Part 14
— La solitudine con Maria... altro io non avrei desiderato al roccolo di Sant'Alipio, ma non poteva rifiutarmi di ricevere le persone che venivano a farmi visita, e a congratularsi della mia ricuperata salute, perchè stavo sempre meglio, e le cure della mia buona madre, e la cara compagnia di Maria, e l'aria pura delle mie montagne mi ridonavano il perduto vigore. L'arcidiacono fu fra i primi a visitarmi; buono e pietoso coi deboli e coi vinti, era dignitoso e severo coi superbi e coi vincitori, egli mi provò colla sua condotta che un prete può essere buon cristiano e buon patriotta ad un tempo. Non sono che i preti sciocchi, e gli ambiziosi, che non sappiano mettere insieme due cose che non possono andar disgiunte — Dio e la patria. Una visita seccante e noiosa fu quella del Consigliere imperiale, che ho dovuto subire per non contrariare mio padre, il quale mi diceva che anche le banderuole sono buone a qualche cosa, non fosse altro che per sapere che vento spira. E il vento spirava terribilmente da tramontana, perchè il consigliere, mostrandomisi dolente della delusione del Cadore, mi assicurava che l'Austria non avrebbe mai a nessun patto cedute le nostre provincie, che giudicava indispensabili alla sicurezza della Germania. Al che io gli rispondeva tranquillamente che questo era un assurdo, e che se un giorno l'Italia diventasse più forte dell'Austria, sarebbe al pari censurabile se pretendesse occupare alcune provincie della Germania per la sicurezza d'Italia. — Io penso, gli dicevo, che ciascheduno ha diritto di essere padrone in casa propria, e nessuno in casa altrui — ed egli mi rispondeva — Questo va bene in teoria!... ma in pratica ogni nazione ha un piede fuori di casa, — ed io conchiudeva — bisogna dunque esser forti per esser liberi, e se tutti avessero fatto come il Cadore, l'Italia si sarebbe liberata per sempre degli stranieri.
Ed ecco la politica che ritornava a martellarmi col ritorno della salute; e appena mi sentii la forza di reggere la spada, mi tornò il desiderio di alzarla contro i nostri invasori.
Nelle ore tranquille io andavo frugando fra i libri di Isidoro per trovare qualche cosa da leggere. La sua piccola libreria non era composta che di opere d'agricoltura, di botanica, di storia naturale, e dei migliori poeti. Egli amava la natura, ne penetrava i misteri, ne ammirava il bello, studiava le virtù delle piante; e godeva di sentire le idee che erano state ispirate dalla bellezza di un fiore. Passava volentieri dalla scienza alla poesia. Egli leggeva o per imparare qualche cosa di pratica utilità, o per sollevare lo spirito al di sopra delle umane miserie. Scartabellando quei volumi leggichiavo qua e là per passatempo, e mi arrestavo a guardare le vignette. Una mattina mi cadde in mano una bella edizione del Tasso, l'apersi a caso e caddi sul canto XVI che lessi tutto d'un fiato da capo a fondo. Dopo uscito dal Seminario non avevo più letto la Gerusalemme liberata, e mi parve assai bella e tanto più meravigliosa in quanto il mio caso rassomiglia in qualche parte al caso di Rinaldo. Anch'io viveva in un giardino incantato, inebbriato d'amore, mentre altrove ferveva la guerra e si decidevano le sorti della patria.
Rimasi tutto quel giorno pensoso ed umiliato, e passando davanti uno specchio che pendeva dal muro della mia camera, mi arrestai a guardarmi. Il mio viso era ritornato fresco e rubizzo, e ne ebbi vergogna come Rinaldo davanti lo scudo adamantino d'Ubaldo; e
«Qual uom da cupo e grave sonno oppresso Dopo vaneggiar lungo in sè riviene, Tale io tornai nel rimirar me stesso....
e parlai a Maria della mia vergogna, dell'impulso che mi spingeva a raggiungere i miei amici, che oltre l'amore di patria e di libertà, mi sentivo anche animato dal desiderio di vendicare suo padre.
