Part 19
E infatti mentre Michele sperava di migliorare le sue condizioni nell'esiglio, colle rendite della sua sostanza, ne rimase dolorosamente deluso. L'Austria non si contentava d'invadere l'Italia e di soggiogarla, e di mettere in prigione i buoni patriotti, essa spingeva la perfidia fino a perseguitarli nei paesi indipendenti dal suo dominio, e colpendo di sequestro i beni degli emigrati, mostrava al mondo tutta la raffinatezza della sua tirannide. Michele vedendo che i vari Stati d'Europa lasciavano correre senza opposizione simili eccessi di violenza, si rassegnò come gli altri ad attendere dalla suprema giustizia dei popoli indignati, la riforma dei Governi, affrettando con ogni forza l'avvenimento della libertà, per emancipare il genere umano dal giogo del dispotismo.
Intanto gli anni passavano, e Maria metteva alla luce una bambina alla quale venne posto il nome di Adria, in memoria e in venerazione di Venezia, e venti mesi dopo le nasceva il terzo bambino che veniva nominato Taddeo per ricordare il bisnonno di venerata memoria.
Il Cadore era in apparenza tranquillo, ma un fermento sotterraneo minava il dominio straniero, e mandava qualche lampo foriero dell'uragano.
In quel torno il Consigliere imperiale fece un viaggio misterioso a Venezia, e a Pieve si bisbigliava che fosse stato chiamato dal Governo per avere degli schiarimenti intorno a certe macchinazioni sulle quali correvano dei sospetti, e che si volevano reprimere con qualche esemplare espiazione.
Un costante pericolo pendeva in tal modo sul roccolo di Sant'Alipio, mentre quella famiglia viveva in pace. I bimbi crescevano sani e robusti, e i vagiti dell'ultimo neonato aggiunti agli strilli de' suoi fratellini riempivano l'aria di quei segnali di vita ripullulante che potrebbe chiamarsi la primavera della famiglia.
Maria appena uscita dal puerperio portava il nuovo bimbo all'aria aperta, seguita dalla piccola Adria, e da Isidoro che aveva quattro anni, e Tiziano guardava con compiacenza la sua bella famigliuola che veniva su con tutto il rigoglio di quelle vigorose popolazioni delle Alpi.
Ma ecco nuove apprensioni che ritornano ad intorbidare quella serena esistenza.
Calvi era partito da Torino dirigendosi verso il Cadore colla sua idea fissa di suscitare l'insurrezione delle montagne, e colla fiducia d'essere secondato da tutta Italia. Tiziano che faceva parte del Comitato nazionale segreto ne ricevette l'annunzio coll'ordine di apparecchiare l'insurrezione.
Michele gli scrisse in pari tempo, disapprovando il movimento intempestivo, e così gettò l'incertezza nell'animo di colui che aveva bisogno di tutta la sua energia per secondarlo. E quantunque Tiziano volesse conservare il più rigoroso segreto sugli avvenimenti che si apparecchiavano, pure le insolite assenze, l'espressione stessa del volto che tradiva l'ansietà di serie preoccupazioni, non sfuggirono allo sguardo perspicace di Maria, avvezza a leggere i più reconditi pensieri sulla fisonomia del marito.
Una sera mentre i bimbi dormivano, essa si precipitò piangendo nelle braccia di lui, mostrandogli il più vivo rammarico pei misteriosi raggiri che egli cercava di nasconderle, e supplicandolo in nome di quelle care creature a volerle svelare la verità; lo assicurava che sarebbe più forte a sopportare qualunque pericolo piuttosto di vedersi tormentata con sospettose paure che la rendevano infelice, le toglievano il sonno, ed alteravano il latte col quale doveva nutrire il suo bimbo.
Procurò d'acquietarla con ogni possibile persuasione, resistette lungo tempo alle sue affettuose sollecitazioni, ma non le fu possibile di perseverare nelle negative davanti le lagrime, i singhiozzi di quella desolata, che avrebbe fatto pietà ai cuori più duri; e facendole giurare il silenzio sulla vita stessa dei figli, le confidò il segreto, annunziandole che Calvi era già in viaggio per entrare in Cadore, ch'egli sarebbe partito il giorno seguente per andare ad incontrarlo con Giacomo Croda, che le armi e gli uomini erano pronti per la sollevazione generale.
