Bortolo aveva il viso sconvolto dalle varie e successive emozioni di quella notte, e dava ragione a tutti contraddicendosi senza avvedersene: quando Michele annunziava la volontà degli italiani, egli alzava i pugni minacciosi, quando sior Antonio accusava i giovani di imprudenza egli assentiva coi segni del capo; piangeva e minacciava, ora sembrava spaventato dalla sorte del suo padroncino, ora mostrava di non temere tutte le forze dell'Austria, e pareva che le dichiarasse una guerra d'esterminio.

Dopo una lunga discussione, senza poter concordarsi sopra un piano da seguire, sior Antonio pensando che la sorte di Michele non era ancora decisa, gli chiese:

— E voi che cosa pensate di fare?

— Bisogna che me ne vada.... egli rispose, meglio uccello di bosco che uccello di gabbia.... ma sono qui senza vesti, senza denaro, e nell'impossibilità di rientrare.... perchè un sacripante mi aspetta per prendermi al collo.... mi aspetterà un bel pezzo quel minchione!... se volesse prendere in cambio mio zio!... sono gli orsi che si devono mettere in gabbia!...

Sior Antonio non lo ascoltava che distrattamente, stette alquanto pensieroso, poi ordinò a Bortolo di dar l'avena alla Nina, e di tenerla pronta a partire, e condusse Michele nello scrittoio, ove tenne con lui una conferenza assennata e senza testimoni, per fissare il modo di sottrarre dagli artigli tedeschi colui che poteva ancora sperare di mettersi in salvo; e sulle misure da prendersi per giovare a Tiziano che colto per sorpresa non aveva potuto provvedere alla sua libertà.

Michele ricevette da sior Antonio del denaro, del quale gli rilasciò ricevuta, e Maddalena lo fornì di biancheria e d'altri oggetti indispensabili, che vennero collocati in un piccolo sacco da viaggio, e dopo di aver ringraziati con parole cordiali quei buoni amici, augurò loro che non avessero a soffrire lungamente per la detenzione di Tiziano, pel quale li assicurava che non ci potevano essere motivi fondati per procedere; e prima dell'alba, uscito da quella casa con ogni precauzione, entrava in un sentiero nascosto fra i boschi, e andava a riuscire sulla strada maestra, a qualche distanza dal paese, ove Bortolo doveva subito raggiungerlo colla timonella tirata dalla Nina.

Sior Antonio rientrato in cucina procurò di calmare sua moglie che continuava a piangere dirottamente, e le disse:

— Bisogna aver coraggio, e non abbandonarsi ad una sterile disperazione. Le lagrime non possono servirci a nulla. Adesso invece dobbiamo occuparci seriamente del nostro Tiziano. Appena giorno io andrò dal commissario per vedere che cosa pensa di fare, poi ho l'intenzione di far una visita al consigliere, per aver qualche consiglio utile, da un uomo esperto in queste faccende. E tu non lasciarti vedere troppo accorata dalla gente; e questo per due motivi: prima di tutto si farebbe torto a Tiziano, lasciandolo credere colpevole, poi sembrerebbe che la nostra famiglia conosciuta pei suoi antichi sentimenti di patriottismo, fosse disperata alla prima prova, e scoraggiata alla prima sventura. Animo dunque, chiudiamo l'amarezza nell'anima, e mostriamoci forti nella sventura.

E preso il cappello se ne andò prima di tutto da Sior Iseppo per avvertirlo dei provvedimenti presi riguardo a suo nipote, e sulle misure fissate d'accordo con lui per facilitargli la fuga.

Trovò il vecchio ancora indignato contro i tedeschi che si erano permessi di rompergli il sonno, come se non avessero potuto arrestare suo nipote senza disturbarlo.

Sior Antonio gli rese conto di quanto aveva fatto per Michele, facendogli sperare di poter fra breve ricevere sue notizie da un luogo sicuro. Sior Iseppo alzando la destra, fece un rapido movimento che pareva volesse significare: — che il diavolo se lo porti in malora! — e continuò a lamentarsi che gli avevano sconvolta la casa per cercarlo e che in fine dei conti un po' di prigione non gli avrebbe fatto male per insegnargli l'economia, la disciplina e la quiete. — Uhm! uhum! mormorava sior Iseppo, teste calde!... gioventù senza giudizio!... — Tuttavia volle regolare i conti e restituire a sior Antonio il denaro sborsato, ma lamentandosi continuamente dei disturbi, delle spese, dei sacrifizi ai quali si trovava esposto per le scapataggini di quel matto di suo nipote.

