Part 17
— Maria?... dove è Maria?...
— Essa vi aspetta a Pieve di Cadore.... quando questa maledetta guerra sarà finita.... Alzatevi e partite.... le direte che il capitano Kasper Kraus ha fatto il suo dovere. Ora non c'è tempo da perdere. Ho mandato le pattuglie a diritta ed a sinistra, voi non avete che a prendere la strada diritta che vi sta dirimpetto, e spero non incontrerete nessuno. Camminate tranquillamente, domani mattina per tempo sarete al sicuro sotto le mura di Brondolo.
Così dicendo il capitano aveva spalancato il balcone, e fatto uscire dalla camera Tiziano, ne aveva chiusa esternamente la porta. Quando giunsero all'uscio della casa, il capitano mise in mano del giovane un fiaschetto d'acquavite, un pezzo di pane, e la spada che gli era stata tolta, e stringendogli la mano, gli disse:
— Addio.... addio.... che il cielo vi salvi.... non perdete tempo....
Tiziano confuso, sgomento, voleva ringraziarlo, ma gli mancavano le parole. Gli strinse fortemente la mano dicendogli:
— Spero che ci vedremo ancora a questo mondo!... la mia riconoscenza.... la mia gratitudine....
— Non perdiamo tempo.... andate.... sempre diritto in questa direzione.... con somma precauzione e prudenza.... non ho mancato di assicurarvi la strada libera.... ma sapete che un accidente impreveduto può cambiare ogni cosa.... se ricadete in mano d'una pattuglia mi sarà impossibile di salvarvi nuovamente. Siate cauto ed avveduto.... io non posso così fare di più.... addio....
— Il cielo vi compensi!... addio!... — e stringendosi nuovamente la mano si separarono.
Tiziano si mise la via fra le gambe, nella direzione indicata; e alzando il fiaschetto alla bocca, sorseggiava ad ogni tratto un po' d'acquavite per riprendere vigore, o inzuppava un pezzetto di pane, e lo mangiava camminando. Al minimo rumore si fermava, non osava tirare il fiato, si accoccolava dietro una pianta od un rialzo di terreno, e non riprendeva la via che quando era ben sicuro che non c'era pericolo.
Il capitano non rientrò in casa, ma scomparve dalla parte opposta per un sentiero che penetrava nelle campagne. Al mattino seguente, ritornando al corpo di guardia, trovò il sergente furibondo per la fuga del prigioniero e finse di dividere la sua collera, ma gli fece osservare che alla guerra bisogna sempre tener conto dei fatti principali, e non curarsi troppo degli accessori. E facendolo sedere al suo posto nella camera d'ufficio, gli dettò il solito rapporto sugli avvenimenti della notte, annunziando al Consiglio di guerra che avendo avuto relazione dagli esploratori che si tentava un colpo per far entrare a Venezia delle provvigioni, egli era stato costretto di mandare in pattuglia tutti gli uomini disponibili nei siti indicati dalle spie, nel qual tempo il prigioniero essendosi senza dubbio avveduto della partenza dei soldati aveva aperta la finestra ed era fuggito. Appena avvedutosi della fuga dell'arrestato aveva spedito nuovamente i suoi soldati per dargli la caccia, e non disperava di rintracciarlo, per farlo tradurre immediatamente davanti al Consiglio di guerra.
