Part 13
Appena aperto l'arruolamento vi accorsero in gran numero i giovani provenienti dal Cadore, da Agordo, da Zoldo, da Belluno; e accorse fra i primi Michele, che fu subito nominato ufficiale, e lieto di riprendere le armi si mise con vera passione ad istruire i giovani coscritti, promettendosi di vendicare l'invasione del Cadore.
Un giorno egli stava ciarlando sulla porta della caserma con alcuni commilitoni, quando un giovanotto gli si slanciò improvvisamente fra le braccia, e lo strinse al seno con affettuosa tenerezza.
È facile immaginare la sua sorpresa quando riconobbe il diletto amico Tiziano Lareze, che aveva pianto per morto; ed anche vedendoselo davanti vegeto e sano lo andava palpando, per assicurarsi che non fosse un sogno, un'allucinazione, od un'ombra.... ma era proprio lui!...
Essendo l'ora della colazione non avevano nulla a fare di meglio che andare insieme al _Cavaletto_ a raccontarsi la loro storia. E strada facendo, Michele sbalordito dalla comparsa dell'amico non rifiniva d'interrogarlo, con successive e confuse domande, senza lasciargli il tempo di rispondere.
— Dunque non sei proprio morto!... mi pare ancora impossibile!... ma non hai ricevuto una palla croata all'assalto di Rivalgo?... non sei stato preso e fucilato?... nè trucidato dai soldati furibondi, come ce l'avevano fatto credere in Cadore?... Dove sei stato fin adesso?... perchè non hai avvertito la tua famiglia, e la tua povera fidanzata, che eri ancora vivo?... perchè non hai mai scritto agli amici?... come sei giunto a Venezia?... hai notizie della famiglia.... e di Maria?...
— Se mi lascerai parlare risponderò a tutto, gli diceva Tiziano, ma intanto andiamo a far colazione.
Entrarono al _Cavaletto_, e si ritirarono in uno di quegli stanzini che sembrano fatti apposta per le intime confidenze, raccolti, ristretti, senza altro foro che quello per il quale si entra. Fecero portare del vino, e del migliore, e cominciarono a fare un evviva al Cadore, ed alla futura indipendenza della patria; poi bevettero alla salute dei morti risuscitati, e dei vivi che s'incontrano mentre le montagne stanno ferme.
Michele dovette frenare la sua impaziente curiosità, e lasciare che l'appetito del suo amico fosse soddisfatto prima di ottenere il racconto delle sue avventure. Finalmente giunti al termine della colazione, accese un sigaro, e appoggiandosi coi gomiti sulla tavola, stette ad ascoltare senza batter palpebra quanto gli narrava Tiziano:
Egli cominciò in questi termini:
— Prima di tutto è necessario che ti confidi un segreto. Devi dunque sapere che dopo la venuta di Calvi in Cadore, Maria divenne così entusiastica ammiratrice delle sue geste, e della sua persona, che non si poteva intrattenerla d'altro argomento. Essa non viveva più che per udire quanto faceva il capitano, voleva conoscere i più minuti particolari della sua vita, voleva vederlo, applaudirlo, seguirlo col fucile in spalla, pregava ferventemente per lui, lo trovava sentimentale, bello, sublime!... Ne fui grandemente geloso!... te lo confesso senza raggiri.... vidi che per Maria la gloria aveva un prestigio irresistibile, e mi sentii trascinato da un ardente bisogno d'eroismo.... il mio amore per la patria, e per la libertà, s'era fuso coll'amore per Maria, ed io mi sentivo spinto da un ardente impulso verso tutte le imprese più difficili, e mi pareva di doverle superare colla forza della mia volontà.
Imitare il coraggio di Calvi mi pareva la cosa più naturale del mondo, volevo superarlo, volevo compiere qualche fatto straordinario, raggiungere la gloria o morire!... Nudrivo questi sentimenti nel segreto dell'anima ardente, quando chiamati sotto le armi fummo mandati a Ricurvo per impedire l'entrata dei tedeschi che avanzavano da Termine. Ti rammenti tutte le peripezie di quella memorabile giornata.
Ubbriacato dall'esaltazione del mio cervello, eccitato maggiormente dall'odore della polvere, e dalle grida vittoriose dei nostri, mi pareva che Maria mi guardasse, non volevo lasciarmi passare da nessuno, mi sentivo le ali che mi portavano, ed una forza erculea che mi rendeva capace di difendermi contro venti. Udendo la voce di Calvi che mi chiamava indietro ho supposto che egli invidiasse la mia audacia, e raddoppiai la corsa fra una grandine di proiettili che mi fischiavano intorno lasciandomi incolume, e inseguendo il nemico che fuggiva entrai nel paese colla spada alzata, eccitando i miei soldati a seguirmi.
I tedeschi penetrati nelle case di Rivalgo tiravano dalle finestre, io menava la spada furiosamente quando fui colpito da varie palle e caddi come morto per terra. Questa è stata la mia salvezza, tutti gli altri furono presi, trucidati, e fucilati come briganti. Io rimasi abbandonato coi morti. Non apersi gli occhi che a notte avanzata, e mi vidi davanti il barlume d'un fanale, ed un uomo che mi stava osservando. Udii che diceva ad un suo compagno: «Questi non è morto».
«Chi siete voi?...» io gli chiesi.
«Ufficiale d'ambulanza....» egli mi rispose, e soggiunse, «dove siete ferito?...»
«Io non so nulla....» risposi. Egli mi esaminò attentamente, poi parlò in tedesco con coloro che lo assistevano, e fui alzato da terra ove stavo come sepolto fra il sangue, la polvere, le macerie, i corpi morti e i feriti delle altre vittime.
Allora al primo movimento incominciarono i dolori alle mie ferite, dolori acutissimi ai quali avrei preferito la morte. Mi collocarono in un carro d'ambulanza, solo italiano fra croati feriti e moribondi, e fra gli spasimi i più atroci, dopo un eterno viaggio notturno, nel quale ogni scossa mi faceva credere che fosse l'ultima che potrei sopportare, giungemmo all'ospitale di Belluno, ove fui portato più morto che vivo in una sala piena di letti e d'infermi, che mandavano gemiti dolorosi. Mi rammento appena come d'un sogno d'aver veduto a tagliare in fretta gambe e braccia che venivano gettate lontano, raccolte e trasportate da infermieri. Venuta la mia volta mi furono estratte delle palle, fui lavato e fasciato, ma non avendo ossa fratturate non ho subìto amputazioni. Però non ebbi nemmeno il tempo di pensare ai miei casi, ed una grave malattia mi tolse i sensi per molto tempo.
Quando mi risvegliai come da un lungo letargo, tutto era finito in Cadore, ma io rimasi ancora su quel letto sfinito di forze, e come in fine di vita, incapace di concepire un'idea, smemorato, nell'impossibilità di pensare a dar l'annunzio del mio stato alla famiglia. Vedevo bene come da un'altra vita Maria, i miei genitori, gli amici, ma tutto confuso come in un mondo fantastico, fra le nuvole, senza rendermi conto precisamente di nulla. Finalmente la forza della gioventù, il vigore della mia costituzione, prevalsero nella lotta colla morte, e a poco a poco riebbi i sensi, vidi più chiaro, cominciai a rammentarmi i fatti trascorsi, a comprendere la mia posizione, ma talmente sfinito di forze che mi mancava l'energia necessaria a chiedere o a volere qualche cosa. A poco a poco le piaghe di varie ferite si andarono rimarginando, ed io riprendevo qualche forza. Il mio più vivo desiderio era di far conoscere il mio stato alla famiglia, ma non sapevo a chi indirizzarmi; fra gl'inservienti dell'ospitale non conoscevo nessuno, non ero circondato che da stranieri che non m'intendevano; i medici e gl'infermieri erano tutti tedeschi, quest'ultimi poi avevano maniere d'aguzzini e mi facevano ribrezzo; mi avevano rubato il denaro e l'orologio, e non avevo più un soldo.
Quando cominciai a stare un po' meglio entrò nell'ospitale un nuovo medico assistente che parlava qualche parola d'italiano, e potei comprendere da lui che ero considerato come prigioniero di guerra, e che non ero conosciuto che per un numero, non avendo potuto sapere il mio nome nello stato nel quale venni raccolto. Appena fui in caso di scrivere due righe lo pregai che volesse farmi il favore di far sapere alla mia famiglia che ero ancora vivo, e che mi trovavo ammalato in un'ambulanza militare di Belluno. Mi fece dare il necessario per scrivere, e fu tanto cortese da incaricarsi egli stesso di gettare la lettera alla posta.
Tre giorni dopo mio padre era al mio letto, e mi portava i baci di mia madre e di Maria. Tutti mi avevano pianto per morto. La mia emozione fu grande e pericolosa, e seguita da un deliquio. Ripresi i sensi, mio padre mi teneva per mano raccomandandomi di star tranquillo. Il medico lo aveva assicurato che io non aveva bisogno che di quiete per riacquistare le forze perdute. Egli aveva ottenuto il permesso di visitarmi ogni giorno, ed anche di ricondurmi a casa appena fossi stato in caso di ritornare al mio paese. Alla terza visita quando mi vide più calmo e più forte, mi annunziò con infinite precauzioni la morte del povero Isidoro, la disperazione di Maria, la sua avventura a Rendimera, le lagrime versate per la mia scomparsa.... e mi disse che tu eri a Venezia, sano e salvo, sempre fedele al tuo dovere, malgrado le tenaci opposizioni dello zio. Il vivo desiderio di rivedere Maria, e di riabbracciare mia madre, affrettò la mia guarigione. Mio padre aveva scritto alla famiglia annunziando il nostro prossimo arrivo, e intanto veniva ogni giorno a farmi compagnia, mi raccontava gli ultimi fatti del Cadore, e mi dava del denaro, oh!... sovrumano portento della pecunia!... alla vista delle mie monete d'argento gl'infermieri tedeschi intesero l'italiano, si fecero gentili, e divennero le migliori paste del mondo. Il cibo che mi feci portare dal di fuori contribuì grandemente a mettermi in forze, e non tardò molto ad arrivare il bel giorno della mia liberazione.
Quando abbiamo preso congedo dal medico egli raccomandò a mio padre di tenermi in quiete e riposo, lontano da ogni rumore, e da ogni cura della vita. E finalmente eccoci fuori dalle miserie dell'ambulanza, all'aria libera e al sole!...
— Cameriere un'altra mezzina.... — domandò Michele.
Toccarono i bicchieri, e bevettero facendo un evviva all'Italia.
E dopo una breve sosta, Tiziano riprese il suo racconto.
XII.
Mi ricorderò fin che vivo — egli disse — l'effetto che mi fece il sole, e l'aria aperta delle montagne alla mia uscita dall'afa nauseabonda dell'ospitale. In principio mi pareva di star peggio, avevo gli occhi abbacinati dalla luce, e l'aria balsamica mi dava il capogiro. A poco a poco mi parve di rinascere, e infatti ero proprio come un bimbo, mi mancavano le forze, non potevo camminare senza appoggiarmi ad un braccio che mi reggesse, e dovetti fare il viaggio da Belluno a Pieve in due giorni.
Il primo giorno ci siamo arrestati a Longarone, ove la mia buona madre mi attendeva impaziente di rivedermi. Quale abbraccio fu quello della povera donna, che dopo d'avermi creduto morto, non poteva persuadersi che fossi ancora vivo. Mi stringeva fortemente al seno, e non mi voleva lasciare; e piangeva dirottamente.... per la consolazione di rivedermi!... Poi mi contemplava lungamente e non poteva rassegnarsi di trovarmi così debole, e sparuto da far compassione ai sassi. Quale beatitudine io provai nel poggiare la testa sulle sue spalle.... nell'accarezzare i suoi grigi capelli, nel consolarla colle mie assicurazioni, nel dirle che mi sentiva rinascere all'idea di rivedere il paese.
Mi raccontò che dopo la morte del povero Isidoro avevano adottato Maria, e se la tenevano in casa come figliuola. Quando giunse la mia lettera che mi annunziava ancora vivente e vicino, la loro gioia fu tale che ogni altro pensiero venne dimenticato, ma quando passato il primo slancio di contentezza si cominciò a pensare alla istallazione del reduce, allora la mia buona madre fu assalita da scrupoli che la misero in grave imbarazzo. E infatti quando un morto ritorna al mondo, si capisce che deve recare qualche disturbo. Non si poteva allontanare Maria adottata per figlia, e non si voleva ammettere che prima delle nozze io convivessi colla sposa. Consultato mio padre, egli rispose bonariamente che non ci vedeva inconvenienti, che ci considerava entrambi suoi figli, e che era ben contento di vederci tutti riuniti sotto lo stesso tetto.
Mia madre oppose che la convivenza degli sposi prima delle nozze era vietata dalla chiesa. Mio padre sempre titubante fra la ragione e la fede, sempre tenace alle sue idee, e in pari tempo rispettoso alle credenze della moglie, non sapeva a quale partito appigliarsi, e fu necessario di far intervenire l'arcidiacono per sciogliere l'arduo problema. Egli trovò subito un espediente, e disse:
— Non è possibile di allontanare Maria dal vostro tetto dopo che l'avete giustamente adottata per figlia, e non è possibile nemmeno di violare le leggi della chiesa che non permettono la coabitazione degli sposi prima delle nozze. Ebbene, mi pare che sia facilissimo di combinare le cose senza nessun inconveniente, anzi con vantaggio di tutti. Il convalescente con sua madre vada ad abitare al roccolo di Sant'Alipio; nella quiete serena di quel tranquillo rifugio, nel silenzio e nella pace che gli sono ordinate dal medico, la sua vista non sarà turbata dall'aspetto dei croati. Maria resterà con sior Antonio e la Betta, e dopo le nozze o potrete fare una sola famiglia, o la madre tornerà a casa, e la sposa andrà a coabitare collo sposo, nel roccolo.
Tale decisione fu accolta con piacere da tutti; mia madre non domandava che di starmi vicina, per curare a modo suo la mia salute, Maria era felice di aprirmi la sua casa, che doveva portare in dote; e mio padre fu soddisfatto della buona idea di tenermi lontano dal brutto aspetto dei croati che giravano in paese. Tutti furono dunque contenti. Mio padre venne a Belluno, e mia madre appena avvertita del nostro arrivo fu ad incontrarmi a Longarone, ove abbiamo passato il primo giorno all'albergo della Posta. Maria mi aspettava ansiosamente.
Al mattino seguente ci siamo messi in viaggio per tempo. Nell'aria fresca dei monti sentivo l'alito della patria. La Nina ci condusse allegramente come sempre, col suo passo animoso, mandando i soliti nitriti all'avvicinarsi della stalla. Siamo andati a smontare di carrettina a casa nostra. La Betta ci aperse il portone, e quando mi vide si mise a piangere e a ridere nello stesso tempo, e teneva le mani giunte, e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziare Iddio pel mio ritorno. Bortolo afferrava Fido pel collare, e lo teneva con ambe le mani, per timore che nell'impeto dell'entusiasmo potesse gettarmi a terra, ma la povera bestia faceva sforzi disperati, e mandava guaiti affannosi, sentendosi contrariata nell'espressione del suo affetto, e voleva saltarmi al collo, accarezzarmi, e lambirmi le mani; e poi urlava, perchè la gioia eccessiva rassomiglia al dolore, non solo nell'uomo, ma anche negli animali suoi amici. Abbracciai tutti teneramente, sorpreso di non vedere Maria, la quale credendo che si andasse a smontare al roccolo, stava ad aspettarmi per fare gli onori di casa. Mia madre ed io siamo corsi subito a raggiungerla, e mio padre rimase in casa a sbrigare gli affari più urgenti, che si erano accumulati per la sua lunga assenza.
Ah! Michele! quali sensazioni ho provate in quel giorno!... — e qui tremava la voce a Tiziano, a tal punto, che dovette sospendere il racconto per qualche momento. Finalmente continuò: in piazza di Pieve sventolava la bandiera gialla e nera, con l'aborrito acquilotto bicipide. I croati facevano la guardia. Passammo oltre rapidamente. Io mi appoggiava al braccio di mia madre, e con un bastoncello nell'altra mano reggevo i miei passi. Entrammo nel boschetto dei larici dalla porticina che era aperta, ed eccoci davanti la casa di legno, ove Maria ci aspettava tutta vestita di nero per la morte di suo padre. Quando mi scorse, essa mandò un grido e si precipitò nel mio seno; mia madre ci gettò le braccia al collo, ci strinse insieme, e così restammo qualche tempo, senza poter proferire una sola parola. Poi mi presero una per parte, e sostenendomi con ogni cura mi introdussero nella loggia.
Un bel mazzo di fiori, bianchi e rossi, circondati da verdi foglie stava sul tavolo davanti al canapè, per farmi vedere che il nostro nido s'era conservato italiano, senza macchia e senza paura.
L'aspetto dei noti monti, quell'orizzonte che mi richiamava alla mente tante memorie, quelle piante, quelle esalazioni della terra, quei profumi... e la mancanza d'Isidoro, mi penetrarono il cuore di tante emozioni, che io proruppi in dirotto pianto.
Maria si gettò in ginocchio ai miei piedi e pianse con me, mia madre voleva consolarci, e pianse con noi. Fu un'ora d'amara tenerezza e di dolorosi compianti.
Alfine le due donne mi sedettero da presso, e si cominciò a rammentare la lunga serie dei nostri dolori, ai quali non era possibile nemmeno di aprire uno spiraglio alla speranza, tanto eravamo circondati da luttuose ambascie, e da pungenti sventure!...
Sulla sera mio padre venne a prendere Maria, ed io presi possesso, con mia madre, della tranquilla dimora.
Al mattino seguente mi alzai per tempo, ed uscii a respirare le brezze dei miei monti, recandomi in devoto pellegrinaggio al santuario del mio amore, al verde nido di Montericco, ove sedetti lungamente solitario, pensando al passato e all'adorata fanciulla.
Colà mi sorprese mia madre portandomi una scodella di latte appena munto, che mi parve concentrasse tutti gli aromi delle nostre Alpi, tutto il miele dei nostri fiori.
Dopo di averla assicurata che mi sentivo bene, le chiesi di Maria e mi promise che sarebbe venuta ogni giorno a passare alcune ore con noi. Tale notizia mi riempì di gioia, e mi fece conoscere come, il nido di Sant'Alipio, sarebbe sempre il mio paradiso terrestre... anche mentre ci stava intorno l'inferno.
Andai vagando lentamente nell'ameno ricinto, esaminando ogni albero, ogni arbusto, ogni erba, ogni viale, a me tanto cari per sante memorie, e alzando gli occhi mi si affacciava allo sguardo quell'incantevole panorama che fu il fondo pittoresco di tutte le scene della mia giovinezza, dei giuochi, dell'amicizia, delle congiure... e del più tenero amore!...
Povero Isidoro, quest'oasi che fu il pacifico rifugio della tua vita modesta, ti faceva rivivere e palpitare nel mio cuore, ed io ti vedevo, come un'ombra, fra quel caos d'erbe, di fiori, di alberi, e di viali. Mi sembrava d'averti parlato poco prima mentre stavi attento a fare un'innesto, o salivi la scala a mano per potare i fruttai, o per distruggere i bruchi; e mi pareva di udire la tua voce, quando seduto sullo scoglio in fondo al terreno, ti burlavi dell'aquilotto, fumando pacificamente la pipa, con Turco sdraiato ai tuoi piedi.
Maria mi comparve davanti, come una divina apparizione, mentre andavo divagando fra i miei sogni, e non mi raccapezzavo bene se fosse illusione o realtà. Rimasi lungamente a contemplarla in silenzio, in un estasi di ammirazione.
«Che cosa hai che mi guardi così?...» mi chiese in aria sospettosa.
«Mi sembri sempre più bella!...» le risposi, «ed io così accasciato non mi trovo più degno di te!...»
«È tutto il contrario» essa mi osservò «le tue sofferenze ti circondano d'un'aureola che ti rende superiore ad ogni altro uomo. Ora che al mio amore si aggiunse l'ammirazione pel tuo eroismo, tu sei per me il tipo più perfetto che abbia sognato sulla terra!...»
Allora mi rammentai il suo entusiasmo per Calvi, la sua attrattiva per la gloria militare... le strinsi la mano con effusione di cuore... mi trovai ampiamente ricompensato dei patimenti sofferti.... mi parve d'essere più grande, e più degno di lei.
Appoggiato al suo braccio, ci avviammo al nostro nido, ove cacciate le mani ne' suoi bruni capelli la baciai sulla bocca... e vidi il cielo risplendere d'una luce divina.
Più tardi mia madre ci raggiunse, e si parlò lungamente di mille cose, ed io raccontando a Maria le affettuose accoglienze di Fido le chiesi dove fosse il vecchio Turco, il nostro compagno di caccia, l'amico fedele e inseparabile di Isidoro.
Maria congiungendo le mani in atto di pietà, mi disse:
«Tuo padre non ti ha dunque raccontato la sua storia?...»
«No, le risposi, egli evitava di narrarmi tutto ciò che poteva commovermi; ora che sono più forte, parla pure senza paura.»
Allora essa mi raccontò coi più minuti particolari la storia di Turco, che tu devi conoscere.
— Io l'ignoro completamente, non essendomi trovato col povero Isidoro al momento fatale della sua morte.
— Eccoti il fatto in poche parole. Sai che Turco voleva sempre seguire il suo padrone, ma siccome egli intendeva la parola, ed era obbediente e disciplinato come un eccellente soldato, così bastava un cenno del padrone perchè egli andasse a cuccia senza esitare.
Nell'ultima sua partenza da casa il cane si rifiutava ostinatamente di ubbidirlo, e voleva seguirlo per forza. Non c'erano nè comandi, nè minaccie che potessero farlo rientrare. Fu d'uopo che Isidoro lo conducesse per mano, e lo chiudesse in camera. Ma Isidoro non era due chilometri lontano da casa, che voltandosi indietro vide Turco che seguiva tranquillamente il drappello dei militi, colla coda bassa, umile, avvilito di dispiacere al padrone ma trascinato a seguirlo da una forza irresistibile.
Isidoro gli andò incontro, e quando gli fu vicino, stese la destra verso Pieve, gli fece cenno imperioso di ritornare sulla sua strada, dicendogli: — Va subito a casa... Turco a casa subito... ma subito. — Il cane si gettò a terra colle gambe in aria in atto di domandare pietà.
Isidoro era buono, amava Turco come un amico, e vedendo che il cane non cedeva, cedette lui, sorrise, gli perdonò quella strana insistenza, e facendogli segno d'alzarsi gli disse: — Vuoi assistere per forza anche ad una caccia ai croati, ebbene la vedrai.... è meno bella di quella degli uccelli.
Il cane lieto del perdono ottenuto accompagnò costantemente il padrone... e dopo la fatale giornata fu trovato sulla sera che lambiva la fronte del cadavere, ove era passata la palla che lo avea colpito. E quando portarono Isidoro al cimitero, Turco seguì mestamente la popolazione che accompagnava la bara, si coricò sul tumulo che copriva il padrone, nè fu più possibile a nessuno di ritirarlo, nè di fargli prendere qualche alimento, e dopo alcuni giorni morì al suo posto, di dolore, e di fame... fedele oltre la morte!... —
Dopo il racconto di questo episodio, i due amici rimasero lungamente in silenzio, pensando certamente al soldato morto per la patria, al cane morto pel padrone, e a quei tanti misteri che nessuno sa spiegarsi, e a quelle fantastiche spiegazioni che non si osa nè ammettere, nè confutare. E infatti davanti a tante cose che non si comprendono il silenzio è più ragionevole delle ciarle.
Michele, curioso di conoscere la fine della storia dell'amico, lo pregò di riprendere il suo racconto, ed egli continuò: