Il roccolo di Sant'Alipio

Part 16

Chapter 163,773 wordsPublic domain

Il generale Rizzardi, comandante il circondario di Chioggia, quantunque quasi giornalmente dovesse combattere col nemico che avanzavasi sotto al tiro dei suoi fucili, risolse di eseguire una ricognizione di qualche importanza, e nello stesso tempo requisire tutti i viveri che sarebbero caduti in sue mani. Prese seco 1200 uomini e li divise in tre colonne, la prima delle quali, forte di circa 600, affidava al colonnello Morandi con l'incarico d'inoltrarsi lungo il Bachiglione sulla destra di Brondolo oltre il terreno di Cabianca, verso Corezzola; la seconda colonna, di circa 400 uomini, comandata dal maggiore Materazzo, doveva esplorare tutto il terreno del centro, cioè a destra del canale di Valle, compreso fra l'Adige, Cavanella, ed il Gorzone; la terza finalmente, comandata dal tenente colonnello Calvi, aveva l'incarico di battere il terreno sulla sinistra fra Bussola, il mare e l'Adige.

Tiziano fu lieto, che alfine anche i Cacciatori delle Alpi potessero provare il loro valore in una sortita, raccomandò a Bortolo di farsi onore, e intrattenendosi con Giacomo Croda che seguiva la spedizione per raccogliere ed imbarcare le requisizioni, s'intesero fra loro di tenersi d'occhio, e di aiutarsi scambievolmente in caso di bisogno. Tiziano contava molto sulla destrezza e sul coraggio del contrabbandiere cadorino, ed era lieto di vederlo far parte della spedizione. Partirono da Chioggia per Brondolo, ove passarono il ponte che a tale scopo era stato espressamente costruito sul Brenta, e le tre colonne si misero in movimento, secondo gli ordini ricevuti.

Il terreno sul quale camminavano i Cacciatori delle Alpi guidati da Calvi era molle e sabbioso, interrotto da pozzanghere e intersecato da rivoli che ora si allargano in estesi avvallamenti, ora si restringono in stretti canali, che si dividono e suddividono in varie guise e possono considerarsi come le vere vie di quelle paludi, ove le barche sono il solo veicolo possibile.

Quelle estesissime maremme sparse di stagni o laghetti salsi che si chiamano valli non hanno altre abitazioni umane che qualche misera capanna di pescatori. I Cacciatori delle Alpi avanzandosi cautamente in quel deserto, giunsero ove il terreno più asciutto è ridotto a coltura e sparso di case coloniche, e colà incontrarono il nemico, che fu subito attaccato vigorosamente e obbligato di retrocedere. Ma per snidare i tedeschi da tutte le case fu necessario distaccare dal corpo principale alcuni drappelli di militi, i quali scortando i contrabbandieri si sparsero in varie località, dovettero battersi isolati contro soldati dispersi, ed operare le requisizioni, mentre il corpo principale combatteva per respingere il nemico. Tutti i viveri raccolti si facevano entrare nelle barche e partivano per Brondolo. Tiziano entrato con alcuni suoi soldati in una casa ove si riparavano degli austriaci, li pose in fuga, e mentre i suoi tiravano dalle finestre sui fuggiaschi per obbligarli a sgombrare il terreno, egli ordinava a Giacomo Croda, che lo seguiva, di condur fuori della stalla i due buoi che vi si trovavano, e consegnava al colono il relativo certificato di requisizione.

Mentre si eseguivano tali operazioni, gli austriaci che si erano ritirati ritornarono alla carica, rinforzati da altri compagni, e intanto che Giacomo fuggiva coi buoi, Tiziano e i suoi cacciatori attaccarono nuovamente il nemico, lo obbligarono a ritirarsi, lo inseguirono per un bel tratto di strada, e si tenevano sicuri dell'esito dell'impresa, quando poco dopo s'avvidero dell'imprudenza d'essersi troppo inoltrati, vedendo sbucare da ogni parte gli austriaci che tendevano a circondarli. Per non cadere in mano del nemico non restava altro espediente che ingannarlo sulla loro direzione, tirare da una parte, e dileguarsi dalla parte opposta protetti dalle canne palustri che si alzavano dal palude. Così fecero per ordine di Tiziano, ed uno di qua l'altro di là se la svignarono con somma destrezza, mentre i tedeschi, indispettiti di vederseli sfuggire di mano quando credevano di averli presi, li cercavano da ogni parte, come cacciatori che inseguono la selvaggina arrestandosi e tendendo le orecchie, attenti ad ogni stormire di foglie per scoprire le traccie, frugando colle baionette nelle canne palustri, indirizzandosi dove udivano il minimo rumore; e talvolta quando credevano di aver scoperto un avversario nascosto, vedevano un anitrella selvatica che si alzava dalla macchia.

