Il Ricciardetto, vol. II

Part 4

Chapter 43,920 wordsPublic domain

E questa è la ragion che poi deluso Restò, come udirete, Ricciardetto, Che ingenuo essendo, e non conforme è l'uso, Diede facil credenza a ogni suo detto. Ma di semplicitade io non lo scuso; Chè depor così presto il suo sospetto In una cosa di tanta importanza, Colpa ella fu di giovenil baldanza.

8

Lo Scricca (mentre egli abbadava in porto Alla sua cura, e l'esito attendea de' paladini, che voleano morto Nicota e la mogliera iniqua e rea, E di lor donne vendicare il torto) Della sua casa una finestra avea, Che il mar guardava, ond'ei convalescente A quella s'affacciava assai sovente.

9

Ed ora uno giungendo, or altro legno, A sè chiamar soleva i marinari, E udir novelle di questo e quel regno, Ed i gran casi e i movimenti vari, Di che n'è il mondo in ogni loco pregno. Due legni un giorno per grandezza rari Vi giunsero, ed appieno corredati Eran di marinai e di soldati.

10

E lo scudiero suo subito invìa A sapere chi sieno e di qual parte; Ed egli torna pieno d'allegrìa, E dice lui: Il tuo ammiraglio Alarte Quegli è, signor, che la marina via Solcando va per voglia di trovarte; Chè Cafria lagrimosa e supplicante Da sè non ti può più soffrir distante.

11

E mentre così dice, Alarte giugne, A cui lo Scricca fa tosto comando Che torni al porto; ed oltre a ciò gl'ingiugne Che l'esser Cafro occulti, e solo quando Venisse il caso di sconcerti e pugne, Egli si scopra, e lui venga ajutando. E poi consegna un foglio allo scudiero, Che a lui lo porti all'aer più fosco e nero.

12

Per l'osterìa già divulgato il fatto S'era della partenza di Despina; E che questo consiglio avea disfatto Il buon Ricciardo, che sì dura spina S'era di mezzo al core a tempo tratto: E Corese ed Argéa di tal rapina Ne fecero doglianze e gran lamento Col vecchio che mostronne pentimento.

13

Cenano tutti insieme, e poi sen vanno A riposar ciascuno alla sua stanza. Dormono con le mogli quei che l'hanno; E chi non l'ha, stassi a grattar la panza. La figlia e il padre in un quarto si stanno: L'albergo di Ricciardo in lontananza Egli è molto da quello; ma si pone Pure a dormir senza sospezïone.

14

Lo Scricca, mentre dorme la figliuola, Brucia certe erbe, al fumo delle quali L'umido sonno intorno agli occhi vola Con forza non creduta da' mortali; Tal ch'ella col suo letto e le lenzuola Fa portar da quattro uomini bestiali, Forti così, che avrìen portato via, S'egli voleva, ancora l'osterìa:

15

E ascesi su la nave cheti cheti, Danno a' venti le vele; ed in brev'ora Solcan sì presto la marina Teti, Che son del porto omai di vista fuora. Le cime intanto de' sublimi abeti Si mostran d'oro; chè sì le colora La bella luce che il Sole nascente Spruzzava sopra lor vago e ridente.

16

Quel che dicesse il mesto Ricciardetto, Quando s'accorse della sua partenza, Dirollo altrove; chè Orlando ristretto Da duri lacci, e della rea sentenza Omai vicino a provare l'effetto, A sè mi chiama. Ei dunque alla presenza Condotto del tiranno aspro e villano, Perder doveva l'una e l'altra mano.

17

E di già sopra il ceppo un mannajone Stava sì grosso da tagliare un bue; Quando Rinaldo tra 'l popol si pone, E a lui s'accosta quanto che può piùe: Ed ecco che ne viene il gran campione Di Francia afflitto, e con le luci in giùe. Le man gli prende il boja, ed in quel mentre Gli pon Rinaldo la spada nel ventre;

18

E senza dirgli pur mezza parola, Comincia nella turba un tal fracasso, Che a nessun sembra una persona sola: Una Furia pareva, un Satanasso. A chi taglia le braccia, a chi la gola; Ciascheduno da lui dilunga il passo: Ond'egli scioglie il suo cugino Orlando, Che svelle il ceppo, giacchè non ha brando;

19

E con quella colonna di legname Stritola i Mori con tanto furore, Ch'empie di strida tutto quel reame. Il re frattanto comparisce fuore, Vestito tutto quanto di corame Di draghi; e seco mostrando valore Gente compare in numero infinito, Con diverse armi e con sembiante ardito.

