Il Ricciardetto, vol. II

Part 9

Chapter 93,869 wordsPublic domain

La tua donna ti avvisa che meschino È l'uomo amante e la donzella amata; E poi ti vuole e ti brama vicino, Solo ed a piè, con la man disarmata? E non comprendi ancor questo latino? Deh, Ricciardetto mio, deh meglio guata A quel gran mal che la corteccia or copre, Prima che indarno tu il comprenda all'opre.

33

Ricciardetto sogghigna e non risponde; Ma pieno di desìo, vuoto di tema, Va pettinando le sue chiome bionde, Ed or divampa, ora agghiacciato trema; E guarda spesso di mezzo alle fronde Del verde prato in su la sponda estrema, Dov'è il palazzo, se vede per sorte Aprirsi alcuna delle tante porte.

34

Malagigi ripiglia sua figura, Poichè lo vede in male oprar sì fermo, Nè seco usar dolcezza più si cura; Ma come fassi a furïoso infermo Dal fisico perito che lo cura, Con fronte corrugata e volto fermo Lo guarda e grida; Già che non ti cale Vita, nè fama, nè gloria immortale;

35

E risoluto sei che qui ti copra, Giovin meschino, un vergognoso obblìo. Vanne alla fonte, ove avverrà che all'opra Stimerai troppo vero il detto mio; E lei che del tuo cor s'asside or sopra, E che sospiri con tanto desìo, Teco dell'empie Belidi sorelle Vedrai fatta una, e assai peggior di quelle.

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E quando avvenga per maggior tuo danno Che in vita ella ti serbi, ogni speranza Perdi di libertà; chè pien d'affanno Vivrai tra ceppi in tenebrosa stanza; Laddove, se tu schivi questo inganno Col non andarvi, o col mostrar costanza, Sta pur sicuro, disfarai l'incanto In poco tempo, e avrai Despina accanto.

37

La virtù, figliuol mio, poggia su l'erto, E non vi giunge chi non suda e gela. Ella poi dona ampia mercede al merto, E sue bellezze da vicin gli svela Più luminose assai d'un cielo aperto. Ma chi della salita si querela, E guarda il monte, e si stende sul piano, Può dir ch'egli ebbe ed alma e mente in vano.

38

Ricciardo nell'udire un tal parlare, Come talor nel cielo nubiloso Fra nube e nube alcun sereno appare, Così della ragione un luminoso Lampo lo fa da capo a piè tremare; E meno acceso e meno coraggioso Dice: Cugino mio, tu narri il vero; Ma sono amante, e più dirti non chero.

39

E Malagigi allora: In me confida, E coteste rivesti armi lucenti. Io farò sì che una larva s'uccida Dalla tua donna, e noi sarem presenti; Chè una leggiera nuvoletta fida Involeracci agli occhi delle genti. Ciò detto, ei comparir fa d'improvviso Un che tutto è Ricciardo ai moti, al viso;

40

Qual se ne va diritto alla fontana: Essi non visti appresso a lui sen vanno. Nè guari andò che la donna inumana, Ma cruda sol per lo bevuto inganno, Lieta, vezzosa e fuor dell'uso umana Apparve, avvolta in un purpureo panno; Ch'ivi la luna tanto risplendeva, Che al par del giorno e più vi si vedeva.

41

E giunta appena in su l'erbose sponde Della fontana, che Ricciardo chiama, E il finto e il vero ad un tempo risponde. Ella gli chiede se di cor più l'ama; Perchè saldate crede le profonde Antiche piaghe, onde ne sta sì grama. Risponde il finto: Son le stesse. E il vero Vi aggiunge: Or son maggiori, e han duol più fiero.

42

E in questo dire in sul collo di neve Della bella fanciulla l'ombra vana Getta le braccia; e vero assenzio beve Ricciardo, l'opra lui parve sì strana. Ma gelosìa fuggissi in tempo breve; Chè la scaltra donzella aspra, inumana, Prima nel collo e poi nel petto spinse Dell'ombra il ferro, e al parer suo l'estinse.

43

Indi la testa gli recide, e corre Verso il palazzo, e va gridando: Aprite. Ogni uscio s'apre, ogni finestra; e accorre Lirina, e seco femmine infinite, Che la vogliono tutte in mezzo porre; Ma rimasero a un tratto sbalordite, E rientrâr nel palazzo in un istante Afflitte, mute, e col piede tremante:

44

Chè volendo mostrar l'inferocita Despina il tronco capo del garzone, Mostrò di paglia ed alga inaridita Un ammasso su tal proporzïone; Di che sentinne una doglia infinita. Lirina spaventata, e con ragione, D'Origlia sua ricorre a' scartafacci, Per veder ciò che quel mostro minacci.

45

Ma lasciamola pur che scartabelli Nel segreto scrittoio a suo piacere, E torniamo a Ricciardo, che i capelli Ha ritti sì, che gli alzano il cimiere: Non per timore, chè non è di quelli In cui mostri viltade il suo potere; Ma per l'inganno e il tradimento strano Che fe' Despina sua di propria mano.

46

E disse a Malagigi: In fede mia, Ho fatto bene a non fare a mio modo; Ma credi tu che quell'opra sì ria Ell'abbia fatto per forza di brodo, O d'altro beveraggio che si sia, Per cui fu sciolto l'amoroso nodo, Con cui meco si strinse, e fu sconvolta La sua memoria, ed in fumo disciolta?

47

E Malagigi a lui: L'incantamento Le feo far quello che far le vedesti. Però sèguita pure a stare attento, Nè per casi terribili e funesti, Nè per casi di lieto avvenimento Muta consiglio mai, finchè non resti Vincitor dell'impresa, ch'è più dura Di quello ancor che altrui non si figura.

48

Mentre così favellan fra lor due, Odon pel bosco gente che cammina, E mostra quasi non poterne piùe. Ricciardo verso loro s'avvicina, Già rivestite le bell'armi sue; Nella figura pristina piccina Malagigi lo segue, e in pochi istanti Raggiungono gli stracchi vïandanti.

49

Splendea la luna, è ver, splendean le stelle, E pioveva da lor luce sì grande, Che forse con le tante sue facelle In minor copia il biondo Sol ne spande; E le famose risplendenti e belle Armi de' due guerrieri memorande Cresceano il lume: eppur con tutto questo A niun di lor fu l'altro manifesto.

50

Onde disse Ricciardo: Il nome vostro Datemi, o meco a pugnar v'accingete. Orlandino rispose: L'uso nostro È di tacerlo; e se tu pur n'hai sete, Aspetta, chè non siam frati di chiostro, Che ti saprem cambiare le monete. Ma tu devi esser qualche uomo poltrone, Che i cavalieri a piè sfidi in arcione.

51

Di Ricciardetto al naso la mostarda Venne sì acuta, che la lancia impugna, E grida: Vili, canaglia bastarda, E gente da pestarsi con le pugna; Sì poco alle parole si riguarda? Ma se avviene che con questa vi giugna, Vi vo' infilare a foggia di ranocchi, E lasciarvi per pasto degli allocchi.

52

Erano stanchi i due bravi cugini; Ma come quando si torna da caccia, Che i cani sono sì lassi e tapini, Che alcuno per la via se ne accovaccia; Pure, se avvien da' cespugli vicini Che scappi un lepre, a seguitar sua traccia Si pongon tutti con sì forte lena, Che par ch'escano allor dalla catena;

53

Così lo sdegno e la subita rabbia Le forze ravvivâr de' giovinetti, Siccome il vento suole alzar la sabbia, E spingerla da terra sopra i tetti. Onde senza più movere le labbia, Traggon fuora le spade, e chiusi e stretti Ne' loro scudi aspettan che Ricciardo Venga sopra essi, e venga pur gagliardo.

54

E venne egli di fatto, e in guisa venne Con quella lancia sua nuova di zecca, Che rotte avrìa le querce come penne: Ma su quell'armi, che la Morte secca Diè loro, il fin bramato non ottenne; Che sì lo scudo il gran colpo rimbecca, Che mancò poco che al ripicco strano Non gli scappasse la lancia di mano.

55

Ricciardo resta attonito e stordito, Chè simil caso mai non gli successe. E Rinalduccio giovinetto ardito Lo picca, e dice che quindici Messe Gli vuol far dire, all'altar di San Vito, A cui non so che papa avea concesse Molte indulgenze all'anime purganti, Dopo che sel sarà tolto davanti:

56

Ed Orlandino suo prega che voglia Lasciarlo solo a quella lieve impresa. Ricciardo nel suo cuor molto s'imbroglia, E di far pensa dal caval discesa; Chè assai crede d'onor che se gli toglia, Se ancor finisce bene la contesa; Chè troppo chiaro il suo vantaggio vede Combattendo a cavallo, e quelli a piede.

57

Il nano che s'accorge dell'intoppo, Si pone in mezzo, e dice: Cavalieri, Noi siamo in terra scellerata troppo, Dove il guardarci insieme fa mestieri, Non disertarci. E lor disse in un groppo, Perchè non può discender dal destrieri Il campion che vi siede, e tutto il resto; E fecero la pace, udito questo.

58

E fu tanto il piacere e l'allegrezza Di ritrovarsi insieme in tempo tale, Che si scordaro i due di lor stanchezza; E Ricciardo non n'ebbe un'altra eguale, Com'egli disse poscia in sua vecchiezza, Narrando a' figli suoi quel dì fatale. Ma mentre essi si danno mille abbracci, Esce Lirina fuor co' scartafacci:

59

E sciolta i biondi crini, in gonna corta, Nuda il bel piede, corre alla fontana, E con la verga che in mano ella porta, Fa un cerchio in terra, ed un nell'aria vana: Ed ogni stella e la luna s'ammorta, Ed atra nube pel cielo si spiana, E giù tramanda in spaventevol foggia Di grandine grossissima una pioggia.

60

Chi ha veduto giuocare al pallon grosso, Può dir d'aver veduta la tempesta Che a' forti cavalier cadeva addosso: Perchè la grandin che lor dava in testa, Era rispinta in alto a più non posso, Talchè per loro fu cosa di festa. Sol Malagigi avrìa pericolato; Ma sotto del caval stette celato.

61

Finita la terribile procella, Che stritolò le querce e gli alti faggi, Ma il buon Ricciardo non mosse di sella, E agli altri due non potè fare oltraggi, Ecco che il cielo di nuovo s'abbella, E si veggon del Sole i chiari raggi, E venir loro incontro con gran fretta Una leggiadra e lieta giovinetta;

62

La quale a nome della bella Argea E di Corese saluta piangendo I due pedoni; e in sostanza chiedea Da loro ajuto nel periglio orrendo Di vita, in cui ponevale la rea Donna che quivi ha l'impero tremendo: E se l'ajuto non veniva presto, L'avrìa tratte di vita un vil capresto.

63

Ad una voce gridano ambidue: Eccoci pronti. Ed ella: Vi conviene Entrare in una grotta, e calar giùe, Dov'esse stanno avvinte tra catene. Ed essi: Andiamo, e non si tardi piùe A trar le nostre consorti di pene. Ricciardo li sconsiglia, e ancora il nano; Ma gettan tutti le parole in vano.

64

Ella va innanzi, e quei le vanno appresso; Entran nel prato, e vicino alla fonte Si ferma a piede d'un alto cipresso: Ed ecco (dice con dimessa fronte) Lo speco, ove il miglior del nostro sesso Fatto è bersaglio di disprezzi e d'onte. Orlandino in un tratto vi si getta; L'altro lo segue a modo di saetta.

65

Sonosi appena in lui precipitati, Che si riserra il diviso terreno; E la fanciulla per i verdi prati Se ne dilegua via come baleno. In vedere sì male capitati Ricciardo i due garzoni, venne meno; E rïavuto pianse amaramente L'inopinato misero accidente.

66

Quando un dragone d'immensa figura Si vede in faccia, e da man destra un toro, E alla sinistra di strana misura Un gigantaccio ignudo, ispido e moro; Di dietro una voragine sì oscura, Che a sol pensarvi d'affanno mi muoro. L'aria s'oscura, e quelle orride furie Gli vanno addosso a un tempo a fargli ingiurie.

67

Con le zampe davanti il buon destriero Lo difende dal drago, e con la spada, Ch'ei gira a tondo veloce e leggiero, Si difende dagli altri, e fassi strada Per dilungarsi da quel pozzo nero, Dove, misero lui, s'avvien che cada; Quando per l'aria battendo le penne Un strano augello addosso a lui pervenne.

