Il ritratto del diavolo

Part 6

Chapter 6 3,852 words Public domain Markdown

Spinello accettò l'invito del maestro con un misto di timore e di desiderio. In fondo in fondo, non avrebbe fatto niente più di quel che faceva ogni dì. Non era egli sempre con gli occhi addosso a madonna Fiordalisa? Ma il guaio era questo, che egli ci sarebbe stato quind'innanzi, non più per far tesoro di sensazioni dolcissime, bensì per esprimere su d'una tavola ingrata ciò che i suoi occhi vedevano così bene, e che le dita avrebbero reso così male.

--Madonna,--diss'egli a Fiordalisa quella medesima sera,--vostro padre desidera che io mi provi a ritrarre le vostre sembianze. Lo consentite voi?--

La fanciulla arrossì e chinò gli occhi a terra.

--Che idea!--diss'ella poscia, con aria di confusione, ma non senza un po' di malizietta femminile.--Dovendo guardarmi tanto, finirete col trovarmi brutta.

--Volete dire che non mi riescirà di farvi bellissima come siete?--disse di rimando Spinello.--Pur troppo sarà così. La natura, gelosa dell'opera sua, non vorrà mica lasciarsi agguagliare da me!--

La fanciulla sorrise; e Spinello vedendo schiudersi quelle umide labbra coralline, perdette la testa senz'altro.

--Angiola!--le bisbigliò, avvicinandosi in atteggiamento d'umiltà.--Perdonatemi in anticipazione. Si fa per contentare il babbo.--

Così dicendo, osò (egli che non osava mai) prendere una bella mano, che gli fu amorevolmente concessa, e l'accostò alle sue labbra. Baciava la mano, non potendo baciare quello spiraglio del paradiso, che v'ho accennato poc'anzi. Ma che cosa sarebbe stato di lui, se lo avesse potuto? Solo a baciar quella mano, parve che una scintilla elettrica lo avesse subitamente investito, perchè tremò tutto, dal capo alle piante.

Il giorno dopo, per obbedire al comando di mastro Jacopo, egli era seduto davanti al cavalletto, con la sua tavola preparata a ricevere i contorni di quella stupenda figura. Confuso, trepidante, incominciò a descrivere i primi segni col lapis rosso di Lamagna. Ma la prova non parve contentarlo, poichè subito cancellò quello che aveva fatto, e tornò a segnare, per cancellare da capo. Nove o dieci volte rifece la stessa fatica, sudando freddo, come un povero principiante, a cui si domandi alcun che di superiore alle sue forze. Quante volte fu assalito dalla disperazione! Quante volte s'augurò di aver da fare, non uno, ma dieci Miracoli di San Donato, e con l'obbligo per giunta di farsi dir bravo da tutti gl'invidiosi dell'arte! Anzi, per dirvi tutto, il povero Spinello si sarebbe adattato perfino ad essere nei panni del santo, e a doverlo uccidere lui, il serpente, con una benedizione, anche a risico di esser divorato dal mostro, se la benedizione non gli fosse riescita efficace.

Immaginate le difficoltà che gli si paravano davanti agli occhi, pensando che la bellezza, nella figura umana, non è un composto di linee geometriche. Con la geometria fate una donna brutta, o mediocre; ma una bella figura è un tal complesso di curve, di prominenze, di sottosquadri, di delicatezze, che non si possono copiare con esattezza, ma si debbono indovinare, esprimere di primo achito, nella stessa fusione e con quella medesima felicità di trapassi in cui si è incarnato il disegno della natura. E prima di tutto, il contorno della testa di madonna Fiordalisa offriva allo sguardo una linea così soave, un molleggiamento così indistinto tra il fondo e l'ovale, che era già un'impresa sommamente difficile a coglierlo con sicurezza. Inoltre, bisognava pensare che la tavola era una superficie piana, e il contorno della figura desumeva le sue apparenze dal digradare delle estremità, dallo sfuggir delle curve, dal lumeggiarsi delle parti in rilievo. Spinello pensò che l'ottenere un contorno perfetto fosse quistione di luci e d'ombre, che s'avessero a mettere col pennello più tardi, e si rassegnò ad accettare una linea, che pure non finiva di contentarlo.

Mentre egli cerca di cogliere una somiglianza che gli sfugge, vediamo di dipingere anche noi il volto di madonna Fiordalisa. Ne verrà un pasticcio, suppergiù, come quello del povero pittore innamorato; ma non importa. Nelle cose difficili, l'aver tentato è già molto.