Alla prima impressione, questo nuovo colpo inaspettato le riuscì assai doloroso. Essa doveva dunque perdermi nuovamente, ritornare alla squallida solitudine, oppressa dal continuo timore di sapere la mia vita esposta a mille pericoli.... Doveva dunque mettere in dubbio l'avvenire?... e la nostra felicità!....
Doveva piangere nuovamente con una madre desolata, con un padre continuamente oppresso dal timore di perdere l'unico figlio!.... no, essa non si sentiva più la forza di ricominciare quella vita di ansietà, di tormenti, di affanni, di perdite disperate! Io aveva fatto il mio dovere, essa diceva, avevo pagato il mio tributo di sangue alla patria... essa aveva perduto il padre... non intendeva di perdere anche lo sposo... nessuno poteva esigere da una sola persona tali sacrifici... essa aveva diritto di vivere... e la mia morte sarebbe stata anche la sua... e forse anche quella dei miei genitori!....
Io le risposi tranquillamente:
— Tu ami dunque meglio diventare la moglie d'un vile... e vedere l'Italia oppressa dagli stranieri?... perchè se tutte le donne pensassero così, l'indipendenza italiana sarebbe spacciata per sempre!.... Pensa alla vita obbrobriosa ed umiliante che ci aspetta sotto al dominio straniero, pensa alla vergogna degli italiani... ridivenuti gli schiavi dei tedeschi!... essi ci faranno le leggi, e prenderanno i nostri figli per farne dei soldati obbligati di combattere contro la patria... e contro la libertà degli altri popoli!...
Maria, alzando gli occhi al cielo, soggiungeva:
— Hai ragione!... sono osservazioni giustissime!... ma tu non puoi uccidere tua madre... tuo padre... la tua sposa... per salvare la patria!... anche questo è contro natura!... e se tu dovessi morire, è sicuro che moriremmo tutti!... non si sopravvive a due di questi colpi... quando non si è ancora guariti del primo!... pensa all'avvenire e decidi...
— L'avvenire è in mano di Dio!... — io le risposi. — La morte è sempre preferibile al disonore. E poi non tutti i soldati muoiono alla guerra!.... Tu desideri che passino almeno sei mesi dopo la morte di tuo padre per darmi la mano di sposa. Io ti comprendo e ti approvo; ma intanto che posso io fare onoratamente qui in Pieve, solo di tutti i giovani della mia età, mentre i miei amici sono a Venezia, sotto la nostra bandiera, a sostenere l'onore e il diritto d'Italia.... Posso io rimanere qui ozioso, infingardo, senza arrossire, mentre tutti i miei comilitoni hanno ripreso le armi?!...
Essa mi rispondeva piangendo, e non avendo buone ragioni da oppormi, aveva lagrime che mi scendevano al cuore, e mi toglievano il coraggio.
Con tali lotte che amareggiavano la nostra vita, abbiamo passati alcuni giorni; la mia famiglia cominciava insensibilmente ad abituarsi a questa idea di nuove prove, alle quali mi vedeva risoluto; e se non poteva convincersi di questa necessità, sentiva di doversi rassegnare alla sorte. Mia madre dapprima si mostrò disperata, mio padre andò in collera, dicendo che io non finiva, più, che ero troppo fanatico, che ero un egoista, che non pensavo mai a lui, che egli era vecchio, stanco, sfinito, che aveva bisogno della mia assistenza. Io lasciavo passare tutte queste burrasche, rispondendo con poche parole, e talora pungenti, che facevano breccia.
La notizia giuntaci da Venezia della creazione dei _Cacciatori delle Alpi_ mi decise intieramente, e alfine tutti dovettero piegarsi alla mia volontà di partire.
Bortolo che aveva riprese con piacere le sue occupazioni pacifiche, e si sentiva poco disposto a ritornare alle fatiche ed ai pericoli della guerra, si mostrò esitante nelle nostre dispute di famiglia, ma quando mi vide risoluto ad accorrere a Venezia cogli altri, provò qualche vergogna delle sue incertezze, e si dimostrò deciso ad accompagnarmi. La Betta si opponeva con tenace resistenza, e diceva a suo figlio: «Ti proibisco di allontanarti da Pieve, sei figlio di madre vedova, e devi sostenere la mia vecchiaia.» Questa opposizione lo pungeva, ed egli le osservava che la sua vecchiaia non aveva bisogno di aiuti, perchè i suoi buoni padroni non la avrebbero mai abbandonata.
