Il Ricciardetto, vol. II

Part 2

Chapter 23,928 wordsPublic domain

Disse Ricciardo: Io sono di parere Che tutti e tre noi l'attacchiamo insieme: Le vada uno di noi dietro al messere, Gli altri da' fianchi; ed ho ben certa speme Che finiremla in men d'un miserere. Eccoci giunti alle fatiche estreme; Dopo queste vedrem le nostre spose, Che nella torre stanno egre e dogliose.

69

Ciò detto, tutti e tre vanno di botto Chi a' fianchi e chi alle spalle della bestia. Orlandino sta dietro chiotto chiotto, Ed è cagione ch'ella più s'imbestia; Perchè, siccome s'affetta il biscotto, Così tagliava a quella con molestia Ora un pezzo di coda, or altro pezzo; Tal che il codon s'era ridotto a mezzo.

70

E qualche volta su per l'orifizio Or poneva la spada, ora la lancia; Che, a vero dir, non gli facea servizio: Ma avea sì lunga e così larga pancia, Che ad uno stollo avrìa pur dato ospizio. Da' fianchi poi i due fulmin di Francia Gli davan colpi tali da per tutto, Che a buon termine omai l'hanno ridutto.

71

Onde Naldino corre a una capanna, E prende le pastoje e le catene, Che a caso egli trovò sopra una scranna Di quelle stalle; e con esse sen viene Al mostro, e per di dietro egli s'affanna Di legargli le zampe bene bene: Il che gli venne fatto; e tira tira, Tanto fe' che atterrato egli lo mira.

72

Di dietro allor le branche egli gli pone, E glie le lega quanto sa più forte. Ricciardo dice: A che farlo prigione? Meglio è che lo finiamo, e gli diam morte. Disse Orlandino: Per confusïone Di quella strega che il diavol si porte, Io vo' che veggia incatenato il mostro, Ed abbia più terror del valor nostro.

73

Ciò detto e fatto, corrono alla stalla, E trovanvi un garzon, che stupefatto Resta in vederli, e con la faccia gialla; Pur preso spirto: E come avete fatto, Disse, a qui penetrar, che una farfalla Non vi potrìa passar per verun patto? Disse Ricciardo: Un uomo di valore Il tutto vince, o generoso muore.

74

Or ci consegna gli alati destrieri; E se tu vuoi venir nosco, pur vieni, Chè forse avremo ancor di te mestieri. Disse il garzone: I cieli alfin sereni, Dopo esser stati nubilosi e neri. Pur comincio a vedere! E selle e freni Pone a' cavalli, e lor dà buona biada, Perchè non si rallentin per la strada.

75

Ma prima che salghiate, dice loro, Convien ch'io v'avvertisca d'una cosa. La strega che finor fu il mio martoro, Di queste bestie ell'è così gelosa, Ch'oltre alle guardie che poste lor fôro, Volle (vedete s'è malizïosa!) Per esser certa non perderli mai, O persi ritrovarli presto assai:

76

Volle, dico, che il diavol si ponesse D'una cavalla sua sotto la coda; E quell'odore ogni giorno spargesse, Che dal destrier sentito, fa che il roda Un forte amore, e per tal via corresse Colà, dov'ella la giumenta annoda. E di fatto, qualor m'escon di mano, Veloci a lei sen van per l'aer vano.

77

Onde non so come potrem noi fare A dominarli a nostro piacimento. Disse Nalduccio: Li vogliam castrare? Orlandino riprese: Io son contento; Anzi questo è il rimedio singolare. Ed in quel punto stesso, in quel momento Vanno alla stalla, e fanno un serra serra, E buttan le pallottole per terra.

78

Ed Orlandino fanne una collana, E ponla al collo del mostro legato, E scrive in una foglia di borrana: Questo regalo a Draghilla han lasciato I tre guerrieri della Tramontana. Fanne salsiccia o fanne soppressato, O ponli per gioielli a tua corona, Chè stranti bene, perfida poltrona.

79

In questo mentre l'accorto garzone Un cencio prende che serba l'odore Della cavalla, ed al naso lo pone De' destrieri privati dell'onore; Nè fanno moto in nïuna regione. Ond'egli disse con allegro core: Salghiamo pure, e non temiam più nulla; Chè son modesti come una fanciulla.

80

Erano cinque i bei destrieri alati: Su tre saliro i forti cavalieri, Sovra l'altro il garzone, e ad un de' lati A lungo fren tenea l'altro destrieri. Ed alla torre così indirizzati, Vi pervenner più presto che sparvieri; E videro legate, ignude e peste Le donne loro, e dolorose e meste.

81

Discendono, e al garzon danno i cavalli; E sciolte le dolcissime consorti, De' lor vestiti quali azzurri e gialli Le ricopriro; e degli avuti torti, Tratte che sian da quegli angusti calli, Sperano che vedran vendette e morti: E in questo mentre sentono Draghilla, Che vien per l'aria, e bestemmiando strilla.

82

Cela i cavalli, dice Ricciardetto Al garzone; ed agli altri ancora impera Che s'ascondano dentro a un fosso stretto, Il quale appiè d'una gran pietra ivi era. Ed egli stassi attento e circospetto Per veder quando quella brutta fiera Sta per calar nell'incantata torre; Chè addosso certo l'ugna le vuol porre.

83

Ed ecco che veniva ignuda ignuda Con le zinnacce sopra del bellìco; E tanto s'affatica, che ancor suda, E dice: Io vi vo' trarre oggi d'intrico, Femmine sporche, puttanelle e drude Di quei che han fede in Santo Lodovico. Ed in ciò dir vuol discendere a terra, E Ricciardetto pe' crini l'afferra,

84

E la lega per essi ad un macigno, E allegro appella le donne cortesi, E dice loro: A sto corpo maligno Vo' trar viva la pelle; non intesi Cosa peggior di lei. Con volto arcigno Li riguarda la strega, e con accesi Occhi di sdegno e d'ira; ma il vicino Fuggir non puote suo giusto destino.

85

E chiamano il garzone, ed un cannello Gli fanno fare; e sopra del tallone Le danno un tagliettin con un coltello; E postolo in quel taglio, qual pallone Gonfiâr la strega, ovver come otricello: Ch'era una cosa da ricreazione Veder la rabbia e vedere il dispetto Di lei gonfiata a guisa di capretto.

86

Ma la cosa da rider veramente Fu, quando ora Orlanduccio, ora Naldino, Montati sopra d'un sasso eminente, Saltavan su quel misero otricino A piedi pari; talchè finalmente Scoppiò la botte, e andò per terra il vino: Ed allora il garzone scorticolla, Come fosse una rezza di cipolla.

87

La misera chiamava a centinaia I diavoli a venire in suo soccorso. Ma come il cane che alla luna abbaja, Che il suo latrar non teme nè il suo morso, Così di quella si prendevan baja Le donne; ed alla fin ne fanno un torso Col tagliarle la testa e braccia e cosce; Ond'è ch'io stimo chi la riconosce.

88

Morta la strega, la torre dispare; E gli alati destrieri tanto belli, E che parvero a lor cose sì rare, Con le ceste eran asini, e di quelli Che l'insalata sogliono portare. Donne leggiadre e cavalieri snelli, Che stavan chiusi nel carcer spietato, Si ritrovaron tutti in un bel prato.

89

Da qualcun mi potrebbe esser qui detto, Di quei che stanno attenti alle minuzie, Perchè la strega non ponesse a effetto Le sue ribalderie, le sue versuzie? Rispondo, perchè ignuda uscì del letto, E si scordò, benchè piena d'astuzie, Nella gonnella sotto i guardinfanti Il libriccino de' tremendi incanti.

90

Ma non vo' mica render d'ogni cosa Un'esatta ragione a tutte l'ore; Nè fare a lui che questo scrisse in prosa, Per certo mo' di dire, il glossatore; E poi se questa volta fo la chiosa, La fo perchè mi trovo oggi d'umore. Un altro giorno mi sarò mutato, E dirò il fatto come l'ho trovato.

91

Ma giacchè questi stanno allegramente, Ricerchiam, se vi pare, un po' del conte E di Rinaldo; e vi ritorni a mente Come imbarcaron con le voghe pronte Di vendicare col ferro tagliente Il torto fatto a lor da Serpedonte, Quando rapì Despina a Ricciardetto, E via fuggissi con suo gran diletto.

92

Dice l'istoria ch'ebber tal tempesta, Che trenta giorni e trenta notti intere Corser per mare, e sempre la funesta Morte in mezzo a quell'onde acerbe e nere Videro; e in fine con gran gaudio e festa Un giorno incominciaronsi a riavere, Che scopersero terra, ove voltaro La prora, e finalmente vi arrivaro.

93

Ma se altri che que' due fosser là giunti, Arebbon sospirato le procelle, E bramato dal mare esser consunti. Imperocchè son l'isole più felle Che siano in mare: ma que' due congiunti Di sangue, di valore e d'opre belle Non n'ebbero non solo alcun spavento, Ma piuttosto allegrezza, anzi contento.

94

Questa è l'isola grande della Luna, Madagascar nomata dagli antichi, Dove un misto di gente si raduna, Di cui non fia la terra che nutrichi La più feroce. Presso al mare è bruna, E bianca dentro: ladroni e mendichi Tutti sono, e crudeli e micidiali, E nati al mondo per far tutti i mali.

95

Nel porto dunque detto Machicore, Che sta verso la Cafria, entraro un giorno; E scesi appena, che di genti More Si vider fatto un largo cerchio attorno. Li guarda Orlando, e lor fa poco onore, E cenno fa che gli eschino d'intorno; Ma quelli con maniere assai villane Gli tiran sassi, come fosse un cane.

96

Ma il conte, che non vuole usar la spada Con gente tanto vile e sì plebea, Prende un di quella barbara masnada Pel destro piè, che fuggir non potea, E gli fa far per l'aria tanta strada, Che mutato in uccello altrui parea; E cadde in somma lontano tre miglia. Pensate voi se n'ebber maraviglia:

97

E disparvero tutti in un baleno. Disse Rinaldo: Caro cugin mio, Se fosse stato di paglia o di fieno Quel disgraziato e nimico di Dio, A star per aria avrìa durato meno. Rispose il conte: Mi stupìi ancor io, Ch'io lo sbalzassi in aria e sì lontano; Chè andar tre miglia egli è un bel trar di mano.

98

Ma ricerchiamo un po' dell'osterìa, Che ho fame e sete, e mi muojo di sonno. Disse Rinaldo: Questa gente ria La ci vuol far come il delfino al tonno: Io voglio dire qualche furberìa. Lasciali fare: chè se ben son nonno (Rispose il conte) ed ho le luci strambe, Grazie al Signor, mi trovo bene in gambe.

99

E in questo dire vanno a un casamento, Che aveva dell'alloro su la porta, Segnale d'osterìa, e v'entran drento. L'oste li guarda con la faccia smorta, E vuol fuggir, perchè ha di lor spavento; Ma il conte l'assicura e lo conforta, E gli domanda se ci ha buoni letti, Buon pane, e vini generosi e schietti.

100

Rispose l'oste, come ben fornito Era di tutto; e fattosi sicuro, Gli fa assaggiare un vino sì squisito, Che disse Orlando: Per le stelle io giuro Che di questo il miglior non ho sentito; E ne trangugia un fiasco puro puro. Disse Rinaldo: Bel bello, cugino, Non siamo in luoghi da scherzar col vino.

101

Ma il conte non l'ascolta, e dice all'oste Che glie ne arrechi almen dieci altri fiaschi; Ch'egli ha attaccati i polmoni alle coste Per la gran sete, e gli par ch'ei rinaschi, Quando avvien che alla bocca il fiasco accoste. All'oste sembra che il cacio gli caschi Su' maccheroni, e porta vino; e al conte Già par che ondeggi il pian, la casa e il monte:

102

E ride e dice: Rinaldo mio bello, Balliamo un poco. E si mette a danzare; Ma cade e grida: Io sono un navicello; E con le mani si mette a nuotare. Rinaldo che lo tiene per fratello, Vedendolo brïaco, ebbe a crepare Di doglia; e come può, lo prende in spalla E lo pone sul fieno nella stalla;

103

Dove non guari andò che addormentasse; E in quel mentre ch'ei russa in su la buona, Soletto a mensa Rinaldo assettosse; E l'oste, ch'era una scaltra persona, Con varie storie rusticane e grosse Lo tenne attento più d'un'ora buona; E frattanto que' Mori traditori Legaro il conte, e lo portaron fuori.

104

L'oscura notte, e il luogo peregrino, E le gran selve che cingono il mare, Favorîr tanto il popolo assassino, Che quel gran furto essi poteron fare: Ma più che ogni altro, favorigli il vino, Del qual si volle il conte inebbrïare. Finito di cenar Rinaldo corse Alla stalla, e dell'opera si accorse.

105

Chi potrà dire la rabbia e la furia Che presero Rinaldo in quel momento? Sembra un lïone in sua maggior penuria Di cibo, entrato in un copioso armento; E tanto ha pena dell'avuta ingiuria, Ch'arde la casa e quanti vi son drento; E uscito fuori, uccide ognun che trova, E grida: Cugin mio, chi ti ritrova?

106

E nella selva, ancor che fosse notte, Entra, e chiama a gran voce il conte Orlando; E va tastando le tane e le grotte Or con la mano sola, ora col brando. Pur giunge in parte ove ascolta interrotte Uscir voci e sospir di quando in quando. Rinaldo a quella volta il passo muove, Vago di ritrovarsi a cose nuove:

107

E vede un po' di lume che trapela Dalle fessure del terren crepato. V'accosta l'occhio, e nulla gli si cela Di ciò che sotto veniva operato. Vide al fulgore d'accesa candela Una fanciulla ed un garzon legato, Ed un vecchio che piange e si dispera Vicino a loro in misera maniera:

108

E poco lungi vede una masnada Di gente armata che beve e che giuoca. Ma mentre ch'egli attento e fiso bada A quelli, e Iddio a lor favore invoca, Ecco un di fuor che a lui mostra la strada D'entrarvi, ch'alza in lontananza poca, Da dove ei stava, un sasso; e per quel foro Scende ad unirsi al tristo concistoro.

109

Io non so, donne, chi s'abbia di noi Voglia più viva e più caldo desire Di saper chi sien questi; e a dirla a voi, Io tanto n'ho, che mi sento morire: Ma l'ora è troppo tarda, e prima o poi Saperlo non saravvi di martìre. Domani dunque, all'ora che volete, Venite, e tutto il fatto intenderete.

CANTO DECIMOSETTIMO

ARGOMENTO

_Il conte Orlando è fatto prigioniero._ _Rinaldo la spelonca empie di strazio;_ _Ascolta di Clarina il caso fiero._ _Ferraù dice: Domin, ti ringrazio._ _Il finto cieco per lungo sentiero_ _Con un bastone gli suona il prefazio._ _L'oste con un guerrier forte si sdegna,_ _Perchè gli ha fatta la mogliera pregna._

1

Tra i benefizj che ci ha fatti Iddio, Non è mica il minor quello del vino; Anzi forse è il migliore al parer mio; Chè fa l'uomo di misero e tapino, Felice e lieto, e lo colma di brio: Ma non bisogna poi beverne un tino, Nè sempre star col fiasco e col bicchiere, Nè fare in questo mondo altro mestiere.

2

La moderazïone in ogni cosa Ci vuole, e chi non l'ha convien che sbagli; Chè la virtude nel mezzo riposa, Ed ha di dietro e davanti i serragli. Se questi passa, l'opra è vizïosa. La sofferenza è virtù ne' travagli; Ma il non sentirli punto ella è sciocchezza, Sentirli troppo è segno di vilezza.

3

In somma, per tornare al mio discorso, Chi beve troppo diviene una furia; E chi ne beve solamente un sorso, Ei fa a sè stesso e alla natura ingiuria: Ma chi beve per dar dolce soccorso A sè, che prova di forze penuria, E non trapassa i limiti del giusto, Quegli ha cervello, e beve di buon gusto.

4

Chè non è così barbaro omicida Colui che tolga ad un altro la vita, Come quegli che sua ragione uccida, O faccia sì che rimanga impedita; Tal che di lui la brigata si rida, Mentre traballa nella via più trita, E sgrigna, e mal gestisce, e mal cicala, Ed ogni suo segreto altrui propala.

5

Se a me toccasse a maneggiar la torta, Vorrei far a' brïachi un tristo gioco: Parlo di quei che a posta voglion morta La ragione, e la voglion per sì poco: Che se talora un qualche caso porta Che un generoso vino e tutto foco, Non volendo, ti burli, in caso tale Sare' indulgente, e non ti fare' male.

6

Ma chi d'ubbrïacarsi ha per costume, Vorrei far porre dentro una barchetta, Ed obbligarlo in vita a star 'n un fiume. Dove bevesse sempre l'acqua schietta. Ma chi pensa a tai cose? o chi presume Porger salute a questa parte infetta? Anzi si loda, non che si condanna, Chi un fiasco a una tirata si tracanna.

7

Se il conte Orlando avesse resistito Con maggior senno alla voglia del bere, Or non si troverebbe a mal partito In mezzo a quelle marmagliacce nere, Che incatenato a guisa di bandito Condotto l'hanno con suo dispiacere Avanti al signor loro, uomo crudele, Che si mangia i Cristiani come mele.

8

E perchè detto gli hanno il volo strano Che fece fare ad un di loro schiatta, Vuol gli si mozzi l'una e l'altra mano. Pensate voi se il conte si arrabatta, E se di cor bestemmia l'Alcorano. Però lo chiude in una casamatta, Ed ordin dà che nel giorno seguente Si venga al taglio irremissibilmente.

9

Ma lasciamlo un po' stare in _Domo Petri_, Che in questo modo metterà giudizio; Chè alcuni casi spaventosi e tetri Bastano più per tôrre altrui di vizio, Che dotti scritti, o sieno in prosa o in metri; E torniam, se vi piace, a precipizio A quell'orrido bosco e a quella grotta Ove tanta genìa s'era ridotta.

10

Rinaldo vide, se ve ne sovviene, Alzare un sasso, e quindi penetrare Nella caverna, dove in pianti e in pene Era una giovinetta in fogge amare, Un soldataccio di quadrate schiene, Che con gli altri andò subito a mangiare: Ond'egli senza più tenersi a bada, Passa fra loro con la nuda spada;

11

E senza nulla dire, incalza e fere Più presto d'un baleno or questo or quello; E va mischiando col mangiare e il bere Di morti e di feriti un gran macello. Altri col fiasco in mano e col bicchiere Si muore, ed altri in qualche atto più bello. Ve ne fu uno che mangiava un pollo Con sommo gusto, ed ei mozzògli il collo.

12

Vista crudel! correa per la spelonca Misto il sangue col vino, e su la mensa Più d'una testa e d'una mano tronca Giacea su' piatti. Oh quanto mal si pensa Dall'uom, che mentre più s'allegra e cionca, E il tempo in gioco ed in piacer dispensa, E crede che la Morte stia a dormire, Giusto in quel punto ella lo fa morire.

13

Uccisa e spenta quella razza infame, Corre Rinaldo a scioglier la fanciulla E il bel garzone, e dice: O delle dame Gloria ed invidia, io non ho fatto nulla In paragon di quel che fare io brame Per voi, di cui sebbene si trastulla La rea Fortuna che i tristi accarezza, E odia i buoni, e sempre li disprezza;

14

Per Dio vi giuro (e rotò il brando in aria) Che questa volta resterà delusa Quella buffona che sì vi contraria. Lo guarda in volto timida e confusa La giovinetta, e di color si varia; E a cenni l'opra inopinata accusa Per cagion s'ella tace, e se duol sente Di non gli dir ciò che racchiude in mente.

15

Quando il garzone a lui disse: O guerriero, Che a fare opere grandi avvezzo sei, Chè sì gran fatto esser non può il primiero, Meco costei riprender tu non dêi Se a benefizio così bello e intero Finor tacemmo; chè il rispetto in lei Chiuse la bella bocca, e a me la chiuse Lo splendor che la stessa opra diffuse;

16

Chè un uomo solo non potea far quello Che tu facesti, ancor che in armi esperto; Ond'è ch'io penso che tu del più bello Cerchio, ove Dio di sua luce è coperto, Un Angel sia; e a rompere il flagello Che ambidue per un anno abbiam sofferto, T'abbia mandato quel pietoso Sire, Per non ci far sì miseri morire.

17

E mentre egli sì parla, gli si getta A' piedi, e con le sue candide mani Stringendo glie li va la giovinetta: Onde Rinaldo fe' degli atti umani, E si turbò nella parte imperfetta, E rallegrossi come fanno i cani. Ma il giovin se n'accorse, e la mogliera Tirò da parte con buona maniera.

18

Poi disse: Usciam, signore, se v'aggrada, Di questo avello, a rimirar la luce. Usciamo pur, disse Rinaldo, e vada Il vecchio avanti, che mal si conduce, Acciò che il sostenghiam, caso ch'ei cada. Ed a quel foro, onde l'aria traluce, Sen vanno; e come posson, per lo stesso Escono fuora l'uno all'altro appresso.

19

Già già le cose che di negro asperse Avea la Notte, e lor tolto il colore, Alle sembianze prime eran riverse; Tornato a' gelsomini era il candore, E nella vaga lor porpora immerse Eran le rose: in somma uscita fuore Era già l'Alba; onde disse Rinaldo: Camminiam, prima che si faccia caldo;

20

E per vïaggio in bella cortesìa Ditemi i casi vostri e chi voi siete Colpa sarebbe di gran villanìa, Disse il garzone, e da genti indiscrete, Se avessi l'alma in piacerti restìa; Però ti dirò il tutto. Con sua rete, Con quella onde Amor prende uomini e Dei, Prese ei questa fanciulla e me con lei.

21

Di quest'isola illustre e smisurata Stanno a Ponente due belle isolette: L'una d'esse, ch'è mia, l'Aspra è chiamata Per sue genti feroci e in armi elette; L'altra, che a questa par quasi attaccata, Detta è la Bella, perchè vaghe e schiette Vi nascono le donne: e da costei Puoi veder se son veri i detti miei.

22

Ella nacque in quell'isola signora, Per maestà regina e per bellezza: Ivi comanda, e il popolo l'adora. E benchè cinto il core di durezza Odiassi amore, e ognun che s'innamora, Pur ebbi di vederla un dì vaghezza. Però vestito da vil barcajuolo, Nell'isola passai segreto e solo;

23

Quindi nella cittade: ma per molto Ch'io m'aggirassi intorno a sua magione, Non potei mai vedere il suo bel volto. Pur tanto m'adoprai, che da un garzone Che la serviva, a ben sperar fui vôlto; Perch'ei mi disse, che al nume Macone, C'have un gran tempio alla cittade appresso, Solea per venerarlo andare spesso:

24

E che il giorno seguente senza fallo Andata vi sarebbe in compagnìa Delle sue donne, o a piedi od a cavallo, Come andato le fora a fantasìa; Ovvero in un bel cocchio di cristallo Bello così, che la vista ricrìa. Ciò detto, ei si diparte; ed io mi resto, Pregando che quel dì giungesse presto.

25

Era nella stagion quando ogni cosa S'allegra, e ride il ciel, la terra e il mare, E regna Amore e Vener grazïosa, Che i cori sforza a dolcemente amare. Ama il lïone e la tigre rabbiosa, E la vacca d'amor s'ode mugghiare; Aman gli augelli e i pesci; e chi non sente Fiamma d'amore è morto veramente.

26

Quando su l'apparir del dì novello Dal palazzo reale io vidi uscire Questa, che mio piacere e vita appello, Vicino a cui non potrò mai morire. Disciolto aveva il biondo suo capello, Vestita d'un color che non so dire; Perchè mutava aspetto, come suole Il collo de' colombi in faccia al Sole.

27

Giuno così forse si veste in cielo, Quando si asside a mensa con gli Dei. Le pendeva dagli omeri un bel velo Che le arrivava quasi insino a' piei, Di fior trapunto, e le foglie e lo stelo Eran di perle e d'oro, e tanto bei, Che per mirarli fui talor sì stolto, Che tolsi qualche sguardo al suo bel volto.

28

La vidi appena, che il mio cor di pietra, Anzi d'acciajo, ovvero di diamante, Si ruppe, e fêssi in polve (sì penétra Fiamma d'amore), e ne divenni amante. O dolci strali! o soave faretra! Benedico quel giorno e quell'istante Che fui ferito, e sol provo dolore Dei dì che vissi sano e senza amore.

29