Il Ricciardetto, vol. II

Part 6

Chapter 63,964 wordsPublic domain

E qui narrava tutta per disteso L'inimicizia d'Origlia fra loro, E l'incantato bosco e il vilipeso Amore, e tutto in somma il reo lavoro, Per cui ogni campion restava preso, Che a narrarlo ne avrei noja e martoro. E in fine concludeva: O te beato, Che avrai queste armi e caval sì pregiato!

51

E in fin del breve v'era ancora scritto In caratter minuto e assai diverso, Per qual ragion s'avessero prescritto, Quel luogo all'opra, e il diceva in un verso; Perchè se l'abbia alcun campione invitto, Non qualche vile ne' piaceri immerso; E quegli sarà bene invitto e forte, Da cui il mostro dell'isola avrà morte.

52

E di più v'era ancora il formulario D'un certo giuramento, senza il quale Gli si farebbe il cavallo contrario, E l'armi proprie gli farebber male: D'andar nel bosco, non già per divario, Ma per finir con quell'arme fatale Ogni avventura ed ogn'incantagione, Che di tante miserie era cagione.

53

Onde Ricciardo pieno di contento Fece in presenza a tutti i marinari, Nel modo ch'era scritto, il giuramento. E da sinistra si sentîr gli spari Di molti tuoni, e ne contaron cento; I fuochi fûro allegri e fûro chiari; E concludono le genti sensate Che fur gli spari delle cento Fate.

54

Però prega il piloto che lo voglia Presto condurre alla selva d'Origlia; E quegli lo fa star di buona voglia, Col dirgli ch'è lontana cento miglia. E tanto d'arrivarvi egli s'invoglia, Che mette insino al corridor la briglia; E vuol che in cima all'albero alcun saglia, Per veder s'anco scopre la boscaglia.

55

Vanne felice, o generoso amante: Non ti muovano guerra il cielo e il mare. Io ti lascio per poco; e se alle tante Cose e diverse che ho prese a trattare, Potrò dar luogo con ordin bastante, Ti vo' venir nel bosco a ritrovare. Frattanto a Orlando ed a Rinaldo io torno, Che hanno già in Francia fatto il lor ritorno;

56

E udito appena come Carlo è in Spagna, Che vanno a quella volta in dirittura. Un ronzino ha ciascun, che il suol si magna; E tanto è il zelo e la loro premura Di far per Carlo qualche opera magna, Degna di lui e della lor bravura, Che vorrebbero avere ali alle piante Per esser dentro in Spagna in un istante.

57

E in otto giorni giunsero a Granata, Il giorno giusto della gran battaglia; Che poca de' Cristiani era l'armata, E infinita de' Mori la canaglia. Orlando il padiglion di Carlo guata, E vistolo, a quel va come zagaglia Che sia vibrata da robusto braccio, E lui saluta, e dàgli un grato abbraccio.

58

Lo stesso fa Rinaldo: e noto appena Egli è a' soldati che Rinaldo è in campo, E il forte Orlando dalla dura schiena, Che niun più teme alla vittoria inciampo; E con fronte allegrissima e serena Corrono addosso a' Mori come lampo, E ne fanno una strage così strana, Che a voler dirla fora impresa vana.

59

Qui si potrebbe dir di molte cose, Eccelse tutte e di stima infinita, Che ad una ad una in ordine dispose Il Garbolino, e l'indice l'addita. Ma le donne son troppo timorose; E quella istoria solo è a lor gradita, Che favella d'amanti o in guerra o in pace, E la strage ed il sangue a lor dispiace.

60

Ma sceglieronne alcuna nondimeno, Per non parer maligno o trascurato. Nell'esercito Moro un Saraceno Era sì grande e grosso e smisurato, Che in moversi scotea tutto il terreno: Avea le braccia in modo disusato, Perchè eran così lunghe, che l'altiero Potea toccar la terra, e stare intero.

61

Più lunghe ancora avea di mezza canna Le dita, e le copría d'un forte guanto, Che avea l'ugne di ferro; ond'egli scanna Qualunque acciuffa; e lì non vale incanto: Ed ha per lancia così fatta canna, Che un grosso pino non può starle accanto. Ove arriva con essa il malandrino, Fa da boja in un tempo e da becchino.