Quando mi vide fare seriamente gli apparecchi per la partenza, mi dichiarò apertamente che mi avrebbe seguito, e che niente avrebbe potuto arrestarlo.
La Betta rinnovò con maggior energia la sua proibizione, dicendogli severamente: — Tu devi obbedire tua madre!... — Si, sempre!... egli le rispose, meno quando mi ordina di non fare il mio dovere!...
Alfine tutti dovettero cedere, e furono ammirabili in questo nuovo e doloroso sacrifizio! Decisa la mia partenza, i miei stessi genitori desiderarono che Bortolo mi accompagnasse, e così anche la Betta dovette rassegnarsi.
Io mi credeva il più forte di tutti, ma all'ultimo momento mi mancò ogni coraggio, e sentii profondamente il dolore della separazione di quanto aveva di più caro sulla terra!...
Si scambiarono molti baci, cogli occhi velati dalle lagrime, colla voce soffocata dall'emozione. L'addio della partenza fu una lacerazione violenta, e straziante. Uscii di casa che non vedevo più nulla. Udii un grido disperato, un singhiozzo angoscioso al quale risposero altri singhiozzi....
Bortolo mi aiutò a salire in carrettina, mi si sedette vicino... e si trottava verso Tai che ancora l'interna lotta sconvolgeva i miei pensieri in un caos, e gli oggetti esterni mi passavano davanti confusi, come nell'ambiente vaporoso di un sogno.
Il vecchio Anselmo guidava la Nina, e così tutti i vecchi del Cadore ritornavano dalla giubilazione al servizio attivo, perchè i giovani erano tutti scomparsi.
Prima di uscire dalla Valle di Pieve ci rivolgemmo entrambi un'ultima volta a salutare il paese ed io sentiva un vuoto profondo dentro di me. Il mio cuore era restato al roccolo di Sant'Alipio; e pensavo che forse non avrei veduto mai più il nido di Montericco!...
Quando siamo discesi a Perarolo, la gente che ci vedeva passare ci salutava cordialmente con un sorriso amichevole ed un cenno del capo che era una manifesta approvazione alla nostra partenza. C'intendevamo senza parlare; tutti indovinavano che si andava a riprendere le armi, e ad offrire il nostro sangue per la liberazione della patria.
Anche a Longarone non c'erano più giovani, e i vecchi patriotti ci stringevano la mano con affezione dicendoci: — Bravi... bravi... fate buon viaggio... e felice ritorno....
Queste dimostrazioni cortesi ci infondevano il coraggio che avevamo perduto al momento della partenza, e siamo giunti a Serravalle tranquilli e soddisfatti d'aver seguita la via dell'onore, ove la bandiera italiana raccoglieva nuovamente gl'intrepidi difensori del Cadore.
È inutile che ti racconti tutti i giri e raggiri che abbiamo dovuto fare, per deludere l'attiva sorveglianza degli austriaci, ma in questa lotta fra la vigilanza e l'astuzia siamo riusciti vincitori... ed eccoci da poche ore a Venezia. —
Finito il racconto di Tiziano, Michele aveva ancora molte curiosità da soddisfare, per cui le ciarle continuarono un bel pezzo, e si convenne sul modo di vivere insieme, e su quanto era da farsi. Poi i due giovani si recarono da Calvi, e presero con lui gli opportuni concerti. E quando Calvi stringeva la mano di un cadorino pareva che rivedesse un fratello.
Il giorno seguente Bortolo veniva arruolato nei _Cacciatori delle Alpi_, ed entrava in caserma ove trovava gli antichi commilitoni; e Tiziano ripreso il suo grado di ufficiale si alloggiava in una stanza vicina a quella di Michele, e prendeva conoscenza alla sua volta, della vita che il suo amico conduceva a Venezia.
XIII.
