Part 8
Non capì tutto la fanciulla il fatto, Ma capì tanto, che si fece rossa. Chinò la testa ed ammutissi a un tratto, E fe' vista d'avere una gran tossa, Acciò che quel colore di scarlatto A quello sforzo ascrivere si possa, Che si suol far tossendo, e che talora Par che vi faccia sbalzar gli occhi fuora.
92
In questo mentre del castello in vista Eccoli giunti; e da mille persone Già si divulga la nobil conquista Della fanciulla, e niuno in dubbio pone Ch'ella ritorni svergognata e trista: Nè gli era un creder tal senza ragione; Chè prima scanna la pecora il lupo, E poi la trae nel bosco orrido e cupo.
93
E se nol fece il romitaccio infame, Fu dell'ordine suo strana appendice. O mondo sciocco, che questo letame, Questo veleno d'ogni mal radice Ti stringi al petto e satolli sua fame! Quando sarà quel tempo sì felice, Ch'io vegga i romitorj arsi e distrutti, Ed impiccati i lor romiti tutti?
94
Tempo fu già che gli uomini dabbene Col piede scalzo e con la testa rasa Fornivan d'erbe i lor pranzi e le cene, E un'elce cava prendevan per casa; E vôlte al mondo davvero le schiene, Magri, languenti e con la barba spasa Fuggivano le genti, e sopra tutte Le donne, ancorchè vecchie, ancorchè brutte.
95
Ed oltre a questo, nelle spine acute Si gettavano ignudi o in mezzo al gelo; E rozze vesti dentro, e fuori irsute Stringeansi addosso, sol pensando al cielo. Genti beate ch'or godon salute, E veggion Dio qual è, senza alcun velo; E colme di piacer, vuote d'affanno Senton gioir d'ogni sofferto danno!
96
Ma i successori lor, corpo di Giuda! Sono tutt'altro: mangian, come porci, Starne e fagiani, ed alla carne cruda Tirano più che al marzolino i sorci; E il villanello che s'affanna e suda Per aver grano che sua fame accorci, Appena l'ha battuto, che ne dona Al romitaccio qualche parte buona.
97
E chi gli porta il vino, e chi i pollastri, E chi i piccioni, onde s'impingui, e vaglia Resistere agl'incomodi e disastri Dell'aspra vita: ed ei tornisce e intaglia Corna frattanto, e fa lavori mastri Alla devota credula marmaglia. O viver dolce de' nostri romiti, C'hanno le mogli e po' il pan da' mariti!
98
Nè ti stupire, lettor mio benigno, Se quando posso, io l'accocco a costoro; Che so il romito quanto egli è maligno, Che da per tutto fa tristo lavoro. Nè udirai mai alcuno fatto indigno, Dove non entri qualchedun di loro: Le rapine, le morti e gli adulterj Sono le lor corone e i lor salterj.
99
Ma ritorniamo alla nostra Almerina, Che ha ripieno il castello d'allegrezza. La incontra Carlo, e a Orlando s'avvicina, Acciò del fatto gli arrechi contezza; Ed Orlando la storia gli sciorina Con sermon breve e con somma chiarezza. Sol di quel tagliettin non disse nulla, E ciò fece a cagion della fanciulla;
100
La quale ritornò tosto al convento; E ciò che se ne fosse, non è scritto. Rinaldo intanto pieno di contento Racconta a Carlo qual fece despitto A Ferraù, che più rasojo al mento Non menerassi; e come ei l'ha relitto In mano de' giganti: e quel buon vecchio Lieto piegava a tal parlar l'orecchio.
101
Quindi del pranzo già venuta l'ora, Suonan le trombe e i musici strumenti; E seco vuole i paladini ancora A mensa Carlo, ed altri uomin valenti: Chè quanto la virtude più s'onora, Più si fa grande e bella infra le genti. Ma mentre questi se ne stanno a pranzo, Ritorniam, se vi piace, al nostro manzo.
102
A forza d'erbe già gli avean fermato Il sangue, e del dolor gran parte tolta: Ma egli era Ferraù sì infurïato, Che comincia bel bello a dar di volta; E così ignudo dentro il bosco entrato, Fugge per quello, e mai non si rivolta. Gli corron dietro i pietosi giganti; Ma più d'un miglio egli è già corso avanti.