20

Orlando lega al mezzo il grosso ceppo Con la fune con cui legato egli era; Poi colà dove il popolo è più zeppo, Lo ruota d'una frombola in maniera. Tristo chi giunge con quel suo giuleppo, Chè si sente arrivar l'ultima sera; Ma nè meno la sente, ch'egli è morto Avanti che si sia del colpo accorto.

21

Rinaldo fora e taglia; e in un momento Fatti attorno si sono una gran piazza. Il re sdegnato grida, e tutto intento Alla vendetta vien con una mazza Di ferro, che a vederla fa spavento; Ed una danne sì sfatata e pazza Sul capo di Rinaldo, che lo getta Al suol, qual tronco per colpo d'accetta.

22

E come quando si dà la mazzuola A' rei, che al primo botto altro s'aggiugne, Come de' Boii dimostra la scuola, Così colla gran mazza ei lo raggiugne Con altro colpo sì, che lo consola. Orlando a questo fatto sopraggiugne; E credendo il cugino fracassato, Mena col ceppo come un disperato;

23

E te lo piglia in mezzo delle schiene, Sì che lo getta a terra; e furïoso Gli batte il ceppo in testa bene bene, E per sempre gli dà pace e riposo. Il rege ucciso, il popol non si tiene Più fermo; ma fuggiasco e timoroso Vanne così, che par che sciolga il volo. Restò nel campo Orlando afflitto e solo;

24

E del cugino l'elmetto disciolto, Gli vede uscito in molta copia il sangue Dal naso, onde imbrattato ha tutto il volto. Gli tasta il polso; e se ben basso langue, Pur vede ancor che in lui lo spirto è accolto; Onde così qual era mezzo esangue, In spalla se l'arreca, e lo conduce A un fonte che assai fresca acqua produce.

25

Quivi Clarina col dolce consorte Van richiamando in vita il buon guerriero, Che tolse entrambo di bocca alla morte: Nè molto andò che si rinvenne, e fiero Col re voleva ritentar sua sorte; Ma disse Orlando: Quei morto è da vero, Non come tu che hai finto di morire (Dicea scherzando), per falta d'ardire.

26

E fattisi fra lor mille cortesi Atti d'amore e di vera amicizia, Risolsero condurre a' lor paesi Gli sposi, e un clima di tanta nequizia Abbandonar, dove sì fûro offesi; E andar poi in Francia, e goder la dovizia De' beni che natura a larga mano Piove su monti suoi e sul suo piano.

27

Vanno diritti al porto, e quasi vuoto Lo vedon di navigli, per la tema Ch'ebber del gran valore e affatto ignoto De' due che fêro d'abitanti scema L'isola: e tutti i marinari a nuoto Si diero allor che su l'arena estrema Videro comparire i due guerrieri, E tremolar le penne de' cimieri.

28

Sol non temette un piccolo naviglio Dall'isola partito di Clarina, Venuto carco di pel di coniglio, Che là si tesse in maniera sì fina Che sembra tela: e di sua balia un figlio Era il padrone; onde a lei s'avvicina, E la prega a imbarcarsi, e far ritorno Al delicato suo natìo soggiorno.

29

Accettano l'offerta, e immantinente Montan sopra esso, e sciolgono quante have Vele la barca, e vanno allegramente, E fanno più d'un miglio in men d'un'Ave; Garbin sì le gonfiava fortemente; E senza incontrar mai nimica nave, Od altro incontro, giunsero al bramato Loco in tre giorni, il quarto incominciato.

30

Qui si fermaro i valorosi eroi In circa un mese, e fûro ben trattati. Ma (disse Orlando), alma Clarina, a noi Conviene andar in Francia, ove soldati Siamo di Carlo e capitani suoi. La gola e il sonno e gli agi dilicati Ci arrecan più paura e maggior danno, Che tigri ed orsi e draghi non ci fanno.

31

Il mestier della guerra non comporta Spesso spogliarsi e spesso rivestirsi, E mangiare pasticci e mangiar torta, E dopo mensa i denti ripulirsi, E quello far che il vostro stato porta. Indurar ci bisogna ed inasprirsi; E soffrendo ora fame, or caldo, or gelo, Incanutir nella fatica il pelo.

32

Clarina ha dispiacer di lor partenza; Ma giacchè non li puote trattenere, Lor prepara con molta diligenza Una nave che va come sparviere. Essi, presa da lei grata licenza, E dati mille abbracci al cavaliere, Entraro in barca verso mattutino. Or noi lasciamli andare a buon cammino;

33

E ritorniamo un poco all'osterìa Dove lasciammo Ferrautte, e quello Uomo armato che con l'oste piatìa. Sapete chi è costui? è Astolfo il bello, Che sconosciuto andava per la via. Tinto ha di nero il biondo suo capello, E ancor si è posto una barba posticcia, E così me' che puote l'impasticcia.

34

Quando egli ritornò dall'isoletta, Del palo liberato dal periglio, E fu mandato come per staffetta Da Orlando a Carlo, a cagion di suo figlio E di quel di Rinaldo, cui il trombetta Aveva dato già bando d'esiglio; Saputosi il suo caso nella corte, Per le gran burle gli ebbero a dar morte.

35

Chi gli dicea: Son questi que' calzoni Che tu calasti in mezzo alla platea? Chi faceva del palo menzïoni, E chi gli chiese se dolor n'avea. Tenevan tutti in somma aghi e spilloni In bocca, onde l'Inglese ne fremea; E ciò fu la cagion ch'egli si tolse Da Carlo, e andar ramingo si risolse.

36

Poi gli venne la febbre pel cammino, E soffermossi dentro l'osterìa, Dove quell'oste forse fu indovino Ch'egli facesse quell'opera ria. Ma l'ostessa lo nega, ed il divino Odio si prega, e morte per la via, Se fe' tal cosa; e Astolfo nol confessa; Talchè di vento si gonfiò l'ostessa;

37

Ed avrà tutti i torti il suo marito. La sera dunque, mentre stanno a cena Astolfo e Ferrautte, e il travestito Barone ei non conosce ed hanne pena, E pensa se l'ha visto in alcun sito, Astolfo che ha di lui notizia piena, S'infinge non averla, e gli domanda S'egli è Franzese, oppur nato in Irlanda.

38

Ferraù che non vuolsi discoprire, Dice ch'è Italiano e Comacchiasco: Ed Astolfo che vuol farlo mentire, Per Dio, rispose, a tal voce rinasco, Chè siamo d'un paese a vero dire. Cattivo parve il vin di questo fiasco A Ferrautte, e subito riprese: Entrambo nati siam 'n un bel paese.

39

Sì, disse l'altro, che l'aria è perfetta, E vi son frutta e cose delicate. A quel discorso se ne venne in fretta Il garzone dell'oste, a cui ben grate Fur queste voci; chè molto diletta In terre strane della sua cittate Veder qualcuno; onde contento fue D'averne ivi trovati infino a due;

40

De' quali niuno vide mai Comacchio, E non l'intese nominar neppure. Diceva Astolfo: Di Santo Eustacchio La fabbrica non par che tutte oscure Le antiche? Il Panteonne uno spauracchio È appresso a quello, sì per le pitture, Sì per l'alte colonne. E Ferrautte: Passa, per Dio, dicea, l'opere tutte.

41

E quando fu mai fatta questa chiesa? (Disse il garzon) che? l'han fatta in un anno? Perchè prima non ci era; e tanta spesa Chi potè fare? A sghignazzar si danno Entrambo; e dice Astolfo: Si palesa Assai, villan, che parli con inganno; E Comacchiese certo esser non dêi. Se sì all'oscuro d'un tal tempio sei.

42

Voi non lo sete affè, disse il garzone, E in vita vostra non l'avete visto. A tal risposta diegli uno sgrugnone Astolfo, che gli fece il viso pisto. E Ferraù: Per Santo Ilarïone, Disse, tu certo devi essere un tristo, Chè mentisci la tua patria, e ti fai Del mio Comacchio, ove non fosti mai.