Intanto Tiziano proseguiva la sua strada, guardando da ogni parte se vedesse comparire da lontano qualche pattuglia. Camminò tutta la notte col vigore d'un uomo che fugge la morte, e giunse sull'alba davanti un canale tortuoso che attraversava le paludi. Osservando attentamente da lontano vide una macchia nera che si muoveva nell'acqua. Sospettando un pericolo si mise in agguato nascosto fra i canneti, e non tardò ad avvedersi che era una barca, che si avanzava lentamente alla sua volta. Che cosa trasportava quella barca?... forse una pattuglia tedesca che cercava d'impedirgli il passaggio, o una pattuglia italiana che esplorava il terreno?... Dovette aspettare che si avvicinasse maggiormente per riconoscerla. Alfine la riconobbe per una di quelle barche di Chioggia che avevano servito al trasporto delle requisizioni. Quale era lo scopo di quella imbarcazione che si avventurava con tanta audacia in mezzo ai nemici?... S'avviò da quella parte per incontrarla, e quando le fu vicino interrogò i barcaiuoli dai quali seppe che venivano alla ricerca d'un certo Giacomo Croda che il giorno della sortita di Brondolo era giunto troppo tardi, ed avendo trovato tutte le barche piene non potè caricarvi due buoi requisiti, nè aveva voluto abbandonarli. Lasciato sul terreno coi suoi animali, non si era più veduto, e si tentava di rintracciarlo colla speranza che non fosse caduto in mano del nemico. Alcuni esploratori erano sparsi in varii punti delle paludi pronti ad assicurare i barcaiuoli d'ogni sorpresa, annunziando l'avvicinarsi delle pattuglie nemiche, con segnali convenuti. I barcaiuoli speravano al primo indizio di un pericolo di giungere in tempo di mettersi in salvo colla barca sotto la fortezza di Brondolo, e in caso disperato erano decisi di abbandonare la barca e di fuggire a piedi. La speranza d'una ricompensa generosa, il piacere di giovare a Venezia, la stessa voluttà del pericolo li spingeva ad ogni audace tentativo. Ogni giorno raccoglievano degli uomini dispersi nella sortita, e non disperavano di rintracciare anche il contrabbandiere smarrito.
— Povero Giacomo! — esclamò Tiziano, lo avranno preso e forse questa mattina sarà giudicato dal Consiglio di guerra di Correzzola.... e immediatamente fucilato!... la notte che seguì la sortita, e la mattina seguente tutto il terreno venne esplorato con ripetute ricognizioni, e assai pochi possono essere sfuggiti alla vendetta del nemico.... ma voi fino a dove volete avanzarvi?...
— Noi siamo decisi di attendere nascosti fra le canne di quell'angolo del canale dal quale si può vedere lontano senza essere veduti.
Tiziano li seguì dalla riva, e quando giunsero al punto fissato, si fermarono, e sedettero tranquillamente sulle banchine della barca, colla fredda indifferenza di chi ha l'abitudine di affrontare ogni pericolo.
Tiziano aveva fretta di mettersi in salvo, poco disposto di tornar da capo con tutte le peripezie del giorno antecedente, ma il vivo interesse che portava al suo compatriotta, e la pungente curiosità di assistere allo scioglimento di quella avventura, gli fecero dimenticare ogni altra preoccupazione, e lo arrestarono forzatamente sul sito.
Ma poco dopo gli parve di vedere da lontano un movimento di colori sospetti, che potevano essere anche croati che lo inseguissero, e cominciava a pentirsi della nuova imprudenza. Nascosto dietro un banco di sabbia, coi piedi quasi nell'acqua, stette immobile per qualche tempo aspettando che quella macchia lontana si disegnasse più chiaramente all'orizzonte.
Dopo lunga aspettativa, e molte incertezze, gli parve alfine di riconoscere due buoi trascinati da un uomo, ed osservando attentamente credette di poter essere sicuro, che il conduttore degli animali fosse Giacomo Croda.
Quell'audace contrabbandiere cadorino al servizio di Venezia era dotato d'immensa perspicacia, unita alla più raffinata malizia felina, e le sue membra nerborute erano in pari tempo così flessibili ed elastiche, che poteva strisciare fra le canne come un serpente, correre come un capriolo, saltare come una pantera, e i tedeschi non potevano gareggiare con lui in nessuna circostanza. Infatti egli sfuggì cento volte dalle loro mani, e giunse sempre sano e salvo colla sua preda a Venezia, deludendo vittoriosamente tutta la sorveglianza degli assedianti, e tutti i rigori del blocco.