Le fucilate echeggiavano da ogni parte, il cannone risuonò nella valle per tutto quel giorno, gli italiani si ritirarono ordinatamente inseguiti dagli austriaci fino al punto ove giungevano le palle del forte di Brondolo che proteggeva la ritirata.

L'esito di quella sortita fu assai proficuo, poichè furono requisiti più di 300 animali bovini, oltre molti maiali, pecore, cavalli, e una grande quantità di provvigioni in vino, ovi, pollame ed altri viveri. Si fecero alcuni prigionieri al nemico, che ebbe molti morti e feriti, ma anche gl'italiani subirono delle perdite; e quando giunsero a Brondolo molti mancarono all'appello e si deplorava specialmente la mancanza del prode ufficiale Tiziano Lareze.

XV.

Tiziano sfuggendo dalle mani del nemico aveva un solo intento, quello di salvare il bottino che costituiva il trofeo della sua impresa. Quando Giacomo Croda era uscito dalla stalla coi buoi, egli lo avviò sul sentiero che conduce ad un bosco detto il pineto dei Nordi, col pensiero che penetrando fra gli alberi cogli animali sfuggiva al pericolo di essere veduto dal nemico.

Guidato da quest'idea prese la stessa direzione, e credendosi sicuro dai tedeschi che più non vedeva proseguì il suo cammino. Aveva smarrito i compagni, mancava d'ogni notizia sul suo corpo di truppa, ma avviandosi verso Brondolo non poteva ingannarsi, e presto o tardi sperava di giungere alla fortezza.

Ma appena penetrato nel bosco si accorse che era circondato dai tedeschi, i quali trasportavano i loro morti e feriti, e raccoglievano vari oggetti requisiti dagli italiani, poi abbandonati per qualche ostacolo insormontabile nella fretta del ritorno, o al momento d'imbarcarsi nei canali.

Trovandosi nell'impossibilità di proseguire la strada per raggiungere il suo corpo, si raggirò lungamente nel bosco fino a notte inoltrata, quando vide da lontano dei tedeschi armati di scuri che si dirigevano alla sua volta.

Allora, protetto dal buio, e con somma attenzione di non far rumore, si arrampicò sopra un albero, e salì più in alto che gli fu possibile, fino ad un ramo nascosto dalle fronde sottostanti, e sul quale mettendosi cavalcioni poteva riposarsi senza troppo disagio. I tedeschi erano venuti a far legna pel loro rancio, e andavano e venivano con infinite precauzioni, guardando sospettosamente d'intorno. Poco dopo ne giunsero degli altri colle marmitte ripiene, e cominciarono ad accendervi il fuoco d'intorno. Tiziano immobile sul ramo, stanco dalle fatiche del giorno, ma rassegnato a passare la notte in quel rifugio, si assettò alla meno peggio, assistendo dalla sua specola allo spettacolo che gli offriva il nemico. Alcuni soldati soffiavano nel fuoco, chi rompeva legna, chi giaceva sdraiato per terra, borbottando in tedesco coi compagni, e fumando la pipa.

Lo spettatore sull'albero trovandosi al sicuro, godeva quella scena, promettendosi al suo ritorno di raccontare agli amici, che era rimasto fuori della fortezza per andare al teatro, dove da un posto riservato aveva assistito ad una bella commedia intitolata: il rancio notturno dei croati in un bosco.

