Il roccolo di Sant'Alipio

Part 18

Chapter 183,686 wordsPublic domain

Bortolo colle sue economie s'era finalmente deciso di comperare gli orecchini per sua madre, e li ottenne in ribasso da un contrabbandiere che li aveva salvati dalla fusione prescritta dal governo. Poi era andato a salutare l'amico offelliere il quale gli propose di rimanere a Venezia al suo stabilimento, assicurandolo che stava per tornare il tempo dei buoni affari pel suo commercio, perchè gli austriaci sono gran consumatori di ciambelle e cialdoni, e gli promise un buon salario, colla giunta di un benefizio negli utili. Ma Bortolo non volle accettare quelle vantaggiose proposte, sembrandogli che il lavorare di ciambelle pei tedeschi fosse quasi un delitto contro la patria e contro il senso comune. Ma per non offendere l'amico giustificò il suo rifiuto dicendogli di dover seguire il padrone, che gli era stato affidato dai parenti, perchè dovesse stargli sempre vicino, ed al quale era legato d'affetto quasi fraterno. Era nato in casa Lareze, ove suo padre era morto, ove sua madre serviva ancora, e non avrebbe potuto decidersi di abbandonare quella famiglia, che considerava come la sua.

L'offelliere insistette, dicendogli che ciascheduno aveva diritto di migliorare la propria condizione, e si forzava di convincerlo della convenienza di rimanere, tanto gli piaceva quell'uomo, semplice, laborioso ed onesto, e lo vedeva partire con vera afflizione. Ma Bortolo si mostrava irremovibile, allora l'offelliere gli disse:

— Pensa che qui ti si presenta un bell'avvenire; io divento vecchio, certe fatiche non posso più sopportarle, sento gran bisogno di riposo, e se posso rifarmi delle perdite che ho subite in questi ultimi tempi, desidero di andar a morire al mio paese, nelle nostre montagne.... allora ti cederò il negozio a buoni patti.

Alla fine per liberarsi da quella insistenza, Bortolo conchiuse col dirgli che ci avrebbe pensato in seguito, che si sarebbe consigliato col padrone, e con sua madre, ma che al momento non voleva vedere i tedeschi a Venezia, dopo d'aver rischiato la vita per farli partire, che aveva bisogno di rivedere il Cadore, e la famiglia che lo aspettava, e gli promise che gli avrebbe scritto fra qualche tempo, per dargli una risposta definitiva.

E quando fu decisa la partenza andò a prender congedo da quelle buone donne alle quali aveva tanto giovato durante le strettezze dell'assedio, e salì quelle scale col cuore lacerato dall'amaro pensiero dell'ultimo addio.

Esse lo accolsero come un vecchio e carissimo amico, al quale dovevano la più viva riconoscenza; si mostrarono inconsolabili della sua vicina partenza, e la nonna cogli occhi rossi gli disse:

— Quasi quasi mi dispiace d'avervi gratitudine; vi volevo proprio bene come ad un figlio, lo sento adesso che ci dovete lasciare... private della vostra compagnia proveremo un gran vuoto... e mi dispiace d'esser vecchia perchè non potrò più rivedervi....

— O perchè?... gli rispondeva Bortolo, sapete che le montagne stanno ferme e che gli uomini camminano.... Io mi sono abituato a poco a poco a Venezia, mi ci trovo bene... mi dispiace tanto di lasciarla... e desidero ritornarci.

— Bravo! così mi piace, soggiungeva la nonna, mantenete la vostra parola, tornate presto... e intanto non mancate di scriverci, per farci sapere le vostre notizie.

La Gigia cogli occhi intenti al suo lavoro non fiatava. Egli la osservava attentamente, e la gli sembrava cambiata.

Rimase con loro un bel paio d'ore, che gli passarono come un lampo.

Non poteva decidersi d'andarsene. Gli pareva di aver sempre qualche altra cosa da dire, e ci pensava sopra in silenzio, senza trovarla.

Finalmente si alzò da sedere, andò a dare un bacio alla nonna che se lo strinse al seno, bagnandolo di lagrime, e forzandosi invano di parlare, perchè la parola gli si strozzava in gola. Poi quando fu davanti alla Gigia, i suoi occhi si scontrarono in uno sguardo strano, in uno sguardo nuovo per lui, così lungo, così profondo ed espressivo, che lo colpì, e gli fece sentire una sensazione nuova, ignota, dolce e dolorosa ad un tempo.

Quando egli le stese la mano, essa si alzò, depose il lavoro, e mostrò di volerlo accompagnare alla porta. Salutò nuovamente la nonna che piangendo gli mandò l'ultimo saluto con un cenno del capo, e seguì la ragazza che aveva aperto l'uscio e lo attendeva sul pianerottolo. Le prese la mano, e sentì che tremava, volle dirle qualche cosa e non gli fu possibile di raccapezzare un'idea. S'avvide che essa aveva gli occhi velati di lagrime, e dopo un breve silenzio le disse addio; essa non gli rispose che con un cenno della mano.

Scese le scale come cieco, si rivolse un'ultima volta a salutarla, e quando non la vide più udì un singhiozzo mal represso che gli penetrò nel profondo dell'anima, volle ritornare sui suoi passi, ma udì il rumore della porta che si richiudeva, e rimase immobile a quel posto, appoggiato alla ringhiera.

Dopo qualche istante continuò a scendere le scale, senza sapere dove poggiava i piedi, sbalordito, confuso; attraversò le solite vie, senza vederle, e giunto in piazza si perdette fra una folla di gente che gridava:

— «Non vogliamo cedere, vogliamo sortire in massa» ed anche lui si mise a gridare come un disperato: — «bisogna resistere e difendersi, non si deve deporre le armi.»

Ma la capitolazione era firmata, e il dittatore aveva già rassegnati i suoi poteri al Municipio. Il sacrifizio era consumato.

La libertà di Venezia cadeva quando Roma era occupata da sei settimane, la restaurazione del duca di Firenze effettuata da due mesi, la pace fra il Piemonte e l'Austria stipulata da diciotto giorni, l'Ungheria ritornata al servaggio.

Manin s'era imbarcato colla sua famiglia sul piroscafo francese _Il Plutone_ e usciva da Venezia alle tre pomeridiane del 23 agosto 1849. Otto altri navigli imbarcavano i quaranta proscritti dall'Austria, seguiti da numerosi esuli volontari, che non volevano vedere i tedeschi.

All'ora nefasta dell'entrata delle truppe austriache il conte Ermolao s'era affacciato ad un balcone del suo palazzo per veder passare gl'invasori. Nessuno li guardava in faccia, il popolo fu dignitoso, altero, glaciale, e i croati gettavano delle occhiate sospettose, temendo ad ogni istante di saltare in aria.

La contessa Marina Steno s'era vestita in lutto, e desiderava di lasciare Venezia, un vapore inglese attendeva ancora gli ultimi emigranti, ma il conte Ermolao resisteva, desideroso di non alterare le sue abitudini, e di non abbandonare gli agi aviti del suo palazzo. Ma quando vide passare il nuovo padrone di Venezia, il tenente-maresciallo Gorzkowsky, generale di cavalleria, con quel piccolo cheppì che gli lasciava scoperta la nuca, e coprendogli la fronte gli si appoggiava alla sommità del naso, piccolo cheppì bizzarro, sormontato da un pennacchio di penne verdi, che lo facevano rassomigliare ad un vasetto di maggiorana sulla testa d'un cosacco, provò un tal senso di ribrezzo insormontabile, che non si sa bene se sia provenuto da indignazione patrizia, o da paura; il fatto sta che chiamata in fretta la moglie, si dichiarò pronto a seguirla, e fino che i domestici approntarono le valigie, la fece entrare in una gondola che li condusse a bordo del vapore.

Appena saliti sul ponte videro il colonnello dei Cacciatori delle Alpi che guardava mestamente Venezia, conversava con un suo ufficiale che si reggeva ad una stampella.

Calvi e Michele, salutavano la città perduta dal ponte della nave straniera che doveva condurli in esiglio, e giuravano che un giorno l'avrebbero vendicata.