43

Come uom che preso sia da mal caduco, O dal diavolo ossesso, oppur percosso D'apoplessìa, restò quel mammalucco Con gli occhi aperti, e il volto or bianco or rosso, E or verde or giallo, qual si mostra il bruco; E tal gli entrò stupiditate addosso, Che per un mese, come mi fu detto, Non potè ricovrare l'intelletto.

44

E Astolfo, seguitando a darsi spasso, Diceva a Ferrautte: Paesano, Fuor di Comacchio è un bello andare a spasso. Ed egli a lui: Non fe' natura un piano Di quel più vago, u' non si trova un sasso, E per trovarlo è d'uopo andar lontano. Nè disse il falso; chè Comacchio è posto In mezzo all'acque, ed ha il terren discosto.

45

Così venuta l'ora di dormire, I Comacchiesi se ne vanno a letto, Ridendo Astolfo quanto si può dire: Ma il frate n'andò pieno di sospetto; Chè assai facile fugli il discoprire Che del compagno falso era ogni detto. Il dormitorio egli era uno stanzone Per tutti, ove dormìa fino il garzone.

46

In un letto era l'oste con l'ostessa, E dell'oste in un altro era la nonna. Formava i letti un'alga lunga e spessa, Su cui oh quanto uom volentier s'assonna! E v'era ancora dell'ostiera stessa Una sirocchia, ancor non fatta donna, Che della stanza dormiva in un canto, Non lontana da lei, nè troppo accanto.

47

Una lampana in mezzo al dormitorio Ardeva, e i letti avean la lor trabacca. Astolfo, che gentil sempre ebbe il corio, Ove Amor gentilmente i dardi intacca; L'altro, che innaffiatojo ed aspersorio Dir si può d'ogni campo, e che l'attacca Ovunque gli rïesce, ebbero in mente Entrambo far qualche opera valente.

48

Aspettan dunque che il buon sonno vegna Con le penne bagnate a dar su gli occhi Di quella gente, e vi pianti sua insegna: E venne appena, e appena furon tocchi, Che sbuca fuora Astolfo, e il letto segna Della fanciulla, onde poi glie l'accocchi; E smorza il lume, e subito smorzato, Il romitello ancora esce d'aguato.

49

L'oste che si svegliò nel punto stesso Che spenta fu la tutelar lucerna, Udendo gente camminarsi appresso, Salta di letto; e ancor che non discerna Chi sieno, piglia un bacchio di cipresso, Buono in que' casi quanto una lanterna; E dove sente camminar bel bello, Ei mena quanto puote il manganello.

50

La prima botta prese Astolfo in testa, Che stava giusto per alzar la tenda, E far oltraggio alla giovin modesta: Ma l'oste con quel colpo il fallo emenda; E gli fu tanto nociva e molesta Quella percossa veramente orrenda, Che girò sette volte il dormitoro, Tra sè dicendo: Misero, mi moro.

51

Accortosi il romito del bastone, Vuol tornare al suo letto, e scambia quello. Va con la mano sopra esso tentone, E il trova pieno: séguita bel bello, E che ivi sia l'ostessa egli suppone, E v'è colei che già puzza di avello, Ond'ei senza dir nulla ivi si pianta, E nel suo cor di gaudio e gioja canta.

52

L'ostessa che sentì questo fracasso, E non si trova più il marito a lato, Della suora si crede andato a spasso L'onore, e pien di corna il parentato; E salta giù in camicia, e passo passo Della sirocchia al letticciuolo usato Tacita s'incammina, e un letto trova; Ma vuoto affatto e freddo lo ritrova.

53

L'oste frattanto si riporta a letto; E mentre vuol cercar della consorte, Si sente un che gli pon la mano al petto. Questi era Astolfo ivi arrivato a sorte, Che salì per lo scambio in tal dispetto, Che gli averebbe dato infin la morte; Ma soffre per non far ivi romore, E dal letto dell'oste scappa fuore.

54

La giovinetta al suo covil ritorna, E ci trova la suora; onde s'allegra. Astolfo tanto fa che alfin s'inforna Dove il romito dalla pelle negra Dell'ostiero con l'avola soggiorna, La qual rotta dagli anni, afflitta ed egra Nelle coperte sta tutta raccolta, Che ancor di luglio ella ha freddezza molta.