Ma lo spettacolo incominciò a perdere qualche attrattiva, quando il vento cambiando direzione spinse dei vortici di fumo intorno all'albero del Cacciatore delle Alpi, entrandogli nel naso, negli occhi, nella bocca, col pericolo di farlo tossire, ed anche di asfissiarlo. Per buona sorte sviluppandosi prontamente la fiamma, cessò in gran parte quel fumo, ma si presentò un nuovo pericolo. La luce si diffuse fra gli alberi, e un certo tratto del bosco parve illuminato a giorno. I tedeschi ammiravano il magnifico effetto prodotto dal fuoco in mezzo a quelle piante, che presentavano un ampio spazio circolare rischiarato vivamente, in mezzo alle tenebre profonde. I soldati alzavano la testa, guardavano in alto e d'intorno, in quella rete complicata di rami, ed alzavano le braccia nella direzione di Tiziano, indicando qualche cosa in tedesco. Il povero Cacciatore delle Alpi passò un brutto quarto d'ora. Ad ogni momento gli pareva d'essere scoperto, e gli sembrava di vedere quei selvaggi afferrare i fucili per punzecchiarlo colle baionette e farlo discendere fra le beffe della brigata. Ma la stanchezza e la fame prevalsero alla passeggiera ammirazione, si sdraiarono tutti sull'erba, tenendo in mano la gamella per la cena, che finalmente era cotta. Allora scoperchiate le marmitte, un buon odore di brodo salì alle narici del povero soldato italiano, che non aveva preso cibo dalla mattina, e quelle esalazioni gl'inasprirono talmente la fame, che forse si sarebbe deciso a rendersi prigioniero, se fosse stato sicuro di aver la sua parte del rancio. Ma guardando i ceffi neri di quei barbari, rischiarati dalla luce sinistra del fuoco che si andava spegnendo, gli parve di non essere abbastanza sicuro, e preferiva morire di fame piuttosto di cadere in quelle mani. Poi osservando un bel pezzo di carne nuotante nel brodo, si sentì l'acquolina in bocca, e si mise a pensare se fosse possibile d'impadronirsene con qualche stratagemma. Forse l'apparizione impreveduta ed istantanea d'un fantasma notturno, forse la comparsa del diavolo, sorprendendo di notte in una foresta quel drappello avrebbe potuto metterlo in fuga precipitosa.... Ma il tentativo gli parve troppo audace, e poco sicuro, e guai se non fosse riuscito. In ogni caso, supposto anche un improvviso sgomento che li avesse fatti fuggire, c'era da scommettere cento contro uno che sarebbero fuggiti colla carne, e in tale previdenza non conveniva arrischiare la vita, e lo spettatore digiuno si rassegnò anche a questo sacrificio, e li vide farsi le parti, e divorarle, e trasportare altrove alcune marmitte destinate ad altri soldati che attendevano certamente in altre parti del bosco.

Poco dopo, cambiate le sentinelle, si distesero sulle foglie secche che avevano raccolte, e si misero tranquillamente a dormire.

Durante il silenzio della notte Tiziano non udì altro rumore che il lontano muggito del mare, e il fischio di qualche uccello palustre, e sorpreso dal sonno dormì come gli fu possibile in quell'incomoda posizione.

Prima dell'alba il tamburo tedesco che suonava a raccolta si fece sentire da lontano, i tedeschi si alzarono in fretta, indossarono i sacchi, presero i fucili e le marmitte, e partirono.

Il giovane cadorino mandò un profondo sospiro come se gli avessero levato un peso dal petto, potè stendere le membra aggranchite e dolorose per la lunga immobilità, ma non osò ancora discendere, e stette qualche tempo ad ascoltare, con grande attenzione.

Il suono del tamburo si allontanava, il sole era già alto, e tutti gli indizi raccolti gli facevano presumere che i tedeschi ritirandosi nei paesi vicini avessero abbandonato il bosco, e i suoi dintorni.

Poi il belato d'una pecora che giunse al suo orecchio parve rassicurarlo maggiormente, col pensiero che se i pastori uscivano al pascolo, era sicuro indizio che il terreno circostante si trovava affatto sgombro da soldati.

Scese dunque dall'albero, guardò intorno, ascoltò nuovamente, e non vide nè udì nessuna cosa sospetta, anzi il belato della pecora si avvicinava, e lo rendeva più tranquillo e sicuro. Osservò attentamente sul terreno se gli fosse dato di scorgere qualche avanzo del festino al quale aveva assistito; un boccone di vecchia pagnotta gli sarebbe sembrato un dono prezioso della divina provvidenza; ma non restavano nemmeno le bricciole. Bisognava rassegnarsi per forza, ed avviarsi verso Brondolo, ove non gli sarebbe mancato nessun soccorso. Si incamminò da quella parte, e poco dopo vide la pecora che pascolava tranquillamente al piede d'un albero, alzando talvolta la testa per mandare qualche belato, come se chiamasse le compagne dell'ovile. Tiziano cercò di qua e di là le altre pecorelle e il pastore, per chiedergli qualche informazione, ma invano.