62

Corse costui, cioè fece tre passi, E que' tre passi furon più d'un miglio. Cose per Dio da sbalordire i sassi; Ma di ciò punto non mi maraviglio: Chè se proporzïone al mondo dassi, Mettiamo caso, per divin consiglio Che nascessero i piedi all'Apennino, Quanto fora in tre passi il suo cammino?

63

Or questa bestia, questo monte strano Di carne e d'ossa, creato da Dio Sol per gastigo del popol cristiano, Giunto là dove udiva il ramaccìo, Anzi il vedeva, che troppo lontano Aveva l'orecchiaccio al parer mio, Girò la canna con la mano destra, Che pe' Cristiani fu trista minestra.

64

Con la sinistra poi fece tal opra, Che scannò più migliaja in un momento. Or qui la bella tua luce si scopra, Apollo amico, e nello scuro e spento Ingegno mio tutta l'infondi, ed opra Sì, ch'io possa un sì nobile argomento Trattar con la dovuta dignitade, Per farlo noto alla futura etade.

65

L'intero padiglione, ove era Carlo, Astolfo, Ferrautte, ed altri mille Campioni lì venuti ad ajutarlo, Prese colui; e come fosser spille Le travi e gli assi che misero a farlo, Lo svelse, ed appressollo a sue pupille: Ma mentre che ha le mani alte da terra, Una Rinaldo, e l'altra Orlando afferra.

66

E vi montano sopra a cavalcione, E con la spada taglian l'armatura, Che sebben era di tempere buone, Non resistette in quella congiuntura: O perchè ebbe Dio compassïone Di Carlo, oppure per la gran bravura De' paladini: in somma fu tagliata La maglia, e già la carne è denudata.

67

Da quella parte ove il braccio si piega, Incominciaro i colpi alla distesa. Ma disse Orlando: Qui ci vuol la sega; Se no, chi porrà fine a tale impresa? Rinaldo anch'esso sbigottito prega Ad un per uno i Santi della Chiesa, Che vogliano ajutarlo, acciocchè possa Tagliar quel trave di carnaccia e d'ossa.

68

Il mostro intanto che ferir si sente Ne' bracci, e vede il sangue che sciorina, Vuol liberarsi dal ferro tagliente: Ma invan bestemmia, e invano si tapina; Chè l'uno e l'altro egli è troppo valente, Ed hanno i ferri lor tempra sì fina, Che non si guasta mai. Or dàgli, dàgli, Finiro entrambi a un tempo i lor travagli:

69

Perchè recise al suol caddero in fine Mezze le braccia con le mani intere Di quella furia, e furon tre ruine; Perchè insiem con le man dell'aversiere Cadde Carlo e sue genti paladine: E allor fu un lieto e misero vedere; Chè di tanto alto cadde il padiglione, Che morto Carlo credêr le persone.

70

Ma cadde capivolto, ed urtò prima L'alta colonna che in mezzo lo regge; Onde trovossi in piede, e su la cima Carlo, cui tanto l'Angel suo protegge. Ma non conosce ancora e non istima Il passato periglio, e par che ondegge In mille dubbi; e fuora della tenda Si getta, e vede la cosa tremenda:

71

Vede, dico, le due carnose travi Giacere a terra, e vede in su le spalle Del mostro orrendo i paladini bravi Che con le spade lor vi fanno valle: Ma per molto che ognun di loro scavi In quel carname, e la mano v'incalle, V'è tanto da tagliar prima che muora, Che temono che il dì non basti ancora.

72

Onde Carlo convòca i suoi soldati, Ed alle gambe fa dargli alla peggio. Che dal sangue di lui sono affogati; Ma non per questo levano l'asseggio; I due guerrieri intanto disperati Gli facevan nel collo un bel maneggio. La fiera, che così tagliar si sente, Grida che par un diavol veramente.

73

Tentenna il mostro, e quercia annosa sembra, Quando la scure ha trapassato il mezzo: Ma questa somiglianza non rassembra A quel che dico, e non lo mostra a un pezzo. Pur piega alfine con tutte le membra, E a ruinar comincia; e in quel tramezzo, Cioè in quel tempo che durò a cadere, Vi mise più d'un lungo miserere.

74

Caduto il gran gigante, non v'è Moro Che si stimi più salvo, e via si fugge: E come il sole co' bei raggi d'oro Bianca neve d'april sface e distrugge, Così fece la tema in tutti loro. Il rege solo sbuffa, smania e rugge A guisa di leon che sia ferito, E non si move per nulla di sito;

75

E sfida ad uno ad uno alla battaglia: Ed Astolfo voll'essere il primiero; Ma l'aurea lancia che colpo non sbaglia, Seco non have; onde va meno altero. Il rege si chiamava lo Sbaraglia; Ma quel non era già il suo nome vero, Chè chiamavasi Alasso; ma la gente Gli diè tal nome perchè era valente.

76

Incominciano a darsi con le spade, E si dan colpi da mozzare abeti. Diceva Alasso: E quando costui cade? E l'altro: Son men dure le pareti, Diceva, e i ciottoloni delle strade, Di questa bestia. E pazzi ed indiscreti Si dan puntate con rabbia sì grande, Che l'uno e l'altro molto sangue spande.

77

E a farla breve, andò la cosa in modo, Che cadde morto il tristo Saracino. Ma dell'alma d'Astolfo ancora il nodo, Se non sbaglio, di sciogliersi è vicino; Perchè piagato tutto egli è oltre modo: Ha una ferita nell'occhio mancino, Un'altra nella gola e tre nel petto; Sicchè puzza oramai di cataletto.

78

Ciascuno accorre al moribondo Inglese, E gli ricorda Orlando ad alta voce, Che non disperi delle tante offese Che ha fatto a Dio; ma speri nella Croce, Ove egli tiene ambo le braccia stese Per abbracciarlo; e che colpa sì atroce Non v'è che sia di perdonanza indegna, Se al suo voler di core un si rassegna.

79

E Ferrautte soggiungeva anch'esso Parole sante e proprio da romito. Ma disse Astolfo: Non mi stare appresso, Chè sei un uomo dal cielo bandito, Ed ha il diavolo in mano il tuo processo. Disse Orlando: Sta umile e pentito, E del prossimo tuo non creder male, Benchè sia stato un empio, un micidiale.

80

Il giudicar s'è riserbato Iddio; Onde a lui tocca, e non a te il giudizio. Ma, disse Astolfo, e che male fo io In dir che in Ferraù regna ogni vizio? In così dire, io credo, cugin mio, Di fare al vero un santo sagrifizio. E Ferraù, con voce bassa e pia, Diceva: Astolfo non dice bugìa:

81

Ma non per questo ch'io son peccatore, M'hai da sprezzar, quando t'esorto al bene. E giacchè qui non veggo confessore, Dimmi i tuoi falli, e fuggi l'aspre pene; Chè senza confession male si muore. Riprese Orlando: Al certo ciò conviene, E poco importa se il romito è tristo; Chè non a lui, ma ti confessi a Cristo.

82

E trattosi in disparte, lasciò dire Tutti i suoi falli al moribondo duca, Che presto presto poi venne a morire; E morto non fu posto in una buca, Ma con incenso, mirra ed elisire Fu imbalsamato, acciò si riconduca Intero in Francia; e di nero cipresso Fêro una cassa, e sel portaro appresso;

83

E vi scrissero sopra: Qui racchiuso È il cadaver d'Astolfo, che fu in vita Amico della spada, e più del fuso, Perchè ogni donna assai gli fu gradita. Pugnò sovente, e gli fu rotto il muso; Il ruppe ancora: l'anima salita Si crede al ciel; che pel santo Vangelo Uccise Alasso, ed ei restò di gelo.

84

Gli fur fatte l'esequie: e Ferrautte Cantò la messa, e Carlo fe' un discorso A' paladini e alle milizie tutte, Lodando il duca, e come in suo soccorso Venne egli sempre; e le pupille asciutte Non tenne per pietà del caso occorso: E dopo questo, come si suol fare, Andaron tutti quanti a desinare.

85

E nel mentre che stanno allegramente, Del regio padiglion la sentinella Grida: Verso di noi vien nuova gente. S'affaccia Carlo ad una finestrella, E dice: Son giganti veramente, Figli forse di quella bagattella Che ci mise in pericolo di morte; Ma i due cugini ci mutâr la sorte.

