Part 5
Ma Spitz, freddo calcolatore anche nei momenti supremi, lasciò il branco e attraversò una stretta striscia di terra intorno alla quale girava il ruscello. Buck non ignorava la cosa, e quando girò la curva, con il gelido spettro del coniglio che fuggiva innanzi a lui, vide un altro gelido e più grande spettro balzare dalla sponda soprastante il letto del corso d’acqua, proprio innanzi al coniglio. Era Spitz. Il coniglio non poteva tornare indietro, e mentre i bianchi denti gli spezzavano la schiena a mezz’aria, egli strillò terribilmente, come potrebbe strillare un uomo colpito a morte. A quel suono, al grido della Vita che cadeva dall’apice della Vita nella stretta della Morte, l’intero branco alle calcagna di Buck alzò un infernale coro di gioia.
Ma Buck non gridò. Non rallentò il suo slancio, ma piombò su Spitz, spalla contro spalla, con tanta violenza da sbagliar la gola. Ruzzolarono insieme più volte nel polviscolo della neve. Spitz balzò in piedi istantaneamente come se non fosse stato gettato a terra, lacerando la spalla di Buck e saltando da un lato. Due volte i suoi denti, batterono insieme, come i denti d’acciaio di una tagliola, mentre indietreggiava per prendere posizione, con le scarne labbra alzate, sibilanti e ringhianti.
In un lampo Buck comprese. Era giunta l’ora. Era per la morte. Mentre giravano intorno, ringhiando, con le orecchie basse, cercando intensamente un vantaggio, la scena assumeva per Buck un aspetto familiare. Gli sembrava di ricordare ogni cosa: i boschi bianchi, e la terra, e la luce lunare, e il fremito della battaglia. Al biancore e al silenzio sovrastava una calma spettrale. Non vi era il più debole filo d’aria, nulla si moveva, non tremava foglia; il visibile fiato dei cani s’alzava lentamente e pigramente nell’aria gelata. Avevano spartito rapidamente il coniglio dalle zampe di neve, questi cani ch’erano dei lupi male addomesticati: e s’avvicinavano ora in un cerchio di avida attesa. Essi, pure, erano silenziosi, con gli occhi che scintillavano e i respiri che salivano lentamente nell’aria. Per Buck non era nuova nè strana, quella scena d’altri tempi. Era come se fosse sempre stata la necessaria vicenda delle cose.
Spitz era un combattente pratico. Dallo Spitzberg attraverso le Terre Artiche, e per il Canadà e i Barrens, egli s’era battuto con ogni specie di cani ed era riuscito a vincerli. Terribile furia era la sua, ma mai furia cieca. Preso dalla passione di sbranare e distruggere, non dimenticava mai che il suo nemico era preso dalla stessa passione di sbranare e distruggere. Non si lanciava mai all’attacco prima di essere preparato a ricevere un attacco; non attaccava mai prima di avere difeso quell’attacco.
Invano Buck si sforzò di affondare i denti nel collo del grosso cane bianco. Ogni qual volta i suoi denti miravano alla carne più soffice, incontravano i denti di Spitz. Denti contro denti, e le labbra erano tagliate e sanguinavano, ma Buck non poteva penetrare nella guardia del suo nemico. Allora si riscaldò e avvolse Spitz in un turbine di attacchi. Ripetutamente tentò di afferrare la gola candida, dove la vita palpitava alla superficie, e ciascuna volta Spitz lo feriva e saltava da un lato. Allora Buck prese a slanciarsi contro Spitz come se mirasse alla gola, improvvisamente piegando la testa da un lato, battendo con la spalla contro la spalla di lui, come un montone, per rovesciarlo. Ma invece di rovesciarlo, la spalla di Buck era lacerata dai denti di Spitz, che balzava subito via leggero.
Spitz non era tocco, mentre Buck grondava sangue e respirava affannosamente. La lotta diveniva disperata. E intanto il cerchio silenzioso e lupino attendeva per finire qualsiasi cane soccombesse. Mentre Buck annaspava, Spitz, incominciò a sua volta a lanciarglisi contro, tanto che egli penava a mantenersi in piedi. Una volta Buck cadde, e l’intero cerchio dei sessanta cani balzò in piedi; ma egli si rimise, quasi a mezz’aria, e il circolo si gettò giù ad aspettare.
