Il ritratto del diavolo

Part 13

Chapter 13 3,888 words Public domain Markdown

Spinello Spinelli era alloggiato, a grande onor suo, nelle case dei Cancellieri, antica e potente famiglia, ed una tra le due che avevano data la stura alle ire cittadine di Pistoia, dilagate poscia a Firenze, e via via per tutte le città e per tutte le borgate d'Italia. Ma, a proposito di ire cittadine, dov'era in quel tempo l'umor feroce di Pistoia a cui alludeva Tuccio di Credi? La città delle prime discordie posava da molti anni in pace, e ci fioriva liberamente la gentilezza naturale delle valli toscane, affinate da un certo che di arguzia montanina, per cui Pistoia la bella è rimasta famosa tra le vecchie città lucumoniche.

Nè solamente la città piaceva a Spinello Spinelli, ma eziandio e più particolarmente la campagna. Fin dai primi giorni della sua dimora in Pistoia, tratto dall'amor solitario che in lui era diventato come una seconda natura, Spinello usava andare a diporto nel borgo, e di là fino al colmo di una collina piantata di querci, donde l'occhio dominava la gran valle dell'Ombrone e quella dell'Arno che le vien presso. Era quello il suo luogo prediletto. Spinello non aveva mai veduto una più larga distesa d'orizzonte; non aveva mai veduto uno spettacolo più bello di quella conca di verde e d'azzurro, nel cui primo piano si stendeva la turrita Pistoia e nel cui fondo biancheggiava Firenze, circonfusa di soavi vapori alla luce del sole.

Nelle sue gite quotidiane al Poggiuolo (che così si chiamava il suo colle prediletto) Spinello Spinelli aveva stretta amicizia con un vecchio contadino di lassù, sentenzioso come tutti i vecchi montanini e garbato come tutti i contadini della montagna pistoiese. Pasquino dava il buon giorno o la buona sera al giovine forestiero, gli offriva una tazza di latte, che Spinello ricusava quasi sempre, non accettando che un bicchier d'acqua della Brana, picciolo ruscello che correva al piano, tra la costa del Poggiuolo e quella di Colle Gigliato,

Spinello aveva preso ad amare il vecchio Pasquino. E Pasquino che aveva veduto il forestiero con una cartella rilegata in pelle, entro a cui erano parecchi fogli di carta che il giovinetto andava spesso coprendo di disegni a matita, aveva preso a stimar grandemente il pittore.

Così, di chiacchiera in chiacchiera, il vecchio Pasquino era venuto a sapere chi fosse Spinello e di qual parte di Toscana.

--To'--aveva egli esclamato, udendo che il pittore era nato ad Arezzo.--Abbiamo un altro aretino nel vicinato.--

E accennava col dito a manca, verso una collina poco distante dal Poggiuolo, dove si scorgeva un edifizio di forme robuste, tra il palazzo di campagna e il castello.

--Come si chiama quel luogo?--chiese allora Spinello.

--Colle Gigliato, messere. È un bel sito, ma non quanto il Poggiuolo. Sa anche qui ci fosse un castello, ci farebbe il doppio di figura.

--No, non guastate il Poggiuolo con una fabbrica così tozza, Pasquino;--replicò Spinello Spinelli.--Amo meglio questa piantata di querci, che campeggia così bene sul fondo e divide in due la prospettiva della valle, lasciando incerti se l'una sia più bella dell'altra. La natura, mio vecchio Pasquino, la natura dispone i suoi quadri assai meglio di noi. Dove volete trovare uno spettacolo più vago! Una costruzione superba su questo colmo non guasterebbe ogni cosa? E ditemi, ora, come si chiama l'aretino di laggiù?

--Dovete conoscerlo, messere, perchè lo dicono d'una potente famiglia. È un Buontalenti.--

A quel nome, Spinello Spinelli aggrottò le ciglia. Ricordava infatti quel superbo cavaliere e le parole scambiate con lui nel Duomo vecchio di Arezzo.

--Sì, mi pare d'averlo conosciuto;--rispondeva frattanto.--Un uomo tarchiato di membra, dal volto bruno e con un certo piglio altezzoso....

