Il ritratto del diavolo

Part 4

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Tuccio di Credi, che precedeva di pochi passi il nuovo venuto, si tirò da un lato per lasciarlo passare. Il vecchio fiorentino entrò, strinse la mano che gli offriva il pittore, e andò a baciare in fronte la sua futura nuora. Se aveste veduto in quel punto il povero Tuccio di Credi!

--Messer Luca,--disse Jacopo di Casentino,--quello d'oggi non è un invito in pompa magna. Si faranno quattro chiacchiere tra noi, mentre i nostri ragazzi ne faranno mille tra loro, senza dar retta alle nostre. Ma questi sponsali vogliono essere celebrati con una festa di famiglia, che faremo domenica, se vi piace. Tuccio di Credi avvertirà intanto i suoi compagni di bottega, i quali saranno padroni di spargere la notizia ai quattro punti cardinali.--

Tuccio di Credi rispose con un cenno d'assentimento a quell'ultima parte del discorso di mastro Jacopo.

--Mi congratulo con voi, maestro,--disse egli,--e mi congratulo con gli sposi. Quando si faranno le nozze?

--Tra due mesi,--rispose mastro Jacopo,--quando il vostro compagno avrà condotto a termine un'opera testè incominciata nel Duomo vecchio. Desidero che impariate da ciò, ragazzi; desidero che impariate a lavorare di buona voglia. Spinello Spinelli è l'ultimo venuto, ed eccolo già molto innanzi a tutti voi. Non ve l'abbiate per male.

--Perchè dovremmo avercelo a male?--chiese Tuccio di Credi, stringendosi nelle spalle con aria di profonda noncuranza.--Chi è da più degli altri ha ragione di stimarsi fortunato. A noi basterà che voi non ci togliate la vostra benevolenza.

--L'avete, andate là;--rispose mastro Jacopo, col suo piglio tra il burbero e il faceto;--sebbene qualche volta mi facciate disperare, da quei ragazzacci che siete. A domenica, dunque, e preparate le vostre più belle canzoni. Si starà allegri.--

Tuccio di Credi salutò gli astanti e se ne andò verso l'uscio.

Quel giorno Tuccio di Credi era rimasto l'ultimo in bottega. E a lui era toccato di ricevere Luca Spinelli, venuto a quell'ora insolita e con aria misteriosa a cercare mastro Jacopo. A lui, proprio a lui, era toccato di aver le primizie di quell'annunzio matrimoniale, altrettanto doloroso quanto inaspettato.

Tuccio di Credi non sapeva che pensare; non sapeva che dire; aveva perduta la testa. Poco mancò che dimenticasse perfino di chiudere la bottega. Escito di là, andò macchinalmente per le vie d'Arezzo, fino all'osteria del Greco, dove c'era la combibbia serale dei garzoni di mastro Jacopo. Aveva una faccia così scura, che i suoi compagni lasciarono tosto di ridere, per domandargli se si sentisse male.

--Vuoi un confortino? Un cordiale? Un lattovaro?--gli disse il Chiacchera.--Prendi questo; è Montepulciano, e il Greco giura di non averlo annacquato.--

Tuccio di Credi ricusò brevemente, col gesto, il bicchiere che gli offriva il Chiacchiera.

--Sapete la novella?--disse egli.

--Quale novella?--chiese Cristofano Granacci.

--Se non la spifferi, come possiamo saperla?--soggiunse il Chiacchiera.

Tuccio di Credi rimase un momento sopra di sè, come se volesse raccogliere le proprie forze; indi, con voce sepolcrale, diede il triste annunzio ai compagni:

--Spinello Spinelli, l'ultimo venuto a bottega, sposa la figlia di mastro Jacopo.--

Un grido di meraviglia accolse le parole di Tuccio.

--Come lo sai?--domandò il Chiacchiera.

--Lo so da mastro Jacopo, che c'invita per domenica alla festa degli sponsali e ci raccomanda di preparare le nostre più belle canzoni.

--Oh, le avrà!--disse il Chiacchiera.--Ti assicuro io che le avrà. Un così bel matrimonio! Ci vorranno anche i giullari!

--Già,--osservò tranquillamente Parri della Quercia,--dovevamo immaginarcelo.

--Immaginarcelo! E perchè?--disse Tuccio di Credi.

--Perchè era facile di scorgere che mastro Jacopo vedeva assai di buon occhio Spinello Spinelli.

--Come scolaro, non nego;--ribattè Tuccio di Credi.--Mastro Jacopo ha le sue debolezze, come le ha avute sant'Antonio. Ma neanche sant'Antonio ha portato il suo protetto in paradiso. E non era da immaginare che mastro Jacopo dovesse dare sua figlia a Spinello Spinelli. Sapete che già gliel'avevano domandata parecchi: tra gli altri il Buontalenti, che è un ricco sfondato.

--È vero;--disse Parri della Quercia;--ma tu ricorderai per qual ragione mastro Jacopo non gliel'ha voluta dare. Egli ha sempre detto che la sua Fiordalisa avrebbe sposato uno dell'arte sua. Spinello Spinelli è un pittore; dunque....

--Adagio, Biagio!--entrò a dire il Chiacchiera.--Spinello Spinelli è un mastro Imbratta, finora, un fattore come noi altri, e non può neanche misurarsi con te, Parri della Quercia, che hai già fatto un trittico a tempera, e n'hai avuto lode dagli intendenti.--

Parri della Quercia sorrise e ringraziò con un cenno del capo.

--Ma infine,--diss'egli di rimando,--se non ha anche dipinto a tempera, non si può tuttavia bollarlo col titolo di mastro Imbratta. Rammentate i suoi tocchi in penna.

--Ah sì, bella forza!--gridò il Chiacchiera.--Come se quella fosse arte! Il pittore s'ha a vederlo sulla tavola.

--O sul muro;--soggiunse Parri.--Spinello Spinelli può dirsi oramai un frescante. Mastro Jacopo gli ha dato a fare qualche cosa sulle sue ultime composizioni.

--Sì, gli ha dato da calcare i suoi cartoni sul muro e da mettere il colore sui fondi.

--Ahimè, dell'altro ancora, dell'altro;--entrò a dire Tuccio di Credi.

--Dell'altro? Che cosa?

--Gli ha dato da dipingere un'intera medaglia nel Duomo vecchio. Mi capite? un'intera medaglia. E Spinello ha ideata lui la composizione, ha fatto lui il cartone, tutto lui! Ma non potrebbe anche darsi che il maestro avesse ritoccato il disegno, data l'intonazione del bozzetto e via via?

--Non c'è dubbio;--esclamò il Chiacchiera.--E fors'anche avrà ideata la composizione.

--È possibile,--ripigliò Tuccio di Credi.--Tutto si può credere,-perchè il lavoro si fa in Duomo, sulle impalcature, dove il maestro non ha più voluto vedere nessuno di noi.

--Gatta ci cova!--sentenziò Cristofano Granacci.--Intanto eccolo pittore. E che lavoro è, quello che fa, il sornione?

--Un San Donato che ammazza il serpente con una benedizione;--rispose Tuccio di Credi.

--Tu l'hai veduto?

--Io no, l'ho risaputo dallo scaccino della chiesa. Ma su questo non ho a dirvi di più;--soggiunse Tuccio, già quasi pentito di aver toccato quel tasto.

Ma gli altri non avevano bisogno di più estesi particolari, e non ci badarono neanco. Erano su tutte le furie, e non ci vedevano lume.

--Ah! è troppo!--gridò Lippo del Calzaiolo.--Mastro Jacopo ci ha i suoi beniamini. Se avesse adoperato egualmente con noi! Se ci avesse consigliati, aiutati, messi avanti, saremmo pittori anche noi. Bella forza! fare il lavoro d'uno scolaro e poi gabellarlo per pittore! E non si fa celia; pittore frescante! Purchè i massari del Duomo gli lascino passar la burletta!