68

Sì grosso egli era, e avea sì lunghi artigli, Che un elefante avrìa portato in alto, Come portano l'aquile i conigli. Ricciardo, ancorchè avesse il cor di smalto, E si ridesse di tutt'i perigli, Qui gli diede il timore un po' d'assalto; E Malagigi misero ed afflitto Stava sotto il cavallo, e stava zitto;

69

E fece mille prove e mille incanti Per disparire con Ricciardo insieme; Ma i diavoletti suoi sono birbanti, E con forti scongiuri in van li preme: Perchè a farsi ubbidir non son bastanti; Chè il demonio del loco non lo teme, Il quale ha maggior forza; onde il meschino Sta sempre lagrimando e a capo chino.

70

Ed ecco che ad un tratto in sul cimiero Un artiglio egli stende, e l'altro caccia Sopra del collo al nobile destriero, E su li tira; e lieto della caccia Rota per l'aria libero e leggiero, E gettarlo nel pozzo ognor minaccia: Ricciardo impugna la possente lancia, E glie la ficca in mezzo della pancia.

71

Un miglio buono alzato in alto s'era, Quando sentissi dentro le budella, E passar oltre in misera maniera L'asta fatal, che omai la coratella Gli passa, e già gli dà l'ultima sera; E tanto egli è il dolor che lo martella, Che lascia il cavalier, lascia il ronzino, Il quale cade al gran pozzo vicino.

72

Ma l'uccellaccio morto veramente Vi cadde in mezzo; e al suo cader si chiuse Il vano orrendo, e il drago immantenente Disparve, ed il gigante si confuse. Or qui ti prego, Apollo, caldamente, E teco prego il coro delle Muse, Che mi diate conforto e diate forza, Perchè l'opra più cresce e si rinforza.

73

Visto Lirina il caso disperato, Torna a tentar di nuovo la sua sorte; E vedendolo tanto innamorato Di Despina promessagli in consorte, La fa venire sopra il verde prato, E comanda ad un mostro che la porte Avanti a Ricciardetto, e fugga via, Acciò ch'egli la séguiti per via.

74

Il mostro in braccio se la prende, e passa Davanti a Ricciardetto, il quale appena L'ha vista, che la lancia a un tratto abbassa, E il segue col destrier con molta lena, Che gl'intricati rami apre e fracassa. Ma vada pure. Or se dolore e pena, Donne, vi prese dal caso crudele Di quella coppia di sposi fedele;

75

Deh non v'incresca che a cercar di loro Io rivolga il mio canto, perchè almeno Saprem qual fine egli ebbe il lor martoro. Ma fate pur il bel viso sereno, Ch'essi stan bene, e stanno in mezzo a un coro Di donzellette su verde terreno; Mangian del buono, e bevon del migliore, E si ridon del vostro e mio dolore.

76

Chè quella grotta e quel gran precipizio Non era cosa vera, ma apparente, Atta però a ingannar nostro giudizio, Ed in questo il demonio è assai valente; Ma le donzelle e il fortunato ospizio Fantastico non era certamente. Quivi Lirina chiudere facea I cavalier che uccider non potea;

77

Ed in una nefanda capponaja Li tratteneva, acciò si fesser grassi. V'eran strumenti musici a migliaja, E vi dormivan come ghiri e tassi. V'era fino del vin di Germinaja, Di che in terra il miglior certo non dassi; E v'era il Faraon, v'era il San Pavolo, Che a' Pistojesi avea rubato il diavolo.

78

Perchè dal vino e da lussuria oppressi Non alzasser la mente a belle imprese, Ma scordati del tutto di sè stessi, Con l'alme a terra piegate e distese, E co' pensieri tarpati e dimessi Vivesser come bestie al ventre intese, Ed a null'altro; e in sì sporca maniera Passasser la lor vita e giorno e sera.

79

Orlandino non più pensa ad Argea, Nè Nalduccio a Corese; anzi d'accordo D'esser senza consorte ognun dicea. Ma tacciasi oramai d'un così lordo Ostello, e d'una vita tanto rea; Perchè troppo flagello e troppo io mordo I garzon che a mal far voglia non mosse, Ma il senno per incanto a lor guastosse.