--Oh sì, davvero, il piglio non è bello;--disse Pasquino, ridendo.--Messer Lapo Buontalenti m'ha l'aria d'esser superbo più di Lucifero. E qui, non dubitate, lo vedono volentieri come il fumo negli occhi. Già, non è entrato in dimestichezza con nessuno, e vi fa grazia quando vi rende il saluto. Anzi, scusate, messere, ma qui si fa per dire qualche cosa;--soggiunse Pasquino;--io ho pensato un giorno che se tutti gli aretini fossero come quello lì, non sarebbe davvero un bel vivere, nella vostra città. Grazie a voi, messere, ho cangiato opinione e penso oggi che ce ne sia di buoni e di tristi in ogni luogo.

--Voi dunque lo fate addirittura un tristo?--chiese Spinello.

--O che altro volete che sia, un uomo che non parla con nessuno, che vi guarda tutti dall'alto al basso, e fa passare una grama vita alle persone che vivono con lui? Basta vedere come tratta la sua donna!

--Davvero? È ammogliato!

--Sì, con una donna che ha portata da Arezzo, a quanto dicono.--

Spinello fece il gesto dell'uomo a cui riesce nuova una notizia e che non ha altro da aggiungervi. Infatti, egli rammentava che il Buontalenti s'era allontanato da Arezzo, per recarsi a vivere nel pistoiese; ma non sapeva che avesse condotta un'aretina con sè. Par altro, siccome la cosa non gli importava affatto, lasciò cadere il discorso.

Ma non lo lasciò cadere il vecchio Pasquino, che aveva trovato un argomento di chiacchiera, e pensava che Spinello, nella sua qualità d'aretino, dovesse udire le sue notizie con una certa curiosità.

--Oh, non pare che la lo sposasse volentieri; continuò.--Già, quando --arrivarono a Colle Gigliato, madonna era assai male di salute. --Pareva di vedere una statua di marmo, come quelle che sono nella --cattedrale di Pistoia, tanto era bianca nel viso. Io ho potuto --vederla da vicino, nell'andare in giù per le mie faccende, mentre --essa tornava con messer Lapo dalla cerimonia nuziale, che tu fatta --in San Giovanni. La via era stretta ed io ho dovuto tirarmi contro --il muro, per lasciarla passare. Se l'aveste veduta in quel punto, --messere! Pareva una madonna, di quelle che disegnate voi, in quei --vostri cartoni. Una carnagione bianca come il latte, i capegli neri, --le labbra smorte, ma due occhi... due occhi che parevano stelle! Un --sorriso, poi, un sorriso pieno di tristezza e di bontà, un sorriso --che faceva tenerezza e sgomento. Da quel giorno non m'è mai più --avvenuto di vederla da vicino. Dicono che non esce mai dal recinto --del castello e che vive là dentro come quella principessa --prigioniera d'uno stregone, di cui si narra nella storia di --Lancilotto del Lago. Verso la sera la si vede qualche volta laggiù, --da quella loggia die guarda verso la pianura. Rimane là per due o --tre ore alla finestra, con le braccia appoggiate sul parapetto, e --gli occhi fissi a guardare il sole, che si nasconde dietro i monti --pisani. Povera dama! Dev'essere molto disgraziata. A che pensate, --messere?

--Penso,--disse Spinello,--che anche voi siete pittore alla vostra maniera. Mi par quasi di vederla.

--E non vi dico nemmeno la metà della sua bellezza;--ripigliò il vecchio contadino.--Anche così malandata, è un portento. Doveva essere un occhio di sole, prima che le toccasse quella brutta sorte. Ma già, voi siete aretino come lei, e la conoscerete.

--Io no;--rispose Spinello.--Da tre anni ho lasciato Arezzo.

--E anche da tre anni messer Lapo Buontalenti è venuto ad abitare nei nostro contado. Quel castello e il podere che ha intorno gli sono toccati in eredità, dopo la morte di un suo zio materno, che fu messer Roselino Sismondi. E quando venne, aveva giù con sè quella bella creatura. Dovrebb'essere una sua parente orfana,--soggiunse discretamente il vecchio Pasquino,--perchè è venuta a dimorare con lui, senza essere ancora sua moglie. Anzi, sulle prime, noi s'immaginò che lo fosse già; ma le nozze celebrate un anno dopo, ci hanno fatto ricredere.

--Un anno dopo;--ripetè Spinello Spinelli.---Dunque, due anni fa?

--Sì, messere, per l'appunto, saranno due anni a San Michele.

--Due anni fa!--mormorò Spinello, crollando mestamente il capo.--Due anni fa mi sono ammogliato anch'io.--

E questa doppia coincidenza lo colpì. In verità era strano il fatto che il Buontalenti, partito d'Arezzo poco prima che la morte di Fiordalisa ne cacciasse anche Spinello, prendesse moglie nello stesso tempo di lui. E la donna era un'aretina? Condotta via da messer Lapo, quando aveva abbandonata la sua terra? In Arezzo, di quel fatto, non si aveva cognizione; o almeno nessuno ne aveva fatto cenno a Spinello. O fors'anche Spinello, nella tristezza ond'era tutto compreso, non ci aveva fatto attenzione.

Comunque fosse, la cosa era strana e colpiva di stupore la mente di Spinello Spinelli. Come mai, pensava egli, come mai messer Lapo Buontalenti, che la voce pubblica diceva invaghito della figliuola di mastro Jacopo, aveva potuto amarne un'altra così presto? E che necessità di bandirsi da Arezzo, se con un'altra doveva partire? Dopo avere a lungo almanaccato su quel fatto, Spinello si accostò all'idea che messer Lapo avesse amato madonna Fiordalisa come poteva amare un pari suo, per il solo desiderio di possedere colei che tutti celebravano bellissima tra le fanciulle d'Arezzo, e che il rifiuto di mastro Jacopo non avesse ferito il suo cuore, ma piuttosto il suo orgoglio smisurato.

Ma chi era l'aretina che aveva così presto consolato il Buontalenti della patita ripulsa? Una strana curiosità s'era infiltrata nell'animo di Spinello Spinelli. Dico strana, perchè in fondo non doveva importargli molto di conoscere un nome, e tuttavia il suo pensiero tornava con una certa insistenza a quella pallida castellana, intravveduta nel racconto del vecchio Pasquino. Forse era da ascrivere la cosa a un senso di gentile pietà, naturalissimo in un cuore ben fatto come il suo. Egli, invero, pensando alla signora di Colle Gigliato, rammentava la bella e infelice Pia de' Tolomei, di cui si narrava la storia lagrimevole, resa popolare dai versi di Dante, popolarissimo allora.

Quel giorno, scendendo dal poggiuolo per ritornarsene in città, si mise per una via che non aveva ancor fatta; di guisa che, scambio di rientrare in Pistoia da porta al Borgo, rientrò da porta San Marco. Avrete già indovinato da questo cenno che Spinello Spinelli si calò verso il letto della Brana, per costeggiar le falde di Colle Gigliato e rasentare la villa del Buontalenti, cinta da un muro nerastro, che si vedeva tutto rivestito d'edera e sormontato dalla frappa scura dei nocciuoli e degli elci.

Lì presso, nel greto della Brana, il nostro pittore s'abbattè in una povera donna che stava lavando alcuni pannilini all'acqua corrente. La donna lo salutò, secondo il costume dei contadini, ed egli, resole cortesemente il saluto, si fermò a dimandarle:

--Sposa, sapreste voi dirmi a chi appartiene questo castello?

--Maisì, messere, poichè ci abito da quarant'anni. Era di messer Rosellino Sismondi, buon'anima sua; oggi è di messer Lapo Buontalenti.

--Non è un casato pistoiese;--osservò timidamente Spinello.

--No, messere; il nuovo padrone del castello è un cittadino d'Arezzo.

--Dev'essere un ragguardevole uomo;--ripigliò Spinello.--Questo suo castello ha un aspetto assai nobile, e penso che ci si abbia a stare da principi.

--Eh, potete giurarlo, messere;--rispose la contadina.--Il vecchio padrone lo amava su tutti i suoi poderi, che n'aveva parecchi, e ci s'era fatto un luogo di delizie. Eppure, i padroni d'adesso non ci si vedono tanto volentieri!

--Davvero? E come va? Se ci fossi io, vi assicuro che mi parrebbe di stare in paradiso.

--Che volete, messere? Bisogna proprio dire che nessuno è contento del proprio stato. Del resto, messer Lapo non farebbe differenza tra questo luogo ed un altro; è piuttosto madonna Fiordalisa che non ci gode l'aria....

--Fiordalisa!--esclamò Spinello, dando un sobbalzo improvviso.

Ma subito, facendo uno sforzo violento per dominare la sua commozione, riprese:

--Ha un bel nome, la vostra signora!