--Che cosa ha da importarne ai massari?--disse Tuccio di Credi.--Se l'opera piacerà, non andranno a cercare cinque piedi al montone.

--E noi lasagnoni! Noi buoni a nulla!--gridò Cristofano Granacci.--Ah, caro e riverito mio mastro Jacopo di Casentino, dite che non son più io, se non vi pianto lì su' due piedi.

--O su quanti vorresti piantarlo?--domandò il Chiacchiera, che non rinunciava mai all'occasione di metter fuori una celia.

--Dico che me ne vado,--urlò il Granacci,--posso allogarmi a Firenze dal Giottino, o a Siena dal Berna, che tutt'e due mi vogliono.

--Per che fare?

--Quello che tu non farai, Tuccio, se pure tu campassi mill'anni:--ribattè il Granacci.

--Via, non ci guastiamo il sangue;--entrò a dire Lippo del Calzaiolo.--Cristofano ha ragione, ed io seguirò il suo esempio; me ne andrò a bottega da Agnolo Caddi, in Firenze. Tanto qui non s'impara nulla.

--È vero, questo;--notò il Chiacchiera.--Mastro Jacopo ha l'aria di tenerci per misericordia, come si tengono gl'infermi all'ospedale. Non c'è che Spinello, in Arezzo! E a lui concede anche la mano di sua figlia. Questa, poi, è grossa. Di che diamine s'è innamorato?

--Forse del ritratto che Spinello ha inteso di fare a madonna Fiordalisa:--osservò Lippo del Calzaiolo.

--Almeno sapesse farli i ritratti!--esclamò il Granacci.--I quattro segni d'un tocco in penna a me mi servono poco. In un'opera grande, voglio vederlo.

--Lo vedrete nel San Donato;--disse Parri della Quercia.

--Ma se non è suo!--rispose il Granacci.--Lo vogliamo giudicare da un'opera fatta da lui sotto i nostri occhi, non già in un affresco di mastro Jacopo, gabellato per suo.

--Chi dice che non sia suo?--chiese timidamente Parri della Quercia.

--Non hai inteso? Lo dice Tuccio di Credi.

--Adagio, Cristofano; io non ho detto nulla,--si affrettò a rispondere Tuccio di Credi.--Almeno non ho fatto che accennare un sospetto; anzi, la possibilità d'un sospetto. Ma se mi domandate che cosa ne penso, vi dirò che io non sospetto nulla, e credo che Spinelli darà tutta farina del suo sacco. È un gran pittore che nasce di schianto; nasca a sua posta, e facciamola finita. Parliamo d'altro; anzi, non parliamo di nulla. Poc'anzi volevate darmi un confortino, un lattovaro, un cordiale? Ho più fame che sete, e prenderei qualche cosa di sodo.--

IV.

Le avete mai viste, le pecore matte, che Dante Allighieri, esule vagabondo, ha osservate tante volte e descritte nel poema sacro? Escono dal chiuso, ad una, a due, a tre, si seguono alla cieca e ciò che fa la prima fanno tutte le altre, anco se si tratti di andar sullo scrimolo d'un precipizio, a risico di fiaccarsi il collo tutte quante.

I garzoni di mastro Jacopo non potevano mandar giù la fortuna del nuovo venuto e meditavano una grande risoluzione. Escludo dal numero Parri della Quercia, che non partecipava alle loro malinconie per dolcezza di carattere, e Tuccio di Credi che aveva scagliato il sasso e nascondeva la mano.