Non erano le sole imprese guerresche che tenessero occupato Michele, il quale divideva le sue occupazioni fra la difesa dei forti, e l'assedio di una terrazza. Le milizie alternavano i giorni di servizio con quelli di riposo, e così il suo tempo si trovava diviso fra le ore nelle quali arrischiava la vita e quelle che impiegava per consolarla.
S'era trovato un alloggio all'ultimo piano d'una vecchia casa, per combinare l'economia col bisogno d'aria e di sole, e di là poteva vedere la laguna sopra i tetti delle case, e respirare l'aria pura ad un'altezza che gli rammentava le montagne. Per giungere a tale dimora, partendo da piazza San Marco, era necessario di percorrere mezza Venezia; introducendosi in calli storte ed anguste sotto alte case passare per sotto portici e viottoli misteriosi, attraversare rivi e canali tortuosi, sopra ponti in isbieco da dove si vedevano case rientranti e sporgenti, poggiuoli di ferro e di marmo, balconi gotici, marmi orientali e mattoni scalcinati, come le quinte d'un teatro, che devono servire a varie rappresentazioni, e che si trovano miste e confuse fra loro. E tutto questo ammasso di fabbriche, palazzi, casipole e catapecchie sorgeva dall'acqua nel buio, si alzava a varie altezze, e nei piani più elevati un bel raggio di sole sbatteva i muri a sghimbescio, illuminando abbaini, loggie, e camini a cono tronco rovesciato.
Si entrava nella sua casa per un andito tenebroso, verdognolo per vegetazioni muscose prodotte dall'umidità permanente, e dalla luce assente, e si saliva per una scala tortuosa, che non finiva mai, fino che giunti all'ultimo piano, e aperta la porta della camera, si entrava in un'onda di luce che penetrava da due larghe finestre sempre spalancate, dalle quali si vedeva da lontano, sopra i tetti, un ampio spazio turchino di laguna, a macchie gialle prodotte dai bassi fondi, solcato da battelli e barche di pescatori, con qualche gondola raminga, e qualche vela riflessa nelle onde.
Era un orizzonte infinito come in cima d'un campanile.
La casa dirimpetto, più bassa della sua, finiva con due camerette a piccoli balconi ed era fiancheggiata da una di quelle terrazze che a Venezia si chiamano _altane_.
Michele alla finestra contemplava estatico l'ampio panorama che gli si stendeva davanti, e fumava in una pipa turca. Un giorno che stava meditando sulle tristezze della vita solitaria, una vezzosa apparizione attirò i suoi sguardi all'altana.
Una bella ragazza, di forme snelle, si mise a stendere il bucato sopra le cordicelle appese alle pertiche fissate negli angoli, cantando una canzonetta veneziana con voce melodiosa, che armonizzava perfettamente coi delicati lineamenti d'un pallido viso, illuminato da due grandi occhi vivaci che brillavano sotto una fronte serena incoronata da morbide treccie di capelli castani.
Allora era l'epoca della fratellanza universale alimentata da curiosità, da speranze, da timori comuni, nella quale tutti si parlavano senza conoscersi, e colle reciproche confidenze in pochi istanti si stabiliva l'intimità. Michele salutò la fanciulla che cortesemente rispose, dapprima scambiarono qualche parola insignificante, ma a poco a poco acquistarono confidenza e s'intrattennero a parlare degli affari del giorno. Essa era lieta di poter aver notizie della guerra da un _Cacciatore delle Alpi_, ed egli era felice di poter conversare con una graziosa vicina e riposare gli occhi sopra un bel viso giovanile, che rasserenava il suo spirito.
Lo sguardo della donna è sprone alla gloria, nè si potrebbero comprendere le giostre dei tempi cavallereschi senza la presenza incoraggiante delle dame che assistevano ai combattimenti, e ricompensavano i prodi vincitori. Quella modesta altana, sorgente sopra un povero tetto, in un angolo romito di Venezia, esercitava la sua influenza elettrica su tutti i forti della città, nei quali Michele portava successivamente gli ardori accesi dalle scintille di due begli occhi. Gli occhi di Maria avevano fatto di Tiziano un eroe delle Alpi, gli occhi della bella veneziana facevano di Michele un eroe della laguna. Come le immagini che si venerano sugli altari possono rappresentare la divinità, così il volto d'una donna, può personificare la patria, e Michele sentiva da lontano quello sguardo che gl'infondeva audacia davanti il nemico, e lo rendeva più risoluto in faccia al pericolo. E quasi tutti quei giovani soldati erano legati da quei fili invisibili che facevano balzare i loro cuori di ardente entusiasmo per Venezia, che riassumeva tante attrattive e tante passioni personificando la bellezza, l'amore, la patria.