--Un bel nome e un bel viso, messere. Che Iddio la prosperi com'ella si merita; perchè, in verità, non c'è dama in tutto il contado, e direi quasi in tutta Pistoia, che possa entrare in paragone con lei.--

Spinello Spinelli noci ascoltava già più la sua interlocutrice. Fiordalisa! pensava egli. Fiordalisa! Perchè quel nome, venuto al suo orecchio in quell'ora e in quel modo, come una voce dalla tomba?

Anche voi, lettori, mi chiederete perchè tanta curiosità fosse venuta a Spinello, da farlo discendere a manca del Poggiuolo, anzi che a destra, per avvicinarsi alla casa del Buontalenti. Ma questa non dee parervi una cosa fuori del naturale. Chiunque ha perduto una persona caramente diletta ama il suo dolore e prova come un'amara voluttà a rinfrancarlo, nel culto delle memorie in una sollecitudine quasi infantile per tutto ciò che abbia avuto relazione con l'argomento dei suoi poveri amori, come se nei superstiti, od anche nelle cose inanimate, sia rimasto alcun che del tesoro perduto. Ora, il Buontalenti aveva amata e chiesta in moglie la figliuola di mastro Jacopo di Casentino, prima che questi accogliesse come discepolo il giovine Spinello. Il Buontalenti era stato un rivale; ma che importava ciò, in quel punto, so il Buontalenti lo ravvicinava al passato?

Ed ecco perchè Spinello era disceso verso la Brona, scambio di far la strada degli altri giorni. Quel nome, poi, il nome di Fiordalisa, buttato là dalla vecchia contadina, gli disse tutto. Non già tutto quello che potreste immaginarvi voi, fatti accorti in buon punto, ma tutto quello che egli poteva supporre, nello stato in cui era. Infatti, che cosa doveva significare per lui il nome di Fiordalisa, se non questo, che il Buontalenti serbava fede in qualche modo alla sua fiamma antica? Non potendo avere la bella figliuola di mastro Jacopo di Casentino, messer Lapo aveva voluto sposare una donna che portasse il medesimo nome.

Fatto dentro di sè questo ragionamento, Spinello Spinelli stette ad ascoltare la vecchia contadina. E non vi faccia senso che egli l'avesse salutata col nome di sposa. Nel pistoiese le donne del popolo sono tutte spose, o sposine, per l'uomo che le combina in istrada. Il nome di sposina è un augurio gentile per le giovani; il nome di sposa è una continuazione di giovinezza, cortesemente accordata alle vecchie.

Spinello Spinelli rimase ancora un tratto, chiacchierando con la donna, o, se vi piace meglio, facendola chiacchierare. Indi, preso commiato con un grazioso "arrivederci" scese verso la città, non senza aver dato più d'una occhiata alle mura nerastre del castello del Buontalenti, e pensando involontariamente a quel poetico capriccio che aveva fatto trovare a messer Lapo una sposa col nome di Fiordalisa.

--Ha tradita la memoria della prima!--diceva egli tra sè.--Ma che cosa ho fatto io di diverso? E con assai maggior torto di lui; perchè in fine, egli era un pretendente rifiutato, mentre io.... Ah, padre mio, se voi non eravate, con le vostre preghiere!...--

Era giunto frattanto ad una svolta del sentiero dove sorgeva una rozza croce di legno, piantata su d'una mora di sassi. Colà, di certo, era stato ucciso qualcheduno.

--Ah! fossi io morto,--esclamò Spinello, abbandonandosi a' piedi della mora,--fossi io morto, come questo poveretto! Vi avrei raggiunta, madonna; avrei finito di patire. A che mi giova la gloria, senza di voi? È bello il vivere, quando si spera; è bello il rispondere per opere egregie in mezzo a' suoi simili, quando si può riferire ad una persona cara i proprii trionfi, deporre a' suoi piedi le palme raccolte e gli allori mietuti. Ma io?... Costretto continuamente a mentire, costretto a fingere un sorriso agli uomini che mi lodano, mentre delle lodi loro, e della stessa coscienza di ciò che sono, non m'importa più nulla; costretto a fingere con una povera creatura che mi ama, e che dovrebbe maledirmi; io non so davvero perchè rimanga ancora quaggiù. Signore Iddio, liberatemi da questo peso, che è davvero troppo grave per me.--

Un rumore di passi e di voci dietro la svolta del sentiero tolse Spinello dalla sua triste meditazione. Temendo di esser colto in quel luogo con le lagrime agli occhi, e fors'anche mal soffrendo di imbattersi in qualcheduno, balzò in piedi e corse a nascondersi dietro la mora, in mezzo ad alcuni cespugli d'eriche e d'imbrèntini, ond'era folto il ciglione.