86

Ancora Ferraù mette la testa Al finestrino, e grida come un pazzo: O don Fracassa caro, o don Tempesta, Donde venite? E tal ne fea schiamazzo, Che gli orecchi di Carlo alquanto infesta; Sicchè fattosi in volto pavonazzo, Gli disse: Parla un poco sotto voce, Che all'orecchie de' vecchi il raglio nuoce.

87

E in così dire, alla finestra apponto (Chè nella casa non possono entrare Per lor grandezza) don Tempesta è gionto, E a viso a viso a Carlo può parlare: Il quale agli atti gentileschi pronto Li prese con parole a carezzare; E richiesti di donde eran partiti, Disser: Di Roma da' superbi liti;

88

E che dal dì che in Nubia essi arrivaro, E saltò su la spiaggia Ricciardetto Con Nalduccio e Orlandino illustre e chiaro, E che il nocchiero infido e maledetto Fe' loro un scherzo veramente amaro; Perchè stando ambidue dormendo in letto Non li volle svegliare, per timore Che non dessero morte al suo signore:

89

Da quel dì sempre pel vasto Oceáno Erraro soli; che il nocchiero accorto Sciolse le vele, e poi sbarcò pian piano, Finchè arrivaro un giorno a prender porto, Se non mi sbaglio, alla città d'Orano; E che di là per lor santo conforto Navigâr per l'Italia, e finalmente Giunsero a Roma il dì di San Clemente.

90

Orsù, rispose Carlo, un'altra volta Direte il resto; adesso ite a mangiare; Lo che da entrambo volentier si ascolta. Intanto Carlo si mette a pensare Con l'esercito suo di dar la volta In Francia; e si va tosto a congedare Dal rege Alfonso, che ha letizia magna In veder vôta di Mori la Spagna.

91

E pensa seco andar cinque giornate; Ma Carlo non lo vuole, e via si parte Con le sue genti e sue forti brigate. Ma facciam punto omai, e mutiam carte; E delle vaghe due donne pregiate, E de' mariti loro eguali a Marte (Voglio dir di Nalduccio e d'Orlandino) Si parli, e torni l'opra al suo cammino.

92

Partito Ricciardetto, immantinente Saltaro in barca, e a Cafria si portaro; E scesero alla selva drittamente Delle avventure, e tosto in essa entraro: E Lirina e Despina unitamente Lor fûro incontro, e strette l'abbracciaro; E portate da' zeffiri graditi, Perser di vista i lor dolci mariti.

93

Nel vederle andar via per tal maniera, Disse Nalduccio: O questa sì ch'è bella! In ciel che s'ha da far di mia mogliera? Disse Orlandin: M'ingrossan le cervella, E mi par che di buoi abbiam la cera; Chè di Giove gran male si favella; E gli altri Dei (se bene tu ci guardi) Hanno piene le stelle di bastardi.

94

Disse Nalduccio: Ma noi siam Cristiani, E non crediamo tali scioccheríe. Ah che saranno incantatori strani, Che van facendo queste porcheríe. E in ciò dire batteva ambe le mani, E principiava a far delle pazzíe. Ed Orlandino a lui: Cattive nuove! Il diavol ci fa becchi, e non più Giove.

95

Ma là in quel verso dove son volate, Andiam, fratello, e lasciamvi la vita, O ritroviam le nostre spose amate; Chè senza la compagna mia gradita M'ên, più del viver, care le sassate. E Nalduccio faceva una stampita, Un piagnisteo, un sospirar sì spesso, Che sta più allegro un reo col boja appresso.

96

E ciò detto, si pongono in cammino; Ed un quarto di miglio appena han fatto, Che veggon camminarsi avanti un pino, E sopra il pino miagolava un gatto Che avea la pancia grossa come un tino. Disse Orlandino tutto stupefatto: Che domin mai di strana cosa è questa? Volan le donne, e corre la foresta.

97

E senz'altro cominciano ambidue Con le spade a percuotere la pianta; E tosto il gatto se ne salta giùe, E sopra l'elmo d'Orlandin si pianta, E tra lor fanno a chi ne puote piùe: Chè il gatto l'elmo con l'ugne gli agguanta Per disarmarlo; ed ei gli stringe il collo Per istrozzarlo, come fassi a un pollo.