Quale notte dovette passare quella povera donna, condannata a rimaner sola coi suoi tre bambini, mentre il marito esponeva nuovamente la vita per la libertà!...
E quale doloroso distacco al mattino della partenza!...
Giacomo Croda era giunto al roccolo di tutta notte, e prima del levare del sole si misero in viaggio.
Passarono due giorni pieni di tristezza e d'ansietà, ed al mattino del terzo giorno giunse a Pieve un giornale che annunziava la cattura di Calvi coi suoi complici.
A tale notizia la povera donna perdette i sensi, e cadde sul pavimento come morta. Il medico chiamato in fretta ebbe molta difficoltà a richiamarla in vita. Sior Antonio, invaso egli pure dallo spavento, non era in caso di consolarla; Maddalena col bambino in braccio correva per la casa come demente, e non aveva più lagrime: tutta la casa era in subbuglio.
Si capiva a prima vista che sarebbero tutti mandati al patibolo; e si attendevano notizie coll'ansia della febbre. Il giornale del giorno seguente, annunziava che gli arrestati messi in ferri, e sotto buona scorta, erano stati condotti a Trento e poi tradotti al Castello di Mantova.
Maria cadde gravemente malata, perdette il latte, e fu necessario di trovare una balia pel piccolo Taddeo. Sior Antonio pareva pazzo furioso, e invece di cercare dei conforti per la moglie e la nuora, come aveva sempre fatto in tutte le altre occasioni, aggravava i loro affanni, e cresceva il loro spavento accennando a tutte le torture alle quali la crudeltà austriaca assoggettava i prigionieri di stato.
La Betta non abbandonava mai il letto di Maria, Maddalena curava i bambini, sior Antonio girava tutto il giorno in cerca di notizie, passava la sera al roccolo, e non rientrava in casa che assai tardi.
Una notte, mentre stava spogliandosi per coricarsi udì picchiare fortemente all'uscio di casa. Bortolo che era andato a letto da qualche tempo russava come un mantice. Le percosse alla porta si rinnovarono con tenace insistenza. Sior Antonio aperse la finestra, e messa fuori la testa domandò:
— Chi è che batte alla porta?... che cosa volete a quest'ora?...
— Zitto.... aprimi... sono io... — gli rispose Tiziano.
Invece di correre ad aprire sior Antonio sentì mancarsi le gambe, gli prese un capogiro, e credette di essere colpito d'apoplessia. Credeva suo figlio nel carcere di Mantova, e udiva la sua voce alla porta di casa!... la sorpresa improvvisa gli paralizzava le forze. La gioia è più pericolosa del dolore. Tiziano al colmo dell'impazienza batteva i piedi, alzava le mani, ma suo padre non compariva mai ad aprirgli la porta, non potendo riaversi da quello smarrimento nervoso. Finalmente, quando a Dio piacque, giunse a trascinarsi giù dalle scale, aperse l'uscio con mano tremante, e gettandosi nelle braccia del figlio gli disse:
— Portami dentro perchè non posso reggermi in piedi.
Tiziano lo sostenne, chiuse l'uscio, e trascinandolo davanti una panca lo aiutò a sedere, gli fece animo, e gli chiese notizie di Maria, dei suoi bambini, di sua madre e lo consigliò a calmarsi da quella pericolosa agitazione.
— Siamo tutti ammalati! — gli rispose sior Antonio.... — meno i bambini che non capiscono i nostri terrori.... ma tu parla.... dimmi, come sei qui.... come hai fatto a fuggire da quel maledetto castello di Mantova?...
— Fuggire?... non ho avuto bisogno di fuggire.... io non sono stato arrestato....
— Come?... non ti hanno arrestato con Calvi?...
— Ma no!... Calvi non lo abbiamo nemmeno veduto.... ci mancavano ancora poche ore per giungere al sito fissato pel nostro incontro, quando essendo entrati in un osteria per rifocillarci abbiamo udito raccontare il suo arresto. Abbiamo fatto come se l'affare non ci riguardasse nè punto nè poco, e dopo esserci riposati alquanto fingendo di continuare la via, abbiamo fatto una giravolta, ricalcando i nostri passi, e siamo tornati indietro tranquillamente, e grazie al cielo senza cattivi incontri.