Nei forti di Marghera, di Brondolo e di Chioggia, si lottava non solo colle artiglierie austriache, ma ancora colle insidie d'un nemico nascosto fra le canne palustri, e le acque stagnanti, che infondeva nelle membra dei combattenti la squallida febbre. E quando Michele ritornava sfinito dalle fatiche e dai pericoli della difesa, un bel sorriso lo attendeva dirimpetto ai suoi balconi, e gli pareva che quella ragazza con uno sguardo riconoscente lo ricompensasse di tutte le pene.
Il blocco chiudeva la città per terra e per mare, i viveri cresciuti di prezzo rendevano assai cara la vita, ma nessuno si lamentava, e tutti cercavano di ingegnarsi per non aggravare le tristi condizioni con vane recriminazioni. Michele vedeva ogni notte un lumicino che ardeva nella povera cameretta dirimpetto, e la fanciulla dell'altana che lavorava assiduamente fino ad ora avanzata. Ammirando quella vita laboriosa, ne prese vivo interesse, e afferrata ogni occasione d'interrogarla non tardò molto a conoscere il nome, e la semplice storia della sua bella vicina.
La Gigia era una povera e onesta fanciulla. Rimasta orfana ancora bambina, era stata allevata e custodita dalla nonna che le aveva insegnato il suo mestiere di cucitrice.
La nonna era una vispa vecchietta, che apparteneva all'ultima generazione della repubblica, nella quale aveva vissuto allegramente nella prima gioventù, e rimpiangeva sempre quei bei tempi color di rosa, deplorando tutti i mali successivi come se fossero i soli frutti del secolo presente, e le naturali conseguenze del governo straniero che detestava a suo modo, cioè burlandosi dei tedeschi, della loro dabbenaggine e spilorceria che, messa a confronto col fasto e le pompe dei nobili del suo tempo, le pareva una vera miseria. Colpita dagli acciacchi della vecchiaia, che attribuiva in gran parte all'influenza dei tempi, conservava tuttavia il suo umore brioso, e raccontava piacevolmente le balordaggini attribuite ai tedeschi, sempre disprezzati dal popolo veneziano che li trattava da bambocci, non ignorando che erano entrati in Venezia non per merito di vittorie, ma per semplice effetto d'un trattato diplomatico, stipulato dall'Austria con Buonaparte traditore della repubblica. Fino l'ultima plebe di Venezia sentiva un certo orgoglio delle cadute grandezze dell'antico governo di San Marco, e calcolava che i tedeschi non conservassero il dominio che per la sola forza materiale prevalente, caduta per sorpresa, come un peso morto sulle spalle del leone, il quale appena aveva potuto muoversi se n'era liberato. E per tali idee il popolino Veneziano trattava i dominatori colla superiorità del disprezzo, dava del tu a tutti i soldati, si burlava della loro bonarietà, pareva sentisse che i suoi quattordici secoli d'indipendenza e di grandezza, gli dessero i diritti dei vecchi sui bimbi. La nonna Giovanna era stata moglie d'un marinaio della repubblica, di quelli che avevano accompagnato Angelo Emo sulle coste dell'Africa, e nell'ultima spedizione di Tunisi, e avvezza fino dall'infanzia ad ammirare la destrezza dei marinai veneziani nel maneggio del loro mestiere, si sbellicava dalle risa quando vedeva dei soldati tedeschi imbarazzati a condurre una barca di pagnotte nei canali, ove ingarbugliavano i remi dentro o sotto le altre barche, con pericolo di cadere in acqua, e il gondoliere che passava rapidamente, tenendosi ritto sulla gondola leggiera, li trattava da ragazzi principianti, e li canzonava, dicendo loro in aria di protezione: — «Andè a casa putei, che no i xe afari per vualtri!»