II.

Intanto che Michele prendeva la strada di Auronzo per cercare un rifugio in casa d'un amico, Tiziano partiva per Venezia accompagnato dal commissario che era venuto ad arrestarlo e scortato da due gendarmi a cavallo, che trottavano in fianco della vettura; e quando sior Antonio si recò alla mattina dal commissario distrettuale per aver notizie dell'arrestato, questi era già partito da un pezzo.

Il povero padre sorpreso a tale annunzio protestava vivamente, voleva seguire subito suo figlio, ma il commissario lo consigliò a starsene in casa tranquillo, assicurandolo che se non era colpevole sarebbe rimandato in famiglia fra pochi giorni, e lo esortava a confidare intieramente nella clemenza del paterno regime di Sua Maestà Imperiale Reale ed Apostolica, la quale non voleva altro che la felicità de' suoi sudditi. Il padre desolato non rispondeva per non aggravare la condizione del figlio, ma frenava a stento la sua indignazione e i suoi sospetti, avendo udito a narrare tante volte i processi del vent'uno, le condanne a morte ed all'ergastolo, le lunghe prigionie dello Spielberg ove degli uomini onesti che non volevano altro che l'indipendenza della patria, erano stati trattati peggio dei ladri e degli assassini, e fremeva pensando a suo figlio caduto in quelle mani spietate. Però dovette fingersi fidente e rassegnato e ritornarsene a casa a riferire il risultato della sua visita.

Intanto la notizia dell'arresto s'era diffusa nel paese, tutti ne parlavano con sdegnosa sorpresa, in piazza si formavano dei capannelli di persone ove taluno raccontava il fatto alla sua maniera agli uditori indignati. I quattro gendarmi che erano rimasti a Pieve andavano in giro a due a due, sospettosi e guardinghi, vedendo che la gente li guardava con disprezzo, e quasi in aria di sfida.

Un amico di Tiziano corse a dar relazione del fatto al roccolo di Sant'Alipio, fece piangere Maria e dovette consolarla colle solite speranze, mentre suo padre Isidoro, maledicendo l'odiato aquilotto bicipite salì nella sua camera e si mise in tutta fretta a bruciare varie carte.

Sior Antonio rientrato in casa trovò sua moglie malata, assalita da convulsioni, impaziente di aver notizie del figlio, amareggiata di non riceverne, e vari amici di famiglia che lo assalirono di pressanti domande; chi voleva sapere se la tal carta era stata sequestrata, se la tal lettera era stata distrutta in tempo, e chi voleva conoscere i particolari della perquisizione, e chi la fuga di Michele. Dopo di aver soddisfatto alla meno peggio ai desideri di ciascheduno, sior Antonio si ritirò nello scrittoio, e scrisse una lunga lettera ai suoi padroni raccomandando il figlio e chiedendo consigli.

Più tardi gli venne in mente di fare una visita ad un I. R. consigliere di Tribunale posto in quiescenza col titolo di consigliere imperiale, che viveva in Pieve in grand'auge presso tutte le autorità governative, come uomo influente pei suoi rapporti nelle alte sfere, e di raccomandarsi alla sua protezione, pregandolo di volerlo indirizzare sulla condotta da tenersi per far risaltare l'innocenza dell'arrestato.

Il consigliere imperiale era un personaggio grave e compassato che nel lungo servizio austriaco aveva acquistata quella rigidezza tedesca, che rende gli uomini duri, e tutti d'un pezzo. Egli aveva una fede illimitata nella potenza assoluta della monarchia austriaca, non ignorando però che era detestata dai cadorini, amici della libertà, e insofferenti del giogo tedesco.