105
E ravvïato già nel corso s'era Il sangue, ed inaspritosi il dolore: Onde cadde svenuto in su la sera; E a caso ritrovato da un pastore Ch'ivi passava con la sua mogliera, Fu preso, e fu portato con amore Al convento de' Padri Certosini, Che da per tutto sono uomin divini;
104
Che gli scaldaro in un subito il letto, E lo bagnar ben ben con l'acquavite; Talchè riprese lena il poveretto: Ma fuor del suo costume umile e mite, Tacito stava, e si batteva il petto; Indi a lavar le sue colpe infinite Chiese d'un confessore, e tutto ansando Venne correndo il Padre Fidelbrando.
105
Questi era un vecchio settuagenario. Si diede in giovinezza alla milizia; Indi lasciolla, e il viver suo fu vario; Vo' dire or buono, or pieno di malizia: Finchè racchiuso dentro del sacrario, Mutò costumi, ed acquistò dovizia Di virtù tali, che divenne un santo. Or questi a Ferraù si mise accanto
106
E presolo per man: Figlio, gli disse, Dura cosa è la morte; ma quel Dio Che si fece uomo, e Giuda il crocifisse, Dolcissima la rese al parer mio. Ma in lui i pensieri, in lui le luci fisse Tener bisogna, e d'ogni fallo rio Dimandargli perdono, ed umilmente Pregarlo acciò ci sia dolce e clemente.
107
Nè perchè forse la marina sabbia Esser possa minor de' falli tuoi, Non ti lasciar da disperata rabbia Opprimer sì, che l'inferno t'ingoi. Nessuno sa qual sia, che termine abbia La divina pietà verso di noi; Perch'ella è immensa, e men si può peccare Di quello ch'ella possa perdonare.
108
Ferrautte a quel dir s'alza sul letto, E sul gomito manco sostenuto, Si leva con la destra il suo berretto, E pietà chiede a Dio, e chiede ajuto Al Padre in quell'orrendo passo stretto: E segnatosi in fronte, alquanto muto Si stette, e poi tra lagrime e lamenti Incominciò le note penitenti:
109
E seguitò più di quattr'ore a dire; E fece spesso bofonchiare il frate, Che molte colpe si pensava udire, Ma non già tante e così scellerate. Pur lo consola e gli ministra ardire, E gli promette dall'alta bontate Perdonanza, e l'assolve; e gli Angel santi Fanno udir suoni d'allegrezza e canti.
110
Ma non si stette con le mani in mano Il demoniaccio in questa congiuntura; Chè fece ivi venire da lontano I diavoletti di maggior bravura. Chi prese di Climene il volto umano, E a lui mostrollo in dolce positura; Chi le sue grazie e i vaghi atteggiamenti; Chi il grato suon de' suoi leggiadri accenti.
111
Chi gli mostrò la giovin da lui tolta; Chi gli amor del Catai: in somma cento Demonj travestiti in fretta molta Entraro repentini nel convento, E della cella corsero alla volta, E zitti zitti vi passaron drento. A quella vista Ferraù meschino Si rallegrò, benchè a morir vicino.
112
Ma il Padre Fidelbrando, che l'osserva Minutamente, di quell'allegrezza Insospettissi, e della rea caterva Ebbe timore, e disse con prestezza: Il riso, figlio, nel cielo riserva; E piangi adesso, e esala con tristezza L'anima addolorata. Indi lo segna Con l'acqua santa e il diavol se ne sdegna;
113
E dispariro quelle cose belle. Allora Ferraù maravigliato Ringrazia il facitore delle stelle, Che sia da tal periglio liberato; E narra al confessor le inique e felle Arti d'inferno, e di pianto bagnato Rinforza il suo dolore, e pien di fede Nuove arme a Dio contro il nemico chiede.
114
Quando ad un tratto ecco che smania e grida Sì, che par toro da' cani ferito; E chiede il ferro, ed a battaglia sfida Un non so chi, talchè sembra impazzito. Indi soggiunge: Si sbrani e s'uccida Costui che sì m'ha concio e m'ha tradito. Fidelbrando lo prega che s'accheti; Ma parla agli usci e parla alle pareti.