Poco stante egli vide inoltrarsi due viandanti, dalla parte della città. Non erano contadini, ma gentiluomini, come appariva dalle cappe che indossavano e dalle berrette piumate che portavano in capo. In uno d'essi, Spinello non tardò a riconoscere messer Lapo Buontalenti.

Fu lieto di essersi nascosto in tempo. Più lieto, quando riconobbe l'altro viandante. Ma ho detto più lieto? Avrei dovuto dire stupefatto, perchè quell'altro era il suo compagno d'arte; era l'uomo che aveva creduto opportuno di separarsi da lui, per non accompagnarlo a Pistoia; era Tuccio di Credi.

Che cosa veniva a fare costui nella città che gli era parsa così uggiosa! E se aveva pur risoluto di venirci, perchè non era andato a cercare l'amico, il suo compagno d'arte? Perchè, infine, quella sua lega con messer Lapo Buontalenti? E che voleva dire quel ravvicinameto di personaggi aretini, in un angolo della campagna pistoiese? Il caso, il semplice caso, poteva egli recare una serie di coincidenze così fatte?

Un vago terrore s'impadronì della mente di Spinello Spinelli, e gli balenò tosto il sospetto delle cose ignote. Vide chiarori che a dir vero non gli illuminarono nulla, ma che sembrarono dirgli: c'è qui sotto un mistero, e tu devi scoprirlo. Non dissimilmente, una credenza popolare ravvicina i fuochi fatui ai tesori nascosti nella campagna, di guisa che le pallide fiammelle erranti nella notte sembrino invitare il passeggiero alla ricerca del più ingannevole tra i beni terrestri.

I due viandanti passarono davanti alla mora che nascondeva Spinello. Parevano in buonissima armonia e infervorati in un colloquio di molta importanza per ambedue.

Spinello, dal nascondiglio in cui era e da cui non gli parve prudente muoversi, non udì che queste parole:

--Voi farete quel che vi parrà meglio, messer Lapo degnissimo. Io, da fedel servitore, ho reputato necessario di darvene avviso.--

Parlava Tuccio di Credi, come avrete capito. E messer Lapo rispondeva:

--Partirò, non dubitate, partirò. Quantunque io non credo che egli possa giungere fin qua. Forse, egli ignora perfino che io...--

La voce di messer Lapo si perdette dietro la svolta del sentiero, e Spinello non potè udirne più altro.

--Che cos'è questa novità?--pensò egli, balzando fuori dal suo nascondiglio.--Tuccio di Credi a Pistola, e con messer Lapo Buontalenti! Quale avviso ha creduto egli necessario di recargli? E qual relazione può correre tra loro?--

Immaginate in che condizione d'animo giungesse egli in quel giorno in città. E doveva rispondere alle cortesie de' suoi ospiti, come se non avesse nulla, nè tristezze, nè sopraccapi; come se fosse l'uomo più tranquillo del mondo!

Proprio quel giorno i massari di Sant'Andrea si recavano alle case dei Cancelleri, per avere un colloquio con lui.

--E così, messere,--gli chiedevano,--avete voi ideata la composizione che Pistoia potrà ammirare nella nostra vecchia cattedrale?

--Non ancora, messeri onorandissimi, non ancora. Ho la mente confusa; non m'è venuto ancor nulla che sia degno della chiesa e di voi. Perdonate, sarà per un altro giorno, se Iddio mi aiuta.--

Così rispondeva Spinello. Ma in cuor suo cominciava a pensare che Iddio non l'avrebbe aiutato e che Pistoia non avrebbe ammirato nulla di suo.

XII.

Tra i pensieri del giovine pittore c'era anche quello che Tuccio di Credi dovesse andare quella sera, o la mattina seguente, a cercarlo. Infatti era naturale supporre che Tuccio fosse venuto a Pistoia per lui, e non avendolo trovato subito, ed essendosi imbattuto a caso nel Buontalenti, vecchia conoscenza, di Arezzo, si fosse accompagnato un tratto con quest'ultimo.