Parri della Quercia, come vi ho già detto, era onesto e riconosceva l'ingegno di Spinello Spinelli. Ma egli era d'animo mite, e per conseguenza un po' timido. Il suo giudizio lo portava a vedere di primo acchito il bene ed il male; la sua indole lo faceva alieno da ogni resistenza e desideroso di tirarsi sempre in disparte. Egli era uno di quegli uomini che conoscono il mondo, o l'indovinano, e non vogliono prender gatte a pelare. Amava l'arte sua e l'esercitava con diligenza, che è come a dire senza ardore soverchio. Di certo, anche se fosse vissuto cent'anni prima, non sarebbe stato lui che avrebbe liberata la pittura dalle pastoie bisantine; ma si può ammettere che, vivendo a lungo, sarebbe giunto a dipingere le più aggraziate Madonne e i Cristi meno arcigni dello stampo antico. Nato nel secolo decimoquarto e fatto discepolo dei novatori, andava sulla falsariga dei Giotteschi, senza vedere più in là. E quale era l'artista, tale era l'uomo. Buono e cauto, giudizioso e misurato in ogni cosa sua, dissimulava con la dolcezza dei modi il vizio organico che doveva condurlo pochi anni dopo alla tomba. E voi potete intendere da questo come avvenisse che Parri della Quercia lasciasse correre le bizze dei compagni, senza riscaldarsi il sangue a metterli in pace.

Quanto a Tuccio di Credi, avete veduto come egli, dopo aver data la notizia e lasciato cadere il sospetto, si fosse affrettato a dire che la cosa non poteva esser vera, e che Spinello Spinelli era un ingegno nato di schianto, una nuova speranza dell'arte. Si era egli ricreduto, parlando? O seguiva in ciò il filo d'un riposto disegno?

Comunque fosse, Lippo del Calzaiolo, Cristofano Granacci e Angiolino Lorenzetti, detto il Chiacchiera, non avevano mestieri del suo aiuto per dar di fuori; erano giunti a tal segno, che le sue esortazioni pacifiche, se pure egli avesse creduto di farne, avrebbero sortito un effetto contrario.

--La vedete così?--aveva detto in fine Tuccio di Credi.--Accomodatevi. Io, poveretto, non ho come voi la fortuna di essere cercato altrove, e debbo contentarmi di questo pane. Quando si ha bisogno, conviene baciar basso.--

I tre arrabbiati avevano fatto consiglio. Non volevano saperne di restare a bottega di mastro Jacopo; sentivano la voglia matta di abbandonare una scuola in cui non s'imparava nulla, e si era costretti a vedere la fortuna degli altri. Il Chiacchiera ebbe il mandato di parlare per tutti.

La mattina vegnente, mastro Jacopo di Casentino, nell'escir di bottega per recarsi al Duomo vecchio, disse ai giovani, che stavano lavorando:

--Avete sentito? Ci ho allegrezze in famiglia, e voi siete invitati per domenica a mangiare il pan forte.--

Mastro Jacopo, a dirvela schietta, non ripeteva di buona voglia l'invito. Gli sapeva male che non ne avessero parlato essi per i primi, poichè Tuccio di Credi li aveva avvertiti d'ogni cosa; parendogli giustamente che un maestro, un principale, avesse diritto a quella piccola attenzione da parte loro.

I giovani stettero a sentirlo e si guardarono alla muta tra loro. Era venuto per Angiolino Lorenzetti il momento di far onore al suo soprannome di Chiacchiera. Egli, perciò, smise di macinar colori, la sola occupazione in cui valesse qualche cosa, e così rispose al maestro:

--Vedete che caso! Dobbiamo rinunziare a questo piacere.

--Come?--gridò mastro Jacopo.--Che cos'è questa novità?--

E guardava gli altri, frattanto, come se aspettasse da loro la spiegazione di quelle parole del Chiacchiera. Ma gli altri stavano zitti. Il Chiacchiera riprese il discorso per tutti.

--Ecco qua, maestro;--diss'egli;--si tratta d'un disegno che abbiamo fatto in tre, cioè io, persona prima, Cristofano Granacci e Lippo del Calzaiolo. Ce ne andiamo.

--Ve ne andate?--esclamò mastro Jacopo sgranando gli occhi.--E perchè, se è lecito saperlo?