Giacomo Croda si avanzava tranquillamente verso la barca, con l'andatura d'un mercante di bestiami che si reca al mercato, e la raggiunse come se arrivasse ad un approdo ordinario in tempo di pace. Tiziano gli andò incontro, e quella fu una bella sorpresa, perchè non sapeva più nulla di lui, scambiarono alcune congratulazioni reciproche, e poi senza perder tempo fecero entrare i buoi nella barca, e dati i remi nell'acqua ripresero tutti uniti la direzione di Brondolo, conservando un rigoroso silenzio, e non perdendo mai di vista i dintorni. Avevano percorso un breve tratto di cammino quando Tiziano s'accorse di alcuni punti neri che si avanzavano da varie parti, concentrandosi evidentemente verso la barca. Ne diede subito l'avviso, la barca fu arrestata, ma non si tardò ad avvedersi che erano gli esploratori che avendo veduto l'esito felice della spedizione ritornavano indietro per rientrare colla comitiva nel raggio della fortezza.
Quando si credettero abbastanza sicuri da poter ciarlare senza timore che una distrazione potesse tornare funesta, si accinsero a raccontarsi le loro vicende. Tiziano gli narrò il caso strano che gli avvenne, e poi mostrandosi sorpreso di rivederlo dopo due giorni, sano e salvo, e ancora accompagnato dall'imbarazzante bottino, volle sapere in qual maniera fosse pervenuto a sfuggire alla vigilanza del nemico, senza nemmeno perdere i due animali requisiti. E Giacomo gli rispose subito:
— Nella sera della sortita non essendo giunto in tempo d'imbarcarmi colla nostra preda, sono andato a nascondermi coi buoi in una catapecchia diroccata di pescatori, le cui rovine erano nascoste fra i canneti d'uno stagno. Appena ricoverati gli animali, li ho provveduti d'erba, tagliata in fretta, e dopo di averli muniti del necessario alimento, mi sono ritirato in un nascondiglio, a qualche distanza, per riposare in quiete, senza il timore d'essere tradito dal muggito dei buoi. Ieri ho cercato invano una barca, e poi ho dovuto nascondermi nuovamente, perchè i tedeschi avevano invaso il palude, e mi giravano intorno senza vedermi; però non hanno mai avuto l'idea di penetrare nella capanna in rovina, e i buoi ebbero il buon senso di starsene tranquilli e silenziosi. Questa mattina ho perlustrato attentamente i dintorni, li ho trovati tutti sgombri dal nemico, e quando ho scoperto la barca da lontano sono andato a prendere i miei buoi con piena sicurezza, ed eccoci in salvo.... come al solito.
Giunti davanti il forte di Brondolo i barcaiuoli apersero la cassetta di poppa, ne trassero fuori la bandiera tricolore col leone di San Marco, e la issarono sopra un piccolo albero della barca. E così arrivarono trionfalmente all'approdo, fra gli applausi dei loro commilitoni e gli evviva della popolazione festante.
Il giorno seguente i Cacciatori delle Alpi ritornavano a Venezia applauditi con eguale entusiasmo dai Veneziani.
XVI.
Appena ritornato a Venezia, Tiziano corse all'ambulanza ad abbracciare l'amico, ed a raccontargli le sue avventure e lo trovò in piedi, in piena convalescenza; ma a misura che la ferita della palla tedesca si andava cicatrizzando, una nuova ferita gli si apriva, prodotta da quegli occhi cerulei, da quegli sguardi pietosi, che volendo consolare gli ammalati li colpiva con acuti strali nel cuore. Michele non rifiniva di raccontare all'amico le cure sollecite, affettuose di quell'angelo che rappresentava così bene Venezia al letto dei feriti, facendoli sopportare con eroica rassegnazione i loro dolori, rendendo dolci e soavi i farmachi più disgustosi che somministrava con quelle morbide mani patrizie.
Tiziano diceva all'amico:
— Le tue membra robuste lacerate dalle palle nemiche si rimettono presto, ma hai l'anima di troppo facile combustione, e difficilmente resisti al prestigio della bellezza. Appena giunto a Venezia dimenticavi le tue fiamme cadorine per la Gigia, venuto all'ambulanza al primo sguardo della contessa Marina dimentichi la Gigia....