— E perchè non avete mandato subito le vostre notizie?...
— Oh bella!... come si fa in cima i monti a trovare il modo di mandar notizie?... Rientrati in Cadore ci siamo divisi. Giacomo Croda ha preso la strada d'Auronzo, io sono qui, per non spaventare Maria con un'apparizione notturna.
Allora sior Antonio rimesso in gambe apparecchiò da cena al figliuolo, lo lasciò mangiare in quiete, poi a poco a poco gli annunziò la malattia di sua moglie, prodotta certamente dallo spavento.
Tiziano voleva correre subito al roccolo, ma il padre lo trattenne, mostrandogli i gravi pericoli di quell'imprudenza, e lo persuase a non lasciarsi vedere se prima egli non avesse apparecchiato Maria al suo ritorno, la sua comparsa improvvisa potendo riuscire fatale.
Andarono dunque a letto, e alla mattina per tempo sior Antonio si recò al roccolo, dicendo che aveva ricevuto buonissime notizie da Tiziano, che stava benissimo, non era mai stato arrestato, e sarebbe di ritorno in giornata, dimostrò chiaramente che i loro timori erano stati precipitosi e mal fondati, e d'accordo con sua moglie predisposero con tanta avvedutezza la povera malata, che il ritorno del marito invece di riuscirle funesto, fu il farmaco più propizio a migliorare il suo stato, e le rese più facile il ristabilimento in salute.
Quando Tiziano entrò nella stanza e corse al letto della moglie, essa se lo strinse al seno inondandolo di lagrime, e volle che la suocera andasse a prendere tutti i bambini e li conducesse al babbo, che non rifiniva di dar baci e di riceverne, prendendosi in braccio il piccolo Taddeo che gli veniva portato dalla balia, sostenendo sui ginocchi Adria che succhiava un zuccherino, e tenendo per mano Isidoro che gli stava davanti in piedi sorridente, mentre la nonna gli accarezzava la testa; sior Antonio confuso dalla contentezza, adombrato da sospetti, sbalordito dalla sorpresa, aveva il volto talmente scomposto da tante impressioni successive ed opposte che pareva un morto uscito dalla sepoltura.
Venuto il medico a fare la sua visita trovò Maria in uno stato d'eccitazione violenta che era necessario di far cessare. Consigliò tutti a ritirarsi, a lasciarla tranquilla, ordinò dei calmanti, e promise che tolta la causa prima del male, non avrebbero tardato a scomparire anche gli effetti, ma ci voleva prudenza, tranquillità assoluta di spirito, e completo riposo.
Intanto si andavano facendo degli arresti in vari siti del Cadore, e bisognava tenere la notizia scrupolosamente nascosta a Maria, che agitata da nuovi timori e da nuove ansietà, sarebbe ricaduta gravemente ammalata. Ma Tiziano e sior Antonio non vivevano senza apprensioni, e discutevano nascostamente che cosa fosse da farsi. Il padre propendeva per la fuga, promettendogli che avrebbe persuaso Maria a questa prudente precauzione, ben preferibile ad una lunga prigionia, e a quegli eterni processi di stato, che finivano sempre con spietate condanne. Accomodandosi le faccende, egli sarebbe ritornato, o dovendo prolungare l'esiglio, sua moglie e i bambini lo avrebbero raggiunto. Ma Tiziano amava troppo il Cadore, e quei monti ove era nato, aveva passata l'infanzia, aveva fatto il suo nido, l'idea dell'esiglio lo attristava profondamente, e non poteva decidersi a questo passo senza un'evidente minaccia di pericolo. Egli sperava nell'ignoranza della polizia austriaca che non riusciva mai a colpire i capi delle congiure, che quando le cadevano nelle mani per imprudenza. Sperava nell'isolamento del suo romitaggio che lo nascondeva agli occhi delle autorità sospettose, e contava sulla prudenza che guidava le sue azioni, essendo sicuro che nessun nome, nessuna carta compromettente erano usciti dalle sue mani, che tutti ignoravano la sua partenza ed il suo ritorno, e quindi si decise di attendere, dimostrando a suo padre che una fuga lo avrebbe compromesso assai più d'una cauta aspettativa, e promise di stare in guardia, e di ritirarsi in tempo se il pericolo si facesse imminente.