Ma Buck possedeva una qualità fatta per la gloria e la grandezza: immaginazione. Combatteva per istinto, ma poteva combattere pure con la testa. Si lanciò come se volesse ritentare il vecchio colpo di spalla, ma all’ultimo istante s’abbassò rapido rasente la neve e colpì. I suoi denti si chiusero sulla zampa sinistra, anteriore, di Spitz. Si udì uno scricchiolìo d’osso spezzato, e il cane bianco gli tenne testa su tre zampe. Tre volte cercò di rovesciarlo, e poi ripetè il colpo e gli spezzò l’altra zampa davanti. Nonostante la pena e l’impotenza, Spitz lottò disperatamente per tenersi ritto. Vedeva il cerchio silenzioso, con occhi luminosi, lingue a penzoloni e fiati argentei, salire e chiudersi sempre più su di lui, come aveva visto cerchi simili chiudersi su vinti antagonisti nel passato. Soltanto questa volta egli era il vinto.
Non vi era alcuna speranza per lui. Buck era inesorabile. La compassione era una cosa serbata per climi più miti. Preparò l’ultimo attacco. Il cerchio s’era ristretto tanto ch’egli poteva sentire l’alito degli _kuskies_ ai suoi fianchi. Poteva vederli, oltre Spitz e da ogni lato, mezzi rannicchiati per lanciarsi, con gli occhi fissi su lui. Seguì come una pausa. Ogni animale era immobile, come pietrificato. Soltanto Spitz tremava col pelo irsuto mentre barcollava, ringhiando terribilmente e minacciosamente, come se volesse spaventare la morte imminente. Alla fine, Buck balzò avanti e balzò indietro, ma in quell’ultimo balzo in avanti egli aveva alla fine raggiunta la gola del suo nemico. L’oscuro cerchio divenne un punto sulla neve innondata dalla luce lunare, allorchè Spitz scomparve. Buck rimase da un lato a guardare, campione fortunato, primordiale bestia dominante che aveva ucciso e che aveva trovato piacere nell’uccidere.
CAPITOLO IV.
COLUI CHE HA GUADAGNATO IL PRIMATO.
— Eh! Che dicevo? Dicevo il vero quando asserivo che Buck vale per due diavoli.
Fu questo il discorso di François la mattina dopo, quando scoprì che mancava Spitz e che Buck era coperto di ferite. Lo tirò vicino al fuoco e alla luce del fuoco mostrò le ferite.
— Quello Spitz combatte come un diavolo, — disse Perrault, mentre esaminava gli squarci e i tagli.
— E questo Buck combatte come due diavoli. — fu la risposta di François. — Ed ora potremo guadagnar tempo. Non più Spitz, non più disordine, per certo.
Mentre Perrault impaccava gli attrezzi dell’accampamento e caricava la slitta, il conducente incominciò a porre i finimenti ai cani. Buck trottò subito al posto che Spitz avrebbe occupato come capo del tiro; ma François, non badando ad esso, condusse Sol-leks alla bramata posizione. A suo giudizio, Sol-leks era il miglior cane che rimaneva per dirigere il tiro. Buck si slanciò furioso su Sol-leks, spingendolo via e prendendone il posto.
— Eh? eh? — gridò François battendo le mani allegramente. — Guardate un po’ Buck. Ha ucciso Spitz, e crede ora di prenderne il posto.
— Via! via di qui, stupido! — gridò, ma Buck non si mosse.
Afferrò Buck per la collottola del collo, e benchè il cane ringhiasse minacciosamente, lo trascinò da un lato e rimise a posto Sol-leks. Il vecchio cane non era punto contento, e mostrava chiaramente che aveva paura di Buck. François era cocciuto, ma quando voltò le spalle, Buck scacciò via nuovamente Sol-leks, che era contento di andarsene.
François si stizzì. — Ora, perdio! t’insegno io a ubbidire! — gridò, ritornando con una pesante mazza in mano.
Buck, che ricordava l’uomo dalla maglia rossa, si ritirò lentamente, nè ritentò di scacciare Sol-leks quando fu rimesso a posto. Girava intorno, fuori del tiro della mazza, ringhiando furiosamente e amaramente; e mentre girava intorno, teneva d’occhio la mazza per schivarla se mai François gliela avesse gettata contro, giacchè era diventato saggio nei rapporti con le mazze.