Era evidente che la povera bestia requisita il giorno prima, era stata perduta dai conduttori nella confusione della raccolta, e nella fretta di far avanzare tanti animali diversi per imbarcarli in tempo, prima d'un attacco nemico.

In tale supposizione la pecorella smarrita apparteneva al governo di Venezia che l'aveva pagata coi buoni, e bisognava condurla al suo destino.

Tiziano tirò di tasca il fazzoletto, lo assicurò al collo della pecora e cercò di trascinarla con sè, ben lieto di non ritornare ai compagni colle mani vuote. Ma la bestia invece di seguirlo si ostinava a pascolare l'erbetta appetitosa del bosco, e il giovane ufficiale procurava di farla camminare, ora invitandola colla mano come se le offrisse del sale, ora spingendola per di dietro. Intento a tali manovre non tardò molto ad avvedersi che la pecora era da latte, e questa gli parve davvero una stupenda scoperta. Aveva sete, e bisogno d'alimento, e il latte poteva soddisfare a queste due necessità; si mise dunque a mungerla con una mano studiandosi di raccogliere il latte nell'altra, ma ne poteva conservare assai poco.

Allora si decise di lasciarla pascolare in pace, e coricandosi a terra prese un capezzolo in bocca, come fosse un agnello, e assaporò lentamente e voluttuosamente quel latte caldo e sostanzioso, che fu per lui un vero balsamo, ed una colazione di gran lusso, per un povero soldato del blocco di Venezia, smarrito in un bosco.

Si è in tale deliziosa occupazione che venne sorpreso da una pattuglia austriaca, che gli arrivò addosso improvvisamente senza che l'avesse nè veduta nè udita. Appena un rumore di passi vicini gli fece alzare la testa, egli si vide circondato dai soldati tedeschi colle baionette abbassate.

Il caporale gli disse alcune parole in tedesco, che egli non intese, ma indovinò benissimo che gl'intimavano l'arresto.

Tiziano sbalordito restava seduto sull'erba guardando in faccia i soldati, senza rendersi conto della situazione. Ma quando dovette alzarsi e gli fu tolta la spada, e si trovò prigioniero fra i tedeschi, e vide che un soldato si tirava dietro la pecora, legata ancora col suo fazzoletto, che doveva servire come corpo del delitto di violazione del blocco, allora comprese la gravità della sua condizione, e si vide perduto.

Dopo d'averlo fatto camminare per un bel pezzo di strada, lo introdussero in una casa isolata, ove una sentinella faceva guardia alla porta, in fianco alla quale alcuni soldati fumavano la pipa. La pattuglia condusse il prigioniero in una camera invasa dal fumo del tabacco, nella quale sedeva un sergente davanti un tavolo coperto di carte, fiancheggiato da varie sedie vuote. Il caporale parlò al sergente in tedesco, e poi si tirò da parte coi soldati. Il sergente, che borbottava un po' d'italiano, spiegò in poche parole al prigioniero la sua condizione.

— Voi trovato pattuglia oltre linea plocco con pestia per introducione Vinedig!... Capitano assente — presto torna. — Voi sicuro poche ore fucilato dietro muro....

Poi rimettendosi in bocca la pipa, apparecchiò un foglio di carta, prese una penna, la intinse nel calamaio, e incominciò l'interrogatorio, domandandogli:

— Nome, cognome, patria, contitione.

— Tiziano Lareze, rispose il giovane, ufficiale dei Cacciatori delle Alpi, nativo di Pieve di Cadore....

A tali parole il sergente alzò la testa, si levò la pipa di bocca, e facendo un terribile sberleffo, gli chiese con due occhi da basilisco.

— Ti stato forse in Cadore con pricanti.... anno passato?...

— Coi briganti no! disse Tiziano, ma coi miei compatriotti cadorini ho difeso la patria, come era mio dovere!...