Sior Antonio venne fatto entrare dalla governante nello studio, ove gli si affacciò subito allo sguardo un grande ritratto di S. M. I. R. A. Ferdinando I per la grazia di Dio Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria, di Boemia, di Lombardia e Venezia, con dieci o dodici righe di titoli che finivano col gran Voivoda del voivodato di Serbia, e i soliti ecc., ecc. Sulle altre pareti della stanza pendevano gli arciduchi e marescialli, come in corteggio del sovrano, sotto al quale siedeva in poltrona il consigliere imperiale, davanti lo scrittoio, come un magistrato in funzione, col volto raso, e cravatta bianca. Egli accolse l'introdotto, col solito sussiego, accompagnato da un sorriso d'indulgente benevolenza, e se lo fece sedere dirimpetto.

Sior Antonio gli raccontò in poche parole la sua disgrazia, con quei commenti, che la sua naturale ingenuità gli faceva trovare opportuni, e lo pregò di volerlo proteggere e consigliare, in questa grave e dolorosa contingenza.

Il consigliere imperiale ascoltò impassibile ogni cosa, senza che un minimo movimento del volto annunziasse le sue impressioni, e quando l'altro ebbe finito egli incominciò col deplorare la insania di coloro che senza armi nè aiuti si mettevano in testa di voler obbligar l'Austria a cedere i suoi dominii italiani, che erano considerati come frontiera indispensabile alla sicurezza della Germania. E fabbricando un edifizio di argomenti perentorii su questa base, veniva alla conclusione finale che l'Italia deve rassegnarsi in eterno ad essere governata dai tedeschi, e che era una vera pazzia lo scaldarsi la testa con idee sovversive che non potevano condurre che alla galera ed alla forca. È facile immaginare come riuscissero confortanti all'animo afflitto del povero padre, quegli argomenti così lampanti delle idee del magistrato, che dimostravano con tanta evidenza la protezione che si poteva sperare da lui, tuttavia l'affetto paterno è così grande che mentre l'istinto naturale lo spingeva a prenderlo per il collo e a gettarlo dalla finestra, il desiderio di giovare a suo figlio lo tenne inchiodato sulla seggiola e lo forzò a mostrarsi pacifico e rassegnato, giustificando come meglio poteva quella strana monomania di certi giovani esaltati, che si permettevano di pensare che l'Italia potesse avere il diritto di comandare in casa propria, e di non volere stranieri!.... Idee stravaganti ed assurde, certamente, ma che bisognava condonare alla gioventù senza esperienza, esaltata dagli atti inconsulti del nuovo pontefice Pio IX, il quale aveva commesse le imprudenze di benedire l'Italia, di richiamare in patria gli esuli e di liberare i condannati al carcere che il suo predecessore aveva trovati colpevoli di amare la loro madre.... la patria.... l'Italia!

Il consigliere imperiale alzava le spalle in segno di pietà ed osservava che la vera patria dei veneti e dei lombardi non era evidentemente che l'impero d'Austria, riconosciuto da tutte le potenze che riconoscevano parimenti il Napoletano, le Romagne, la Toscana, il Piemonte, ma nessuno conosceva l'Italia; un nome antico, che aveva un valore storico, ma che in politica non contava che come uno zero!...

Tali osservazioni punsero acutamente la probità naturale del buon cadorino, nato e cresciuto col senso retto del giusto e del vero indipendente dalle assurdità dei trattati, e non potè a meno di soggiungere:

— Mi pare che sia il paese e non il governo che fa la patria.... il Cadore è in Italia, e noi siamo italiani, malgrado il governo austriaco, i piemontesi, i toscani, i romagnoli, e i napoletani, sono tutti italiani al pari di noi!... nessuno può distruggere quello che ha fatto la natura!...

— Queste sono le idee sovversive, coltivate dalla vostra famiglia, e per le quali vostro figlio è in prigione. Ecco il frutto delle aspirazioni illegali, che espongono gl'incauti ai giusti rigori del governo, obbligato di tutelare i propri diritti e l'ordine pubblico. Il governo austriaco non vorrà mai cedere davanti le idee rivoltose di pochi agitatori....

— Veramente il fermento generale dimostrerebbe che gli agitatori non sono pochi, rispose sior Antonio, il paese è assai malcontento.... il governo non deve spingere l'irritazione agli eccessi con atti di rigore.... si ricordi signor consigliere che in Cadore c'è della gente risoluta, che non ha paura di nessuno, e non è prudente turbare la pace delle famiglie con violenze inesplicabili....