Il conducente continuò i suoi preparativi, e chiamò Buck quando fu il momento di porlo al vecchio posto davanti a Dave. Buck indietreggiò di due o tre passi. François lo seguì, ma il cane continuò a indietreggiare. Dopo un po’ di questo gioco, François depose la mazza, pensando che Buck temesse d’essere picchiato, ma Buck era, invece, in piena rivolta. Non voleva sfuggire alla mazza, ma avere il comando del tiro. Gli apparteneva di diritto. Se l’era guadagnato, e non avrebbe rinunciato.
Perrault venne a dare una mano a François. Tutt’e due lo rincorsero per quasi un’ora. Gli gettarono mazze: egli le schivò. Lo maledirono, e maledirono i suoi genitori, e la sua semente sino alle più remote venture generazioni, e tutti i peli del suo corpo e ogni goccia di sangue delle sue vene; ed egli rispondeva ad ogni maledizione con ringhi e si teneva lontano dal loro raggio d’azione. Egli non cercò di scappare, facendo intendere chiaramente che quando l’avessero accontentato, sarebbe rientrato al suo posto e sarebbe stato buono.
François alla fine si sedette grattandosi la testa. Perrault guardò l’orologio e bestemmiò. Il tempo fuggiva, ed essi avrebbero dovuto essere in cammino già da un’ora. François si grattò nuovamente la testa. La scrollò e fece una smorfia di malcontento al corriere, il quale scrollò le spalle, significando ch’erano vinti. Poi François si avvicinò a Sol-leks e chiamò Buck. Buck rise, come ridono i cani, ma tuttavia si tenne a distanza. François staccò i tiranti da Sol-leks e rimise questo al suo solito posto. La slitta, ora, era pronta per partire, coi cani in fila, l’uno dietro l’altro. Non v’era posto per Buck, tranne che in testa. Ancora una volta François lo chiamò e ancora una volta Buck rise e rimase dov’era.
— Getta via la mazza. — gli ordinò Perrault.
François ubbidì, e allora Buck accorse trottando, ridendo trionfalmente, e si girò, in posizione di tiro, alla testa della fila dei cani. Fu attaccato ai tiranti, e la slitta, liberata dalla presa del ghiaccio, filò via lungo la traccia sul fiume, con i due uomini che le correvano dietro.
Per quanto il conducente di cani avesse già dato un gran valore a Buck, con i suoi due diavoli, pure egli trovò, sin dal principio di quella giornata, che non l’aveva valutato al giusto. In un balzo, Buck aveva assunti tutti i compiti del cane di testa; mostrandosi, dove bisognava giudizio, pronto a pensare e pronto ad agire; dimostrandosi persino superiore a Spitz, del quale François non aveva mai visto l’eguale.
Ma nell’obbedire alla legge e nel farla rispettare dai suoi compagni soprattutto, Buck primeggiava. Dave e Sol-leks erano indifferenti al mutamento del capo. Non era faccenda che li riguardasse. Il loro compito era di tirare, e tiravano poderosamente, e finchè non erano impediti nella loro fatica, non importava a loro che cosa accadesse. Anche se fosse stato messo alla testa del tiro Billee, l’amabile, essi non avrebbero fatto alcuna opposizione, purchè tenesse l’ordine. Il resto del tiro, tuttavia, era diventato indisciplinato durante gli ultimi giorni di Spitz, e la sorpresa fu grande quando Buck incominciò a porre ordine, punendo senza misericordia.
Pike, che tirava alle calcagna di Buck, e che non metteva mai un’oncia di più del suo peso di quanto bisognasse contro il pettorale, fu rapidamente e ripetutamente punito per la sua neghittosità: così che prima della fine del primo giorno di viaggio egli tirava come non aveva mai tirato durante tutta la sua vita. La prima notte nell’accampamento, Joe, il maligno, fu punito esemplarmente, cosa che Spitz non era riuscito mai a fare. Buck lo debellò semplicemente per virtù del suo maggior peso, e lo coprì di morsi finchè alla fine smise di ringhiare e incominciò a mugolare chiedendo misericordia.
Il tono generale del tiro migliorò immediatamente; ricuperò la solidarietà di un tempo, e ancora una volta i cani tiravano come un sol cane. Alle Ruik Rapids furono aggiunti due _kuskies_ nativi, Teck e Koona: e la celerità con la quale Buck li istruì alla disciplina del tiro, tolse il respiro a François.