--Anzi, è obbligo nostro il dirvelo;--rispose il Chiacchiera con aria di umiltà meravigliosa.--Quantunque, a dir le cose come stanno, tre lasagnoni, come siamo noi, tra fannulloni....

--È vero, perdiana!--interruppe mastro Jacopo.--Per la prima volta in tua vita, hai detto una verità.

--Eh, che volete, maestro? A furia di sentirle dire, s'imparano;--replicò il Chiacchiera, con ironico accento.--Ma vedete un po' che combinazione! C'è al mondo qualcheduno che non la pensa come voi, Agnolo Gaddi, per esempio, che sta a Firenze, e sarebbe disposto a prendere con sè Lippo del Calzaiolo; il Giottino, di Firenze, e il Berna, di Siena, che farebbero a spartirsi il nostro Cristofano Granacci.

--Ah!--esclamò il vecchio pittore inarcando le ciglia.--Quei tre valentuomini hanno posto gli occhi su voi?--

Cristofano Granacci e Lippo del Calzaiuolo risposero asciuttamente con un cenno del capo.

--Non me ne congratulo con loro;--ripigliò mastro Jacopo, poi ch'ebbe veduta la mimica.--Sentiamo ora, poichè non mi hai detto tutto,--soggiunse, volgendosi al Chiacchiera,--sentiamo ora chi sia disposto a prender te, succiaminestre!

--Oh, non vi date pensiero per me! Io vado dove mi pare. Il primo che capita, mi servirà. Che cosa si fa qui, alla fine? Si macina, si mestica, s'incollano i cartoni, si fanno le imbasciate, si apre e si chiude la bottega; insomma, un servizio da fanti, non una scuola da pittori. Scusate, mastro Jacopo; io sarò un succiaminestre, un mangiapane, tutto quel che vorrete, ma ho l'uso di chiamare ogni cosa per il suo nome. Che cosa ci stiamo a far qui? In che modo ci avete voi insegnati i principii dell'arte?--

Mastro Jacopo cascava dalle nuvole, a tanta audacia di discorso. Già era sul punto di mandarli tutti e tre al diavolo, per la più spiccia; ma le ultime parole, che racchiudevano un'accusa formale, lo toccarono sul vivo.

--Per l'anima di...--gridò egli, dando di fuori senz'altro.--Che cos'è quest'accusa che voi mi fate? Credete voi che l'arte s'insegni come il leggere, scrivere e far di conto? Bietoloni! Anch'io sono stato a scuola, e ricordo come insegnava Taddeo Gaddi, che a sua volta ricordava come insegnasse Giotto di Bondone. Macinavo, mesticavo, aprivo la bottega e la chiudevo, come voi; facevo le imbasciate del maestro, maneggiavo la granata, secondo il bisogno, e molto più che non maneggiassi i pennelli; insomma facevo ogni più umile ufficio come voi. Con questa differenza, per altro; che voi vi lagnate, ed io non mi lagnavo; che voi non intendete nulla di nulla, ed io cercavo di profittare degli esempi che avevo sott'occhio. Guardando ciò che il maestro faceva, io, bene o male, e mettete pure che fosse male, ho imparato a fare anch'io qualche cosa. Indovinavo, dov'era facile indovinare, e quello che non intendevo alle prime, chiedevo al maestro. È dei maestri il rispondere, non già il sapere da bel principio quel che si debba insegnare ai giovani. Avete capito, lasagnoni? Si può egli instillare per via di precetti quello che la natura dà all'uomo di cogliere dall'esempio quotidiano? Per precetti s'insegna la grammatica, non l'arte del dipingere. Ora, quale è stato il vostro costume, in bottega? Mi avete voi mai domandato come si facesse la tal cosa, o perchè si facesse la tal altra? Avete voi posto mai attenzione a ciò che facevo io? Non lo so; ma se bado all'esito, mi pare di poter dire che non avete guardato mai, come non avete mai chiesto. E allora, di che vi lagnate?--

Il Chiacchiera lasciò passare quella folata di parole, indi rispose:

--Oh, non a tutti i vostri scolari avete lasciato la cura d'imparare da sè.