E infatti in quei momenti l'Austria non poteva contare nemmeno sui segreti d'ufficio, quell'aborrito governo non poteva conservare fedeli gli impiegati subalterni che servivano per necessità, non avendo altri mezzi di sussistenza, ma che si sentivano italiani, e cercavano di giovare ai loro fratelli, avvertendoli in tempo d'ogni pericolo. Così fu deciso di attendere con oculatezza, apparecchiando tutti i mezzi più sicuri per la fuga, senza precipitarla.
Intanto Maria cominciò ad alzarsi dal letto, e a scendere all'aperto, e il vigore della gioventù, l'aria elastica, e specialmente il cuore contento la guarirono in breve da ogni sofferenza.
Il roccolo di Sant'Alipio riprese le sue pacifiche abitudini, ma le notizie che giungevano dal processo di Mantova facevano l'effetto d'una nuvola nera che sorgesse all'orizzonte, e quella pace domestica non era che superficiale, intorbidata nel fondo dalle crudeltà di quegli stranieri che facevano da padroni, processando le virtù, e condannando l'amore di patria come un delitto.
A quel sorriso di natura che si presenta dal roccolo di Sant'Alipio faceva prospetto lontano lontano, come un fantasma minaccioso, il tetro castello di Mantova dove si svolgeva il lugubre dramma del capo militare del Cadore.
Il colonnello Calvi, sepolto vivo in quei torrioni, pensava alla libertà delle montagne, e l'afa del carcere gli riusciva più pesante. Il suo tentativo non era stato che un sogno. Sincero, franco, inflessibile, egli non dissimulava ai suoi giudici i suoi intenti, e non taceva che i nomi dei congiurati. Egli esponeva con dignità il sacro dovere di difendere la patria da ogni insulto, come nostra madre, e di liberarla dall'oppressione. Negli orrori della cella segreta, nella lontananza da tutti i suoi cari, nella certezza che la sua lealtà lo avrebbe condotto alla morte, esso non smentì mai il forte carattere, non cedette mai nè alle lusinghe nè alle minaccie, sereno ed impavido fino alla fine.
Il 1 luglio 1855, davanti la corte speciale istituita dagli stranieri, Calvi fu condannato alla morte. Richiesto se voleva ricorrere per la grazia sovrana, rifiutò. L'eroico condottiero dei difensori delle Alpi morì a 38 anni sul patibolo!... e venne sepolto accanto agli altri martiri di Belfiore.
La truce notizia giunta in Cadore sollevò l'universale indignazione.
Le sole nazioni libere accordano l'asilo agli emigrati politici, ma tutti i popoli del mondo pongono fra gli eroi i soldati che difendono la patria, e muoiono per la sua indipendenza.
L'odio verso gli stranieri crebbe in tutti i cuori italiani, davanti le crudeli esecuzioni di Mantova, e la libertà avanzò d'un passo sicuro davanti il sacrificio di quelle vittime.
Tiziano, inorridito di tanta crudeltà, rinnovò il giuramento di dare la sua vita e quella de' suoi figli per la liberazione della patria; e istillava nel loro animo infantile l'amore della libertà, e il sacro dovere di difenderla in ogni occasione.
Qualche tempo dopo quel lugubre processo il Consigliere imperiale ricevette da Vienna un decreto dell'imperatore d'Austria che lo nominava cavaliere di terza classe dell'ordine della corona di ferro. I Cadorini dicevano che era una ricompensa per aver fatto la spia, ma sior Antonio lo difendeva dicendo in un orecchio agli amici, che colla valida protezione di lui, suo figlio era sfuggito all'arresto minacciatogli nel processo di Mantova. Ma i Cadorini crollavano le spalle e rispondevano:
— Esso ha ingannato tutti... il governo ed il popolo... gli oppressori e gli oppressi.
XVIII.