Divenuta vecchia la Giovanna doveva lavorar cogli occhiali, il lume della lucerna le indeboliva gli occhi sempre più, e la Gigia la mandava a letto per tempo, e lavorava soletta fino che il sonno le faceva cader la testa sul lavoro, ma non voleva che la povera nonna avesse a mancare di nulla.
— Quella sarebbe una donnetta per me!... pensava Michele, se dopo la guerra potessi stabilirmi a Venezia, a fare l'avvocato, perchè non sarebbe mai possibile di condurre quella colomba nella tana dell'orso; — chè con tal nome chiamava sempre suo zio.
E con tali idee si diportava colla fanciulla da vero galantuomo, senza dichiarazioni avventate e fuori di tempo, procurando di meritare la sua fiducia, e la sua amicizia, e di entrare nelle buone grazie della nonna, il che non era tanto difficile per un difensore di Venezia, — bastava che si mostrasse sempre pronto a respingere i tedeschi, e fosse di buon umore, e ben disposto a riconoscere che Venezia era la più bella città del mondo, e il governo della repubblica, il migliore dei governi.
Appena Tiziano prese possesso della camera vicina, Michele lo presentò alle sue nuove conoscenze, come un compatriotta, che quantunque fatto sposo d'una buona e brava ragazza tuttavia arrischiava la vita per la patria pensando che il dovere del buon cittadino deve passare prima di tutto.
Gigia ammirò la virtù del nuovo vicino, lo osservò col più vivo interesse, raccontò alla nonna la condizione del giovane....
— Deve essere un bravo figliuolo, rispose la nonna, non dico che il signor Michele sia da meno di lui... ma talvolta ha dei tiri da matto.
La Gigia ridendo raccontò a Michele il giudizio della nonna, ed egli le rispose:
— La nonna va perfettamente d'accordo con mio zio orso, e a guerra finita procureremo di combinare il loro matrimonio, così io ci guadagnerò una bella cuginetta.... e ridevano di cuore.
Quelle buone donne s'erano fatta una dolce abitudine della conversazione dei vicini, cosicchè se mancavano un giorno di presentarsi alla finestra, era per loro una vera privazione, e per godere più spesso della lieta compagnia, li invitarono a salire alla loro dimora. Michele ne fu felice, e la relazione assunse il carattere d'una amichevole intimità, soddisfacente per tutti quattro. I giovani salivano allegramente quelle scale, e passavano qualche ora in vivace conversazione, le donne intente al lavoro, i due ufficiali occupati a raccontare le vicende dell'assedio.
Quando i due amici erano liberi entrambi ci andavano insieme, quando uno era di guardia l'altro andava solo. Però in mezzo ai lieti conversari c'era sempre un grave pensiero dominante da parte delle donne — il pericolo al quale erano esposti quei bravi giovani.
Venezia abbandonata da tutti si difendeva eroicamente. Le batterie nemiche fulminavano le fortificazioni, ove i soldati dovevano rimanere al loro posto per dodici ore continue. Quando tuonavano le artiglierie dai tre forti di San Secondo, Sant'Antonio, e San Giuliano, il popolo veneziano diceva che i tre santi erano in baruffa.... e la baruffa fu lunga e tremenda. Quando Michele raccontava le scene di lutto che erano avvenute sotto ai suoi occhi, le donne impallidivano, e sospendevano il lavoro assorte in dolorosi pensieri. Egli non parlava che di feriti, di morti, di rovine. Quando Michele era di guardia, Tiziano solo andava a visitare le vicine, e allora la Gigia gli domandava mille cose di Maria, e il giovanotto le narrava i suoi amori descrivendole il roccolo di Sant'Alipio, e il nido di Montericco. Egli si teneva in continua corrispondenza colla famiglia e con Maria per mezzo di Giacomo Croda che faceva il contrabbando, e introduceva a Venezia ogni sorta d'oggetti specialmente di provianda, sfuggendo con rara destrezza alla severa sorveglianza del blocco.