Il consigliere imperiale sapeva benissimo che i Cadorini erano tutti liberali e nemici del governo, s'avvide d'essere un po' trascorso coi discorsi, temette di compromettersi col paese, e come impiegato in quiescenza non voleva incorrere in pericoli e in disgrazie da nessuna parte. «Non si sa mai!» egli pensava fra sè, anche una passeggiera rivolta potrebbe costar cara ai troppo zelanti difensori dell'Austria la quale sarebbe sicura di reprimere ogni insurrezione, ma non potrebbe salvare le prime vittime del furore popolare. Era dunque miglior partito non scoprirsi intieramente, e cambiar tuono per vivere in pace, e senza pensieri, e modificando a poco a poco le sue espressioni, egli procurò di persuadere sior Antonio che parlava per vero interesse del paese, perchè giudicava che le imprudenze erano sempre dannose. Ciascheduno poteva pensare a suo modo senza esporsi a pagare per tutti. Del resto egli era animato dalle migliori intenzioni, sempre disposto a giovare al suo paese, e ai suoi cari compatriotti, e finì la sua seconda cicalata, in contraddizione colla prima, offrendo i suoi buoni uffici presso qualche persona autorevole per vedere se fosse possibile di mitigare la sorte del prigioniero, e per giovargli davanti le autorità superiori.

Dopo d'aver discusso sul modo di agire, venne deciso di aspettare una risposta alla lettera scritta a Venezia, per appigliarsi ad un partito:

— E intanto siate prudenti!... raccomandava il consigliere dal quale sior Antonio prendeva congedo, siate prudenti, che il paese stia tranquillo!... che ognuno attenda ai fatti suoi!... questo lo dico nel vostro interesse.... ve lo raccomando per l'interesse di vostro figlio!

Costretto di aspettare i consigli dei padroni, sior Antonio riprese tristamente le sue occupazioni, ma quando si recò alla sega per visitare i lavori e dare degli ordini, trovò i segatini, i menadàs e i zatteri fortemente indignati per il caso avvenuto, come se il governo avesse colpito un loro figliuolo, e volevano ad ogni costo recarsi a Pieve per reclamare il prigioniero. I zatteri alzavano le loro scuri in atto minaccioso, i menadàs agitavano le stanghe armate dall'_anghier_ a due punte, i segatini mostravano il coltello, e tutti gridavano: vendetta.

Ci volle molta prudenza ed abilità per persuaderli che avrebbero aggravata la condizione di Tiziano con una dimostrazione tumultuosa che non poteva avere altro risultato che di fare nuove vittime, che conveniva aspettare un momento più opportuno per ottenere giustizia, e che per ora era necessario di astenersi da ogni atto imprudente ed intempestivo.

Frattanto Bortolo era ritornato colla Nina portando le prime notizie del fuggitivo, che era giunto felicemente in Auronzo. Per via non avevano incontrate persone sospette. Stavano sempre attenti guardando da ogni parte se vedessero spuntare l'elmetto dei gendarmi o se qualcuno li seguiva, o veniva ad incontrarli.

Prima di giungere in Auronzo si separarono, Michele volle entrare nel paese a piedi pei sentieri e i viottoli nascosti dietro le case mentre il suo compagno di viaggio riprendeva la strada di Pieve. Bortolo non sapeva altro, e tutto contento della sua impresa felicemente riuscita, fregava la Nina con due manate di paglia, e vedendola sfinita inzaccherata fino al ventre, e bagnata di sudore, procurava di consolarla con delle buone parole:

— Povera Nina, le diceva, ti darò una buona porzione di avena e crusca, e sarai contenta, e potrai riposarti al caldo.... e quella brutta gente non avrà il gusto di chiapparlo il nostro amico.... noi lo abbiamo salvato. Avessimo potuto salvare anche il nostro padrone!... mah! povero Tiziano.... Povero Tiziano!...

Fido accovacciato in un angolo della stalla stava ascoltando i discorsi del giovane, e avendo udito il nome del suo padrone assente, alzava gli occhi malinconici, e mandava un guaito doloroso.

Michele aveva un amico in Auronzo, nella cui casa poteva starsene al sicuro, apparecchiando la sua fuga in modo da farla riuscire, mentre la polizia lo cercava da ogni parte, e ne mandava i contrassegni al confine.