Bortolo non poteva dimenticare Venezia. Quella città era diventata il punto saliente di tutte le sue aspirazioni, ma continui ostacoli si frapponevano a' suoi piani, e gl'impedivano di rivederla. Egli aveva fissato di accettare le proposte dell'offelliere, ma fu trattenuto in Cadore, prima dal matrimonio di Tiziano, poi dalle preghiere della madre, e finalmente fu indotto a ritardare la partenza dal desiderio di sior Antonio che aveva bisogno di lui per gli affari del legname. Tiziano poi lo consigliava di attendere la liberazione d'Italia che non doveva tardare. Intanto passavano gli anni, ma il più bel sogno della sua vita non si dileguava, e pareva anzi che ingigantisse col tempo; ed era mantenuto da una corrispondenza affettuosa colla Gigia, alla quale comunicava i suoi progetti, e le cagioni che ne ritardavano l'esecuzione. Ed essa gli rispondeva esattamente con inviti incoraggianti, ed intime confidenze cordiali, nelle quali parlava del passato con espressioni di rimpianto, e dell'avvenire come un mistero che il suo cuore non osava indagare, e che non dipendeva da lei.
Le robuste ragazze del Cadore, di forme ben tarchiate e gagliarde, non avevano nessuna attrattiva per Bortolo, il quale s'era fatto un ideale del tipo snello, mingherlino e sentimentale della Gigia. E quando andava alla fontana, guardava con profondo disprezzo le servotte del paese, che si burlavano di lui, e lo chiamavano il frate.
Quando seppe che Calvi s'era posto in viaggio per sollevare il Cadore, sperò negli eventi d'una ripresa d'armi, travide attraverso lo spazio la delizia d'un nuovo assedio di Venezia, ma l'arresto del condottiero e la successiva catastrofe lo persuasero che era vano aspettare dalla politica e dalla guerra una sorte felice, e si convinse che per raggiungere il suo scopo ci voleva una ferma volontà ed una energica risoluzione, e si decise a metter termine ad ogni esitanza scrivendo all'offelliere che se lo voleva ancora egli sarebbe a sua disposizione, e non aspettava che un ordine per partire. Ed avendo ricevuto una risposta favorevole, annunziò la presa decisione a sua madre ed ai padroni, i quali vedendo che non c'era modo di farlo cambiare d'idea, dovettero sostituirlo, e lasciarlo andare liberamente al suo destino.
Egli prese congedo da tutti, abbracciò teneramente sua madre, e partì.
E ciascheduno aveva riprese le proprie abitudini, col convincimento che bisognava rassegnarsi alle circostanze, sempre però coll'opinione che non si trattava che d'una sosta, e perciò l'attenzione generale era rivolta al Piemonte da dove si attendeva con fiducia il segnale della nuova riscossa.
Infatti nel 1859 scoppiò nuovamente la guerra nella quale gli italiani non domandavano che di essere alfine padroni in casa propria, ed arbitri dei loro destini, mentre l'Austria vantava dei diritti ereditari sul nostro paese, mercanteggiato da genti estranee, al tempo che si vendevano i popoli come le pecore.
Ma il re di Sardegna si annunziava come il primo soldato dell'indipendenza, e la Francia si univa all'esercito piemontese, composto oramai di italiani di tutte le provincie, per far finalmente cessare il dominio austriaco «dalle Alpi all'Adriatico».
Molti cadorini accorsero ad arruolarsi volontari in Piemonte, ove sotto il comando di Garibaldi, si organizzarono nuovamente i Cacciatori delle Alpi coi Cacciatori degli Appennini, della Stura, della Magra, a misura che i giovani giungevano da ogni parte.
Tiziano si limitò a predisporre segretamente il Cadore in modo tale che giunto il momento opportuno tutto fosse pronto a dare un bel colpo di mano ai liberatori; da ogni casupola alpina sarebbero usciti degli uomini armati, e nessun rinforzo austriaco avrebbe potuto penetrare in quei monti.
E qui nuovi timori di Maria, e nuove ambascie, combattute dal suo amore di patria, e dal vivo desiderio di finirla una volta per sempre, ma eccitate ad ogni momento dall'affezione profonda di moglie e di madre.
E quando Tiziano partiva per le sue spedizioni segrete, essa non viveva più fino al suo ritorno, e dormiva raramente di notte, sempre agitata dal timore di qualche brutta sorpresa.
Si attendevano ansiosamente le notizie, e fu un bel giorno quello nel quale si venne a sapere che il re di Piemonte e l'imperatore dei francesi erano entrati trionfalmente a Milano dopo la battaglia di Magenta.