--Non a tutti! Lo credo, io,--replicò mastro Jacopo.--Tuccio di Credi, per esempio, e Parri della Quercia, hanno saputo cavar profitto dei loro occhi. Perciò mettete pure che io, vedendoli più attenti di voi, li abbia consigliati qualche volta. Perchè non avete fatto come loro? Vi avrei consigliati ugualmente.--

Il Chiacchiera rispose all'argomento con una crollatina di testa.

--Non si parla di Tuccio, nè di Parri;--diss'egli poscia.--Si parla di Spinello Spinelli, del nuovo venuto, del vostro futuro genero. Quello è il vostro beniamino, mastro Jacopo, o ch'io non so più che cosa sia un beniamino. Vi capita in bottega con quattro scarabocchi, e voi v'innamorate subito di lui, come Cimabue s'è innamorato di Giotto.

--Benissimo detto; come Cimabue!--ripigliò mastro Jacopo.--Infatti, Spinello Spinelli meritava tutto quello che ho fatto per lui. Che ci trovate a ridire, voi altri?

--Nel vostro capriccio, nulla. Della sua pasta può far gnocchi ciascuno. Ma il modo!... Vedete? È il modo, che ci offende. Spinello Spinelli viene da voi con un fascio di tocchi in penna. Bellissime cose, degne di Giotto; lo ammetteremo anche noi, se può farvi piacere. Ma come va che tre mesi dopo la sua venuta a bottega egli passa avanti a Tuccio e a Parri, che sono con voi da tre anni? Come va che egli è già così addentro nel maneggio dei colori, da mettere il pennello nei fondi delle vostre composizioni?

--Nei fondi, l'hai detto tu, nei fondi!--gridò mastro Jacopo, con accento di trionfo.

--Eh!--ripigliò il Chiacchiera, che oramai era in ballo e voleva spendere il suo ultimo grosso; se non si trattasse che dei fondi!... Ma voi avete fatto assai più, mastro Jacopo. A questo pittor novellino, gli avete commesso un'opera di molta importanza, che era stata allogata a voi dai massari del Duomo.

--Ah, tu sai anche questo?--borbottò il vecchio pittore, un tal po' sconcertato.

--Sicuro, che lo so. Lo sa tutta Arezzo, lo sa.--

Mastro Jacopo si strinse nelle spalle.

--Ci ho gusto;--diss'egli,--Così non avrò più mestieri di dar la notizia a nessuno. Spinello si farà onore; questo è l'essenziale.

--Col vostro aiuto, maestro, non si dubita punto dell'esito;--ribattè gravemente il Chiacchiera.

--Che intenderesti di dire, manigoldo?

--Quello che voi avete già indovinato;--replicò l'impertinente scolaro.--Alle corte, qui c'è un salto troppo grande, per gli stinchi del vostro beniamino. Dai tocchi di penna all'affresco! E senza aver fatto nel frattempo nulla che meriti di essere osservato! Neanche una testa! Perchè noi--proseguì il Chiacchiera, riscaldandosi,--noi non gliel'abbiamo mica veduto fare, uno studio dal naturale, dal vivo! Se pure non vi piaccia di contare come uno studio dal vivo il profilo di madonna Fiordalisa!...

--Ah, ho capito!--esclamò mastro Jacopo.--Perchè non dirlo prima, che eravate gelosi? Ma io, vedete, mia figlia la dò a chi mi pare. E se anche avessi voluto romperle il collo con uno di voi, non mi sarebbe mica riescito di contentarvi tutti!

--No, maestro, disingannatevi, non siamo gelosi niente affatto;--rispose il Chiacchiera.--Siamo pieni di rispetto per madonna Fiordalisa, e fermi lì. Del profilo fatto dal vostro Spinello se ne parla ora, per dirvi, anzi per tornarvi a dire, che non era un ritratto. Spinello ha indovinata l'aria della figura e nient'altro. Se dovesse fare un ritratto, si troverebbe molto impacciato.