— Ah mio caro, questo è il fatale destino di chi non ha mai ricevuto una ferita insanabile al cuore, come tu l'hai ricevuta da Maria. Essa ha tutte le qualità che possono soddisfare un'intera esistenza. Invece le donne che io adoro hanno sempre qualche piccolo neo che col tempo si sviluppa e diventa una macchia. Gli incanti della bellezza non durano se non sono accompagnati costantemente dalla bontà, e dal buon senso. Si ammira il volto della donna prima di conoscerne il carattere e l'intelligenza, e le nature complete sono rare. Ecco perchè io volo come l'ape di fiore in fiore, e il più bello mi attrae, e mi fa dimenticare gli altri!... Come vuoi che in mezzo a tante belle suore di carità un povero giovane possa rimanere insensibile?...
— In conclusione tu sei più in pericolo all'ambulanza che a Marghera!... — e ridevano entrambi di cuore.
Tuttavia a Marghera il fuoco continuo del nemico presentava l'aspetto d'una densa nube solcata da lampi. Le bombe e le palle austriache cadevano da trenta a quaranta al minuto sulle lunette, sui bastioni, ed in mezzo al forte. Le casematte prese di mira dai grossi Paixans di Campalto cominciarono ad essere smantellate, mentre le bombe ne fracassavano le volte.
In mezzo a tanta rovina non si faceva nessuna confusione nel forte, gli artiglieri rispondevano in ordine, e tranquillamente, come se fossero stati ad una manovra inoffensiva. Il Corpo Bandiera e Moro, composto tutto di giovani veneti d'ogni classe, ricchi e poveri, studenti, impiegati, letterati, mostrò un eroismo degno di vecchi soldati. L'artiglieria di terra e di mare li eguagliava in fermezza ed in valore; tutti gli altri corpi li secondavano. Noncuranti della vita, dimenticavano la stanchezza e la fame, e non chiedevano mai riposo davanti al fuoco incessante del nemico.
Rotti e smontati tutti i cannoni, Marghera divenne un mucchio informe di rovine, ed il governo veneto ordinava di abbandonarla, e fu evacuata con indescrivibile dolore dei soldati.
In questo memorabile assedio gli Austriaci lanciarono entro Marghera 70,000 proiettili, fra palle, bombe e granate, oltre un numero sterminato di razzi, con gravissime perdite da ogni parte.
A Venezia il pane cominciava a scarseggiare e si componeva di varie farine, frumento, segala, granoturco, avena, fagiuoli, ceci, e Bortolo assicurava che vi si metteva dentro un po' di tutto, e nulla di buono. Era una pasta bruna, ingrata al palato, e di difficile digestione. La farina di granoturco veniva distribuita a razioni ed era in parte avariata. Mancavano le carni ed il pesce, i pescatori venivano bersagliati dalla flotta austriaca, e calati a fondo. La poca carne di cavallo si vendeva tre lire la libbra, un ovo venti soldi; il vino era tutto consumato, meno il così detto vino di Cipro, fabbricato dai Giacomuzzi, che si vendeva assai caro. I soli ospitali avevano del pane bianco, e della carne pel brodo, ma mancava affatto il ghiaccio indispensabile ai feriti, e la china necessaria ai febbricitanti. I soldati inzuppavano il pan nero nell'acquavite, per poterlo inghiottire con meno nausea.
Quel diavolo di Bortolo l'aveva indovinata mettendosi a fare il garzone dilettante dal pasticciere suo amico, il quale si era immaginato di fabbricare una specie di pane di lusso, assai peggiore del pane comune dei tempi ordinari, ma meno orribile di quello del giorno. Era una specie di _zaleto_ misto, che però non conteneva le segature di legname introdotte in certi altri pani.