La battaglia di Solferino ove s'impiegarono tutti i terribili congegni dell'arte guerresca moderna, colle nuove armi di precisione, e le palle coniche scoppianti, fu anche seguita da un violento temporale, e riuscì una vera carneficina.... Michele la descrisse a Tiziano in una lunga lettera nella quale gli annunziava che era uscito incolume per miracolo, ed essendo stato destinato a comandare una scorta delle ambulanze, aveva potuto vedere il campo appena cessata la terribile strage.
Vi furono feriti o uccisi tre marescialli, nove generali, 1566 ufficiali, di cui 650 austriaci, e da quarantamila soldati e bassi ufficiali, di cui 13 mila austriaci. I cadaveri e i feriti giacevano a mucchi fra i cassoni rotti e i cavalli uccisi. I morti periti sul colpo avevano la faccia calma, ma i lacerati morti lentamente fra gli spasimi e le convulsioni di lunga agonia, avevano le membra livide, i capelli e i baffi irti, le mani aggrappate al terreno, gli occhi spalancati, e i denti serrati dallo sgrigno convulso.
Gemiti, urli, convulsioni di feriti mettevano orrore, alcuni erano impazziti dallo spasimo, altri colle membra stritolate dal passaggio dei carri e dei cannoni invocavano d'essere uccisi. Un ufficiale austriaco di forse vent'anni era divenuto canuto.
Ed a questo spaventoso massacro seguiva l'armistizio e la pace di Villafranca, che lasciava ancora il Veneto in mano dell'Austria trincierata nel quadrilatero.
Tale notizia giunta in Cadore sparse lo sgomento dovunque, e la più cupa desolazione. Tutti si accingevano a sostenere risolutamente l'ultima lotta, a compiere l'ultimo sacrificio per la sospirata indipendenza... e invece bisognava deporre le armi, e nasconderle.
Cosicchè alle vergogne e ai danni della schiavitù si aggiungevano continuamente le amarezze d'una esistenza intorbidata d'ansie perenni, da congiure senza fine accompagnate da pericoli sempre sospesi sul capo delle famiglie. Ma dopo lo strappo doloroso della speranza, dopo lo spasimo del disinganno, ottenuta l'emancipazione della Lombardia, gli animi degli italiani da un punto all'altro della penisola si ridestarono al voto ed alla fede dell'unità, e si accinsero ad ottenerla con unanimi intenti, e perseveranti conati, e le successive annessioni congiunsero al Piemonte la Toscana e l'Emilia, e accrebbero sempre maggiormente il nucleo della libertà.
L'insurrezione della Sicilia fece accorrere nuovamente la gioventù italiana sotto il patrio vessillo, e così si raccolsero quei mille che guidati da Garibaldi divennero leggendari, e qui ritornò in campo il nome dei Cacciatori delle Alpi, che sostituirono al cappotto grigio la camicia rossa, e la Sicilia mostrò al mondo per la seconda volta come si libera un paese dagli oppressori per la volontà d'un popolo unito.
Passato lo stretto, Garibaldi entrò in Napoli in carrozza, la città lo attendeva in festa, esso rappresentava la volontà della nazione, l'indipendenza e l'unità, e davanti all'entusiasmo suscitato dalla libertà i Borboni bombardatori e spergiuri fuggivano nelle torri di Gaeta, come le nottole al levare del sole.
Gli stati romani si unirono al resto della penisola, e non mancavano che Roma e Venezia per compiere l'Italia rigenerata.
Venezia fremeva attendendo il suo giorno. L'eroismo mostrato al tempo dell'assedio aveva consacrato il suo diritto alla libertà, davanti l'Europa. L'Austria accampata militarmente nel Veneto era convinta che il suo governo militare non sarebbe che una tregua fra due battaglie.
Gorzkowsky col suo vasetto di maggiorana sugli occhi, il sciabolone a fianco, e i suoi bravi speroni da generale di cavalleria, eccitava un'irresistibile ilarità quando passeggiava in piazza San Marco, sbirciando avidamente le donne, le quali ne avevano paura. Non un cappello si abbassava alla sua presenza, e al suo passaggio i gondolieri si davano l'occhio fra loro, e tutti si voltavano a guardare con sorpresa quel generale di cavalleria mandato dall'Austria a governare la sola città marittima ove non possono girare i cavalli; e la musica militare che suonava davanti le scranne vuote dei caffè, nella piazza deserta.