115
Di queste strida e di questo furore Cagion fu un diavoletto de' più tristi, E di cui forse non ve n'è un peggiore; Che con modi furbeschi e non previsti Da Rinaldo gli apparve; e il feritore Coltello avea, che fece il repulisti, In una mano, e nell'altra le cose Che gli recise, ed anco sanguinose.
116
Onde a tal vista manda fuor la bava Per la grand'ira; ed il Padre schiamazza Che gli perdoni, mentre il mal s'aggrava: Ma invano s'affatica, invan s'ammazza. Tanto l'invade la rabbia sua prava, Che d'atra bile già la mente pazza Altro non pensa più che a far vendetta Del suo nemico, e in quella si diletta.
117
Un Crocifisso prende il Padre santo, E gli dice: Figliuolo, hai tu nemici Che t'abbiano piagato e offeso tanto, Quanto fu questo, che co' benefìci Trattògli sempre, e se li tenne a canto? Eppur per lor, come fossero amici, Pregò l'eterno Padre, e di buon core, A perdonarli un così grave errore.
118
Ferraù, che non sa ciò che si gracchia, Dice: Rinaldo mi fe' peggio assai. Fidelbrando a tal voce si sbatacchia, E grida: Figliuol mio, che di' tu mai? Ed egli: Padre, il tristo in una macchia Castrommi con un ferro da beccai; E quasi poco gli paresse questo, Ci fece piazza con tagliare il resto.
119
Fidelbrando gli disse: O via figliuolo, Tu gli vuoi mal, perchè t'ha fatto bene. Bene m'intasca, con voce di duolo Egli riprese; e dentro delle vene Gli bollì il sangue, come in un pajuolo, Quando di sotto le secche vermene Van divampando: ed in quel gorgoglìo Attaccò i Santi, e disse mal di Dio.
120
Me' che può il frate a lui conforto porge; Ma non trova la via di ripigliarlo. Pur dolcemente lo riprende, e scorge Pel buon cammino, e cerca d'ajutarlo: Ma l'ira non iscema, anzi più sorge In lui, che omai dal velenoso tarlo Nel core è roso; e morto impenitente Fora, se non giungeva ivi altra gente.
121
I due giganti dalla vasta chierca Entrâr carponi dentro della cella; E udito come il diavolo sel merca Con quel rancor che tanto lo martella, Gli disser: Ferraù, così si cerca Perdon da Dio dell'opera tua fella? E non sai tu che l'anima sdegnosa In ciel non sale, e in grembo a Dio non posa?
122
Se dall'offeso Dio vuoi perdonanza, E tu perdona a chi ti fece male, Perchè vuole il Signor questa uguaglianza; Altrimenti, non fare capitale Del ciel; chè nell'abisso avrai tua stanza, Dove diventerai tizzo eternale. Ferraù s'addolcisce a quella voce, E mitiga lo spirito feroce.
123
E tornato di nuovo a confessarsi, Sentendosi oramai presso al morire, Pregò i giganti a volere accostarsi A lui, che un non so che volea lor dire; E disse: Se non son sepolti od arsi Que' cosi, me li fate ricucire; O me li fate, se non v'è molesto, Di cera o stracci, o pur di carton pesto.
124
Perchè se morto qualchedun mi vede, Non mi faccia a tal vista onta o vergogna. Lo che raccomandato alla lor fede, Perde la voce, e si affanna ed agogna, Ed assoluzïon col capo chiede. Gli bagnano la bocca con la spogna Zeppa di vino, perchè si ristore; Ma in un tratto boccheggia e se ne muore.
125
Pianser la morte sua teneramente I pietosi giganti e Fidelbrando; E portatolo in chiesa, prestamente Gli andaro molte Messe celebrando. V'era un vuoto sepolcro nobilmente Fatto, ed a niuno sovvenìa del quando Fosse stato formato, ond'è che in esso Da quei buon Padri Ferraù fu messo.
126
E don Tempesta con la spada scrisse: «Fermati, passeggiero. In questo avello «Riposa Ferraù, che mentre visse «Saracin, de' Cristiani fu flagello: «Fatto Cristiano, i Saracin sconfisse. «Si fe' frate, e riprese poi 'l cappello: «Fu Amor suo beccamorto e suo norcino. «Pregagli pace, e segui il tuo cammino.»