Udito il fruscìo d'una serica veste, Michele sempre sensibile a quel suono, rivolse la testa, vide la gentildonna vestita a bruno; le si inchinò profondamente, e rivolto a Calvi, gli disse:

— L'anima di Venezia parte con noi!... noi abbandoniamo ai Tedeschi un cadavere, le mura infrante d'una città devastata dalla loro barbarie.... lo spirito, il cuore, il prestigio di Venezia escono dalla laguna cogli esuli e coi proscritti.... per fare appello agli Italiani.... e spingerli a riconquistare questo prezioso gioiello della patria!...

XVII.

Pochi giorni dopo la caduta di Venezia, sior Antonio veniva avvertito da una lettera del figlio del giorno preciso del suo ritorno, e attaccata la Nina al solito veicolo, andava ad incontrarlo fino a Longarone, come gli era stato chiesto.

Tiziano rivedendo i suoi monti si sentiva aprir l'animo a nuova vita. Uscendo da Venezia bersagliata dal ferro e dal fuoco, prostrata dal coléra e dalla fame, aspirava avidamente l'aria balsamica della campagna, si sentiva rinascere al contatto della vigorosa natura alpina, e anelava di rivedere le persone dilette che lo attendevano ansiosamente. Bortolo invece era triste, preoccupato, malcontento; gli pareva che i monti gli opprimessero il petto e gli togliessero il respiro. Si lamentava che gli mancasse l'orizzonte infinito del mare, e quell'ampio specchio azzurro della laguna, dalla quale sorgevano tante cose meravigliose. E si burlava delle catapecchie di montagna, affumicate, nere, cadenti, e delle rustiche chiesuole dei villaggi, che messe a raffronto dei palazzi di marmo e delle basiliche di Venezia gli facevano pietà.

L'incontro con sior Antonio fu dei più espansivi, e l'entrata nel vecchio cortile di casa riuscì commovente per tutti. Due madri attendevano i loro figli, tanto lungamente desiderati, una sposa rivedeva alfine il fidanzato reduce da tanti pericoli, e Fido riconosciuti i suoi vecchi amici prendeva viva parte a quelle gioie domestiche. Ma siccome è assai raro che nella vita ci sieno contentezze complete, così un grave malanno amareggiava quel ritorno; l'Austria aveva vinto da ogni parte, e l'abborrito governo straniero stringeva ancora l'Italia nella sua mano rapace.

— L'ho sempre detto, ripeteva il Consigliere imperiale, l'ho sempre detto che l'Austria non vorrà mai abbandonare il suo dominio in questa Italia, che del resto non sarebbe capace di governarsi da sè!....

Dopo la caduta di Venezia egli riteneva che tutto fosse finito per sempre. Salì in soffitta, spolverò i ritratti dell'imperatore, degli arciduchi, e dei marescialli, e li rimise al loro posto, d'accordo con tutte le Potenze europee che la pensavano come il Consigliere, e ritenevano l'Austria invulnerabile, e l'Italia spacciata.

Maria era ritornata ad abitare il roccolo di Sant'Alipio con la sua vecchia fantesca, e riceveva ogni giorno il suo fidanzato, che aveva tante cose da raccontarle dopo così lunga assenza. Il nome del capitano Kasper Kraus tornava sovente nei loro discorsi, e le avventure del passo della morte e di Brondolo li faceva pensare ai passati pericoli, agli arcani della provvidenza, alla dura sorte riservata al loro paese, dopo tante vittime, e tanti sacrifizi.

Al frastuono dei cannoni, al fumo della polvere, ai pericoli ed alle desolazioni della guerra era succeduta una pace profonda, un silenzio solenne, un tenero amore che domandava alfine d'essere soddisfatto colle dolcezze della vita comune.

Il matrimonio fra i due giovani venne dunque fissato per la fine d'autunno; e fu pattuito in famiglia che fondendo insieme gli averi dei due sposi, essi avrebbero abitato il roccolo di Sant'Alipio per vivere tranquilli in quell'angolo romito delle Alpi.

E venne finalmente anche quel giorno tanto desiderato. L'arcidiacono celebrò solennemente il matrimonio, Michele fu il compare, rappresentato da Bortolo che aveva ricevuta la procura dall'esule, unitamente ai doni per gli sposi.

