Il Ricciardetto, vol. II

Part 19

Chapter 193,959 wordsPublic domain

Strana cosa fu questa, a dirla schietta, E a prima faccia non merita fede, Che salir possa su tale scaletta Un gran cavallo, e che regga al suo piede: Ma date un po' che il diavolo si metta Col saper suo, che assai l'umano eccede, A lavorare una scala di seta; Ecco che il vostro titubar s'accheta.

104

Sale dunque Ricciardo, e il vecchio appresso, E lor vien dietro il cavallo pian piano, E dopo lui l'augel pur fa lo stesso; E in breve ognun di loro salvo e sano È fuor del fosso, ma da fame oppresso, Fuorchè il caval che sempre il corpo ha vano. Serpellina e Lindoro prestamente Lor portan vino e bianco pan recente.

105

Gli abbracci poscia che si dier fra loro Il re, Lirina, Malagigi e il Franco Naldino, io non li dico; perchè fôro Tanti, che stelle il ciel novera manco. Or per compir la gioja di costoro, Ecco Orlandin che torna afflitto e stanco; Ma presto il duolo e la molta stanchezza Mutò in veder di questi l'allegrezza.

106

Lirina intanto legge, che le foglie Ch'ella trovò nella tasca del Grasso, Sono di tal natura, che aspre doglie Daranno, e manderanno a Satanasso Lui, ch'ora il fosso entro il suo fondo accoglie; Sicchè ella vuol pigliarsi un po' di spasso, E giù le butta; e appena toccan terra, Che in un attimo il fosso si riserra;

107

E fece nel serrarsi un tale scoppio, Quando del Grasso si schiantò l'omento, Che stordì tutti. E Serpellina: L'oppio Or più non grava quel pazzo istrumento, Disse ridendo; e s'era gobbo o stroppio, Or sarà fuor di pieghe e fuor di stento. E al giovin disse, ch'ella amava tanto: Ecco una vedovella in negro ammanto.

108

Ma il vedovile tuo durerà poco, Riprese quegli; e per mano la strinse, E fecer le lor nozze in festa e in gioco. Indi Ricciardo: Me, gridò, qua spinse Della mia donna l'amoroso foco: Di lei, che di brutal pelle già cinse La crudel maga, e tien da noi lontano Nell'isola chiamata di Tristano.

109

Là voglio andare, e voi meco verrete In quelle parti, se non v'è discaro. Disse Lindoro: Se accorciar volete La strada al Congo, un sentier dritto e raro V'insegnerò, per cui là giungerete Tra cinque giorni; e sommamente a caro Mi fia, s'io sarò mai la vostra scorta. Ed egli: Andianne via per la più corta.

110

E destinato fu quel dì seguente Di cominciar la desïata via. Or mentre che cammina questa gente, Noi di Tristan nell'isoletta ria Troviam Despina misera e piangente, Che urla d'affanno, e di morir desìa. Ma prendiam prima un poco di conforto, Perchè mi sento rifinito morto.

CANTO VIGESIMONONO

ARGOMENTO

_Col vivo umor della fatal cisterna_ _Despina torna al suo primiero aspetto._ _Carlo ed i suoi dalla magion superna_ _Scendono con San Piero benedetto,_ _Che col battesmo dà la vita eterna_ _Al suocero infedel di Ricciardetto._ _La Scozzese è salvata; e Malagigi_ _Sopra strano destrier trotta a Parigi._

1

Cangiata in tigre la bella Despina, Chi può dir quanto pianga e si lamenti? Morir vorrebbe, e la bontà divina Prega che voglia levarla di stenti; E corre frettolosa alla marina Per annegarsi e finir suoi tormenti: E se ben vàlle il fier gigante appresso, Pur crede che il morir le sia concesso.

2

Ma quando giunge la meschina al lido, E le sembianze sue vede nel mare, Di sè stessa ha paura, e getta un grido, E vassi presto presto ad inselvare: E ripensando al suo diletto e fido Ricciardo, si dà tutta a lagrimare; Chè di più rivederlo omai dispera, Entro quel loco trasmutata in fera.

3

Lo vuol chiamare, e in cambio della voce Dà fuor a un acerbissimo ruggito, Quale inteso da tigre altra feroce Vienla a trovare, e le fa dolce invito Di scherzar seco, e cela l'ugna atroce Che ai tori fa dar l'ultimo muggito, E con l'acuto spaventoso dente Spesso la morde, e sempre dolcemente.