127
E don Fracassa poi scrisse sul muro Tutta l'istoria e tutta la sua vita, Perchè n'andasse dall'obblìo sicuro Il nome di sì celebre eremita; Della cui morte, donne mie, vi giuro Che ne ho pena acerbissima sentita; E maledico quel giorno fatale Che fe' Rinaldo un taglio sì brutale.
128
Perchè se ogni uomo che in tal cosa manca, Dovesse rimaner così infelice, La barba nera, oppur la barba bianca Sarebbe rara come la fenice; E più che altrove, tra la gente Franca, Ch'è sì donnesca, come il mondo dice. Ma Rinaldo scordossi di sè stesso, E però diede in così strano eccesso.
129
Di che ne pianse poi sera e mattina, Come sta scritto in un foglio vetusto, Il quale narra ancora che Almerina, Quando lo seppe, ne sentì disgusto; Benchè non ben capisse la meschina La gran virtù del mozzo mazzafrusto; Che se per sorte la sapeva tutta, L'avrebbe al certo il giusto duol distrutta.
130
Ma tempo è omai di rivoltare altrove Gli afflitti carmi, e rallegrar chi m'ode; E nella selva ritornar, là dove Pieno d'amore e di desìo di lode Insiem con Malagigi il passo move Il mio Ricciardo, il cavalier sì prode. Colà dunque venite, e vi prometto Di colmarvi l'orecchie di diletto.
CANTO VIGESIMOPRIMO
ARGOMENTO
_Fatta per incantesimo Despina_ _Cruda a Ricciardo, il pone in gran periglio;_ _Ma Malagigi da quella rovina_ _Lo scampa col poter del suo consiglio._ _I duo minor cugin seguon Lirina,_ _E restan nell'orrendo nascondiglio._ _Con tante streghe Ricciardo s'affronta,_ _Che tante Benevento non ne conta._
1
Il creder, donne vaghe, è cortesìa, Quando colui che scrive o che favella, Possa essere sospetto di bugìa, Per dir qualcosa troppo rara e bella. Dunque chi ascolta questa istoria mia, E non la crede frottola o novella, Ma cosa vera, come ella è di fatto, Fa che di lui mi chiami soddisfatto.
2
E pure che mi diate piena fede, Della dubbiezza altrui poco mi cale. Quest'opera per voi da capo a piede Ella è formata; e se punto ella vale, È tutto il suo valor vostra mercede. Chi sa che un giorno ancor non metta l'ale, E il mar trapassi? Io non sono indovino; Ma prevedo felice il suo destino.
3
Or si torni all'istoria. Sul ronzino Andava il nano, vo' dir Malagigi, E Ricciardo a cavallo a lui vicino; Quando sopra il terren veggion vestigi D'un piè che il fondo sembrava d'un tino. Dice Ricciardo: Oh questi son prodigi! E se al piè corrisponde anche il restante, Sarà pur questi che grosso gigante!
4
Nè avevan fatti ancor cinquanta passi, Che nel voltare che facea la strada, Veggono un giganton, ma di que' grassi, Che d'altro si pascea che di rugiada. Nelle mani egli aveva un par di sassi Di mole immensa, e quelli son sua spada: Con essi al buon Ricciardo s'appresenta, Che nel vederli quasi si sgomenta;
5
E gli dice: Chiunque tu ti sia, O scendi prontamente da cavallo, O torna addietro per la stessa via. E Ricciardetto a lui: M'hai preso in fallo; Chè vo' gir oltre a ritrovar la mia Diletta sposa, senza cui m'avvallo E vengo meno. E troncato il parlare, Sprona il cavallo, e te lo fa volare.
6
Il gigantaccio allor con strane note Urla, e il gran sasso in aria fa rotare. Non minore di quel ch'a Polibote Trasse Nettuno; e conficcollo in mare; Da cui poi nacque (e dico cose note) Un'isoletta di bellezze rare, Nisiro detta: ma il nostro Ricciardo Di Polibote s'ebbe più riguardo.
7
Ma s'io v'avessi a dire il modo appunto Che nel fuggir quel colpo egli si tenne, M'imbroglierei: so ben che non fu giunto: O che 'l masso per aria Iddio trattenne, O che 'l cavallo a tempo egli ebbe punto, O che 'l gran vento che dal colpo venne, Come esser può, lo tenesse lontano: E questo parmi il discorso più sano.