— Mai c’è stato un cane come Buck! — esclamò egli. — No, mai! Vale un migliaio di dollari, perdio! Eh! Che ne dici, Perrault?
Perrault confermò con un cenno del capo. Era già in vantaggio sul _record_ di velocità, e guadagnava ogni giorno. Il sentiero era in eccellenti condizioni, ben battuto e duro, e non era caduta della nuova neve che rendesse più difficile il cammino della slitta. Non faceva troppo freddo: la temperatura, scesa a cinquanta Fahrenheit sotto zero, rimase tale per tutto il resto del viaggio. Gli uomini correvano o andavano sulla slitta, a turno, e i cani erano mantenuti al galoppo, tranne rare fermate.
Poichè il Fiume delle Trenta Miglia era relativamente coperto di ghiaccio, percorsero in un giorno il cammino per il quale nell’andata avevano impiegato dieci giorni. In una sola corsa percorsero le sessanta miglia che separano il Lago Le Barge dalle Cascate del Cavallo Bianco. Attraverso Marsh, Tagish e Bennett (settanta miglia di laghi) volarono con tale velocità, che l’uomo, cui toccava correre, si fece rimorchiare, attaccato con una corda della slitta. E nella notte della seconda settimana raggiunsero la sommità del Passo Bianco e scesero il ripido pendio verso il mare, con le luci di Skaguay e delle navi ai loro piedi.
Avevano raggiunto il _record_ della rapidità. Per quattordici giorni avevano percorso, in media, quaranta miglia al giorno. Per tre giorni Perrault e François si pavoneggiarono su e giù per la via principale di Skaguay ed erano affogati sotto un diluvio d’inviti a bere, mentre il tiro era il centro costante di una folla di adoratori della prodezza e valentia canina. Poi tre o quattro malandrini occidentali tentarono di mettere a sacco la città, e furono massacrati, e l’interesse del pubblico passò ad altri idoli. Vennero poi degli ordini governativi. François chiamò a se Buck, gli gettò le braccia al collo e pianse, e fu l’ultima volta che il cane vide François e Perrault. Come altri uomini, essi scomparvero per sempre dalla vita di Buck.
Un uomo di sangue mezzo scozzese prese in consegna i cani, e in compagnia di una dozzina d’altri cani da tiro, Buck riprese la faticosa via per Dawson. Non era una corsa leggera o rapida da _record_, ora, ma un duro lavoro d’ogni giorno, con un carico pesante dietro; chè quello era il corriere postale ordinario che portava notizie dal mondo agli uomini che cercavano oro, all’ombra del Polo.
A Buck non piaceva quel nuovo lavoro, ma egli lo sopportava coraggiosamente, provando orgoglio in esso, alla maniera di Dave e di Sol-leks, e sorvegliando che i suoi compagni, prendessero amore o non al lavoro, facessero la loro parte di fatica. Era una vita monotona, che procedeva con la regolarità di una macchina. I giorni s’assomigliavano. Ogni mattina, ad una certa ora, i cucinieri apparivano, venivano accesi fuochi, ed era fatta colazione. Poi, mentre alcuni toglievano l’accampamento, altri attaccavano i cani ed erano già in viaggio da un’ora e più prima che calassero le tenebre che annunciano l’aurora. Alla sera s’accampavano. Alcuni piantavano le tende, altri tagliavano legna da ardere o rami di pini per i letti, e altri ancora trasportavano acqua o ghiaccio per i cucinieri. Davano, inoltre, da mangiare ai cani, per i quali il pasto serale costituiva l’avvenimento più importante della giornata, benchè fosse pure piacevole vagare per l’accampamento, dopo mangiato il pesce, per un’ora e più con gli altri cani, un centinaio circa. Tra essi vi erano dei terribili combattenti, ma tre battaglie con i più temibili diedero il primato a Buck, sicchè quand’egli arruffava il pelo e mostrava i denti tutti lo evitavano.