Bortolo otteneva sempre qualche zaleto in compenso delle sue prestazioni, ed egli se ne privava e correva a portarlo in dono alle vicine dei suoi padroni, le quali pativano realmente la fame, e si mostravano assai commosse e riconoscenti della bontà del giovane cadorino, il solo dei tre che era rimasto fedele alla loro conversazione. Dopo la ferita di Michele erano state quasi abbandonate anche da Tiziano, il quale impiegava le ore disponibili andando a far compagnia all'amico infermo, ma anche queste ore erano poche, perchè i bisogni del servizio militare diventavano sempre più pressanti, a motivo dei morti e dei feriti messi fuori di combattimento. Bortolo però otteneva dei permessi dall'autorità dei suoi capi perchè serviva gli ufficiali, e si rendeva utile ai malati colla sua assistenza, e con molte prestazioni. Egli era dunque il solo che visitava sovente le donne, con somma loro consolazione, perchè oltre dei doni preziosi, le informava delle notizie dell'assedio, e le aiutava con mille piccoli servigi, in mezzo alle angustie d'ogni fatta di quei giorni tremendi. La Gigia che quando riceveva le visite degli ufficiali lo trattava da subalterno, trovandosi abbandonata da loro, ed assistita cordialmente da lui lo trattò da eguale, e con delicati riguardi, la nonna poi era innamorata addirittura di quel bravo giovane, così serviziato, gli manifestava apertamente la sua affezione, e gli raccontava tutte le sue disgrazie. I viveri tanto cattivi erano saliti a prezzi esorbitanti, e mancando il lavoro mancava anche il denaro necessario.
Bortolo ne parlò al suo padrone, si raccomandò a Michele, e fra l'uno e l'altro coll'intervento della gentildonna Steno, informata dei bisogni urgenti delle povere donne, trovarono dei lavori, e vennero ordinate delle camicie pegli ospitali. Bortolo, lieto di giovarle, apportava le commissioni e accompagnava le donne quando andavano a riportare i lavori ed a riscuotere i denari.
Così la nonna non mancava delle cose più necessarie, la Gigia era contenta, e Bortolo esercitava sopra di loro una sorveglianza attiva, ed una specie di tutela benefica, le consigliava in tutti i loro affari, provvedeva ai loro bisogni, ed insegnava alla ragazza a cavar partito di tutto, ad essere previdente ed economa, virtù che scarseggiavano in quelle donne che avevano vissuto fino allora senza tanti pensieri, per l'abbondanza d'ogni derrata a buon mercato, ordinaria a Venezia nei tempi normali.
Allora poi che pareva ogni cosa volgesse al precipizio, le prestazioni e le assistenze del buon cadorino erano un vero beneficio per due povere donne, esposte a tutti i pericoli. E veramente Venezia aveva raggiunto il colmo delle sventure e dell'eroismo. Al blocco ed alla conseguente miseria si era aggiunto il bombardamento, ed il colera. La pioggia di fuoco era incessante, e i proiettili cadevano sulla città senza risparmiare nè gli ospitali, nè i monumenti, nè le opere d'arte insigni; e nemmeno le più sacre memorie erano rispettate dall'esercito assediante. Le bombe, le palle, gli obici colpivano i vecchi, le donne, i neonati in seno alle madri, i supplicanti inginocchiati ai piedi degli altari nel tempio, che imploravano la divina misericordia su tante disgrazie che affliggevano la patria. Il caldo eccessivo, i miasmi palustri, la fame, i cibi corrotti, i disagi d'ogni genere avevano diffuso il morbo in misura spaventosa, tanto che mancarono perfino le braccia per seppellire i morti.
Lo squallore regnava dovunque, gli abitanti scarni, scolorati, silenziosi, dovevano abbandonare le loro case esposte alle bombe, ed emigravano da un punto all'altro della città, trascinandosi dietro i bambini ed i vecchi, portando gl'infermi, mentre tuonava il cannone e le bombe cadevano sulla via, poco lontano dalla piazza di San Marco.
Taluno esclamò: — Ci trarranno dalle nostre case, ma non ci metteranno spavento. — Un cittadino, disfattogli da una palla il letto dove dormiva, se lo fece rifare e ci si ricoricò. Una fanciulla, raccolta la palla cadutale accanto, ne racconterò, disse, quando sarò vecchia. Una madre, al figliuolo che la invitava a sloggiare dalla casa in pericolo, rispose tacciandolo di viltà; ed aggiunse: qui sono nata, qui voglio morire.