— Catorina grande canaglia!... esclamò il sergente — fatta guerra coi sassi!... e mi quasi morto!... ma ti morto sicuro domani!...

E dopo una breve sosta, durante la quale mandò fuori dalla bocca tre o quattro rapide sbuffate di fumo, riprese a dire:

— Nostra compania quasi tutta morta sotto montagne!.... ti paga per tutti!.... — poi rivolto al caporale gli disse alcune parole in tedesco, e questi preso per un braccio il prigioniero, lo condusse in una stanza, chiuse il balcone e la porta, e lo lasciò solo nel buio.

Pochi istanti dopo il sergente batteva alla porta per ammonirlo:

— Se ti mette testa al palcone, ti stato subito morto. Aspetta un poco, processo sommario... poi tutto finito presto!...

Tiziano sapeva benissimo che le leggi di guerra sono sempre implacabili, e che non aveva nulla a sperare, ma la sua condizione era tanto più terribile quanto più i tedeschi dovevano essere ancora irritati dalla recente sortita di Brondolo, alla quale non avevano potuto impedire quelle numerose requisizioni che erano andate a vettovagliare Venezia. Il colmo poi della sua sventura consisteva nel dover comparire davanti un consiglio di guerra composto da militari battuti in Cadore, e fortemente indignati per le terribili disfatte che avevano subite. Bisognava dunque apparecchiarsi a lasciare il mondo fra breve, ed era vano sperare misericordia.

Con tali pensieri il prigioniero camminava lentamente su e giù nella stanza nella quale era rinchiuso, rivolgendo la mente alle persone più care che doveva disporsi a non vedere mai più!

La stanza nella quale fu introdotto Tiziano faceva parte d'una povera casa rurale, occupata dai soldati dopo la fuga dei coloni. Non aveva nè inferriate nè invetriate, ma imposte rotte dalle quali sarebbe stato agevole di uscire, se le sentinelle non fossero state pronte a tirare al minimo tentativo di fuga. La porta era chiusa esternamente da un catenaccio sconnesso, e senza chiave. Ma si udivano i passi dei soldati che vigilavano attentamente, da ogni parte. La sorveglianza era tanto più rigorosa, quanto doveva essere più breve, essendo evidente che coloro che venivano sorpresi sul fatto a violare le leggi del blocco, restavano poche ore in quella camera, e dopo un breve processo sommario e spicciativo, venivano adossati al muro esterno della casa e fucilati.

— È finita!... pensava Tiziano, seguitando a girare per la camera al barlume che entrava dalle fenditure delle imposte, e dopo qualche tempo, avendo scorto un materasso in un angolo, vi si lasciò cader sopra estenuato dalle violenti emozioni del giorno, che gli abbattevano terribilmente le forze; e pensava:

— Ancora poche ore e sarò morto!... quanto meglio sarebbe stato se una buona palla mi avesse ucciso nel fervore della mischia, o in quel giorno famoso di Ricurvo, o sui forti di Venezia... o nella sortita di ieri!...

Poi rivolgeva il pensiero al Cadore, a Maria ed al roccolo di Sant'Alipio, alla sua famiglia, alla sua povera madre, al vecchio padre infelice, a Michele, alla Gigia, alla gentildonna Marina, a Bortolo, ai commilitoni!... forse nessuno verrà mai a sapere in qual modo ignobile sarò morto!... fucilato in fianco ad un muro, vicino i paludi, nella squallida solitudine, a poco più di venti anni!... senza gloria!... povera patria!... povera Italia, quanti martiri ignoti saranno necessari ancora alla tua indipendenza?... .... Possano un giorno gl'italiani liberati dagli stranieri non dimenticare giammai la tirannide del loro dominio... i martiri che ne furono vittime!... l'umiliazione... la vergogna del paese, espiate con tante lagrime e con tanto sangue!...

E poi tutte queste riflessioni, tutti i nomi e le persone più care gli si confondevano nella mente esagitata, in una specie di sogno d'agonizzante.

Le ore passavano lente, affannose, piene di paurosi fantasmi. Egli ascoltava ansioso ogni calpestio, aspettando il momento di comparire davanti il tribunale di guerra, che doveva condannarlo, e gli pareva di udire la sentenza di morte, di vedere il drappello che lo conduceva all'esecuzione... gli bendavano gli occhi, e traforato dalle palle cadeva....

Rimase tutto il giorno in quella dolorosa aspettativa; i soldati andavano e venivano, in movimento continuo; udiva cambiare le sentinelle, uscire e rientrare le pattuglie, udiva i loro dialoghi tedeschi, e soffriva di non poterli comprendere.

A poco a poco la camera divenne affatto buia, e si avanzava la notte, quando udì ad un grido della sentinella, che tutti i soldati correvano ai loro fucili, ed a mettersi in rango. Allora ebbe un raggio di speranza, credendo ad una nuova sortita da Brondolo, all'arrivo de' suoi liberatori, alla fuga dei tedeschi, ma non tardò molto ad avvedersi della vana illusione. I soldati erano corsi sotto le armi scorgendo da lontano i loro superiori che si avvicinavano, e pensò che il Consiglio di guerra si avanzava per venire a giudicarlo. Allora riflettendo ai continui pericoli delle sorprese che molestavano spesso gli assedianti, comprese benissimo e trovò naturale che durante il giorno stessero in continua sorveglianza, e non si occupassero d'altro, e che si raccogliessero di notte in consiglio di guerra per prendere gli opportuni provvedimenti, o per giudicare gli arrestati in flagrante violazione delle leggi, che venivano poi fucilati al levare del sole.

Infatti udì che si spalancavano le porte della camera vicina che serviva di ufficio, s'accorse che accendevano i lumi, sentì entrare un personaggio che doveva essere un capo, conobbe la voce del sergente che gli faceva il rapporto, e certo gli rendeva conto della cattura.

Dopo un lungo silenzio durante il quale non sentiva che i battiti del proprio cuore, e delle arterie ai polsi ed alle tempie, un comando militare mise in moto alcuni uomini, la sua porta s'aperse e due soldati armati di fucile accennandogli di seguirli lo introdussero nell'ufficio, dove il capitano e il sergente sedevano al tavolo, fra due candele accese, scartabellando alcune carte. I soldati di scorta chiusero l'uscio e rimasero ai lati della porta a far guardia. Tiziano nel mezzo attendeva di essere interrogato.

Il capitano gli fece ripetere le indicazioni già date al sergente, poi gli disse:

— Voi siete accusato del flagrante delitto di rottura del blocco.

Tiziano voleva parlare, ma il capitano lo fece tacere con un cenno imperioso della mano, e soggiunse:

— Domani mattina sarete tradotto a Correzzola dove si trova il Consiglio di guerra, che deve giudicarvi, unitamente ad altri individui sorpresi dalle nostre pattuglie con viveri destinati a Venezia. Questo non è che un corpo di guardia avanzato, per la sorveglianza della linea. — E dopo tale spiegazione lo fece condurre nella sua prigione provvisoria.

Tiziano si gettò nuovamente sul materazzo col pensiero che quella era l'ultima notte che passava a questo mondo, e voleva dedicarla interamente ai suoi cari, vivendo in ispirito con loro le ultime ore della vita, ma era continuamente distratto da un andirivieni di gente, e da un ripetersi di comandi che metteva in movimento uomini ed armi. Indovinò che erano pattuglie notturne che ricevevano gli ordini e partivano al loro destino. Quel movimento durò circa un'ora, e finalmente gli successe un perfetto silenzio. Allora soltanto i pensieri del prigioniero poterono concentrarsi, e dovette provare il massimo dolore di ricordarsi del tempo felice nella miseria. Rivide il roccolo di Sant'Alipio, e il nido di Montericco con tale lucidità, che la sua anima pareva aver abbandonato il corpo per trasportarsi in quei luoghi diletti, sentiva la voce di Maria, sentiva la freschezza delle sue labbra che gli davano l'ultimo bacio.... In questo punto la porta si aperse e vide entrare un uomo rischiarato da un fanale semispento. Il prigioniero appoggiandosi ad un gomito alzò la testa, e mettendosi una mano distesa sopra gli occhi per concentrare la poca luce, osservò attentamente l'uomo del fanale, e conobbe il capitano, il quale, essendosi avanzato fino a lui, gli disse:

— Alzatevi.... la vostra Maria vi salva la vita....

Tiziano sbalordito non capiva nulla, e chiedeva ansiosamente: