Part 20
E quindi all'improvviso ecco che appare Sopra d'un'ampia e candida conchiglia Teti, cred'io, la stessa Dea del mare, Che due delfini con la destra imbriglia, E l'altra tiene in atto di sferzare: E quinci de' Tritoni la famiglia Stavan guizzando, e sonavan ben forte Lor vuote conche luminose e storte.
65
E dolce mi saluta, e mi lusinga A consolare il giovine amoroso; E ch'io non tema già d'andar raminga Per l'ampio mare inquieto e procelloso: Chè per quanto si scriva o si dipinga Di sua fierezza e natural cruccioso, Tutto è bugìa; chè in fondo a' flutti suoi V'è più beltà, che non ha il suol fra noi.
66
E mi narra le feste e i giorni lieti Che si passan là giuso; e mi fa core A penetrare dentro i suoi secreti. Ma io, tra lo spavento e tra l'amore C'ho pel prence d'Irlanda, che s'acqueti Al suo destin lo prego; e faccio onore Quanto posso alla Dea; e riverente Lascio il balcone, e l'uom marin dolente.
67
Di che s'afflisse tanto il meschinello, Che poco dopo si diede la morte, Ma non so come; so ben che per quello Tutta in scompiglio fu la salsa corte; E fêssi il mar sì tempestoso e fello, Che in quel dì mille navi fûro assorte; E s'udì per ciascun lido brittanno Della sua madre il disperato affanno.
68
Io più non scesi alla finestra usata, Come creder potete di leggieri; E tacqui a tutti come io fossi amata In quella guisa; e dentro a' miei pensieri Ciò sol serbava: e m'era cosa grata Vedere che non solo a' cavalieri, Qual ella sia, la mia bellezza piacque, Ma accese ancor gli abitator dell'acque.
69
Ah me tapina! quanto falsa e vana Fu cotale allegrezza e tal contento! O beltade, o del ciel grazia inumana, Che sei degli occhi universal tormento, E fai la donna, ove tu piovi, o insana O sventurata! Almeno io così sento; E faccio male a dirlo ora che sono, Donne, con voi, a cui diè il ciel tal dono.
70
Frattanto il mese alla sua fine è giunto, E Dornadillo il principe d'Irlanda Viene da me, come eramo in appunto. Aberdona risplende in ogni banda, E dolce canto a cetere congiunto Armonïoso suono al ciel tramanda; E il dì veniente in sul real naviglio Salgo felice e con allegro ciglio.
71
Era tranquillo il mare, e il ciel sereno, E un'aura dolce respirava intorno; E di felici augurj il cor ripieno, Io benediva il fortunato giorno; Quando Eolo scioglie a tutti i venti il freno, E nere l'onde mi si alzâr d'attorno: Ed ecco un flutto che mi tragge in mare, Senza che alcun mi possa o sappia aitare.
72
Io mi credetti di morire, e priva Restai de' sensi per la gran paura; Quando apro gli occhi, e veggo che son viva E mi ritrovo in un'ampia pianura, Che dove alberi avea, dove fioriva, E varj augelli di nuova figura Stavan cantando; ed indurato in gelo Io vidi il mare, e lo credetti il cielo.
73
Del Sol la luce ivi più viva e schietta Folgoreggiava, e l'aria era più pura; Quando a me viene una donzella in fretta, Acerba in viso, dispettosa e dura; E ch'io la segua, altera mi precetta. Ed io per lo stupor, per la paura, Non so che dirmi, e tacita la sego, E lieto fin dal sommo Dio mi prego.
74
In un gran bosco di neri cipressi Sono condotta; e di cristallo un'urna Veggo tra loro, e torchi gialli e spessi Ardervi intorno, e bruna e taciturna Starsi una donna coi crini dimessi, Ed asciugarsi con la mano eburna Gli occhi piangenti; e cento ninfe e cento Seco formare un misero lamento.
75
Io giunsi appena, che la donna bruna E tutte l'altre mi vennero addosso, E delle vesti mie di lor ciascuna Ne prese un pezzo. Io feci il viso rosso; Ma fuora non mandai voce veruna, E cercava coprirmi a più non posso; Chè cosa mi pareva acerba e cruda Fra le donzelle ancor vedermi nuda.
76
Quindi a piè di quell'urna strascinata Da loro io son co' biondi miei capelli, E leggo in essa tutta registrata La dura storia di noi meschinelli; Di lui che si morìo, di me che ingrata Morte gli diedi, e tormenti aspri e felli; E per pietà del suo caso sì rio (Non lo posso negar) piansi ancor io.
77
La bruna donna, che sua madre ell'era, Visto il mio pianto, si fe' meno acerba, E disse: Ti sei fatta troppo a sera Dolce e pietosa, o giovine superba. Perchè fosti sì folle e sì leggiera A disprezzarlo? Ma per te si serba Pena condegna al crudo tuo fallire, Che forse il meglio ti sarìa morire.
78
Ciò detto, un'aura dolce a poco a poco Ci leva in alto, e si apre il chiuso mare; Ed ella in suono minaccioso e fioco Próteo fece e i mostri suoi chiamare, Che vennero in un attimo in quel loco. Giunti che fûro, A voi, disse, vo' dare Questa fanciulla in guardia, e sempre io voglio Ch'erri per l'Oceán di scoglio in scoglio:
79
E a te giuro pel sacro aspro tridente, Che se per sorte a terra fuggirassi, Nettuno pregherò che di repente Le foche e l'orche tue trasmuti in sassi, E tu senz'esse te ne stia dolente. E a me, che me ne stava ad occhi bassi, Disse sdegnosa: Infin che viverai, Raminga e sola per lo mare andrai.
80
Indi disparve; ed io l'ondose vie A correr presi del vasto Oceáno, Sola piangendo le miserie mie; E il fier custode mio così lontano Guidommi, e non so come in questo die Lasciato m'abbia, e ciò ben parmi strano; Ma forse Giove del mio mal pietoso L'ha reso oggi più tardo e neghittoso.
81
Nulladimeno per la sua tristizia È da temersi molto; e non vorrei Che il traditor per estrema malizia Mi ritornasse a' duri affanni miei. Di mutarsi in più forme egli ha perizia, E in men d'un'ora in cinque fogge e in sei L'ho visto tramutare; onde ho paura Che non m'inganni sotto altra figura.
82
Bandisci pur dal cor, bella fanciulla, Ogni timore, disse Ricciardetto, Che il tristo vecchio non faratti nulla; E ritornati in Francia, ti prometto Là ricondurti dove avesti culla. Quindi cenaro, e se n'andaro a letto Con pensier d'imbarcarsi il dì veniente, Quando che fosse il mar queto e clemente.
83
Le tre donzelle riposaro insieme; Che sol dentro Parigi ên destinate Le nozze di Despina; e sebben geme Ricciardo per vederle prolungate, Pur perchè nulla si detragga o sceme Della sua donna alla rara onestate, Vuol che veda Parigi e il mondo intero Quanto fu il loro amor casto e sincero.
84
Venuto il giorno, in sul falcon salìo Il vecchio, e sopra il mar l'ali distese Il grande augello; e di rabbioso e rio Ch'era la notte, lo trovò cortese: E vide come tutto s'impietrìo Dell'orche il gregge; e sopra esse discese; Che tenevan le teste in su la sponda, E il rimanente coperto dall'onda.
85
Quindi ripreso il volo, a dirittura Giunge al naviglio, e venir fàllo al lido; E poi torna nell'isola, e procura Che v'entrin dentro, ed al paterno nido Tornino omai: e intanto s'assicura Con l'arte sua che il mar non sarà infido; E vede ancor che Próteo disperato Alle Carpazie piagge era tornato.
86
Scendono tutti allegramente al mare, E s'adagiano dentro al cavo pino. L'eletta gioventù dassi a remare, E dopo un lungo e placido cammino Già possono la terra rimirare. Già passato hanno il golfo, e già vicino Egli è il terreno, e già sono in Angola, Ove posaro quella notte sola.
87
Il dì veniente poi drizzan la prora Al Capo Lopo, e trapassano il segno Equinoziale, e in vêr l'isola Gora Fanno il vïaggio; chè rader col legno Non voglion la Guinea, che fin d'allora Di gente infame era l'asilo e il regno; Ed il tropico Cancro oltre passato, Vider di Spagna i lidi al destro lato.
88
Valicaron lo stretto, e in Gibilterra Si fermâr qualche giorno; e Malagigi Pregano intanto che andasse per terra Di lor venuta ad avvisar Parigi: Ed egli col suo libro, che non erra, Fa venir pronto a tutti i suoi servigi, Non so donde, un cavallo che tramonta, E di gran lunga il vento ancor sormonta.
89
Partito Malagigi, in vêr Marsiglia Navigaro essi; e Almeria e Catalogna Lasciârsi indietro in un batter di ciglia: Ma il golfo Narbonese, che svergogna Spesso i nocchieri e in alto li scompiglia, Non vollero tentare; e, Non bisogna, Disse Ricciardo, avventurarsi troppo; Chè ogni felicità sempre ha 'l suo intoppo.
90
A Rossiglione dunque si fermaro, E congedaro il legno; ed a' nocchieri Dato quant'essi voller di danaro, Verso Narbona presero il sentieri; Ma tacquer sempre il loro inclito e chiaro Nome i famosi e nobili guerrieri: Sebben di Ricciardetto la persona Vi fu chi ravvisò dentro Narbona.
91
Ma qui conviemmi riposare, e intanto Por nuove corde alla mia stanca lira, E pregar delle Muse il coro santo, Che l'estro in me, che in loro Apollo inspira, Voglia destare, acciò in quest'altro canto La fiacca mente, che quasi delira, Prenda nuovo vigore e nuova lena, E sia di belle immagini ripiena.
92
E voi che fino ad or grate e cortesi Udiste, donne, di mie rime il suono, Non mi siate nell'ultimo scortesi Col lasciarmi domani in abbandono: Che se mai di piacervi unqua pretesi, Certo domani in tal speranza io sono Di rïempirvi di sì gran diletto, Che da più d'una sarò benedetto.
CANTO TRIGESIMO
ARGOMENTO
_Ricciardo appena e Despina sposati,_ _Son tratti dalla strega in gran periglio._ _Per liberarli da' crudeli agguati_ _Si cangia un mago in un granel di miglio._ _I regj sposi alfin son liberati._ _Compisce il prete alla Giannotta il figlio._ _Tornan gli sposi alla città dolente,_ _E finisce ogni cosa allegramente._
1
Non così donna dopo lungo stento, Partorito ch'ella ha, si rasserena, Come io, dato a quest'opra compimento, Ho d'allegrezza l'anima ripiena. Forse a mostro simìle ed a portento Sarà la meschinella, e n'ho gran pena; Ma tal quale si sia, or ch'è finita, Per questo capo almanco m'è gradita.
2
Tanto più che fermato ho nel pensiero Di tenerla a ciascun sempre nascosta, Dagli occhi in fuor di qualche amico vero, Per cui non ho giammai cosa riposta: Che il buon amico candido e sincero Nelle fatiche mie non fissa apposta Gli occhi crudei, nè sta col naso adunco, Nodi cercando nel pieghevol giunco.
3
Che se per sorte andasse in certe mani Che so ben io, oh che crudel macello Se ne farebbe! Certamente in brani La strapperìan, qual tenero vitello Gl'ingordi lupi e gli affamati cani. Però, s'io ti racchiudo e ti suggello, Misera figlia, nel paterno tetto, Soffrilo in pace, e non ne aver dispetto.
4
Tempo forse verrà che amica stella Alle belle arti apparirà su in cielo, E te trarrà dalla serrata cella; E ricoperta da un bell'aureo velo Faratti andare in questa parte e in quella E sua mercè, benchè di morte il gelo Ricoprirammi, e l'onda dell'obblìo, Chi sa che teco allor non sorga anch'io?
5
Ma del pien di caligine profonda Ampio futuro, e solo aperto al Fato, Figlia, più non si parli. Aura seconda Tace or per noi, e il mar troppo è turbato; E chi s'arrischia a navigar, si affonda; Chè il crudo Orione appare in ogni lato; E a' grandi ingegni Castore e Polluce Non danno, come pria, conforto e luce.
6
Però statti nascosta e statti cheta, E ti ristora col pubblico danno D'ogni illustre orator, d'ogni poeta: E non ti prenda mai verun affanno, Se vedi grassa l'ignoranza e lieta, E andar vestita di purpureo panno; Perchè oggidì l'iniqua all'uom dà legge, E il mondo, come vuol, governa e regge.
7
Ma rasserena pur l'afflitta fronte, Povera figlia, e miglior sorte spera; Chè, se non sbaglio, son vicine e pronte Del ciel le grazie. D'Arno la riviera Ti francherà da tanti oltraggi ed onte Che la presente età villana e fera T'ha fatto; e sol mercè del gran Corsino Fia che si muti il tuo crudel destino.
8
Egli non sol t'accoglierà benigno, Benchè vestito del papale ammanto, Ma custodita nel suo regio scrigno Per qualche tempo ancor terratti accanto: Nè l'invidia col suo sguardo maligno Ti forzerà, come fe' prima, al pianto; Anzi essa si morrà d'ira e dolore, In veder ch'egli t'abbia in tanto onore.
9
O te felice allor, quanto or meschina, E vie più quando ei piegherà l'orecchio Per udire il tuo canto; e di Despina, E di Ricciardo, e del fatale specchio, E d'Orlando che pazzo si tapina, E di Rinaldo divenuto vecchio Udirà i casi, e con allegro volto Sarà da lui ogni tuo scherzo accolto.
10
E già si sta vicino il gran momento Che di Pietro farà vuota la sede, E lui porravvi per comun contento, Per gran sostegno alla cascante fede. O lieto giorno! o cento volte e cento Beato il mondo sotto un tanto erede Delle possenti Chiavi, al cui cospetto Tutte le cose muteran d'aspetto!
11
Le Frodi, le Ingiustizie e l'Ignoranza, Ch'ebbero in mano il fren del mondo intero, Ignude, abbiette e prive di speranza Daranno luogo alla Giustizia e al Vero; E liete e belle dalla chiusa stanza Usciran le Virtudi, e il manto nero Deposto, tutte vestiransi a festa, Di fiori adorne il grembo e l'aurea testa.
12
E i sette Colli e quindi Italia tutta Della bella lor luce adorneranno; E questa età, che prima fu sì brutta, Brameran quei che dopo noi verranno. Deh! se prego mortal non si ributta Dal Ciel, s'egli ha pietà del nostro danno, O il buon Clemente non perisca mai; O se deve perir, sia tardi assai.
13
Ma si ripigli l'opra tralasciata, Che frettolosa omai corre al suo fine: Tanto più che vien meno la giornata, E cade il Sole nell'acque marine; E Galatea sul carro è già montata Per incontrarlo; e bianco il mento e il crine, Già Glauco avanti a lei con la man verde L'onde più rïottose apre e disperde.
14
Come vi dissi, sopra un buon destriero Si mise Malagigi, e a spron battuto Sì rapido portossi nel sentiero, Che a dirlo da nessun sarà creduto; Nemmen se un lepre ed un lupo cerviero Ne' piedi avesse e nella groppa avuto. Ma come già vi ho detto cento volte, Fa il diavol presto delle miglia molte.
15
Appena appena dunque ei pose il piede Di Francia dentro alla città reina, Che a sè d'attorno ragunar si vede Popolo immenso, che ognun s'indovina Che nuove ei porti dell'illustre erede Della corona e della sua Despina: E udito come egli era in Francia entrato, Ne fecero gran festa in ogni lato:
16
Chè tutti fuor delle lor case usciti, Chiusi i lavori, e aperte le osterìe, Andavan pel piacer quasi impazziti. Quai giuochi mai vi fûro ed allegrìe Da lor non fatti? i vecchi rimbambiti Danzavan tra le donne per le vie, Stringendo con la tremula lor mano Tazze ricolme di buon vino ispano.
17
Le suore, i frati e i chiusi giovinetti Per i collegi facevan tra loro Commedie, sinfonie, pranzi e giochetti; E lasciata la pompa ed il decoro, Le donne illustri e i cavalieri eletti Disceser nelle piazze, e tra coloro Di bassa riga allegri si mischiaro, E con essi lietissimi ballaro.
18
Là sentivi cantare all'improvviso Uno straccione, e rispondergli un oste; Quegli lodando di Despina il viso, E le tante bellezze sue nascoste, E questi più d'un mostro vinto e ucciso Dal buon Ricciardo: e vicine e discoste Le genti applaudire a piene bocche Lor versi strani e loro rime sciocche.
19
Qua gridar viva, e benedir la fida E bella coppia; e in somma in ogni loco A briglia sciolta e senza alcuna guida Scorreano il gaudio, l'allegrezza e il gioco: Ed eran tante le festive grida Del popol, che alla fin divenne roco; E facea sua letizia manifesta Con le mani, co' piedi e con la testa.
20
Così veggiamo d'alcun porto in riva Nel partirsi domestico naviglio, Dopo lungo gridare e lunghi viva Di consorte, d'amico, ovver di figlio; E quinci e quindi, giacchè non arriva Più oltre il suono, ragionarsi al ciglio, E dimostrar lor voci e lor pensieri Co' bianchi lini e co' cappelli neri.
21
Raduna intanto il sagace Ulivieri Il pubblico Consiglio; e in ogni banda Invìa del mondo staffette e corrieri, Di nobili guerrieri a far domanda Per le future feste, che due interi Mesi denno durare: e una ghirlanda Darassi al vincitor di prezzo tale, Che un regno o poco meno al certo vale.
22
Ed egli sopra un bianco palafreno Sale a incontrare il signor suo novello: Ed ecco a comparire in un baleno Di leggiadretti giovani un drappello Sovra destrier che in bocca hanno aureo freno, E d'auree penne un ciuffo vago e bello Infra gli orecchi, ed han la sella, ed hanno D'oro le staffe, e nobil mostra fanno.
23
La bella Argéa e la gentil Corese, Con altre dame del sangue reale, Fecero tante e così grosse spese, In perle, in drappi, in trine, in scuffie, in gale, Che Francia tutta non ne fa in un mese. Ma esse avevan ricco capitale, E non facevan come molte fanno, Che per ornarsi un dì, stentano un anno.
24
Di cavalli sellati sono piene E piazze e strade e vicoli e chiassetti; E per la via che da Lïon si viene, Son tanti cocchi, svimeri e sterzetti, Che sembra che del mar passin le arene: E d'alme donne e cavalieri eletti Copia sì grande sbocca fuor di porta, Che meno fiori primavera apporta.
25
In una di mirabile lavoro Vaga berlina va la coppia bella, Dico Argéa e Corese; e dopo loro Del morto Astolfo ne vien la sorella; Quindi la Bianca co' capelli d'oro D'Orlando la nipote, e Chiarïella La madre di Nalduccio in treno adorno, Che il vedovile tralasciò quel giorno.
26
In somma tutte quante (a farla corta) Di Parigi uscir fuor le belle dame. E lieto il villanel dai campi porta E quinci e quindi formaggio e pollame, E vino di Sciampagna che conforta, E dolci frutti attaccati alle rame; E mille forosette col paniere Vengon, qual pieno d'uva e qual di pere.
27
Di già passato Ricciardetto avea Lïone, e ne veniva a briglia sciolta Verso Parigi; e l'ampie ali battea Per l'aere il grifo, e maraviglia molta Cagionava in qualunque lo vedea: Quand'ecco da lontano che la folta Gente vede il vecchion che stavvi assiso, E a lei si porta con sereno viso,
28
E dice: In breve avrete il vostro sire, Che a voi ne viene come strale a segno; Tanta è la voglia sua e il suo desire Di rimirare un popolo sì degno. Ed ecco appunto in quello stesso dire, Che a sè veggion venir senza ritegno Orlandino, Nalduccio e Ricciardetto, Che va presso a Despina, il suo diletto.
29
Pensi ciascuno quel che più gli aggrada, Per capir l'allegrezza di costoro; Chè a dirlo con parole non c'è strada, Ed il tempo si getta ed il lavoro. Unico figlio da strania contrada, Per cui la madre sua fu in gran martoro, Potrebbe in qualche modo colorire Col suo ritorno ciò ch'io vorrei dire.
30
E statosi con loro un tempo breve, Entra in Parigi; e vi si suona a festa, E lieto ciascheduno lo riceve. I curvi vecchi con la bianca testa, E con la barba candida qual neve, Fanno la lor letizia manifesta Col dolce lagrimare, e col far preghi Che morte un sì bel nodo unqua disleghi.
31
L'arcivescovo in mezzo a tutto il clero L'incontra, e lo conduce alla gran chiesa, Dov'egli con cuor umile e sincero Pregò Dio con la faccia al suol prostesa, Chiedendo a lui per così vasto impero Sommo valore, e volontade accesa Di piacergli in ogni opra, in ogni detto, E chiara luce al cieco suo intelletto.
32
Indi portossi al palazzo reale, E fe' bandire per il dì venturo, Che sposar vuol l'amante sua leale, E sì adempir la data fede e il giuro. E non sì tosto le sue candide ale Mostra l'aurora tra il chiaro e l'oscuro, Che s'alza e corre dalla sua diletta, Ed alla chiesa a seco gir l'affretta.
33
Ogni dama si studia ad esser presta, E tralascia le polveri e gli unguenti, Ed i tanti lavori in su la testa, I vezzi, gli smanigli ed i pendenti: Il giorno poi si vestiranno a festa, E faran lor comparsa tra le genti; Ma in su quell'ora ed in quel parapiglia Ciascuna, come può, s'orna ed abbiglia.
34
L'arcivescovo appena e i sacerdoti Fûro a tempo di porsi i sacri arredi, Che sommamente umìli e in un divoti Venner gli sposi al tempio, e sempre a piedi, Ed a man giunte come fanno i voti: Nè vollero seder su l'auree sedi; Ma stavan ginocchioni e questi e quella Del sagro altar su la nuda predella.
35
E dette lor quattro sentenze corte, Il prelato richiese Ricciardetto, Se voleva Despina per consorte: E disse un sì tanto sonoro e schietto, Che del tempio s'udì fuor delle porte. Indi fatto il medesimo progetto Alla fanciulla, con voce sommessa Di sì pur disse; e incominciò la Messa;
36
E ricevuto l'innocente Agnello, E consumati tutti i sacri riti Che fansi in chiesa, ritornâr bel bello Al palazzo reale; e gl'infiniti Uomini e donne allo sposo novello Ed alla sposa con motti graditi Givan facendo augurj di verace Stabil fortuna e di perpetua pace.
37
Io qui tralascerò le sinfonìe, E i dolci canti, e le altrettante cose Che soglion farsi in simili allegrìe: Nè dirò quello che fanno alle spose I giovani mariti entro a quel die; E come quelle fan le vergognose, E fanno vista d'andare alla morte, E la madre ci vuol che le conforte.
38
Questo sol basterebbe a chi tenesse Un grano o due di sale nel cervello, A giudicar con qual sigillo impresse Natura i cuori del sesso più bello: Perchè quel sol che tanto braman esse Per cui le scanna il fistolo e il rovello, Dicon di non volere per tal modo, Che pare che lo dicano sul sodo.
39
E nulla pur dirò del gran banchetto; Chè queste cose io sono di parere Che facciano a chi l'ode un tristo effetto; Cioè, che sien cagion di dispiacere: Chè a dirla giusta, è pena, e non diletto Sentir parlare del mangiare e bere Che fu fatto in quel nobile convito, E non poter cavarsi l'appetito.
40
E poi voi sputereste per la sete, Nè più stareste a questa istoria attenti. Finito il pranzo, nelle più segrete Stanze n'andaro i regj sposi ardenti D'antica fiamma; e come voi potete Immaginarvi, si fecer parenti; E venne un tuono tal su la mancina, Che nel più bello disturbò Despina.
41
Tutto quel giorno e quella notte intera Si stetter chiusi, e ben ragion ne avièno. Or mentre in piacer sommo e in pace vera Posa l'uno dell'altra sul bel seno, Ecco venir l'iniqua Fata nera Entro Parigi su bel palafreno, Vestita da mercante oltramarino, Con lunga barba ed abito turchino:
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E fa di notte da' suoi messi stigi Incatenare dentro al proprio letto L'addormentato vecchio Malagigi; Ch'è di forza minore il suo folletto: E così preso, fuora di Parigi Lo manda, in meno ancor che non l'ho detto, Vicino al Nilo entro un castello forte, Ove non son finestre e non son porte.
43