4

Ella sta ferma, e quel giocar le è duro, Ch'esser vorrebbe veramente uccisa. Finito il gioco, il fier gigante impuro (Da cui non va la misera divisa, Quando il ciel fassi per la notte oscuro) Perchè non gli sparisca in qualche guisa, D'oro le pone al collo una catena, E seco nella torre se la mena.

5

In questo stato misero e crudele Stava l'afflitta povera Despina, Quando Ricciardo il suo amator fedele Venìa volando su l'onda marina; Chè vento amico gli empieva le vele. Seco è il re cafro, ed è seco Lirina, E Malagigi, e i due cugini, ed anco Quei che per lunga etade il crine ha bianco.

6

All'isoletta giunsero nell'ora Che dire non si può notte nè giorno; Chè dubbia luce le cose colora, Le quai molta ombra ancora hanno d'intorno. Preso terreno da ciascuno allora, Disse Lirina a Ricciardetto adorno D'ogni virtude, e agli altri cavalieri, Ciò che per quella impresa era mestieri.

7

La tua Despina in tigre tramutata Non si puote acquistar che per valore; Nè ci vale virtù d'erba incantata, Ma ci vuol braccio, e vuolci ingegno e core. Ella di dente e di fiera ugna armata Verratti sopra piena di furore, Non già per genio, ma per arte maga, Per cui contro di te s'infuria e indraga.

8

E pugnar devi a un tempo col gigante, Che di forza e d'ardire ogni altro avanza. Se questo ad atterrar sarai bastante, Conforme io n'ho grandissima speranza, La tigre allor ti bacerà le piante; Chè di fera serbando la sembianza, In lei ritornerà dolce e benigno Il genio acerbo e l'animo maligno.

9

Ma di spogliarla di sì rea figura Qui sarà tutta l'opra e la fatica; Chè devi trar dell'acqua pura pura Che stagna dentro una spelonca antica, Profonda sì, che niuno la misura, E ch'all'intorno di spine s'implica: Cotanta almen, quanta a lavar lei baste; Nè so s'altro vi sia che ciò contraste.

10

Tutta ripongo la mia speme in Dio, E là mi guida, dolce mia Lirina, Dov'è la tigre e il gigantaccio rio, Dice Ricciardo, e pel bosco cammina. E giusto allor che la torre s'aprìo, Ecco fuora il gigante, ecco Despina, Che, visto il cavaliere, arse di sdegno, Ed a lui corre come strale al segno.

11

Nel tempo stesso l'orrido gigante Alza una strana e ben ferrata mazza, E gli si pone con ferocia innante; E di dietro la tigre l'imbarazza. Nalduccio allor pietoso nel sembiante Disse: Il gigante o la tigre l'ammazza; Chè Ricciardo così non può durare, E ceder gli conviene a lungo andare.

12

Indi prende la tigre per la coda, Nè impugna l'armi per non farle male; Che l'armatura sua è tanto soda. Che non passolla di Morte lo strale. Il pensier del cugino Orlando loda; Ed esso pur, che ha di virtude uguale L'armatura che il copre, e nulla teme, Venne a lottar con l'aspra tigre insieme.

13

Or l'uno or l'altro in sul terreno stende La rigogliosa fera, e l'ugna e il dente Sovra essi adopra, e mai nessuno offende. In questo mentre Ricciardo valente A dar la morte al suo nimico attende; E quei con la gran mazza ognor pon mente Come ferirlo, e come fracassarlo; E tempo omai parrebbegli di farlo.

14

Destro gli gira attorno Ricciardetto; E in ciò l'ajuta molto il suo destriero, Che par dotato proprio d'intelletto. In fin per fianco il nobile guerriero L'assale; e benchè il copra il più perfetto Cuojo di drago ch'abbia il popol nero, Di Ricciardetto la fatale spada Infino al cor di lui s'apre la strada.

15

Mugghia il feroce, e cade sul terreno Con un romor che l'isola ne trema; E a poco a poco va venendo meno, In fin si muore, e spira l'aura estrema. La tigre allor bandisce dal suo seno Ogni spavento, e di ferocia scema, Anzi libera affatto, a Ricciardetto Corre, e gli lambe i piè colma d'affetto.