Sior Antonio dichiarò agli amici che quello era il più bel giorno della sua vita, Maddalena pianse di letizia, come aveva pianto di dolore, le lagrime sono per molte donne l'espressione dei punti salienti della vita, e la manifestazione spontanea di sensazioni contrarie. Bortolo si mise in guanti per la prima volta in sua vita, offrendo così un intermedio fra l'abito nero di Tiziano, e le brache corte di sior Antonio, stonature dei costumi di montagna che rappresentano alla metà d'un secolo gli avanzi del passato e i gusti dell'avvenire, in una famiglia che passa dalla originaria semplicità, alle esigenze d'una classe superiore modificata dall'educazione.

Tutto il paese applaudì a quelle nozze, ed alla sera gli sposi si ritirarono al roccolo, ove un raggio di luna rischiarava la modesta casetta di legno e gli effluvi delle piante imbalsamavano la camera nuziale, nella quale non penetrava altro rumore che l'a solo d'un usignuolo, pieno di soavi melodie, fra un coro di grilli, accompagnati da lontano dal cupo rumore della Piave che s'infrange fra i sassi in fondo della valle.

E così la vita riprendeva il suo corso normale, in completa bonaccia, come il mare dopo una fiera burrasca.

Tiziano assisteva il padre nell'amministrazione degli affari dei suoi padroni di Venezia, e si occupava del taglio dei boschi, delle seghe, della spedizione dei legnami, e quando rientrava al roccolo incontrava lo sguardo sereno e soddisfatto di Maria che gli correva incontro per avere un bacio.

E nelle ore perdute, Tiziano continuando le abitudini di Isidoro, coltivava il terreno circostante, colla stessa anarchia d'una volta, volendo ricavare da quella poca terra tutto ciò che essa può produrre in quel clima, dei fiori e delle frutta, del frumento, del granoturco, delle patate, dei fagiuoli, del grano saraceno e delle fragole, tutto misto e confuso cogli alberi e le erbe aventizie, in pittoresco disordine, percorso dalle farfalle.

Alla sera colla pipa in bocca e l'anaffiatoio in mano egli bagnava le sue piante, mentre Maria riparata da un cappellino di paglia coglieva le frutta per la cena.

Pareva che la loro vita dovesse scorrere come un fiume di latte e miele nella modesta semplicità di quell'idillio, ma l'esistenza non si uniforma mai alla parte esterna delle cose, ma si compone a seconda dei pensieri e dei caratteri. La felicità o la sventura stanno dentro di noi stessi, ci accompagnano dovunque, e si manifestano costantemente nelle più svariate circostanze. Così anche in mezzo ai sorrisi di natura, in quella pace irradiata d'amore, un'ombra cupa, tenebrosa, si alzava sull'orizzonte, e ne offuscava il sereno.

Michele scriveva dal Piemonte che era entrato nei bersaglieri, che tutto non era finito, che bisognava apparecchiarsi a nuove guerre, per compiere l'emancipazione d'Italia. Maria leggeva quelle lettere, che le piantavano una spina nel cuore, e interrogava il marito:

— Che cosa faresti se ritornasse la guerra?...

— Il mio dovere... le rispondeva il marito.

Ora era evidente per Maria che il primo dovere d'ogni galantuomo è sempre e dovunque quello di difendere la patria, e fino a che i tedeschi la scialavano da padroni in Italia, l'onore degli italiani era offeso e la patria disonorata. Era certo per tutti, che alla prima occasione favorevole gl'italiani avrebbero riprese le armi, per continuare le guerre d'indipendenza, fino alla fine; e con questa spada sempre sospesa sul capo, la completa felicità della famiglia era affatto impossibile.

Maria comunicava sovente a sior Antonio le sue impressioni ed egli le rispondeva:

— Il Consigliere mi assicura che tutto è finito... io dico di no.... ma intanto passano gli anni, e quando si diventa vecchi non si è più buoni da niente!...

E gli anni passavano davvero, ed anche se Michele scriveva di quando in quando che la guerra era vicina, che bisognava star pronti, tuttavia le cose fruste si andavano sempre rappezzando, e si tirava avanti.

Un anno e mezzo circa, dopo il matrimonio, Maria con supremo contento, sentì il palpito d'una nuova vita che le si agitava nel seno. Trepidante di gioia annunziò al marito che lo avrebbe reso padre, ed essa si apparecchiava a ricevere il bimbo da buona madre, allestendo con operosa sollecitudine tutti gli arredi necessari, quando le lettere di Michele si fecero più pressanti, eccitando l'amico ad apparecchiarsi a nuove lotte. Ecco la gioia avvelenata da mille apprensioni. Il primo frutto del loro amore stava per venire al mondo, e già si apparecchiavano nuovi pericoli, e si prevedevano nuovi sconvolgimenti, e quindi nuovi lutti. L'esperienza del passato ammoniva Maria di tutte le difficoltà alle quali si andava incontro lottando col potente nemico. Per apparecchiare la lotta in segreto si arrischiava la prigione, e qui sorgevano i fantasmi dell'arresto, della partenza, dei lunghi processi, le sofferenze del carcere, l'abbandono della casa, e per quelli che restavano fuori, il terribile isolamento, il continuo timore, le smaniose incertezze, e la separazione di due anime legate dall'affetto, destinate a vivere insieme per allevare i figliuoli nella pace domestica, per farne degli uomini onesti utili alla patria.... La patria!... questa santa parola rammentava l'onta del dominio straniero, il dovere di lavarla nel sangue.... il sangue!.... bisognava dunque spargerne ancora, dopo tanto che se n'era invano prodigato, e si richiedevano nuove vittime per ottenere la libertà!...

— Oh maledetti gl'invasori!... maledetto colui che calpesta la terra bagnata del sudore dei nostri padri!... Che ciascheduno viva e comandi in casa propria, questa è legge di natura, questo è il più sacro diritto di tutte le nazioni del mondo!... Dopo il pericolo della prigione si presentava quello dell'esiglio. Se la congiura non riesce a buon effetto, se l'Austria cerca i congiurati per seppellirli vivi nelle sue carceri della Moravia bisognerà cercare la salvezza in un paese sconosciuto, abbandonare la casa paterna e le dilette montagne, vivere isolati lontani dai parenti, dagli amici, dalle dolci abitudini, dalle consuete occupazioni, e forse anche chi sa! mancare del necessario, vedere i figli nella miseria, e non poter provvedere nè alla loro educazione nè al loro benessere!...

E se la congiura riusciva alla rivolta, bisognava apparecchiarsi nuovamente a combattere, e allora si presentavano tutti gli orrori della guerra. Vi saranno dunque nuovi massacri, nuove carneficine, verranno a prenderci i mariti, i padri dei nostri figli, per mandarli contro i fucili e le baionette tedesche!.... —

A tali dolorosi pensieri Maria piangeva nella sua solitudine, e Tiziano rientrando in casa la trovava cogli occhi rossi, e sofferente, mentre aveva bisogno di buona salute per due. Ed egli pure era infelice in quella lotta dell'odio e dell'amore. E quanto più gli erano cari i suoi diletti, la moglie e il futuro figliuolo, tanto più detestava l'umiliazione della dipendenza dagli stranieri, e il loro dominio gli pesava sul cuore come un'offesa alla sua dignità di cittadino, di marito, di padre. Vivere sotto l'incubo di leggi imposte dagli stranieri, chiedere a loro il permesso di esercitare ogni diritto, di muoversi, di pensare!... allevare i propri figliuoli per la loro coscrizione, destinata a fare degli schiavi, allo scopo di conservare la schiavitù d'altre nazioni, è tale vita ignominiosa che non può immaginarla chi non l'abbia subita, e non è tollerabile per chi sente e per chi pensa alla umana dignità.

Tiziano sentiva una gioia suprema all'idea di divenir padre, sior Antonio aspettava ansiosamente un nipotino, Maddalena provava il bisogno di ringiovanirsi colle cure di un bimbo figlio di suo figlio, ma tutti vivevano malcontenti ed inquieti, tormentati da mille timori, prevedendo nell'avvenire le amarezze che sarebbero sorte da quella letizia, i dolori che sarebbero derivati da quella gioia. Tale è il destino della famiglia sotto la dominazione straniera!... E tutti osservavano con dispetto il sorrisetto di scherno del Consigliere davanti i buoni patriotti, che egli chiamava gli esaltati, e che sior Iseppo riteneva tutti matti, come suo nipote.