Il contorno della figura lo avete veduto. Immaginate ora la fronte, breve, ma pura ne' suoi timidi rilievi, ombreggiata dai riccioli dei capegli castagni, traenti al bruno, e fatti parer quasi neri dal contrasto della carnagione bianca di latte, d'onde trasparivano gentili velature di rosa e di azzurro. Gli occhi non erano grandi ma conferiva loro un aspetto di nobile ampiezza sotto l'arco sottile e spiccato delle sopracciglia, sotto cui si disegnavano leggermente infossate le palpebre. Dalle ciglia lunghe e fitte aveva spicco il bianco delle pupille, un bianco perlato e vivido, che faceva parer nero un occhio castagno dai riflessi dorati. Le guancie tondeggiavano, senza troppo rigoglio; il naso era fine e diritto; breve lo spazio tra le nari elegantemente modellate e le labbra sottili, che non erano già fatte a festoncini come le ha dipinte o scolpite un'arte altrettanto falsa quanto leziosa, ma semplicemente rigirate in una delicatissima curva; labbra di corallo tenero, facili al sorriso, che increspandole un tratto, lasciava scorgere due file di perle rilucenti. Divina bocca, nido d'amore, e veramente spiraglio di paradiso, come sembrava a Spinello!

Tralascio molti altri particolari e vi dico alla svelta che madonna Fiordalisa era una piccola perfezione. Un non so che di virgineo, d'infantile, di fresco, traluceva, traspariva da quei soavissimi contorni. Si pensava, vedendo lei, ad Eva appena nata, a Venere uscente dalle spume del mare, e insieme a quei frutti saporiti, giunti a maturità sul ramo natio, sui quali ama fermarsi la rugiada in impercettibili gocce, e che (Dio mi perdoni, se ardisco dir tutto) invitano il riguardante ai morsi, mentre gli fanno correre l'acquolina alla bocca.

E Spinello doveva dipingere! Povero Spinello! Incomincio anch'io a capire come andasse che non indovinava i contorni, e che al terzo giorno di lavoro fosse ancora lì, impacciato con le tinte, che non gli rendevano mai il tono giusto.

Il degno mastro Jacopo, togliendosi un'ora prima dell'usato dai suoi lavori in Duomo, andava a vedere come procedesse il ritratto, e stava là, dietro a Spinello, guardando la sua bella figliuola e le pennellate che il suo prediletto discepolo veniva gettando nel quadro.

--Ah, padre mio!--diceva Spinello, sospirando.--Non va, pur troppo, non va.

--Tira via, ragazzo incontentabile,--brontolava allora il maestro.--Lo so anch'io che non va, se tu vuoi ad ogni costo la perfezione, che non è di questo mondo. Vedi? Ti riesce tormentato, per la smania di notare ogni nonnulla.

--O non bisogna render ragione di tutto?--chiedeva Spinello.--Non debbo io far risaltare quell'impasto di rosa e di azzurro che si vede nella carnagione, attraverso il bianco ed il giallo?

--Sicuro, ed anche l'arancione e il violetto, il gridellino e il pavonazzo;--rispondeva mastro Jacopo, ghignando,--Ti consiglio di metterceli tutti. Se non sarà il ritratto di Fiordalisa, sarà il ritratto dell'arcobaleno.--

Persuaso dalla celia del maestro assai più che da ogni ragionato parere, Spinello si faceva a cambiare, ma sempre in peggio. Il guaio era questo, che i contorni della figura, quantunque rifatti una dozzina di volte, non lo contentavano affatto; ed egli, mettendo giù i colori, pensava sempre a quel difetto originale dell'opera. Ma dove era, dove si nascondeva, il difetto? Impossibile rintracciarlo. Le proporzioni delle parti c'erano tutte; ma la linea mancava, la linea misteriosa che le collega e le fonde nel complesso armonico della verità. Indovinate la linea, ecco il gran punto. Vedete quanti pittori ci si son beccati il cervello, e non ci sono riesciti! Checchè ne dicano i moderni, è a gran pezza più facile diventar coloristi, che afferrare la linea. So bene che si mette in campo la fotografia, la camera lucida e la camera oscura, aiuti potentissimi a trovare ciò che l'occhio non può dar sempre all'artista. Ma forse che il sole non inganna anche lui? La differenza di piano tra due parti, anco vicinissime, della cosa veduta, produce un errore da nulla, il quale s'ingrandisce a mano a mano nel giungere fino a voi, e vi guasta l'euritmia del modello; di guisa che la linea, la misteriosa linea del vero, non vi è data neanche dai fedeli riflessi delle camere oscure, lucide, ottiche, nere, e via discorrendo.

Spinello, povero lui, si struggeva di rabbia e faceva ridere madonna Fiordalisa. La bella fanciulla aveva capito istintivamente che quello era l'unico modo di consolarlo. Sembra a tutta prima che debba essere l'opposto. Ma voi sapete, lettori umanissimi, che c'è riso e riso. Quello di una bella bocca, per esempio, fa l'effetto di un raggio di sole agli occhi, combinato con un effluvio odoroso alle nari e con un suono piacevole all'orecchio. Pensateci, e vedrete che ho ragione io, cioè, no, che aveva ragione madonna Fiordalisa a sorridere.

La fanciulla, del resto, non si annoiava punto di stare in quel modo, per cinque o sei ore al giorno, seduta davanti a Spinello. Da principio arrossiva, vedendosi guardare con tanta attenzione, e via, diciamo le cose come stanno, anche con tanto desiderio. Ma la consuetudine aveva portati i suoi frutti. Non era necessario che Spinello la guardasse a quel modo? Si sa, un ritratto non è un'impresa da nulla; complesso di linee, impasto di colori, luci ed ombre collocate al loro posto, non sono cose che si possano improvvisare; è necessario tener conto di tutto, e perciò bisogna vedere, notare diligentemente ogni cosa, spesso anche tornarci su cinque o sei volte. E quando le sei non bastano, Dio buono, ci vuol pazienza, arrivare anche alle dodici.

Inoltre, ci sono di certe minuzie, che vogliono esse sole un tempo assai lungo, e perfino un'intiera seduta; specie se il pittore è diligente e se ha la consuetudine di rimanere incantato davanti alla bellezza.

Pure, con tanta diligenza, con tanto desiderio di far bene, non riescire che ad un'opera mediocre, era doloroso, e il povero Spinello ne aveva un profondo rammarico.

--Ci dev'essere una malìa!--diceva egli a mastro Jacopo, che si sforzava di consolarlo.--O sulla tavola, o nei pennelli, o nella mia mano, o in qualche altra parte di me, ci dev'esser una malia. Vedete, maestro? Non mi vien fatto di cogliere certi piccoli rapporti tra l'ovale del mento e il tondo della guancia. Infatti, qui è sbagliato il contorno; non c'è che dire, è sbagliato. L'ho già rifatto una ventina di volte. Quell'altra piegolina impercettibile tra il naso e la guancia! Non l'ho mica saputa indovinare. E l'espressione dell'occhio, Dio buono! E la bocca! Vedete come mi riesce stentata.

--Già, vorresti che parlasse;--notò mastro Jacopo.

--Almeno che ci avesse un po' di moto;--rispose Spinello.--Qui m'è venuta dura, che è una pena a vederla.

--Ragazzo mio, te l'ho già detto, ti tormenti per trovar l'ottimo, e il buono ti sfugge. Daresti tu ragione a Parri della Quercia?

--A Parri! Che c'entra Parri, nel mio ritratto?

--Sì,--ripigliò mastro Jacopo,--rammento una disputa curiosa che è avvenuta tra i miei riveriti scolari. Parri della Quercia sosteneva che il ritratto della mia figliuola era un'impresa difficile, anzi addirittura impossibile, perchè Fiordalisa ci ha un'aria mutevole. Intendeva dire che il suo viso muta aspetto ed espressione ad ogni tratto. E Tuccio di Credi, quell'altro sapientone, soggiungeva che il guaio era tutto nelle parti mobili del viso. Secondo lui, le parti mobili del viso sono gli occhi e le labbra.

--Eh,--disse Spinello,--potrebbe aver ragione Tuccio di Credi.

--Un altro che perde la testa!--esclamò mastro Jacopo.--Forse non li abbiamo tutti, quanti siamo, gli occhi e le labbra? E in che dovrebbe esser difficile di indovinare le parti mobili di un volto, e facile di indovinar quelle di un altro?

--Scusate, maestro, ma mi pare d'intenderlo;--replicò Spinello.--Per cogliere la somiglianza d'un volto, ho il più delle volte un aiuto nelle fattezze risentite, nelle prominenze più forti, nella barba, secondo che è piantata, nelle basette che nascondono il labbro, e via discorrendo. Un volto di donna è più difficile a ritrarre, e tanto più difficile quanto più s'ingentiliscono i lineamenti, quanto più son delicati i trapassi da una parte ad un'altra. E allora, se voi aggiungete che gli occhi e le labbra, che sono tanta parte del viso, mutano spesso di espressione....

--Vedete che sciocco son io!--gridò mastro Jacopo, interrompendo la cicalata del suo discepolo.--Non credo alle alchimie di Tuccio e di Parri, e le tiro in ballo, io, per appiccicare a Spinello la malattia de' suoi compagni. I quali, in fede mia, non sanno nulla di nulla e parlano a vanvera da quei gaglioffi che sono. Perchè, vedi, ragazzo mio, l'arte si guasterà, quando verranno fuori i chiappanuvoli con le loro dottrine. Ti dico che la è quistione di lavorare e non d'altro, di lavorar sempre e di lasciare che i fannulloni cantino. Copiare e immaginare, immaginare e copiare, ecco il punto. Una cosa non ti vien fatta alla bella prima? Si prova da capo; verrà alla seconda volta, o alla terza. Non verrà neanche alla dodicesima? Pazienza; sarà per la ventiquattresima. Ritieni in mente questo, che manda a rotoli tutte le dottrine dei fuggifatica; è sempre un errore di veduta, quello che guasta il lavoro e ti fa perdere il tempo nelle rabberciature. Che ti serve ritornare col pennello su questa parte e su quella, se il disegno è squilibrato da bel principio? Rifai di sana pianta, e sarà molto meglio.--

Quel giorno, Spinello deliberò di piantar lì il suo ritratto, per cominciarne un altro.

V'ho a dire che gli riescì meglio del primo? Sarebbe una bugia. V'ho a raccontare come non gli riescisse? Sarebbe una ripetizione. Di certo quella non era ancora la volta buona. E Spinello, o sbagliando le proporzioni, o non sapendo cogliere certi rapporti insensibili della figura, seguitava a credere che ci fosse una malìa. Ad un certo punto, riconoscendo che il secondo ritratto era peggiore del primo, gittò la tavolozza e i pennelli, cedendo ad un impeto di sdegno improvviso.

--O Fiordalisa!--gridò.--La natura si ride di noi, poveri sciocchi, i quali ci siamo fitti in capo di agguagliarla, o almeno almeno di seguirla da presso, coi nostri miseri spedienti. O forse son io che getto sull'arte la colpa della mia ignoranza! Forse ho presunto troppo delle mie forze, ed ho commesso una profanazione, una vera profanazione. Ma io non lo volevo, ve lo assicuro, è stato vostro padre che mi ha stimolato; è stato lui che mi ha acceso questa febbre nell'ossa.--

E piegatosi a mezzo sulla seggiola, appoggiò i gomiti alla spalliera, nascondendo il volto tra le palme, piangeva di rabbia, il povero Spinello Spinelli.

Madonna Fiordalisa si era alzata, e si appressava a lui con aria di compassione. Spinello non la vide giungere, ma sentì una mano gentile posarsi sulla sua testa e un morbido braccio sfiorargli le tempie.

--Chetatevi, messere;--diceva frattanto la divina creatura.--Abbiate un po' di pazienza. Non è poi un male così grave, non poter fare un ritratto.

--Non è grave!--esclamò egli, restando fermo nel suo atteggiamento, per non avere a perdere il contatto di quella mano adorata.--Non è grave, voi dite? Ma è il vostro ritratto, che non mi riesce di fare, è il vostro ritratto, capite, Fiordalisa? Ora, se io non vedessi.... se io non sentissi la vostra bellezza, intenderei il mal esito; ma in questo caso soltanto. E poichè questo non è....

--Poichè questo non è,--riprese madonna Fiordalisa con accento scherzevole,--bisogna studiarne un altro. Se fosse vero che la sentiste troppo?--

Spinello si voltò tutto d'un pezzo.

--Ah, questo sì, potete giurarlo!--esclamò con accento di convinzione profonda.

E la vide così bella, così splendida nel suo divino sorriso, che non seppe resistere al desiderio di afferrar la sua mano, indi, fatto ardito dalla sua stessa condiscendenza, di rigirarle un braccio intorno alla cintura e di stringere al seno l'adorata fanciulla.

Istanti di dolcezza inenarrabile, di beatitudine celeste, voi rimanete impressi nell'anima e vi si ricorda per tutta la vita. Quella che avete stretta al seno in un impeto d'amore, che avete sentita palpitare ed ardere sul vostro cuore, era la più bella tra le creature di Dio; e per un momento, anche rapido come la folgore, ella è stata vostra, così pienamente vostra, che nessun potere geloso, neppur l'ombra d'un pensiero profano, ha potuto mettersi tra il vostro cuore ed il suo. Che altro si può desiderare o sperare, che non sia da meno di quel momento sublime? E come tutto il resto della vita, vanità appagate, ambizioni soddisfatte, altezze superate, è nulla al paragone di queste ineffabili possessioni dello spirito! Lo si sente quando la vita sta per fuggire, o quando incomincia a prendervi l'enorme fastidio di tutto ciò che vi parve desiderabile in essa.

Fiordalisa si era lentamente disciolta dai lacci dell'innamorato Spinello.

--Lavorate, lo voglio;--diss'ella, non tanto per desiderio di comandare a lui, quanto per rimettersi in contegno e riavere la padronanza di sè medesima.

Spinello, obbediente, ripigliò tavolozza e pennelli.

--Oh, quando sarete mia!--mormorò, rimettendosi al cavalletto.

--Non lo sono io già, per la fede che v'ho data?--chiese ella con un placido riso.

Le dolci promesse di un'estasi invocata passarono davanti agli occhi di Spinello, che ne fu come abbagliato. E gli fu necessario un grande sforzo di volontà per rimettersi in pace, poichè il brivido di quella stretta gli correva ancora per le vene.

Ad aiutare la sua volontà giunse un rumore di passi che veniva dalle scale. Poco stante, mastro Jacopo appariva sulla soglia.

Spinello non poteva vederlo, poichè volgeva le spalle all'uscio; ma lo vide Fiordalisa e notò che aveva la cera stravolta.

--Che c'è?--chiese la fanciulla, turbata.

--Che c'è?--ripetè Spinello, turbato dal turbamento di lei.

--C'è... c'è... che siamo nati sotto una cattiva stella,--brontolò mastro Jacopo abbandonandosi su d'una scranna, e gettando la berretta in un angolo.

--In nome di Dio, parlate;--gridò Spinello, lasciando di lavorare.--Che v'è egli intervenuto di grave?

--Di grave, sì, proprio di grave!--esclamò il vecchio pittore, guardando la sua berretta, che era andata ruzzoloni per terra.--E quei massari! Con che aria me l'hanno detto! Quasi che la colpa fosse mia, e che io li avessi traditi! Se ne farà un altro, col malanno che il ciel vi dia; se ne farà un altro, e tutti pari. Ma intanto... che figuraccia! Che cosa non si dirà dei fatti nostri in Arezzo?

--Che?--disse allora Spinello, credendo di aver capito da quelle rotte parole l'argomento delle ire di mastro Jacopo;--avrebbero per avventura biasimato un vostro dipinto? Entrerebbero a disputar d'arte con voi?

--Che biasimato? Che disputare con me? c'è ben altro;--gridò il vecchio pittore.--Si tratta del Miracolo di san Donato, mi capisci? Del Miracolo di san Donato.

--Ah, meno male!--esclamò Spinello.--E che cosa gli ha fatto, ai massari del Duomo, il mio povero dipinto?

--Nulla; è andato a male.

--Che? come?--balbettò Spinello.--Andato a male?

--Sì, ragazzo mio; bisogna vederlo, che cos'è diventato. Un vero guazzabuglio. Ma procediamo con ordine; altrimenti non capirai nulla. Ero sul ponte, a lavorare, e si trovava con me Parri della Quercia, per mesticarmi i colori. Ad un tratto, i massari mi vogliono giù. Che bisogno hanno di me, da chiamarmi così in fretta? Per fortuna, non mi ero ancor messo a dipingere. Scendo dal ponte, vo in sagrestia: e là, con aria di mistero, mi mettono in mezzo, per dirmi: Messer Jacopo, mala nuova abbiamo a darvi quest'oggi. Restai di sasso---A me? Non si tratterà mica di persone che mi appartengano.--No, rassicuratevi, nessuna disgrazia di persone; si tratta dell'affresco di Spinello, del vostro scolaro prediletto.--Orbene? Che ci avete ancora con quell'affresco? Non lo avete accettato? Non v'è egli piaciuto, come, oso dire, è piaciuto a tutti, in Arezzo?--Sì, moltissimo, in verità; ma che volete, messer Jacopo? Egli pare che il vostro discepolo, come è forte in disegno, non sia altrettanto pratico dei colori.--Oh, diamine! Che cos'è questa novità? Nell'uso dei colori l'ho istruito io, come in tutto il rimanente. Che cosa ci avete coi colori di Spinello Spinelli?--Eh, veniteci voi, a vederli, il maraviglioso affresco non si riconosce più da quello di prima.--Andiamo, gridai, turbato da quella notizia.

--E siete andato?--interruppe Spinello, tremante.--E avete veduto?

--Ragazzo mio, sono andato ed ho veduto, sicuramente. Per la croce di Dio, non so come ciò sia avvenuto. Che colori hai tu adoperati, per dipingere il Miracolo di san Donato?

--I vostri, padre mio. Non ne avevo altri. Siete voi, che me li avete forniti. Erano quelli che si macinavano in bottega dal Chiacchiera.

--Ah! dovevo ricordarmene!--gridò mastro Jacopo, battendosi la fronte.--Il Chiacchiera, che se n'è andato così d'improvviso!... Che diavolo ci avrà messo dentro? Colori di miniere, certamente; e per mandarti a male ogni cosa.

--Ma dite, parlate;--ripigliò Spinello.--Finora non mi avete spiegato che cosa sia avvenuto dell'affresco.

--Immagina il peggio che potesse accadere. La figura del Santo non si riconosce più. C'è il verde, l'azzurro, il nero, tutto quello che vuoi, meno il color naturale delle carni. Il tuo povero Santo è più lebbroso di Giobbe. E quei massari degnissimi! A sentirli, come ti conciavano! E come, senza parere, davano la baia anche a me! Già, non ero io il colpevole, per averti allogato il lavoro? Ecco un gran danno, mi dicevano, con le beffe per giunta; e queste non solamente per voi. Maledetti! Non ho voluto saperne più altro e li ho piantati là, con tutto il loro veleno.--

Spinello era rimasto avvilito, quasi istupidito, come il povero villano che veda il suo campo devastato dal turbine e perdute in un'ora tutte le speranze d'un anno. La similitudine, se non m'inganno, è classica; ma a questo che ci posso far io? È la sola che mi si affacci alla mente. Vedete, del resto, che io non la tiro in lungo e non ne cavo il costrutto che si potrebbe.

--Orbene, che c'è?--disse Fiordalisa, vedendo il suo fidanzato così sbalordito.--Già vi perdete d'animo?

--Oh, madonna!--esclamò allora Spinello.--Come resistere ad un colpo simile? Credevo poc'anzi ad una malìa. Ma ora mi avvedo che l'arte non è fatta per me. Vedete? Qui, con la vostra immagine, non vengo a capo di nulla. E laggiù mi va male d'un tratto ciò che da principio era bene e poteva assicurar la mia fama. Che debbo io pensare? D'aver fatto un bel sogno, e d'essermi svegliato nella più grande miseria.--

La bella figliuola di mastro Jacopo scosse la testa, in atto d'incredulità.

--Alla fin fine,--diss'ella,--non è un sogno esser qui.--

Spinello alzò gli occhi a guardarla. Non era un sogno, davvero. La bella creatura stava davanti a lui, lo consolava con le sue dolci parole e col suo divino sorriso. Era, infine, la sua fidanzata; e di questo non poteva egli dubitare, come della sua vocazione per l'arte.

--Animo, via!--soggiunse mastro Jacopo.--Vieni in Duomo, a vedere come te l'hanno conciato, il tuo povero affresco. Sarà un altro dolore, lo capisco: ma ti farà andare in collera. In certi casi la collera val meglio dell'abbattimento. E se ti sentirai andare il sangue alla testa, tanto meglio; ti verrà la voglia di cancellare il dipinto, per rifarlo di pianta.

--Dite bene, maestro. Oh, voi non dubitate ancora di me, come ne dubito io! Ma lo consentiranno i massari?

--Che vuoi che facciano di diverso?

--Ma... potrebbero volere che l'opera fosse fatta da voi. E forse, anzi senza il forse, sarà meglio così.