55

Alla sinistra sua Ferraù giace, Ed alla destra l'amoroso Inglese; E ciascun di suo sito si compiace. Ma stanno con le voglie ambo sospese, Ed il respiro quasi anco in lor tace; Che Ferraù per l'oste Astolfo prese, E tal di Ferraù fece argomento Astolfo; onde temevan del cimento.

56

Pure il romito non si può tenere Che in qualche modo l'amor suo non mostri Alla vecchia che russa a più potere; E immaginando bianche perle ed ostri, Ch'anche all'oscuro pargli di vedere, Con mani armeggia sì, che par che giostri, Per discoprirle il dilicato volto, Che stava tutto ne' lenzuoli avvolto.

57

E Astolfo anch'esso lavora di mano. In questo mentre della stanza fuore L'oste era andato, e tornato sì piano, Che nè pur fece il minimo romore; E una lanterna avea sotto il gabbano Chiusa sì ben, che non uscìa splendore; E dove crocchia alcun letto o tentenna, Ivi l'ostier tosto d'andare accenna.

58

Ed ecco che s'incontrano a fortuna Le man d'Astolfo con le benedette Di Ferraù, che senza flemma alcuna A dargli delle pugna non si stette. Parve ad Astolfo la cosa importuna, Che non vorrebbe snidar su le gazzette: E credo che fuggito egli sarìa; Ma l'oste aperse la lanterna ria.

59

Come talor se alcun cencioso involto Viene in strada da due a un tempo visto, Che si dan pugna e si graffiano il volto, Per la gran voglia c'han di farne acquisto; Ma se da un terzo il cencio vien disciolto, E ci trova bruttura o carbon pisto, Sdegno e vergogna tanto li conquide, Che fuggono, e chi resta se la ride;

60

Così sdegnossi al comparir del lume Astolfo e Ferrautte, in veder quanto Orrida ell'era ancor sopra il costume Delle vecchie che son deformi tanto. Dalla barba le uscìa proprio bitume; La sua pelle parea pelle di guanto, Ma già dismesso, e di quella natura Che fansi in Francia per maggior frescura.

61

Il resto se l'immagini chi vuole. Onde avvampando di vergogna e d'ira, Non vollero aspettar alba nè Sole; Ma bestemmiata la contraria e dira Fortuna, vanno via, come andar suole Ladro scoperto che seco si tira Voci e sassate. E noi lasciamli andare, E in Cafria andiam Despina a ritrovare.

62

Durò la meschinella addormentata Tutta la notte e tutto il giorno appresso; E appena si riscosse e fu svegliata, E vide il mare, e sè pur vide in esso, Che sospettosa intorno intorno guata; E mandando un sospir dal cuore oppresso, Chiede del suo Ricciardo; e ciascun tace; Onde in subito pianto si disface.

63

Il padre la conforta e rassicura Che fra non molto rivedrallo al certo; Ma la dolente il suo parlar non cura, Chè ha il falso animo suo troppo scoperto. Ma come fu dotata da natura D'eccelso core e d'intelletto aperto, Così in mezzo alla doglia e al tradimento Andò pensando a cento cose e cento.

64

Poscia fermossi in una, e questa fue Serrare il duolo per allora in seno; E volta al padre: L'alme voglie tue, Disse, sono alle mie regola e freno. Amo Ricciardo, e più le virtù sue, E quel valor di cui egli è sì pieno; Ed amo la modestia e il suo bel cuore: Ma vince amor di padre ogni altro amore.

65

Se a te sarà, come, signor, vorrei, A grado ch'io lui sia serva e consorte, Non han più che bramare i desir miei: Ma se a te ciò non piace, o che la sorte Così giri e così vogliano i Dei, Son donna, è ver, ma generosa e forte; E spero di poter, sebben con stento, Superar me medesma e il mio tormento.

66

Al suono delle voci inaspettate, Del vecchio padre rallegrossi il viso, Come il prato per pioggia nell'estate; E guardando la figlia fiso fiso, Oh alma, disse, colma d'onestate! De' miei grandi avi oh come in te ravviso Raccolte tutte le virtù più belle, E ricca di più chiare ancor di quelle!

67

Scherzo del volgo e de' fanciulli Amore Sarebbe, e non terror d'uomini e Dei, Se ognuno avesse di Despina il core. Oh Cafria mia, quanto allegrar ti dêi, Perch'io di figlia tal sia genitore! È ver che un figlio, misero! perdei, Che regger ti dovea dopo mia morte; Ma in questa avrai sostegno ancor più forte.

68

Così mentre ei ragiona, da lontano Si vedon comparir di Cafria i monti, E poi le spiagge, e poi di mano in mano I porti e luoghi più nomati e conti; E perchè dispiegato ha il capitano Il vessillo reale, allegri e pronti I cittadini son venuti a riva, Sicuri che a momenti il rege arriva.

69

Già il Sole si piegava alla marina, E a poco a poco or una, or altra parte S'ombreggiava del monte; e la divina Donna che quiete a' mortali comparte, Dalle spelonche, ove il dì la confina, Usciva fuora con le chiome sparte; E i gufi e le civette e gli assïoli Le facevan d'attorno mille voli;

70

Quando disceser su la patria arena Il re, la figlia e l'altra gente ancora; E di tanta allegrezza fu ripiena La spiaggia e il porto e ciascun Cafro allora, Che a ridirlo sarebbe troppa pena. Chi accende i lumi e chi le strade infiora; E tra voci di gaudio e di diletto Entrò Despina nel paterno tetto.

71

Quivi la notte tutti i suoi pensieri Chiama a consiglio; chè morir si sente Senza la luce di quegli occhi neri, Onde il suo bel Ricciardo è sì potente, Che passa tutti i più famosi arcieri, Vogliate di Levante o di Ponente, Di Mezzogiorno ovver di Tramontana; E dalle piaghe lor niuna risana.

72

E ferma nel suo cor grande e virile Da capo a piede tutta quanta armarsi; E se dovesse ancor da Battro a Tile Per trovare il suo sposo incamminarsi, Non la spaventa l'esser suo gentile, Che sotto l'armi ha speme d'indurarsi. Solo le guasta tutto il suo disegno La gran difficoltà d'uscir del regno:

73

Perchè ciascuno ha gli occhi in lei rivolti, Speme e conforto del cadente impero; Ond'è impossibil guardarsi da molti, Quali abbiano per noi amor sincero. L'oro più volte ha gli assedj disciolti, E mite ha fatto ogni guardian più fiero; E la paura e i vezzi hanno sovente Messo in scompiglio ogni più franca gente.

74

Ma quella cura che nasce d'amore, E si nutrica d'onestate e fede, Niuna cosa di vincere ha valore. Povertà le par bella; e non la fiede D'ogni aspra morte il più crudele orrore. Or ella, come saggia, ben s'avvede Che non potrà tentar la sua partita, Da tanti occhi guardata e custodita.

75

Ma quale ingegno Amor non assottiglia, Quanto sia grosso, e quel più non raffina Di quei che non han peso in su le ciglia? Come per certo non l'avea Despina; Che anzi cagionava maraviglia Quella prontezza sua quasi divina. Ora a costei pose Cupido in mente Un modo d'ingannar tutta la gente.

76

Fece cercare con somma premura Di cento giovinetti pel suo regno D'etate, di grossezza e di statura Eguali affatto; ed ella fe' il disegno Dell'esser loro in su la sua misura; E alla bellezza ancor volle che ingegno Fosse congiunto; e fece far per loro Belle armature e di gentil lavoro.

77

D'una divisa tutte e d'uno stesso Color le fece fabbricare; e volle Che fosse a ognuno un bel destrier concesso; Nè rosa a rosa porporina e molle Tanto è simìl, nè bianco gesso a gesso, Come vuol che il destrier che ognun si tolle, Alla grandezza e al pelo si assomigli, E per macchia neppur si dissomigli.

78

Volle ancor che le penne de' cimieri Fossero tutte di color d'argento. In somma, tolta la voce e i pensieri, Fra loro eran simìl tutti que' cento. Bello il vedere dugent'occhi neri In cento fronti senza barba al mento; E se ben differenza era ne' volti, Talor nelle visiere erano involti.

79