Le lagrime nascoste, i sospiri repressi, ma invano dissimulati dalla donna diletta, quelle apprensioni della famiglia, affliggevano sommamente Tiziano, e per tranquillare la moglie dovette prometterle che non l'avrebbe mai abbandonata, limitandosi al semplice dovere di cooperare alla liberazione del territorio cadorino, caso mai una insurrezione od una guerra rendessero possibile la lotta.

Questa assicurazione egli l'aveva fatta col convincimento di una prossima sollevazione del Cadore, promossa dallo stesso comandante della difesa.

Calvi rifugiato a Torino teneva viva corrispondenza coi suoi vecchi comilitoni, colla speranza di poter penetrare nei monti, di liberarli dai Tedeschi e di annodare l'insurrezione del Cadore ad un nuovo sollevamento d'Italia.

A tale scopo si erano costituiti dei comitati a Venezia ed a Pieve, i quali cercavano di riorganizzare gli avanzi dispersi dei Cacciatori delle Alpi, per gettarli sui monti bellunesi e cadorini, dove l'audace condottiero li avrebbe raggiunti.

Ma davanti la formidabile potenza dell'Austria, non si trovò prudente di secondare per il momento tale impresa, e si decise di attendere un tempo più opportuno.

Intanto durante questa calma apparente, Maria mise alla luce il suo primo bambino, al quale venne imposto il nome di Isidoro, per ricordare il povero nonno, morto in difesa della patria. E i fiori e le erbe vagabonde del roccolo di Sant'Alipio, agitate dalla brezza del mattino parevano in festa, quando echeggiarono fra le altre armonie della natura, anche i primi vagiti del neonato.

La vita allora si fece più lieta, quel bimbo fu la gioia di due famiglie, la delizia di due case, e pareva che il Consigliere imperiale avesse ragione e che tutto fosse finito.

La forza materiale pesava sul diritto come un macigno caduto dall'erta sopra il ramo staccato di un albero. La rassegnazione nata dalla necessità faceva che tutti i giorni si rassomigliassero, e che gli anni scorressero monotoni non lasciando altre traccie sul sentiero della vita, che di modesti avvenimenti domestici, di gioie e di dolori delle diverse famiglie.

Non si parlava d'altro che del taglio dei boschi e del commercio dei legnami; e la cronaca quotidiana raccontata nei circoli dell'intimità non ripeteva che i casi della vita privata, i morti, i matrimoni, i neonati, o lo scandalo di qualche frutto proibito rosicato in silenzio dai discendenti non ancora degeneri di Adamo ed Eva.

Fra i vari casi di quel tempo, sior Iseppo offrì argomento di malinconiche riflessioni sugli uomini avari, essendo restato colpito d'apoplessia, e rimasto paralitico e scemo, proprio nel momento che suo nipote Michele divenuto capitano in Piemonte, non gli domandava più denaro, e lo rendeva lieto di rilevanti risparmi che il vecchio zio andava accumulando con sommo piacere, non si capisce a quale intento, nell'avanzata sua età.

Pochi giorni dopo il fatale accidente, sior Iseppo morì senza avvedersene, e Michele rimase l'erede naturale, per diritto di successione, come il più prossimo parente del defunto, ed entrò in legittimo possesso di tutte quelle sostanze le cui economie gli costarono tanti sacrifizii, e tante privazioni, per non privare lo zio della soddisfazione di accumulare il denaro in una cassetta dell'armadio.

Michele elesse a suo procuratore sior Antonio, il quale appena raccolta la eredità, mandò i conti all'erede, che ordinò una bella lapide da collocarsi sul muro del cimitero, ove era stato sepolto sior Iseppo, e vi fece incidere una delle solite iscrizioni, colle consuete menzogne, prodigate dai nipoti sulle tombe degli zii avari, che hanno fatto colla morte onorevole ammenda dei loro torti.

Se sior Iseppo avrà contemplato dall'altro mondo quello spreco di denaro, lo avrà anche cordialmente disapprovato, e non senza ragione, perchè in effetto quella spesa non fu rimborsata dall'eredità, che riuscì passiva all'erede.