Part 5
--Voi siete troppo buono, con me. Ma io, vedete, non son mica molto contento de' fatti miei;--disse modestamente Spinello.--Ho una gran paura che mi riesca un imbratto. Quando ho incominciato a mettere i colori, mi pareva d'aver fatto una bella cosa; ma ora... ora mi sembra una miseria. Quest'azione così povera!...
--O che volevi fare? La battaglia di Montaperti?--esclamò mastro Jacopo, ridendo.--È un miracolo della fede, quello che tu dipingi. San Donato ha un atteggiamento mosso, ma non da spiritato, che non ce ne sarebbe bisogno. Egli non ha fede in sè stesso, ma nell'aiuto di Dio, e questo lo rassicura, lo fa stare tranquillo. Il popolo, nel fondo del quadro, cede al sentimento della paura, ed è naturale, poichè esso non ha la fede così profonda come il Santo. Ma qui appunto è la bellezza del contrasto. Non è forse il contrasto che tu hai voluto, nell'ideare il tuo quadro?
--Sì, questo ho voluto, proprio questo;--rispose candidamente Spinello.--Ma forse...il contrasto m'è venuto troppo forte, e ne deriverà un po' di confusione nelle linee.
--Di che ti tormenti? Va bene così. La figura del Santo è nel primo piano; la moltitudine è nel terzo, con una intonazione di colore meno gagliarda. Ciò che cresce in movimento di linee si scema in effetto di tinte. Non pensavi a questo, mettendoti a dipingere?
--Sì, ci ho pensato; pareva anche a me che dovesse farsi così, per ottener la fusione delle parti.
--O allora?--gridò mastro Jacopo, appoggiando la frase con una delle sue solite spallate. --Va pur là, ragazzo mio! Hai fatto bene, ti dico, e crepino gli invidiosi.
--Invidiosi! perchè mi dite voi ciò? Posso io avere degli invidiosi!
--Se ne hai! Oh, se ne hai! Tre, per esempio, che schiattano di rabbia, e se ne vanno dalla nostra bottega oggi stesso.--
Spinello, turbato dall'annunzio inatteso, lasciò di lavorare, per volgersi tutto sul trèspolo, e chiedere con la muta eloquenza del gesto i particolari di quella novità.
--Sicuro,--proseguì mastro Jacopo.--Ai tre manigoldi gli dava noia che tu dipingessi a fresco nel Duomo. In che modo l'abbiano risaputo, lo ignoro. Ma già, a tenerle nascoste, certe notizie! Insomma, ti accusano di non esser buono a nulla, di esserti fatto fare il bozzetto, i cartoni e tutto l'altro da me....Da me, capisci? da me, che non ho avuto neanche da darti un consiglio. Bricconi! Ma gliel'ho detto, io, il fatto loro. E se ne sono andati col malanno, e mi hanno levato un gran peso dallo stomaco.
--Io spero che tra costoro non ci sarà Parri della Quercia;--balbettò Spinello.--Egli, almeno, che ha un'aria così buona!...
--No, non c'è lui. E neanche Tuccio di Credi. Quello là non ha un aspetto molto piacevole; ma gli è come le pere spine, brutte di fuori e buone di dentro. I tre fannulloni insolenti, che mi levano l'incomodo, sono il Chiacchiera, il Granacci e Lippo del Calzaiolo. Vadano pure; io sarò lieto di non sentirne più nuova, nè canzone.--
Spinello Spinelli ripigliò il lavoro interrotto, ma più per necessità di colorire il suo pezzo d'intonaco finchè gli era fresco, che per voglia che n'avesse. Era mortificato, il povero giovane, vedendo che per cagion sua il vecchio maestro perdeva tre scolari in un colpo. Veramente, come discepoli, contavano poco; ma Jacopo dì Casentino li adoperava utilmente come fattori, e la mancanza loro doveva farsi sentire in bottega. Il beniamino di mastro Jacopo non si consolò di quel danno che a mezzo, dopo aver fatto un esame di coscienza e riconosciuto che egli non ci aveva ombra di colpa. Infatti, egli si era sempre studiato di piacere a quei tre, come agli altri compagni di lavoro; li aveva sempre trattati con urbanità, e più volte era giunto perfino ad implorare la loro amicizia, con quella spontaneità di gentilezza che è così naturale tra i giovani, ma che essi avevano ricambiata con assai poca sollecitudine.
La bottega di mastro Jacopo era triste, quando Spinello rimise il piede là dentro, ritornando dal Duomo. Ci mancavano le lingue meglio snodate, le lingue dei tre fannulloni, che qualche volta facevano perdere la pazienza al principale.
Spinello andò incontro a Parri della Quercia, che stava seduto davanti al cavalletto, copiando una Madonnina del maestro.
--Se sapeste come sono dolente di ciò che è accaduto!--gli disse.--Ma voi, almeno, penserete che io non ci ho colpa, non è vero?--
Parri lasciò un tratto il pennello e stese la mano al nuovo venuto; indi brevemente rispose:
--Ci vuol pazienza!--
Non era molto, come vedete, e si poteva pensare che Parri della Quercia mirasse a non guastarsi con nessuno. Ma quella stretta di mano rimediava alla brevità del discorso.
Lasciato Parri al suo lavoro, Spinello andò oltre, per avvicinarsi a Tuccio di Credi, che macinava colori in un angolo.
Tuccio non gli diede neanche il tempo di aprir bocca.
--Di che vi dato pensiero?--gli disse.--Son tre fattori che se ne vanno; ma restiamo ancora in tre, per fare il lavoro di tutti. Non ci sarà mica bisogno di chiudere bottega. Io, come vedete, ho già incominciato a far la parte del Chiacchiera; anzi, fo meglio di lui, perchè macino di più e chiacchiero meno. Credete a me, Spinello; in questo mondo, non c'è nessuno di necessario.
--Avete ragione,--rispose Spinello;--anch'io, se permettete, vi aiuterò. Anch'io adopero troppi colori, e non è giusto che voi lavoriate per me. Ma in fondo in fondo,--soggiunse, tornando al primo argomento,--mi sa male che quei poveri giovani abbiano lasciata la bottega.
--Che! Non li compiangete troppo. Son certi arnesacci, capaci di stare più allegri, senza di noi, che con noi. Del resto, troveranno da allogarsi a senno loro. Una cosa dovete far voi; ridere, come essi fanno di sicuro, in questo momento, all'osteria del Greco, bevendo il bicchiere della staffa.
Spinello pensò che Tuccio di Credi era un buon diavolo, ad onta della sua faccia scura. E ricordò il discorso di mastro Jacopo, che lo aveva paragonato alle pere spine, brutte di fuori e buone di dentro.
--Quando si dice l'apparenza!--conchiuse egli tra sè.--Ecco un giovanotto che a prima vista vi dà sui nervi: e poi egli è buono come il pane.--
V.
"Tutta Arezzo lo sa" aveva detto il Chiacchiera. Ma tutta Arezzo non lo sapeva ancora; bensì lo seppe, quando i tre fannulloni furono usciti dalla bottega di mastro Jacopo ed ebbero divulgata la nuova ai quattro punti cardinali. Spinello, il figlio di Luca Spinelli, quel giovinotto senz'arte, era un gran pittore.... Cioè, intendiamoci, le tre lingue tabane andavano dicendo tutt'altro: Spinello Spinelli, a sentirle, era un pittoruccio da pochi soldi che scroccava la nomèa di grande artista, facendosi fare il suo quadro da mastro Jacopo di Casentino. Il vanitoso si vestiva delle penne del pavone; laonde era giusto che fosse solennemente scorbacchiato. Ma accade di certi vituperi, che facciano effetto contrario alle intenzioni dei calunniatori. Rammentate che Spinello Spinelli era vissuto ignoto fino a quel dì. Se fosse stato davvero un gran pittore, o gabellato per tale, e qualcheduno fosse saltato fuori a dire che un altro dipingeva ed egli ci metteva il suo nome, sicuramente la cosa sarebbe stata creduta per intiero da molti, e per metà da tutti i restanti. Ma nessuno sapeva ancora che Spinello Spinelli avesse mai posto il pennello su d'un muro, e il richiamare così di schianto su lui l'attenzione dell'universale non poteva fargli che bene.
--Già, si capisce, invidiosi!--diceva la gente, crollando il capo in aria di compassione.--Il figliuolo di messer Luca è giovane, e ai suoi compagni gli sa male che il pulcino rompa il guscio prima di loro. Ma se Jacopo di Casentino gli ha dato a dipingere una delle medaglie che erano stale allogate a lui, bisogna dire che ha stima del suo discepolo, e come! Quanto al dipinger lui per lo scolaro, o come si potrebbe intendere? Per danari, no certo, che gli Spinelli fanno già molto ad accozzare il pranzo con la cena. Per un suo capriccio? La grazia di quel capriccio, che vi fa rinunziare alla fama e ai quattrini! E poi, che capriccio d'Egitto? Mastro Jacopo dà a Spinello Spinelli la sua bella figliuola, un bottoncino di rosa, un occhio di sole che non ha voluto dare neanche al Buontalenti, ad un ricco sfondato. Sapete che lui s'era messo in capo di darla ad un pittore. La darebbe ad un suo fattore, se questi non avesse ingegno e pratica da stargli a paro? No, no, le son chiacchiere d'invidiosi; tenete per fermo che questo Spinelluccio è uno sparviero nidiace, il quale ha già messe le penne maestre e può far caccia da sè.--
Così, contro l'intenzione dei tre sparlatori, il giovinetto andò in breve ora per le bocche di tutti, come un speranza dell'arte. Era inoltre aretino di nascita, e questo argomento della patria, per una volta tanto, faceva servizio. In quel risorgimento dell'arte italiana, Arezzo non aveva ancora un pittore di vaglia che fosse nato fra le sue mura. Quind'innanzi si avrebbe avuto lui, e si sarebbe detto: Spinello Aretino. Che vi par poco?
Nacque in tutti una gran voglia, una voglia spasimata, una voglia matta, di vedere il dipinto. Aspettando che fosse levata l'impalcatura e scoperto l'affresco, s'incominciava a salutare Spinello per via, anche senza essere in dimestichezza con lui.
--Buon dì, maestrino!--gli dicevano.--Come va l'opera vostra?
--Bene, grazie al cielo;--rispondeva il giovane facendosi tutto rosso;--ancora otto o dieci giorni di lavoro, e si leverà il ponte. Ma ho una gran paura di non rispondere alla vostra aspettazione. Se per avventura mi fosse riescita una ciambella senza buco?--
E si rideva, alle scherzose parole, e gli si augurava che anche quella riescisse, come tutte le ciambelle per bene.
Ma ciò che egli diceva per celia, temevano di buono i massari del Duomo vecchio. Che diamine era saltato in mente a mastro Jacopo, di commettere ad un suo fattore, novellino nell'arte, un'opera di quella importanza, che era stata allogata a lui? Per caso, mastro Jacopo si faceva beffe di loro? O si doveva argomentare da quel fatto che egli per ingordigia di mestierante usasse accettar commissioni a furia, che poi, non riuscendo a sbrigarle, doveva spartire tra i suoi pittorelli di bottega? A buon conto non intendevano di passargli la gherminella, e gliene muovevano rimprovero.
Ma Jacopo di Casentino aveva risposto da par suo alle osservazioni dei massari.
--Vi ho promesso,--diceva,--di fare il meglio che sapessi. Ora, che cosa direste, miei degni messeri, se io vi dessi per il vostro danaro anche meglio di quello che so far io?
--Meglio!--esclamavano i massari!--Eh via.
--Sì meglio, vi ripeto. Non fo per chiasso. Spinello Spinelli è giovane, come sapete. Ma un uomo ha forse mestieri d'invecchiare, per farvi il suo capo d'opera? Quello è un ragazzo che vale assai, e passerà non solo avanti a me, ma anche a molti altri.
--Si vede che ci avete fitto ii capo;--notarono facetamente i massari.
--Sì, messeri, ci ho fitto il capo. Ma credo anche di poter dire che non fo ad ingannare nessuno. A quel giovinetto io gli concedo la mia figliuola, con duemila fiorini del sole e tutto il resto che ella potrà avere, quando io passerò a miglior vita, che sarà il più tardi possibile. Volete voi, messeri onorandissimi, reputarvi in ciò più avveduti di me?
--Mastro Jacopo, voi sapete il proverbio: ognun può far della sua pasta gnocchi. Ma noi non ispendiamo del nostro; noi amministriamo il denaro della comunità.
--È giusto. Ed io non vi chiederò nulla per l'opera di Spinello, se essa non sarà tale da piacervi. S'intende,--aggiunse prontamente mastro Jacopo, da quell'uomo prudente che egli era,--s'intende che in tal caso faremo rastiare il muro, e voi pagherete a me il prezzo pattuito, quando ci avrò dipinto io un'altra medaglia. Vi avverto, per altro, che la mia non sarà punto migliore della sua.--
I massari non avevano trovato nulla a ridire in una proposta così ragionevole. E la loro curiosità fu maggiormente stuzzicata dal tono di sicurezza con cui egli parlava.
Dieci giorni dopo l'affresco era condotto a termine e lo si poteva scoprire. Immaginate voi come si spargesse prontamente la notizia in città e quanta gente accorresse a contemplare il dipinto. In Arezzo non si parlava più d'altro.
Tolto nella notte il tavolato, nella mattina si erano levati i ponti; indi la chiesa era stata aperta ai visitatori. Primi avevano potuto vedere il dipinto i massari del Duomo vecchio, i canonici, il clero e gli anziani del Comune. Dopo questi maggiorenti era entrato il popolo, e tutti via via si erano inoltrati fin sotto l'arco della cappella, per guardare la vòlta, dove quel valentuomo di san Donato faceva il suo bravo miracolo con un crocione trinciato per aria.
Spinello non era presente, che non aveva ardito restar là, fatto segno alle occhiaie curiose dei suoi cittadini, e fors'anche ai loro appunti poco benevoli. Sapete già che egli non aveva più fede nella bontà dell'opera sua, quando gli era toccato di spolverizzarla dai cartoni sul muro. Figuratevi poi come dovesse parergli, quando la vide compiuta. Ma in suo luogo era mastro Jacopo, fiero in arme come un paladino al passaggio d'un ponte.
L'impressione fu buona, anzi ottima. Si maravigliavano che un giovane avesse saputo far tanto. E più cresceva lo stupore, quando si veniva ad osservare in ogni sua parte il dipinto. La composizione era saviamente ideata e distribuita con raro giudizio. Nobilissimo l'atteggiamento del Santo, e bene inteso. Naturalmente collegata, la doppia azione della figura, con quella destra levata a benedire e quella sinistra distesa indietro per accennare al suo popolo che volesse star cheto e tranquillo. Il terrore, l'ansietà, la speranza, erano efficacemente espressi in quei volti e in quelle mosse d'uomini e donne che si accalcavano nel fondo del quadro. Solo alle prese col serpente san Donato mostrava una serenità maravigliosa, giustificata dai primi effetti della sua benedizione. La belva, così minacciosa nell'orridezza delle forme e nel lampo degli occhi, da far rizzare i bordoni ai riguardanti, si contorceva nello spasimo dell'agonia; voleva ancora uccidere e si sentiva morire. Tutto ciò era reso stupendamente, e composizione e disegno facevano onore all'artista. Nessuno, degli intendenti, poteva dire che fosse opera di mastro Jacopo. Si notava un fare che non era il suo, per solito più leccato e più languido. E il colore? Bisognava vedere il colore, com'era pieno di vaghezza e di sugo.
--Pieno, fin troppo;--aveva notato uno di quei critici che cercano il pel nell'uovo e non disperano di trovarcelo.
--Il dipinto è ancora un po' fresco;--rispondeva un vicino;--aspettate.
--Vuol dire che non abbiamo ancora la tinta vera;--ripigliava quell'altro.--Come giudicarne allora? Seccando l'intonaco, non potrebbe sbiadire il dipinto? Già nell'affresco, l'essenziale è di conoscere il valore delle tinte. Come volete che lo conosca lui, a vent'anni, o giù di lì?--
Ad onta di questa critica, che già voleva tirare in ballo il futuro, l'opera di Spinello Spinelli fece un chiasso da non dirsi a parole. E per tutto quel giorno e per altri alla fila ci fu grande concorso di popolo nel Duomo vecchio d'Arezzo. Per giudizio universale, la città poteva rallegrarsi; il suo pittore era nato.
Mastro Jacopo accoglieva con la sua aria burbera le congratulazioni dei cittadini.
--Non parlate di me, che non c'entro;--rispondeva egli a coloro che volevano riferire agli insegnamenti suoi il merito di un così valente discepolo.--Io non gli ho insegnato quasi nulla. È venuto da me come poteva andare da un altro, e da un altro sarebbe riescito lo stesso che è riescito da me. L'unica differenza che io posso ammettere è questa, che un altro si sarebbe ingelosito di lui, lo avrebbe tenuto giù, molto giù, e non gli avrebbe certamente dato da dipingere una tra le medaglie a lui allogate. Io, invece, ho fatto per Spinello Spinelli quel che si fa, o che si dovrebbe fare, per un amico. Ma, per carità, non mi parlate d'insegnamenti. Quel benedetto ragazzo aveva già la scintilla in testa, l'ha portata nel mio focolare e s'è acceso il suo fuoco da sè. Un'occhiata a ciò ch'io facevo, ecco tutto. Perchè, infine, la parte manuale, la praticaccia dell'arte, bisogna apprenderla da qualcheduno. Ma qui si ferma il merito mio. La verità è una e va detta senza risparmio.
--Per altro,--gli rispondevano,--Spinello Spinelli si loda molto di voi e ripete a tutti che vi è debitore d'ogni cosa.
--Spinello ha buon cuore e parla come il cuore gli detta. Ma scusate, come sarebbe possibile che io nel giro di pochi mesi gli avessi insegnato tanto? Volete che vi dica io com'è andata? Spinello aveva la testa fatta in quel modo che l'hanno i grandi pittori, piena di verità e di magnificenza. Aveva il sentimento del colore negli occhi; l'argento vivo sulle dita; la febbre dell'arte nel sangue. Tale era Giotto di Bondone, e tale sarebbe stato, anche se, scambio di Cimabue, lo avesse veduto e preso con sè un pittoruccio da dozzina. Per intender Giotto non occorreva, in fede mia, esser neanche una cima; bastava non essere a dirittura un bue.--
Con questa celia mastro Jacopo si liberava dai piaggiatori ostinati. Forse caricava un po' troppo la dose; ma era necessario far così, per levar di mezzo la diceria del Chiacchiera e de' suoi degni colleghi, secondo i quali mastro Jacopo doveva aver messo mano nel dipinto di Spinello.
--Non lo diranno più, per bacco baccone,--borbottava egli tra i denti,--non lo diranno più che il San Donato è farina del mio sacco.--
Ai massari del Duomo vecchio, poichè ebbero veduto il dipinto e udita quella gara di lodi, mastro Jacopo parlò in questa guisa:
--Orbene, messeri onorandissimi, che vi pare? Dobbiamo noi rastiare l'intonaco e dipingere un altro Miracolo di san Donato?
--Ah, mastro Jacopo, avevate ragione voi;--risposero quei valentuomini.--Ecco uno scolaro che vi farà onore.
--Dite un genero, messeri, un genero che mi farà contento.
--Ah, sì, quello è il premio che gli date. Se è buono d'indole come è valente di mano, fortunata la vostra figliuola, e fortunato voi, mastro Jacopo.--
Il vecchio pittore tornava a casa con un cuore tanto fatto. Egli era il più felice tra tutti i babbi d'Arezzo.
Spinello, dal canto suo, era oppresso dalla gioia. Quel vincitore aveva l'aria d'un corbello. Scusate il paragone, ma io mi son sempre figurato così i trionfatori romani, e più particolarmente il Petrarca, quando lo portarono a prendere la corona d'alloro sulla vetta del Campidoglio. Doveva essere abbattuto il povero messer Francesco; doveva essere come sbalordito col pensiero della grandezza di Roma nell'anima e l'immagine di madonna Laura negli occhi. L'amore e la gloria, il fuoco vivo e la luce rutilante; ma altresì i due pesi più grandi che possa portare un uomo, nel sentiero della vita, che è così pieno di ciottoli insidiosi e di buche traditore.
Il maestro lo aveva abbracciato, con le lagrime agli occhi. Parri della Quercia gli aveva stretta la mano dicendogli: "bene!" con tutte le forze dell'anima. Tuccio di Credi, venuta la sua volta, gli aveva soggiunto:
--Godete gli applausi; essi vi aiuteranno a sopportare le fischiate. Perchè, badate, la vita è tutta così; oggi in alto, sul candeliere, domani giù, e costretti a correre come cani bastonati.--
Tuccio di Credi era un filosofo pessimista. Ma il suo ragionamento non dispiacque a Spinello. Si ascoltano bene anche i pessimisti, quando si è nella pienezza della felicità. Il richiamo alle ingiustizie che v'aspettano, fa l'effetto d'una dissonanza armonica, che produce una bella varietà nel pezzo e vi fa solletico non ingrato all'orecchio.
Del resto, le noie erano un retaggio del futuro, e Spinello viveva affondato nel presente, si beava negli occhi di Fiordalisa, anche lei oppressa dalla gioia, piena d'un senso nuovo, che non aveva tempo a studiare. Perchè, poi, ci avrebbe studiato su? Il mondo le pareva una gran bella cosa, e questo era l'essenziale. L'aria aveva tesori ineffabili, fragranze arcane, che le assopivano il sangue nelle vene. Presentiva una beatitudine, un'estasi, come il corpo mollemente adagiato in un morbido letto attende e pregusta un bel sogno. In quella soave dormiveglia dei sensi, la bella fidanzata porgeva orecchio al susurro dell'aura e al bisbiglio d'una voce sommessa. Quel susurro le diceva: la vita è bella così; quel bisbiglio le diceva: io t'amo.
Nell'amore ogni più piccola cosa è un mondo; e un mondo nuovo per giunta. Ci si ferma piacevolmente intorno a certi nonnulla, che in ogni altro momento della vita a mala pena si avvertono. Guardando un viso amato, poi, quante meraviglie si scoprono! Che tesori, che rapimenti, che ebbrezze! Quand'anche un occhio esercitato, e memore delle sue esercitazioni, scoprisse un lieve difetto, verrebbe subito a piacere il difetto, quasi bellezza nuova, quintessenza di perfezione, suggello di verità, come il marchio nell'oro! Perchè, infatti, che cosa si cerca più avidamente nel bello, se non la sua incarnazione? E la nota del vero non è essa che distingue la donna dalla statua, la realtà dal sogno?
Mettendo qualche necessario intervallo nelle sue contemplazioni, Spinello andava ogni mattino al Duomo vecchio, dove erano ancora da finire nuove opere di mastro Jacopo. Ma il vecchio pittore si vergognava di occupare in troppo umili uffici il suo famoso scolaro.
--Senti,--gli disse una volta,--non è da te raccattarmi i pennelli e mesticarmi i colori. Hai fatto testè un'opera bella e giustamente lodata; ma non devi riposarti sugli allori. Ti consiglio di provarti subito in un'altra, e di maniera diversa dalla prima. Il buon arcadore, quando va alla battaglia, porta sempre con sè due corde di rispetto. Non ti basti di essere un frescante. Il fresco è un bel modo di dipingere, e forse il migliore tra tutti, poichè esso sfida i secoli e si raccomanda alla memoria delle più tarde generazioni. Ma anche una bella tavola dipinta a tempera può avere i suoi pregi agli occhi dei posteri. Ed ora che mi rammento, i tuoi nemici ti accusavano di non aver mai copiato dal vero. Fa un ritratto, e sia quello della tua fidanzata. Sicuro; tra due mesi me la rubi; lasciami almeno il suo ritratto in casa. Ti va?
--Padre mio!--gridò Spinello, confuso.--Se osassi!...
--Già, dovevo rammentarmelo, che tu non osi mai. Strano ragazzo! Ma se son io che ti permetto! se son io che ti prego!
--Oh, non dicevo per questo;--rispose il giovane.--Non oso, perchè temo di non venirne a capo. L'idea di ritrarre il volto di madonna Fiordalisa m'è già passata più volte per la testa. Anzi, ve l'ho a dire? Quando sono a casa mia, quando mi trovo solo nella mia cameretta, cerco di consolarmi dell'assenza, segnando sulla carta il profilo di madonna. E mi vien sempre male, sempre male, che è una morte a pensarci.
--T'è pur venuto la prima volta; te ne ricordi?
--Sì, ma erano appena quattro segni. Davano l'aria di madonna Fiordalisa, ma non erano il suo ritratto. A fare una cosa che meriti questo nome, si vogliono giusti contorni; non basta accennare, bisogna dipingere, e tutte le parti più minute debbono essere fedelmente rese. Ora, vedete, padre mio, quando io mi metto all'opera, risoluto di non contentarmi ad una vaga somiglianza, mi trovo subito impacciato, e mi accade che.... con tutte le migliori intenzioni del mondo... con tutti i più saldi propositi.
---Vuoi dire che ti casca l'asino? Ho capito;--disse mastro Jacopo.--Ma questo è naturale. È di pochi il ricordare appuntino tutte le fattezze d'una persona assente, per modo da poterle rendere con precisione sulla carta. Questa è una bella memoria; ma non gli è da questa qualità che si conosce il pittore. Val meglio, assai meglio, saper copiare con diligenza quel che si vede, anzi che rammentare a un dipresso quello che si è veduto una volta. Abbi l'originale sott'occhio, e se non ti verrà fatto di esprimerlo con verità, allora soltanto dovrai disperarti. Dunque, siamo intesi; comincierai da domani.--