Più di tutto, forse, egli amava starsene accanto al fuoco accovacciato sulle gambe posteriori, con le anteriori tese innanzi, la testa alta, e gli occhi socchiusi fissi in sogno sulle fiamme. Qualche volta pensava alla grande casa del Giudice Miller, nella soleggiata Valle di Santa Clara e alla vasca di cemento per il nuoto, e a Isabella, la messicana senza pelo, e a Toobs, il cane giapponese; ma più spesso ripensava all’uomo dalla maglia rossa, alla morte di Curly, alla grande lotta con Spitz, e alle buone cose che aveva mangiato e che avrebbe desiderato di mangiare. Non soffriva nostalgia: la Terra del Sole era molto lontana ed incerta, e quelle memorie non avevano alcun potere su di lui. Molto più potenti erano le memorie ereditarie che davano a cose che non aveva ancora viste un aspetto familiare; gli istinti (che non erano altro che le memorie dei suoi antenati divenute abitudini) già assopiti in lui, si ravvivano e tornavano in vita.
Talvolta, mentre stava là accovacciato a guardare con gli occhi socchiusi e persi in sogni le fiamme, sembrava che le fiamme appartenessero ad un altro fuoco, e che mentre egli era accovacciato a quest’altro fuoco vedesse un altro uomo, diverso dal cuoco di razza mista che gli stava, in realtà, innanzi. Quest’altro uomo aveva le gambe più corte e le braccia più lunghe, con muscoli che erano fibrosi e nodosi anzichè rotondi e gonfi. I capelli di quest’uomo erano lunghi e appiccicati, e la testa sfuggente. Emetteva strani suoni, e sembrava avesse terrore delle tenebre, nelle quali spiava continuamente, stringendo in una mano, che arrivava a metà tra le ginocchia e i piedi, un bastone con un sasso pesante infisso all’estremità. Era quasi interamente nudo, con una pelle a brandelli e abbruciacchiata, gettata sulle spalle, ma il corpo era molto peloso. In alcuni punti, attraverso il petto e le spalle e lungo la parte esterna delle braccia e delle cosce, il pelo era folto da divenire quasi una pelliccia. Non stava eretto, ma col tronco inclinato in avanti dai fianchi, su gambe che si piegavano ai ginocchi. Il suo corpo animato da una speciale elasticità, o possibilità di contrazioni e di scatti, quasi da gatto, era sempre vigilissimo, come di chi viva in perpetua paura delle cose visibili e invisibili.
Altre volte quest’uomo peloso si rannicchiava accanto al fuoco, con la testa tra le gambe, e dormiva. In tali occasioni teneva i gomiti sui ginocchi, le mani congiunte sulla testa come per difendersi dalla pioggia colle braccia pelose. E, oltre quel fuoco, nelle circostanti tenebre, Buck poteva scorgere molti carboni accesi, a due a due, sempre a due a due, che egli sapeva erano gli occhi delle grandi bestie da preda. E poteva udire il ruinare dei loro corpi tra l’alta vegetazione, e i rumori che facevano nella notte. E sognando sulla riva dello Yukon, con pigri occhi socchiusi fissi sul fuoco, questi suoni e visioni di un altro mondo gli facevano rizzare lungo la schiena i peli che diventavano irsuti sul collo, sino a che gemeva basso e soffocato o ringhiava dolcemente, e il cuciniere di razza mista gli gridava:
— Ehi! Buck, svegliati! — Allora l’altro mondo svaniva e il cane apriva gli occhi sul mondo reale, e s’alzava e sbadigliava e si stendeva come se veramente avesse dormito.
Il viaggio era così faticoso, con la posta da tirare, che il duro lavoro li rese esausti. Erano diminuiti di peso e in cattive condizioni, quando arrivarono a Dawson, e avrebbero dovuto avere almeno una settimana o dieci giorni di riposo; ma due giorni dopo riscendevano la riva dello Yukon dalle Barracks, carichi di lettere per la gente di fuori. I cani erano stanchi, i conducenti brontolavano, e per aggravare le cose, nevicava ogni giorno. Le conseguenze erano: un terreno molle, maggiore attrito per gli strisci, e maggiore fatica per i cani nel tirare; tuttavia i conducenti si mostrarono giusti durante l’intero viaggio, e fecero del loro meglio per gli animali.
Ogni notte le prime cure erano per i cani. Essi mangiavano prima dei conducenti, e nessun uomo pensava di coricarsi prima di avere esaminate le zampe dei propri cani. Tuttavia, i cani perdettero le loro forze. Sin dal principio dell’inverno avevano percorso mille ottocento miglia, trascinando slitte per tutta la faticosa distanza; e mille ottocento miglia lasciavano una profonda impronta anche sugli organismi più induriti alle fatiche. Buck resisteva, tenendo i suoi compagni al lavoro e mantenendo disciplina, benchè egli, pure, fosse molto stanco. Billee si lamentava e sussultava ogni notte durante il sonno. Joe era bisbetico più che mai, e Sol-leks era inabbordabile, tanto dal lato dell’occhio cieco che dall’altro lato.