80

Tempo verrà che di nobil rossore Ne saran tinti, e n'averanno affanno; E riscaldati da desìo d'onore La perduta lor fama accresceranno. Così casca talora il corridore Per non suo fallo, e si rammenda il danno; Chè l'animo gentil, sebbene intoppa Alcuna volta, non però si azzoppa.

81

Questo bordello e queste cose strane, Di cui la selva è piena tutta quanta, M'hanno fatto scordar delle lontane Armi e di Carlo mio. Ma pur, se tanta Grazia averò di giungere a domane, Non lascerollo: sebben canta canta, Mi scaldo assai, e guastomi il cervello, E m'esce poi di mente e questo e quello.

82

Però, se voi mi amate, come spero, Mi dovete soffrir nel modo stesso Ch'uom soffriamo per troppi anni leggiero, Che or principia un racconto, e quello smesso, Altro ne prende, e smarrisce il sentiero: Chè il vecchio parla assai, nè corre appresso Della lingua, veloce com'ei vuole, La memoria, e van sole le parole.

83

Onde s'è breve il canto questa volta, Non vi rincresca; che s'io resto in vita, Ne averete de' lunghi; perchè molta È la materia, ed anzi ella è infinita: Ed avanti ch'io l'abbia ben raccolta, Ben collocata e meglio digerita, Talchè si possa dir: Noi siamo al fine, Quante dovran passare estati e brine?

CANTO VIGESIMOSECONDO

ARGOMENTO

_Dopo molta fatica e guerra molta_ _Torna Despina all'amorose brame._ _Lirina maga, per lo sdegno stolta,_ _Fa i duo minor cugin cascar di fame._ _È rubata Despina un'altra volta_ _Per l'empie insidie del vecchiaccio infame;_ _Ma a Dio piacendo ne successe bene,_ _Perchè i compagni liberò di pene._

1

Sempre ho creduto, e or più mi ci confermo, Che fare a modo suo spesso è ben fatto. Così vediamo risanar l'infermo Che medico non volle a verun patto. Perchè sebben ne' dubbj è un forte schermo Un buon consiglio a prenderlo in astratto, Però di molte volte accader suole Che del preso consiglio un poi si duole.

2

Perchè bisogna secondar sovente Certi impeti improvvisi di natura; Ch'essi son quei che presi prontamente Ci fanno avventurosi a dirittura. Ma se uno è punto punto negligente Nell'eseguirli, addio buona ventura; Nè per molto che poi le corra appresso, Di ritrovarla mai gli fia concesso.

3

E questo tanto più far ci conviene, Quanto che la natura, che benigna Ne' mali nostri ci aita e sovviene, Quando si tratta di cosa maligna, Ci sparge un non so che dentro le vene, Che par che ci rigetti e ci respigna Dall'abbracciarla: s'è cosa gradita, In mille guise ad averla c'invita.

4

E di qui nascon quelle voci pazze: Beato me se avessi fatto e detto! Che s'odon tutto il giorno per le piazze. Per questo io lodo molto Ricciardetto, E tutti quei che son di tali razze: Vo' dire c'hanno un simile intelletto, Che senza porla molto in sul lïuto, Fan quel che in capo a un tratto è lor venuto.

5

Se vi sovviene, il diavol maledetto In figura terribile e feroce Passò davanti al nostro Ricciardetto Con la sua donna in collo, che a gran voce Chiamava aita, e si batteva il petto; Onde a seguirla si mise veloce; Nè ascolta Malagigi, e non lo cura, Vago d'uscire d'una tal ventura.

6

Il destrier di Ricciardo era sì fatto, Che avrìa passato il cervo e il caprïolo, Anzi che il corso suo per nïun patto Vinto sarìa dall'aquilino volo; Lo stesso vento avuto avrìa dicatto, Ch'ei l'avanzasse a poco spazio solo: In somma egli correva forte tanto, Che il diavol sempre sel vedeva accanto.

7

Or mentre così volan questi due, Giungono in mezzo ad un'ampia pianura, Ove fingendo non poterne piùe, Si ferma quell'orribile figura, E dice a Ricciardetto: Odimi tue: Io non ti fuggo mica per paura, Ma per comando del mio sommo sire; E tristo te, se ancor mi vuoi seguire.