98

Nalduccio con la lancia il gatto investe, E te lo passa a un colpo banda banda: Quel cade al suolo, e tosto si riveste D'altra figura strana ed ammiranda. Drago diventa, che dall'ampie creste Un mongibello di fuoco tramanda; E il pino scuote il suo fronzuto crine, E di bronzo su lor piove sue pine.

99

E come i lanzi, per tener lontano Il popol, van battendo la labarda Su' piedi dell'attonito villano, Che attento il papa e i cardinali guarda; Così quel pino anch'esso in modo umano Di dar su' piedi ai paladin non tarda. Si guardano i meschini; ma son troppi Gli avversarj ad un tempo e gli aspri intoppi:

100

Chè di qua il drago, e il pin di là li batte, E di sopra la grandine pesante: Ma non però la virtù lor s'abbatte; Chè sanno l'arme loro esser bastante Contro ogni forza, e che saranno intatte Le lor persone, se avesser davante La stessa Morte. Onde, fatti sicuri, Dan colpi con le spade, acerbi e duri.

101

Ed ecco il pino che si capovolge; I rami si fan lago, ed ogni pina Vaga barchetta, che una ninfa volge, Come ella vuol, per l'onda cristallina: Si piega il fusto in giro e si ravvolge, Ed ancor esso per l'onda cammina. Vi seggon sopra i giovinetti umani, E son portati via da venti strani.

102

E appena appena quelli son partiti, Che sopra il lago Ricciardetto arriva; E i zeffiretti placidi e graditi Spingon le ninfe con le barche a riva. Non vi so dire i bei modi e compiti Che avea ciascuna, bella come diva. Ma lasciam le barchette e le donzelle; Ch'egli è già sera, e già vedo le stelle.

CANTO VIGESIMO

ARGOMENTO

_Ricciardo e Malagigi alla ventura_ _Sen van per entro il regno delle donne._ _Al morto Astolfo dando sepoltura,_ _Canta il buon Ferraù l'eleisonne._ _Ei dal convento una monaca fura;_ _Onde sì guasto all'altro mondo andonne;_ _Chè mentre in agonia col diavol giostra,_ _Le recise anguinaglie uno gli mostra._

1

Il diavol, donne mie, può far gran cose: Basta solo che Dio lo lasci fare. Però non siate punto dubitose Di ciò che udiste ed udrete cantare Dell'opere di lui maravigliose; Chè sebbene il tristaccio non appare, E su le Fate si versa la broda, Ei però vi pon sempre e corna e coda.

2

So ben che ci son molti, come voi, Che credono romanzi e favolette Le cose delle Fate; ma son buoi, Nè sanno che il demonio non perdette In uno con la grazia i pregi suoi, E le virtù che Dio gli concedette, Le quali tante sono, che potría Guastare il mondo in un'Avemmaria.

3

E poi le Sacre Carte non son piene Di maghi e streghe, e cose somiglianti? E in chiesa l'acqua santa a che si tiene? E a che si fanno tanti preghi e tanti Su le campane? Perchè suonin bene, E la fune e il battaglio non si schianti? Si fanno solo per guastar con esse Le traversìe che il diavol ci facesse.

4

Mi spiace che non ho tempo abbastanza; Chè l'incantata selva a sè mi chiama, E Ricciardetto, che leggiadra stanza Have sul lido, ed altro più non brama; Che vorrei trarvi fuora d'ignoranza. Ma tanto è chiaro che il pesce ha la squama, La lepre il pelo, e i melloni la state, Quanto egli è vero che si dan le Fate.

5

Si dan pur troppo; e così fosse spento Il seme loro, come ancora è vivo. Ricciardo dunque se ne stava attento, Mirando il volto ed il petto lascivo Delle donzelle, e il vago portamento Che sopra ogni credenza era festivo; Quando ciascuna esce da' legni sui, E si ferma ridendo avanti a lui.

6

Il buon Ricciardo in compagnìa sì grata Or questa ninfa, or quell'altra rimira; E gli sembra ciascuna sì garbata, Ch'arde per tutte, e per tutte sospira. Quando una la più scaltra fiso il guata Alcuno spazio, e poi prende la lira; E dopo cento ricercate e cento Cantò, che parve cosa di portento;

7

E disse: Cavalier, non ti rincresca Spogliarti di quest'armi, e starti nosco; Chè amor di gloria i semplicetti adesca, Che bevon fele ne' verd'anni e tosco. Soffrendo aspro digiuno per lieve esca, E fame e sete all'aer chiaro e fosco, Solo perchè di lor, quando son morti, Resti fama tra noi d'illustri e forti.