Ma era Dave che soffriva più d’ogni altro. Doveva avere qualche malanno. Divenne sempre più cupo e irritabile, e quando s’accampavano, faceva subito la sua buca per dormire e il conducente andava a dargli il pasto nella buca. Una volta fuori dai finimenti s’accasciava e non si rialzava più sino all’ora di essere attaccato, al mattino, alla slitta. Talvolta, in cammino, quando era scosso da un improvviso arresto della slitta, o si forzava per smuoverla, gridava di pena. Il conducente l’esaminò ma non potè trovar nulla. Tutti i conducenti s’interessarono al caso: ne parlavano durante i pasti, e durante le loro ultime pipate prima di coricarsi. Una sera tennero consulto. Dave fu condotto fuori del suo ricovero al fuoco, e fu toccato e tastato sinchè gridò più volte. Qualche cosa c’era che gli faceva male, ma non poterono trovare alcun osso spezzato, nè altra ragione del male.
Quando raggiunsero Cassiar Bar, il povero cane era così debole che cadde ripetutamente sotto i tiranti. Lo scozzese di sangue misto fece fare una fermata e levò Dave dal tiro, ponendo sotto la slitta, al posto di esso, Sol-leks, ch’era il secondo del tiro. L’intenzione del conducente era di fare riposare Dave, lasciandolo correre libero dietro la slitta. Malato com’era, Dave soffriva di essere tolto dal tiro, brontolando e ringhiando mentre lo staccavano, e mugolando, col cuore spezzato, quando vide Sol-leks nel posto ch’egli aveva tenuto amorosamente per tanto tempo. Chè egli aveva l’orgoglio del cammino e del tiro, e, quasi moribondo, non poteva sopportare che un altro cane facesse il suo lavoro.
Quando la slitta s’avviò, si dibattè nella neve lungo la via battuta, attaccando con i denti Sol-leks, lanciandoglisi addosso e cercando di farlo ruzzolare dall’altra parte della neve soffice, sforzandosi di saltare tra i tiranti e di porsi tra lui e la slitta, e tutto il tempo ululando e abbaiando e piangendo di dolore e di pena. Il conducente cercò di allontanarlo con la frusta; ma il cane non badava al bruciore delle frustate, e l’uomo non aveva coraggio di colpirlo più forte. Dave non volle correre tranquillamente seguendo la traccia dietro la slitta, dove era agevole andare, ma continuò ad affaticarsi lungo la slitta nella neve soffice, dove era straordinariamente difficile procedere, finchè fu esausto. Allora cadde, e rimase lì, ululando lugubremente, mentre la lunga fila delle slitte gli passava innanzi.
Con le forze che gli rimanevano, riuscì a trascinarsi barcollando dietro le slitte finchè non fu fatta una nuova fermata e allora si lanciò sino alla sua slitta, e si fermò al fianco di Sol-leks. Il conducente di questa indugiò un momento ad accendere la pipa dall’uomo che veniva dietro a lui: poi ritornò sui suoi passi e diede il via ai cani. Essi balzarono innanzi, con notevole facilità, senza sforzo alcuno; volsero le teste dubbiosi e si fermarono sorpresi. Anche il conducente era stupito: la slitta non s’era mossa. Egli chiamò i suoi compagni a osservare l’accaduto. Dave aveva spezzato coi denti tutt’e due i tiranti di Sol-leks, e stava davanti alla slitta, al suo posto.
Egli supplicò con gli occhi perchè lo lasciassero là. Il conducente era perplesso. I suoi compagni raccontavano come un cane può avere il cuore spezzato se gli venga negato il lavoro che l’uccide, e ricordavano casi in cui cani, troppo vecchi o feriti, erano morti perchè erano stati tolti dal tiro. Inoltre, ritenevano che era un atto di pietà, poichè Dave doveva in ogni caso morire, lasciarlo morire sotto il tiro, a cuor leggero e contento. Sicchè gli furono rimessi i finimenti ed egli ricominciò a tirare orgoglioso come un tempo, benchè più di una volta gridasse involontariamente, per il dolore del male interno.