Vi furono atti memorabili, abnegazioni generose, virtù ignote nella storia di quel terribile assedio; e in mezzo a tante agitazioni e a tanti scompigli, quell'eroica popolazione si conservò pura da ogni delitto fino alla fine, ma certo non mancarono quelle tristi figure che vengono a galla nella schiuma di tutte le rivoluzioni, per pescare nel torbido e suscitare disordini. Vissuti oziosi durante l'assedio, a mormorare sulle panche delle bettole e dei caffè, quando ogni ulteriore resistenza era diventata impossibile, essi censuravano acremente la fiacchezza del governo, e colle solite declamazioni eccitavano le passioni popolari, volevano la resistenza prolungata fino alla totale distruzione della città, e mandavano le turbe, esaltate dai loro discorsi, ed interessate al disordine, a urlare sotto i balconi del governo per opporsi ad ogni capitolazione.
Ma quando Manin compariva al verone del palazzo ed affidava alla guardia civica l'onore e la sicurezza di Venezia, i sovvertitori trovandosi in minoranza dovevano mettere le pive nel sacco e ritirarsi.
Il dittatore eccitava i Veneziani a non mai disperare della patria anche se dovesse soccombere pel momento, osservando riguardo all'Austria: «che male si edifica sull'abisso, e che per le nazioni il martirio è anche la redenzione.»
Il conte Ermolao era tanto convinto di queste massime che sopportò sempre con rassegnazione il suo martirio, ed era tale la sua fiducia nel capo del governo, nella milizia, e nella guardia civica, che non trovò mai necessario di accettare nessuna carica, e si astenne sempre con eroica risoluzione dall'afferrare un fucile sia per la difesa contro il nemico, sia per conservare l'ordine interno, il quale egli trovava tanto bene affidato alla guardia civica che trovava affatto superfluo di farne parte, lasciandole anche con piena fiducia l'incarico di custodire le sue proprietà, e tutta la sua fortuna.
Anche per evitare il pericolo del coléra egli assicurò che bastava starsene in casa per fuggire il contagio, e la sua perspicace prudenza avendogli consigliato di rispettare un vecchio deposito di bottiglie, dimenticate in un armadio ignoto a tutti i suoi famigliari, e perfino a sua moglie, che avrebbe potuto abusarne per la sua mania delle ambulanze, egli ne faceva uso, moderato, ma giornaliero, inzuppandovi qualche biscottino inglese conservato in scattole di latta, messe da parte nei primi tempi del blocco; e rompeva l'aria infetta dall'epidemia fumando dei buoni sigari d'avana, acquistati per amore di patria, quando non si dovevano fumare i sigari dell'appalto austriaco, e poi tenuti di riserva in un cassettone della sua camera, per offrirne agli amici... se le condizioni di Venezia non lo avessero privato anche di questo piacere.
Ma i veneziani che non avevano saputo imitare la previdenza del conte Ermolao, avevano tutto consumato; ridotti senza munizioni e senza pane, uccisi dalle palle, dalle febbri, dal coléra, vedendo che le case bruciavano, e che sarebbero morti tutti di fame si risolsero a malincuore a capitolare, dopo 14 mesi d'assedio e 24 giorni d'incessante bombardamento.
Quegli ultimi giorni furono pieni di ansietà, di dolorosi congedi, e di lagrime. Michele, zoppicante, sostenuto da Tiziano, uscì dall'ambulanza, e ritornò al suo alloggio per disporsi alla partenza. Egli era deciso di recarsi in Piemonte, per riprendere le armi, appena ristabilito in salute. I due amici si recarono a dare il loro addio alle buone vicine e abbracciarono cordialmente la nonna, la quale dopo tante privazioni deplorava che Venezia fosse costretta di cedere, ed avrebbe acconsentito di buon animo a soffrire ancora per lungo tempo, piuttosto di dover rivedere nuovamente quei brutti ceffi croati. Anche la Gigia si mostrava afflittissima che tutto fosse finito, e assicurava i suoi vicini che quella vita agitata e piena di pericoli non le dispiaceva punto, e la preferiva al silenzio della tomba che avrebbe invaso Venezia al ritorno degli austriaci.