8

Il fiero Marte e la crudel sua suora Son l'affanno del mondo e la ruina; E sol si gode infra i mortali allora, Che quegli tace, e questa si tapina Per l'ozio che la guasta e la divora. Avventuroso quei cui sua regina È l'alma Pace, dal cui sen fecondo Tutto deriva ciò che abbella il mondo!

9

O delle Grazie e di Venere amica, Diletta Pace, a noi data da Giove Perchè biondeggi su' campi la spica, Onde l'uom si rinfranchi e si rinnove, Da sè scacciando la fame nemica; Deh fa che costui veggia a mille prove, Quanto il mestier dell'armi si disdice A chi vita desìa lieta e felice.

10

Mostra a questo ingannato giovinetto Le tue bellezze, il biondo crin ricciuto Da verde ulivo circondato e stretto, E il volto che disprezza ogni altro ajuto, Per esser bello cotanto e perfetto; E fagli udire il dolce suono arguto Degli angelici tuoi soavi accenti, Da volgere in piacere anche i tormenti.

11

E se la tua beltà non lo riscalda, Nè lo sanno addolcir le tue parole, Fagli vedere la guerra ribalda, Che d'atro sangue tutta quanta cole: Che alla stagion gelata ed alla calda Spinge la turba che l'adora e cole; E a cui le trombe e i timpani feroci Servon di cetre e di soavi voci.

12

E mentre ella sì canta, ecco ad un tratto Che gli son sopra tutte le donzelle Per disarmarlo; e ben l'avrebber fatto, Se il suo destriero non temea di quelle: Perchè da quel romore sopraffatto, Fe' lor co' calci rimirar le stelle; Per modo che ciascuna in fretta in fretta Si ridusse fuggendo alla barchetta.

13

E contro il cavalier prendon tant'ira, Che l'avrebber voluto fare in brani. Così vediamo, se ben si ritira Da toro o da cinghial turba di cani, Che il corno o il dente furibondo gira, Che per poco da lui stanno lontani, Ma ritornan più fieri e più possenti A lacerarlo con gli acuti denti.

14

Così ciascuna d'esse una saetta Prende, ed incurva il suo bell'arco d'oro; E nell'esser la prima ognuna ha fretta A far nel bel Ricciardo il reo lavoro; E la pioggia di strali maladetta Tutto il coperse, e non gli fece un foro; Ch'eran quell'armi così ben temprate, Che un fulmine nè pur le avrìa spezzate.

15

A cotal vista spalancaron gli occhi Attonite le ninfe, e immantinente Saltâr nell'acqua a guisa di ranocchi Ch'abbiano udito strepito di gente. Fa Ricciardetto entrar fino a' ginocchi Il suo caval nell'onda rilucente; Poi più s'inoltra, e dassi al nuoto, e spera Di giunger presto all'opposta riviera.

16

Ma come quando fassi a becca l'uovo, Che sta il villano con la bocca aperta Per trangugiarlo, e l'infiammato rovo In quel mentre l'arriva e lo diserta, Talchè egli fugge qual lepre dal covo; Così Ricciardo allor, che si tien certa La ripa, e già il destrier quasi la tocca, E foco e fiamma dalla ripa sbocca.

17

Onde ritorna spaventato al nuoto Il cavallo, e Ricciardo in altro lato Lo spinge; e quei, che non è tardo al moto, In un momento v'è quasi arrivato, Talchè tocca la sabbia e il lito ignoto: Ma sorge un vento così infurïato, Che lo ributta indietro, e lo rimanda Poco men che del lago all'altra banda.

18

Non però si spaventa il giovin fiero, E tenta nuovo grado e nuova sorte; Ma sempre gli vien guasto il suo pensiero. Ond'egli, che temer non sa la morte, Fascia con drappo gli occhi al suo destriero, Acciò il timor non lo faccia men forte; Poi là torna, ove il fuoco e il fumo fitto Faceano orribil siepe al suo tragitto.

19