Se non che per ammettere questa spiegazione, bisognava dimenticare che Tuccio di Credi andava dicendo a messer Lapo:--"ho reputato necessario di darvene avviso" e che messer Lapo gli aveva risposto, come uomo che riconosceva il pregio dell'avviso ricevuto:--"partirò, non dubitate, partirò". Donde appariva evidente che Tuccio di Credi non fosse venuto a Pistoia per vedere il suo compagno d'arte, ma per abboccarsi con messer Lapo Buontalenti, a cui si professava fedel servitore.

Comunque fosse, era da credere che Tuccio di Credi, venuto a Pistoia, non avrebbe potuto altrimenti, nè voluto, cansare l'amico. E Spinello Spinelli lo attese per tutta la sera; lo attese per tutta la mattina seguente; ma invano. Tuccio di Credi non si era fatto vivo con lui; forse, quella stessa mattina egli aveva lasciato Pistoia.

Spinello rimase sconcertato, con una fiera curiosità in corpo, e con tutta l'impazienza che no doveva conseguire. Che cosa significava quel misterioso viaggio? E non era possibile che risguardasse anche quella povera vittima, che portava il nome gentile della sua Fiordalisa?

Agitato da questi sospetti, uscì verso l'ora di vespro dalla porta del Borgo. Messa la sua spada al fianco e il pugnale alla cintola, gittato un mantello sulle spalle e calata la berretta sugli occhi, andò di buon passo verso la collina. Ma come fu alle falde del Poggiuolo, non ascese altrimenti per l'erta, e proseguì il suo cammino verso il letto della Brana.

Aveva portata, per ogni buon fine, la sua cartella da disegno. Appena ebbe passato il torrente e fu in vista del castello dei Buontalenti, andò a sedersi sulla proda d'un campo, fingendo di copiare qualche cosa dal vero, ma volgendo gli occhi curiosi qua e là, e più spesso al muro nerastro che girava torno torno alla villa. Un terrazzino di pietra sporgeva dal ciglio del muro. Se la donna del castello usava uscire ogni sera all'aperto, come diceva Pasquino, certamente doveva andar là, ed egli, dal suo osservatorio, l'avrebbe veduta senz'altro.

Il sole calava, in una gloria di fiamme, dietro la collina di Serravalle, che chiude la valle dell'Ombrone da quella della Nievole. Tutto ad un tratto, Spinello vide comparire sul ciglio del muro nerastro una figura di donna. Era la dama del castello Buontalenti; lo dimostrava assai chiaramente la nobiltà delle vesti e l'eleganza delle forme.

Giunta al terrazzino, la dama si fermò. Quella doveva essere la meta delle sua passeggiate quotidiane. Era venuta con passo lento, come persona stanca; poscia, rimasta un tratto in piedi davanti alla balaustrata, si era adagiata sopra un sedile, sporgendo per mezzo il busto dal davanzale di pietra.

Spinello si alzò dal suo posto, col cuore tremante, e andò verso il recinto della villa. Che cosa intendeva di fare? In verità non lo sapeva neppur egli. A mano a mano che si accostava al muraglione e la figura s'innalzava davanti a lui, uscendo in risalto sul fondo azzurro chiaro del cielo, la commozione del giovane si andava tramutando in stupore. Dei immortali! Quel viso bianco, che gli appariva da lunge, non rammentava il tipo di madonna Fiordalisa, ma dell'antica, della figliuola di mastro Jacopo, della sua fidanzata? Già gli pareva di riconoscere l'atteggiamento consueto di quella graziosa testa, il cui contorno era così armoniosamente rigirato. Accostatosi vieppiù, riconobbe il profilo soave del volto, la fronte prominente, incoronata dalle ciocche ricciolute dei capegli neri e lucenti, l'occhio profondo e pieno d'espressione, la bocca tenue, aperta ad un languido sorriso, che non era sempre di gioia, e il mento, sì anche il mento, quel mento arguto e tondeggiante di paggio, che era stato una volta l'argomento delle sue ammirazioni.

Ma egli, per allora, non doveva ammirare con occhi d'artista, o d'innamorato, come prima faceva. Era attonito, abbacinato da quella stessa rassomiglianza, che gli cresceva allo sguardo. Come fu a cinquanta passi dal muro, si fermò, levando gli occhi, per guardare più attentamente la dama. Dio santo! Era lei, era la sua Fiordalisa, o uno spirito maligno ne aveva assunta la forma, per farsi giuoco di lui.

Confuso, sbalordito, e nondimeno anche più attratto da quella cara visione, Spinello tese le braccia verso il terrazzino e con impeto di amore gridò:

--Fiordalisa!