8
Quando s'accorse l'orrido gigante Che aveva tratta la sassata a vuoto, L'altra tirò; ma egli era tanto avante Il cavaliero per lo bosco ignoto, Che la gran possa sua non fu bastante Di secondare il suo maligno voto. Indi gli corre appresso; e ancorchè grasso, Parea levriero allor sciolto dal lasso.
9
Ricciardo si rivolta al calpestìo, Che le miglia lontano si sentiva; Onde si ferma, e con molto desìo L'attende; e quegli non sì tosto arriva, Ch'ei gli dice: Ti vo' per lacchè mio, Ovvero per la mia leggiadra diva; Ma non ti vo' far mica i calzoncini, Chè vi vorrieno tutti i panni lini.
10
E il nano soggiungea: Se non mi sdegni, Staremo sempre insieme. Adesso adesso Ci starete voi due, poltroni indegni, Disse il gigante, in un sepolcro istesso. Chè se, lasciati i fortunati regni, Gli Dei dell'uno e ancor dell'altro sesso Venissero per tôrvi all'ira mia, Non so quello che a lor rïuscirìa.
11
E ciò detto, abbracciare a un tempo vuole Ricciardo e il nano e l'una e l'altra bestia; Ma presto ben li lascia, e assai si duole; Ch'egli ebbe un calcio, dove la modestia Nel nominarlo arrossire si suole; Il che gli arreca sì strana molestia, Che cade a terra. Ricciardo non bada, E séguita a gir oltre per la strada.
12
Quando senton più dolce dell'usato L'aria d'intorno, e tutto quanto il suolo Veggon di fior vestirsi in ogni lato, E poco dopo un leggiadretto stuolo Veggon di ninfe sì bello e garbato, Che si può dir nel mondo o raro o solo. Il nano dice allora a Ricciardetto: Abbi gran senno, e duro cor nel petto.
13
Guari non anderà che tu vedrai La bramata Despina; ma se l'ami, Di ciò ch'ella vorrà, nulla farai. Le sue parole or sono esca con gli ami, E fraudolenti; chè, come ben sai, Non è più dessa. I possenti legami, Con cui Lirina all'amor suo la strinse, In lei di te la rimembranza estinse.
14
E perchè vecchia fama è tra di loro Che un cavalier su fatato destriero Ha da disfar l'incantato lavoro, Ogni lor cura, tutto il lor pensiero È di dar morte con strano martoro A qualunque innocente cavaliero Che trovin per la selva: ond'è che piena Ell'è di ossa insepolte questa arena.
15
In così dire, da un verde boschetto Esce la bella coppia, e bella tanto, Che riman senza moto Ricciardetto. Al venir lor, danno principio al canto Le ninfe, e le accompagna ogni augelletto: Lirina sola con segreto pianto Sospira nel veder quell'uomo armato, E sopra d'un destrier tanto pregiato.
16
Ed a Despina sua si volta e dice: Fingiam d'amar costui per trarlo a morte; Che senza frode fia l'opra infelice; Chè troppo parmi rigoglioso e forte. E la bella fanciulla non disdice; Ma con parole dolcemente accorte S'accosta a Ricciardetto, e lo saluta, E gli chiede ragion di sua venuta.
17
E prima che risponda, dolcemente Gli domanda del nome e del paese; E se d'amor piagato il cor si sente, Oppur l'ha sano, e sol di belle imprese Ha desïoso il cor, vaga la mente. Indi lo prega del guerriero arnese A volersi spogliare, e dal cavallo Scendere, e seco incominciare un ballo.
18
Come tenera madre guardar suole Il figlio fatto ad un tratto deliro, Che assai stupire sul primo si suole, Come di sè del tutto in lui svaniro Le idee, e guasto è il suon di sue parole; Indi disciolto il core in un sospiro, L'abbraccia e piange; ed egli ride, e intanto Non sa che quello è di sua madre il pianto;
19
Così colmo riman di maraviglia Su le prime Ricciardo, e non si puote Dar pace che a quegli occhi, a quelle ciglia Le sue sembianze un dì cotanto note Or sieno oscure; e poi tal duol ne piglia, Che il petto, il volto, i fianchi si percuote, E grida: Anima mia, e come mai Son fatto sconosciuto a' tuoi bei rai?