8

Perchè costei non m'uscirà di mano Per modo alcuno; e tu pazzo ben sei, Se tanto speri. Eh io non pugno invano, Riprese Ricciardetto; e se gli Dei Vorran ch'io muoja in questo aperto piano Senza ch'io possa ricovrar costei, Per sì bella cagion muojo contento: Sol che resti in man tua, mi dà tormento.

9

Ciò detto, impugna la sua lancia d'oro, E contra il mostro orribile si caccia. Ma quei che ha di tristizia ampio tesoro, Prende Despina sotto ambe le braccia; E come in Vaticano con decoro Un canonico suol mostrar la faccia Del Nazzareno ne' giorni più santi, Così Despina ei si teneva avanti.

10

Ove drizza la lancia Ricciardetto, In quel verso Despina egli rivolta; Sicchè deluso il forte giovinetto Per l'ira è quasi presso a dar la volta: Ch'ei vede ben che aver non puote effetto La sua vendetta; chè difesa molta Fa al brutto mostro la bella fanciulla, E ch'ei per sua cagion non può far nulla.

11

Salta talora subito e leggiero Per ferirlo ne' fianchi o nelle reni; Ma della donna il volto lusinghiero Trova per tutto, e fa che il colpo affreni. Pensa ei talor, se fantastico o vero Sia quel bel corpo e quegli occhi sereni; Ma comunque si sia poi, non gli basta L'animo di ferirla, e abbassa l'asta.

12

Solo l'accorto e nobile cavallo Offende il mostro, e non fere Despina; Che co' piedi davanti senza fallo Diserta le sue zampe, anzi rovina. Grandi ugne egli ci aveva, e antico callo Per ripararle da gelo e da brina, Ma non dalle terribili zampate Di quel destriero fatto dalle Fate.

13

Or mentre in questa guisa se ne stanno, Ecco venire per l'ampia pianura Gran serpe, che a vederlo mette affanno. Come un toro grosso è nella cintura, E lungo un miglio, se pur non m'inganno; Chè ingrandisce le cose la paura. La testa è poco meno d'una botte, E getta fuoco di giorno e di notte.

14

Vicino al cavaliero un trar di mano Mezza si rizza, e un campanil rassembra. Indi si lancia in modo acerbo e strano Verso di lui; e triste le sue membra, Se non andava il suo desire in vano Mercè il cavallo, che, se vi rimembra, Sapea far tutto, e lo poteva fare, Onde potè quella serpe burlare;

15

La quale non potendosi tenere, Si discostò dal cavaliero assai. Pur con la coda, in cui tanto potere Aveva che non può pensarsi mai, Cinse in modo il cavallo e il cavaliere, Che mise entrambo negli ultimi guai. Ma la fortuna, di Ricciardo amica, Il braccio destro a tempo gli districa;

16

E con esso impugnata la famosa Spada che tutto rompe e tutto fende, La serpentina fascia aspra e scagliosa Col resto ancide, e libero si rende: Non altrimenti che tagliar festosa Suole la plebe nelle sue merende Il dì di San Lorenzo a casa mia Que' gran cocomeroni per la via.

17

Ma in quella guisa che vediam ripieno Il ventre de' mosconi di vermetti, Così del serpe dal reciso seno Usciron più migliaja di serpetti, Sottili in prima come giunchi o fieno; Ma sì crebbero in breve e fur perfetti, Che crescon meno all'agostina piova Le botticelle uscite allor dell'uova.

18

Di teste e colli d'orridi serpenti Ondeggia tutto quanto il largo prato, Come di giugno a' zeffiri clementi Si muove il grano tra verde e seccato. I fischi strani e l'aspre fiamme ardenti, Che gettavan le ree per ogni lato, Recavano alla vista ed all'udito Uno spavento, un affanno infinito.

19

Queste d'intorno al forte cavaliere Si van mettendo a foggia di palizzo, D'onde uscire non abbia ei più potere. Ma mentre ognuna pensa allo stravizzo Che spera far di lui e del destriere, Egli al cavallo, ch'era saltarizzo, Feo far tal salto, che uscì fuor del cerchio; Ma non vi fu già punto di soverchio;

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