--Sì, sì, vecchia storia;--borbottò mastro Jacopo;--ed io v'ho risposto fin da principio che se Spinello vorrà fare un ritratto, lo farà, in barba a tutti voi, scimuniti!

--Non quello di madonna Fiordalisa, per altro:--ribattè il Chiacchiera, che trovava un gusto matto a contraddire il maestro.--Parri della Quercia e Tuccio di Credi, che stanno cheti come l'olio, vi hanno pur detto come e perchè un ritratto di madonna Fiordalisa non sia dei più facili.

--Ho capito, ho capito; ritornate in campo coi vecchi dirizzoni. Ma appunto per dar noia a voi altri, Spinello farà il ritratto della sua fidanzata, e voi resterete con un palmo di naso.

--No, maestro, non resteremo:--rispose beffardo il Chiacchiera.--Vi ho già detto che non si conta di rimanere in Arezzo. Quanto a me, se avete comandi per Firenze....

--Vai dove ti pare, che il fistolo ti colga;--interruppe mastro Jacopo.--E quando fai conto di levarci l'incomodo?

--Oggi stesso. Il tempo di prendere le mie bazzicature, e vi servo sull'atto.

--Ottimamente;--brontolò il vecchio pittore.--E voi altri?--

La domanda era rivolta a Cristoforo Granacci e a Lippo del Calzaiolo. Ambedue furono pronti a rispondere:

--Con lui, maestro; alla medesima ora.

--E andate,--tuonò il maestro, dando un'alzata di spalle,--andate con lui, e col malanno che il ciel vi dia.--

Fu questo il commiato di mastro Jacopo di Casentino ai suoi degni scolari, Angiolino Lorenzetti, detto il Chiacchiera, Lippo del Calzaiolo e Cristofano Granacci.

Mastro Jacopo era in collera per la mancanza di rispetto di cui gli avevano dato prova quei tre sciagurati; non già per la loro andata, che lo liberava da tre fannulloni, veri impicci, non aiuti in bottega. Perciò, vi sarà lecito di argomentare che egli dovesse consolarsi ben presto. Era già più tranquillo nell'entrare in Duomo, dove lo aspettava il suo pezzo d'intonaco, preparato di fresco. Ma egli non volle andare al suo trespolo, senza aver veduto Spinello, che lavorava già da due ore, intorno al suo Miracolo di san Donato. Bell'opera, in verità; ci si vedeva un'aggiustatezza di parti, una vigoria di colore, una sicurezza di fare, che teneva del maraviglioso.

--Che bricconi!--pensò mastro Jacopo, giunto sulla impalcatura del ponte.--Ecco qua un bravo giovane, che è nato pittore com'io son nato maschio. Si può egli far meglio di così? E gl'invidiosi a perfidiare!... Andranno a raccontare a Siena e a Firenze, al diavolo che li porti, che io gli ho dato il disegno; anzi peggio, che io gli ho fatto da capo a fondo il lavoro! E ci sarà della gente che lo crederà! Che cosa non crede, la gente? C'è anzi da maravigliare che i bugiardi non siano più ricchi d'invenzioni, con tanta facilità che c'è nel mondo di credere ogni cosa peggiore.--

Spinello udì il brontolio e si volse a guardare.

--Oh, maestro, siete voi? Che cosa dicevate?

--Nulla, nulla; borbottavo da me;--rispose mastro Jacopo.--Sai pure, è il vizio dei vecchi!

--Credevo che trovaste a ridire nel mio pasticcio, e ne ero già tutto contento.

--Contento! O perchè, se è lecito!

--Perchè voi non mi riprendete mai, mentre io sarei tanto felice di avere i vostri consigli, le vostre ammonizioni.

--Consigli! Ammonizioni! Tu non hai mestieri nè di quelli, nè di queste.