20
Despina sorridendo: A dirti il vero, Riprese, io giuro avanti a tutti i numi, Che adesso sol ti veggo, o cavaliero. Ed egli: Io ben sapeva i rei costumi Del vostro sesso, che non è sincero; Ma negarmi che il Sole non allumi, E il dirmi che mai più non m'hai veduto, Lo stesso parmi, e va del par creduto.
21
Lirina, che sentìa questo contrasto, S'accosta al cavaliero, ed all'orecchio Gli dice: Se i disegni tuoi non guasto, Dimmi chi sei, e fin d'or m'apparecchio A farti lieto; ed a ciò far ben basto. Già veggo che in te bolle un amor vecchio, C'hai tu per questa ingrata giovinetta, E che or sol del tuo pianto si diletta.
22
Ricciardo, che di frode non paventa, Le narra tutta la storia amorosa, E la trista Lirina n'è contenta; E seco tratta a piè d'un'elce ombrosa Despina, dice: In poco d'ora spenta Sarà quest'alma altera e disdegnosa, Purchè tu finga e mostri che altre volte Amor ti diè per lui ferite molte.
23
Ricciardo egli s'appella, e tu talora Per nome il chiama, e inventa ciò che vuoi; Che il vero amante crede il falso ancora. Ride Despina, ed, I consigli tuoi Vado, mia cara, a porre in opra or ora, Soggiunge; e a lui tornata che fu poi, Dice: Ricciardo mio, lo sdegno ammorza: Non mi occulto per genio, ma per forza.
24
Qui l'amare è negato alle zitelle, Che amar solo si possono fra loro; E triste molto e sventurate quelle Che d'alcun giovinetto prese fôro. Nulladimeno le benigne stelle Ci han riguardato con influsso d'oro, Che ti ha fatto scoprire il nostro amore A Lirina, che ha meco e mente e core.
25
Però nosco ne vieni alla lontana; E quando il Sole attufferassi in mare, Tu ti sofferma a piè della fontana, Che chiara e bella nel gran prato appare Presso all'ampia magione e sovrumana, Dove tu mi vedrai stasera entrare. Quivi solo m'attendi, e il tuo destriero Lascia nel bosco in mano allo scudiero:
26
E ti sovvenga che le dure maglie, E il forte scudo, e l'acciar che ti copre, Poco atti sono alle nostre battaglie. E qui si tace, e il volto suo ricopre Un bel rossor; nè mai per secche paglie Foco s'accese, come agli occhi scopre Ricciardo il grande incendio che il divora: Cotanto l'amor suo crebbe in quell'ora.
27
E prega il Sole che presto tramonti, E si lamenta assai di sua tardanza. O miser, se ti fosser noti e conti Gl'inganni, e come a' danni tuoi s'avanza Affanno e morte, o almeno onte ed affronti, Avresti in ira la bella sembianza Di lei, che per incanto or t'odia a morte, E ti prepara al piè ceppi e ritorte.
28
Ma pur troppo cominciano a cadere L'ombre da' monti; e pur troppo si vede Il palazzo fatale, e a schiere a schiere Già le donzelle in lui pongono il piede. Vel pon Despina ancora, e le sue nere Luci volge a Ricciardo, e or entra, or riede, E più cenni gli fa che si ricordi De' fermati fra lor patti ed accordi.
29
S'inselva Ricciardetto, e si discioglie L'elmo, e pon mano ancora a scior l'usbergo; Quando a por freno alle sue stolte voglie Lo sgrida il nano che gli stava a tergo, E gli dice: Così da te s'accoglie Lo mio parlar, che di prudenza aspergo? Così d'una donzella i finti vezzi, Miser, tu fuggi, e così tu disprezzi?
30
Non tel dissi pur ora? e non vedesti Con gli occhi proprj che la tua Despina Ha spento il foco che in essa accendesti? E che sol vaga della tua ruina Mostra d'amarti con finti pretesti, Come a lei detta la cruda Lirina? E tu le parli appena e la saluti, Che di pensier 'n un subito ti muti?
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Non ti rimembra che il primo precetto Ch'io ti diedi, fu quello di star saldo Sopra il destriero; e che l'acciajo eletto Che ti ricopre, e fàtti andar sì baldo, Non dovessi lasciar, che tristo effetto N'avresti visto? Or l'amoroso caldo Ti ha tratto così fuora di te stesso, Che vuoi il cavallo, e lasciar l'armi appresso?
32