Il Ricciardetto, vol. II

Part 5

Chapter 53,882 wordsPublic domain

Con questa bella gioventude eletta, Vestita pure anch'essa al modo stesso, Pe' campi aperti a timida lepretta Ed ora a damma iva Despina appresso; Or sul lido del mar correva in fretta, Scordata affatto del femmineo sesso: E così ripigliando il prisco ardire, Pensava solo ai modi di fuggire.

80

Lunge dal porto almen cinquanta miglia Principia una gran selva assai famosa Per l'avventure, onde la fata Origlia (Il cener della quale ivi riposa) L'empiette, per custodia della figlia Che lì trattien, nè vuol che mai sia sposa D'alcun, se non di quei da cui distrutte Affatto sieno le avventure tutte.

81

Ma per tanti anni, quanti si provaro Chiari nell'arme cavalieri o fanti, Nelle prime avventure o ci restaro, O sbigottiti non andâr più avanti; Chè non si trova così fino acciaro Che possa contrastare con gl'incanti. Sol si diceva, e si diceva il vero, Che alle donne era libero il sentiero.

82

Un giorno dunque la bella Despina, Che seco aveva il nobile drappello, In cacciando alla selva si avvicina, Ed indi in quella trapassa bel bello. Ma distinguer non puossi la regina, Per quanto un guardi, da questo o da quello; Onde parte va seco e parte resta, Per timor che ha d'entrar nella foresta.

83

Avevan fatto trenta passi appena, Che il ciel s'oscura, e in dispietata foggia Per ogni banda folgora e balena, E manda giuso spaventevol pioggia; Indi una nebbia d'atro odor ripiena Sorge, che affatto ogni chiaror disloggia; Onde ognun per la tema vuol fuggire, Ma non sa, per la nebbia, ove possa ire.

84

Febo a Despina sol di sè fa mostra, Nè ode il fragore dei tremendi tuoni; Anzi più dell'usato le si mostra L'aria benigna in quelle regïoni, E il suol dove biancheggia, ove s'inostra Di gigli e rose e di sanguigni adoni, Ove ella guarda, ove ella pone il piede, E rinverdirsi ogni albero si vede.

85

O lei felice! quanto afflitti ed egri Saran fra poco i cavalieri eletti Alla custodia sua! i quali allegri D'aver lasciati i boschi maladetti, E di non più vedere i turbin negri Che gli empiro d'affanno i forti petti, Chiusi nella visiera a loro usanza Facean ritorno alla reale stanza.

86

Ma quando ognun s'accorse che la bella Despina nella selva restata era, Piange e s'affanna, e sè infelice appella: Ma più di tutti il rege si dispera, Che piange morta ogni sua speme in quella, O almen che non vedrà più primavera; Perchè Lirina, figlia della Fata, Delle donzelle è troppo innamorata.

87

Onde se a sorte ve ne arriva alcuna, Seco la tiene; ed al primo bicchiero Che beve di cert'acqua bruna bruna, Perde ogni antico e più caro pensiero D'amici, e patria, e sangue; e sol quell'una Ama quanto può mai con cuor sincero: E se prima d'amore egra languìa, Quivi non sa che amor neppur si dia.

88

Ora a costei, cui niuna opra è celata Del bosco, fu dimostro che Despina È la donzella in lui di fresco entrata. Corre a incontrarla subito Lirina Da mille forosette accompagnata, Ciascuna delle quali sì cammina, Che par che voli o che il vento la mene, Ch'erba col piè non tocca, o segna arene.

89

Ella s'era fermata a piè d'un fonte, All'ombra d'un antico e verde alloro: Nude le braccia avea, nuda la fronte, E all'aure sciolti i suoi capelli d'oro: Quando calare dal vicino monte Vide Lirina con l'amabil coro; E appena appena inverso lor si mosse, Che arrivata da quella ritrovosse.

90

Come fra lor fosse amicizia antica, Si baciâr dolcemente e senza fine; Nè sì forte si stringe ovver s'implica La pieghevol vitalba in su le spine, Nè l'edra tanto s'avviticchia e intrica Dell'olmo vecchio pel fronzuto crine, Come stanno abbracciate e stanno strette Fra loro queste due belle angiolette.

91

Zeffiro intanto su le lievi penne La bella coppia e tutto il coro prese, Ed al palazzo subito pervenne, Che fece Origlia; e non ci fece spese, Che a fabbricarlo i demoni vi tenne (Come dice l'istoria) più d'un mese: E lo fecer sì vago e bello tanto, Ch'altro miglior non fêssi per incanto.

92

In mezzo un verde e spazïoso prato Stassi l'ampia magione; intorno intorno Evvi d'aranci e cedri un bosco grato, Mirabilmente di fontane adorno; E quanto puote aver l'arte pensato E la natura, egli era in quel contorno. Mi duol che Cafria ell'è troppo discosta; Che per vederlo vorre' andarvi apposta.

93

Nel bel palazzo poi, che pazzo fora Chi ne volesse altrui mostrar la pianta, L'allegrezza e il piacere vi dimora, E si mangia e si beve, e balla e canta, Starei quasi per dire, a ciascun'ora. Le giovinette son più di millanta Senz'uomo alcuno; e gli hanno odio più fiero Che a timidetta lepre il can levriero.

94

Ma Despina, che ancor non ha gustata La bevanda nemica al nostro sesso, Del suo Ricciardo sempre innamorata, Co' suoi pensier s'aggira intorno ad esso; E va pensando a quell'ora beata Che troverallo e l'avrà sempre appresso. Ma beve appena di quell'acqua bruna, Che non ha più di lui memoria alcuna.

95

Oh quante donne mai nel mondo sono, Che bevon di quest'acqua a tutte l'ore, E i vecchi amor ponendo in abbandono, Svenan un, per dar vita a un altro amore! Almeno almen si gettassero al buono, E posto tutto in libertade il core, Non si dessero in preda a un nuovo amante: Ma questo appena lo fanno le Sante.

96

Despina dunque, di Ricciardo spenta L'amabile memoria, di Lirina Amica tanto in quel giorno diventa, Che stan prese per man sera e mattina; Ed è di quella vita sì contenta, Che del ciel già si crede cittadina. Or noi lasciamla lieta in questi chiostri, E volgiamo a Ricciardo i versi nostri.

97

Sebbene io mi ritrovo ora sì stanco, Che meglio fia ch'io prenda del riposo, Per poter poi più vigoroso e franco Ripigliare il lavoro faticoso, Pel qual sudo talor, e talor anco Tremo e m'agghiaccio, e gire oltre non oso: Chè sebben facil sembra il mio lavoro, Pur d'ingegno ci spendo ampio tesoro.

98

Chè merita il poeta allor gran lode, Che l'arte sua ricopre con natura; E chi legge i suoi versi, ugna non rode Per indagar qualche sentenza oscura; Ma li capisce subito che li ode, E crede l'opra sì piana e sicura, Che sperar può che quelle cose istesse Ei le potrebbe dir, quando volesse.

99

Non sia però tra voi, donne, chi pigli In qualche tristo senso i detti miei; Quasi voglia di lode sì m'impigli, Che quel dica di me ch'io non dovrei, Ed a mio danno fra di sè bisbigli: Che queste cose ho detto sol per quei Che nulla fanno e nulla sanno fare, Ed ogni cosa voglion biasimare.

100

Contro de' quai tal bile in me s'estolle, Che affatto uscirei fuor del seminato: Però si spenga, or che gorgoglia e bolle, Con grato nembo di buon vin gelato; Di quel buon vino che in aprico colle Di vecchia vite in Serravalle è nato. Oh che buon vino! oh villan grazïoso, Che l'hai pigiato col tuo piè terroso!

CANTO DECIMONONO

ARGOMENTO

_Ricciardo, vinto il mostro, l'armatura_ _E il cavallo incantato alfin si piglia._ _Orlando abbatte l'orribil figura,_ _La quale in pochi passi fa più miglia._ _Ferraù, per condur l'anima dura_ _D'Astolfo a ben morir, l'arte assottiglia._ _I due minor fratelli nel cammino_ _Vedonsi innanzi passeggiare un pino._

1

Muse, se mai mi foste amiche e grate, E se all'ombra de' vostri incliti allori, E al mormorìo dell'acque a voi sacrate Potei gli affanni miei render minori; Deh per vostra pietà non mi negate L'usata grazia, acciò ch'io mi ristori Dal crudo colpo della Morte acerba, Che mi ha reciso un nipotino in erba.

2

E col picciol nipote ahi quanta speme L'iniqua ha spento de' parenti suoi! Onde a ragione s'addolora e geme L'afflitta madre, e seco tutti noi: Chè rado mette la natura insieme, Nè forse allor che genera gli eroi, Tanta grazia, beltà, vivezza e ingegno, Come in lui: e la rea ruppe il disegno.

3

Ruppe il disegno di natura e il mio, Che tutto lieto al benedetto giorno Giva pensando, ch'ei dal picciol rio D'Ombron sarìa venuto a far soggiorno In val di Tebro, u' la terrena a Dio Stanza è sacrata; e di virtudi adorno Forse stato sarìa luce e conforto Di tutti noi che lo pianghiamo or morto.

4

Oh morte! ahi dura e rincrescevol cosa! Così la gente misera favella, A cui, Momino mio, tutta è nascosa La gran felicitade che t'abbella: Che di cosa mortal, trista e fangosa, Ti sei cangiato in rilucente stella; E appena entrato in questo mare infido, Pietoso vento t'ha rispinto al lido.

5

Ben è crudele e d'invidia ripieno Chi piange la tua morte, e non comprende Gli umani affanni e l'amaro veleno Onde grondanti son nostre vicende: Chè tutto questo misero terreno Egli è coperto di nimiche tende Per trucidarci; ed oltre a queste ancora, Abbiam dentro di noi chi ci divora.

6

Però statti felice, e Dio ringrazia Dell'immensa mercede che t'ha fatta; E di quel bene immortale ti sazia, Onde la fonte d'ogni bene è tratta; E pel sereno ciel lieto ti spazia, E qualche volta le tue luci imbratta In guardar le miserie de' mortali, Nell'onde avvolti de' perpetui mali.

7

Che se forse ancor tu venivi grande, Forse anco un giorno tu averesti pianto, Come Ricciardo, che una fonte spande Di lagrime dagli occhi acerba tanto, E così piena di miseria grande. La doglia ell'è di non vedersi accanto La sua Despina e il suo diletto amore, Che gli rubò dormendo il genitore.

8

Quando svegliossi il mesto giovinetto, E seppe che Despina era partita, D'affanno e di vergogna e di dispetto Poco mancò che non uscì di vita; E balzato in un subito di letto Col cuor doglioso e la mente stordita, Armato tutto se ne corre al mare, E senza indugio vollesi imbarcare.

9

Gli dissero i nocchieri: Il mare è grosso, E soffia un vento che ci fa temere. Disse Ricciardo: Io vi stritolo ogni osso, Se seguitate a farmi dispiacere. Su la terra vedermi più non posso, E non mi ci terrebbe l'aversiere. Vo' andare in Cafria, e voi mi ci merrete, O tutti quanti di mia man morrete.

10

Questo parlare altero e risoluto, E quel saper ch'egli era uomo da farlo, Fe' che ciascuno rimanesse muto, Nè dicesse più cosa da irritarlo. Anzi il lor capo, ch'era un uomo astuto, Con lieti detti prese a lusingarlo, E disse: Contro il mare e contro il vento Ci siam più volte trovati a cimento;

11

E la nostra arte ha vinto il loro orgoglio. La terra e il fuoco fan paura a noi, Ignote secche e sconosciuto scoglio; Eolo non già con tutti i venti suoi, Benchè non manchi lor forza e rigoglio: Ed or che abbiamo il fiore degli eroi Sul nostro legno, le stesse tempeste Noi piglieremo, come fosser feste.

12

E in così dire, abbandonaro il porto; E Ricciardetto se ne sta pensoso: E tanta fu la fretta ed il trasporto, E l'amore fortissimo di sposo, Che per molte ore e molte ancora accorto Non si fu che partiva di nascoso Da' suoi cugini e dalle donne loro; E rossor n'ebbe, e n'ebbe anche martoro.

13

Ma non volle perciò romper sua via, E tirò innanzi con molta speranza Di trovare appo loro cortesìa: Chè Amor non guarda alla buona creanza, Ch'è più villano della carestìa; La qual 'n una città quando s'avanza, Non solo altrui non vuol che s'offra il pane, Ma vuol si rubi con maniere strane.

14

Andò cinque o sei giorni sempre bene; Ma turbatosi il cielo in su la sera, Disse il piloto: Di banchi d'arene Qui c'è gran copia; e se fosse men fiera Quell'isoletta ove gir non conviene (E lui mostrava un'isoletta nera Per lo gran bosco che in essa apparía, Albergo antico d'una belva ria),

15

Là ci potremmo, soggiungea, salvare; Chè in altra forma morir ci bisogna. A cui Ricciardo: Io temo più del mare, Che di quel mostro; e già il mio core agogna D'esser su l'isoletta a travagliare. Ed egli a lui: Non ti vo' dir menzogna: La bestia che ti narro è sì spietata, Che l'affogar mi sembra cosa grata.

16

Questa è una fiera d'estrema grandezza: Ha il volto di fanciulla, il collo e il petto; Ed in quel volto alberga gran bellezza. Le mani ha d'orso, il resto è serpe schietto; Ed ha la pelle di tanta durezza, Che non la passa colpo di moschetto; E nella coda ha forza così strana, Che quando vuol, le annose quercie appiana.

17

Di poi, siccome il ragnolo che tesse Di fila sottilissime sua rete, Ed in tal modo quelle son connesse, Che pioggia o vento non fia che l'inquiete; Ed egli in mezzo s'equilibra d'esse, Talchè se alcuna di quelle sue sete Tocca l'incauta mosca, egli repente V'accorre, indi l'uccide crudelmente:

18

Così questa crudele ha tutta quanta Di reti l'isoletta ricoperta; Ma per esse la sabbia non s'ammanta, Tanto son fine; e la spiaggia deserta Un tocca appena, che la rea l'agguanta, Nè per forza esser può la rete aperta. Giganti orrendi, sopr'essa discesi, Vi ho visti a un tempo restar morti e presi.

19

Solo una volta un certo cavaliero Del vostro clima è fama che rompesse La forte rete; ma non so se è vero: E dicon che con essa combattesse Tutta una notte e tutto un giorno intero, E ch'ella poi nel mar si nascondesse; E mostrandogli il crine e il volto bello, Ingannato restasse il cattivello.

20

Però, signor, fuggiam l'isola indegna E la sicura morte; e se non sbaglio, E se lo vero l'arte mia m'insegna, Dal mare non pavento più travaglio: Prospero vento sopra l'onde regna. A cui Ricciardo: Io sol sarò il bersaglio Di questa fiera; e voi dall'alto mare Vedrete un poco quello che so fare.

21

Nè perchè il preghi il sagace piloto, Puote impetrar che all'isola non scenda: Ma pria che ponga in sul terreno ignoto Il piede, con la sua spada tremenda, Che in vita sua non diè mai colpo a vuoto (Se di Ricciardo è vera la leggenda), Batte la rena, che pare un villano Che meni il correggiato sopra il grano.

22

E fu buona per lui questa ricetta; Altrimenti restava egli burlato, Siccome un pettirosso alla civetta. L'orrendo mostro che stava in agguato, E nel tempo medesmo alla vedetta, Stimando il pro' Ricciardo impastoiato, Salta del bosco fuora, e vagli addosso, Per divorarlo vivo in carne e in osso.

23

Ma appena egli lo vede in libertade, Che ferma il corso e si ritorna al bosco, Ove a far pompa della sua beltade Intento è tutto: il ventre orrido e fosco, E i curvi artigli, onde usa crudeltade, Copre di frasche, e la piena di tosco Orribil coda nell'arena asconde, E mostra il volto con le trecce bionde;

24

E muove gli occhi con tanta dolcezza. Che il buon Ricciardo comincia a dubbiare Che a tanta ferità tanta bellezza Per modo alcun non si possa accoppiare: E la vista da lui squama e bruttezza, E i gravi scempj uditi raccontare, Crede che sieno favole e romanzi D'uomini pazzi, od ebbri come lanzi.

25

In questo mentre dalla bella bocca Del mostro traditore esce una voce Soave sì, che l'anima gli tocca, E il cor gli scalda, anzi gl'infiamma e cuoce Ed ei frattanto la sua rete scocca Sopra di lui, quale era fatta a croce; E nel tempo medesmo furibonda Esce dal bosco l'atra bestia immonda.

26

Ma della rete eran le maglie rotte; Chè Ricciardo non diede passo mai, Che con la spada non tirasse botte Sopra il renaccio, e fece bene assai. Or qui le zuffe, or qui le acerbe lotte Ebber principio, e gli affanni ed i guai Del pro' Ricciardo, che veduto il mostro Si fe' dall'ira negro come inchiostro.

27

E come nella settimana santa Vanno a' vespri i fanciulli co' martelli, E, dato il segno da colui che canta, Scarican su le panche i lor flagelli; Così Ricciardo, in su la bestia tanta Mena la spada, ed ora i bei capelli Le taglia, or parte della coda brutta, Con cui ella or lo stringe, or lo ributta.

28

Dopo lungo contrasto e lievi offese, La spada al cavalier rompe la fera In mezzo, e in bocca la punta si prese, E di nuove armi si guarnì l'altera, E il cavalier con sua difesa offese: Che sebben la ferita fu leggiera, Perchè ferillo d'una spalla in cima, Fu ferita per lui, e fu la prima.

29

Disperato Ricciardo questa volta Non sa più che si fare o che si dire. Dassi alla fuga con prestezza molta, Giacchè non può guardarsi, nè ferire. E fatto avrebbe una cosaccia stolta, Se per vergogna sprezzava il fuggire, E si lasciava far dal mostro in brani, Siccome dal cinghiai si fanno i cani.

30

E sì fuggendo sgambettava via Il disperato giovane franzese, Che rondinella propio esser parìa, Quando su l'erbe va con l'ali stese; E fe' fuggendo la medesma via Che fatta aveva. Dietro lui si stese L'orribil fera, che cieca di sdegno Si feo gran danno col suo proprio ingegno:

31

Perchè correndo affatto all'impazzata, Si trovò sopra ad una buca cieca, Che non ha fondo ed ha una larga entrata, Che a sol vederla un gelo all'ossa arreca. La bestia appena su vi fu montata, Che ogni riparo col peso riseca, E giù vi piomba, ed urla in tal maniera, Che l'isola ne trema e la riviera.

32

All'urlo strano Ricciardo voltosse, E giunto alla gran buca, ancora udiva Cadere quella fiera, e dare scosse Per lo gran pozzo; ed ancor la sentiva Gridar, benchè lontana molto fosse. Anzi disse egli, giunto che fu a riva, A' marinari, che stiè più d'un'ora Sul pozzo, e ch'ella rotolava ancora.

33

O questa sì, che si può dir fortuna, Ricciardo mio, e me n'allegro teco; Chè a dirla giusta, tu n'hai scampata una Che l'egual non avrai, se ancor dal cieco Inferno uscisse Pluto con la bruna Famiglia, e avesse tutti i draghi seco, E questi e lui ti ritrovassi addosso: Sicchè ringrazia Dio, e poi quel fosso.

34

Morta e sepolta l'orrida bestiaccia, Trovò Ricciardo una lunga catena, Che servì lui di ben sicura traccia Per ritrovar la rete in su l'arena, Che intorno intorno l'isoletta abbraccia. È sì sottile, che si scorge appena; Ma tanto dura, che appunto ci volle Il brando di Ricciardo, e allor fu molle.

35

Di questa rete cinquecento canne Egli si prese, e se la mise in tasca; E poi soletto per l'isola vanne, Frugando ogni cespuglio ed ogni frasca: Quando tra certe giovinette canne Vede un splendor, che par che il Sol vi nasca. S'accosta, e mira una tale armatura Fatta di cosa trasparente e pura.

36

D'un acceso rubino era il cimiero, Lo scudo e il resto pareva diamante; E appiè dell'armi giaceva un destriero Bello così, ch'ei ne divenne amante. Era di pelo tutto quanto nero; L'ugna d'argento avea dietro e d'avante; La sella d'oro, le briglie di perle. Pagherei quasi un occhio per vederle.

37

Appresso l'armatura era una spada, Di cui l'arte fra noi non sa formarne Una simìle, che così ben rada, E tagli il ferro come fosse carne; Ed una lancia al mondo sola e rada, Che in ogni petto forza è che s'incarne, Se avesse un masso ancor per petto a botta, Senza periglio che rimanga rotta.

38

Ha d'oro il calcio, e dïamante è il resto: E sebben forse altrui parrò bugiardo, Non me ne curo, e ciò non m'è molesto; Ch'io credo tutto e senza alcun riguardo A mastro Garbolino ch'è il mio testo. Vedute dunque queste armi Ricciardo, Tutto allegrossi, e stese a lor la mano; Ma rïuscigli il pensamento vano:

39

Chè destossi il Cavallo immantinente, Ed annitrendo si voltò co' calci; Onde per tema di non far niente Tirossi indietro, e disse: Qui non valci Scherzar; chè l'animal troppo è possente, E veggo ben che mangia altro che tralci. lo dubito, anzi credo senza fallo, Che questo sia di Marte il gran cavallo.

40

E mentre così dice, in su l'erbetta Torna di novo a stendersi il destriero. Ricciardo, che quell'arme pur l'alletta, Per averla vi pon tutto il pensiero: Quando vede una pietra alquanto stretta Posta sopra un avello oscuro e nero; E v'era scritto: Chi l'armi desía, Prenda il cavallo, e se lo domi pria.

41

In pochi versi qui molto si narra, Sospirando ripiglia il paladino; Chè quei co' calci rade volte sgarra, E coglierebbe in mezzo d'un quattrino: E di sua forza già mi ha dato l'arra; Onde per Dio non gli vo più vicino. Pur si mette a pensare e ripensare Al modo di poterselo pigliare;

42

E assottiglia cotanto il suo cervello, Che della forte rete gli sovvenne; E ritornò veloce come uccello, Ed ancor più, sebben privo di penne, Al loco dove stava il capannello, Staggi e catene, e il canapo solenne, E altre cose che passano il migliajo, Che avea la fera pel suo paretaio.

43

E con esse tornossene al canneto, E con le reti prese un par di miglia; Indi tirolle pianamente e cheto, E copriro il cavallo a maraviglia: Sicchè ben stretto davanti e di dreto Alzossi in fretta e stralunò le ciglia. Ricciardo addosso gli salta ad un tratto, E nella sella si pone di fatto.

44

Le gran pazzìe che fece quel cavallo, Non si possono dire in verso o in prosa. Ma Ricciardo sta fermo, ch'egli ha il callo Nelle ginocchia, e ha l'alma generosa; Talchè lo rese a' voler suoi vassallo: Onde discende, e alquanto si riposa; E dopo torna a cavalcar di novo, E gli rïesce, come bere un ovo:

45

Ch'egli non solo non è più bizzarro, Ma sotto il forbicion par pecorella, O vecchio bue quando egli è posto al carro; Talchè Ricciardo l'armatura bella Si veste (e non è falso quel ch'io narro), E quindi sale allegramente in sella, Prima presa la spada e poi la lancia, A cui non fu l'eguale al mondo e in Francia:

46

Ed alzata la rete gentilmente, Tutto lieto sen corre alla riviera, Ove ciascun nocchiero era dolente; Tanto spavento avea di quella fera: Ma visto lui con l'arme rilucente, Spinse il naviglio colà dove egli era. Giunto alla riva, il forte paladino Vi montò sopra, e vel portò il ronzino.

47

E quindi narrò loro ad una ad una Le traversìe e l'orride avventure; E come in fine l'ajutò Fortuna, Grande amica dell'anime sicure, E che de' vili non ha stima alcuna. Attoniti in guardare l'armature Tutti si stanno, e lor par di sognare, Vedendo cose tanto belle e rare.

48

In questo mentre vede Ricciardetto Che pende dall'arcione della sella Di maglia d'oro un picciolo sacchetto: L'apre egli tosto, ed evvi una cartella Scritta d'un bel carattere e perfetto In lingua turca: ma di tal favella Ricciardo n'è maestro, che sapea Tutte le lingue, fuor che la caldea.

49

E il breve contenea queste parole: Sì buon cavallo e sì ricca armatura Opera son delle più sagge scuole Di Fate che han soggetta la natura: Chè intorno a cento in quest'isola sole Si ritrovaro, e non mica a ventura, Per fare arme sì fatte e tal cavallo, Da por d'Origlia l'arti tutte in fallo.

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