16

Volea pur dirgli: Io son la tua Despina; Ma non poteva. E Ricciardetto a lei Dicea: Mia vita, la bontà divina Ritorneratti i biondi tuoi capei, E i begli occhi e la fronte alabastrina. Per te qua venni, e per te sol sarei Gito più oltre; chè da te diviso, Non so che cosa sia contento e riso.

17

O di sì fidi amanti aspra ventura, Che nel pensarvi solo mi spaventa! Di lui, che vede lei in tal figura, E di farle carezze non si attenta; Di lei, che teme col fargli paura, Che l'amorosa fiamma resti spenta: E quanto più si guardano fra loro, Tanto più si ricolman di martoro.

18

Lirina intanto è nella torre entrata, E vede come un corvo grande assai Legato se ne stava a un'inferrata, E fra sè disse: Ciò che sarà mai? Indi una secchia d'oro oppur dorata Mira pendente, e che spargeva rai; Onde le venne subito nel cuore L'acqua di trar dalla spelonca fuore;

19

E scioglie il corvo, e distacca la secchia, E grida: Amici, andiamo unitamente A ritrovar quella spelonca vecchia, Dove sta l'acqua pura e rilucente. E tu, disse alla tigre, t'apparecchia Di donna ritornar veracemente. E così detto, alla spelonca vassi Per aspra via, tutta di spine e sassi.

20

Ivi giunti, nel becco al corvo pone Lirina il secchio, e giù cader lo lascia. È larga la spelonca; e quei girone Dispiega l'ali, e volando la fascia. Un'ampia tela di sottil cotone, Mentre il corvo si muor quasi d'ambascia Per l'aspra via, ammannisce Lirina, Orlata d'una seta fina fina;

21

E la tigre coprir volea con quella: Quando ecco un satiraccio orrendo e strano, Che si piglia la tigre, e va con ella Da tutti in un balen tanto lontano, Che Ricciardetto ebbe a drizzarsi in sella Per lui seguire, e non seguirlo in vano. Il re de' Cafri vagli presso, e seco Nalduccio; e gli altri restano allo speco.

22

Benchè il satiro corra, e corra tanto, Che il cervo e il caprïol si lasci indreto, Pur si vede egli che ha Ricciardo accanto; Onde lascia la tigre, ed indiscreto Gli vibra un dardo, con cui si diè vanto Di ferirlo; e ne fu di ciò sì lieto, Che fece un salto: ma non fe' il secondo, Che Ricciardetto lo levò dal mondo.

23

Indi discende il miser dal destriero; Chè la piaga gli duole; e la pietosa Tigre lo guarda, e vorrebbe il cimiero Sciorgli, e curar la piaga sanguinosa Che ha nella gola: e fu gran sorte in vero Che non fosse ferita perigliosa. Intanto giunse della Cafria il sire, Che lo dislaccia e cerca di guarire.

24

In questo mentre il corvo piena in cima D'acqua portata avea la secchia d'oro; E Lirina legollo come prima, E a ricercar Ricciardo pronti fôro; E lo trovaro fuori d'ogni stima Disteso al suolo e pieno di martoro: Ma con certa erba lo toccò Lirina, Che restò sano la stessa mattina.

25

Indi distende in su la tigre il velo, Talchè nulla di lei fuora compare; E l'onda chiara e fresca come il gelo Sopra le versa, e la fa ben bagnare: Ed ecco fuggir via l'orrido pelo, E l'ugna e i denti; ed ecco ritornare Despina al suo bellissimo sembiante, E farne mostra al suo fedele amante.

26

Per quanto io scorra gli accidenti umani, Cosa simil non so trovare in loro: Ond'è che tutti mi rïescon vani I paragoni; e in van pingo e coloro E le parole ed i pensieri strani. Per dimostrarvi quali e quanti fôro Le allegrezze, i piaceri ed il contento Che sentì ciascheduno in quel momento.

27

Ma chi dirà il piacer, la maraviglia De' due sì casti e generosi amanti? Con bocche aperte e spalancate ciglia Si stavano guardando ne' sembianti. Pallida in prima, e poi fatta vermiglia, Con sospir tronchi e parole tremanti In fin Despina a lui disse: Cuor mio, Pur ti riveggo, e nulla or più desìo:

28

E sol bramo da te che al Nume vero In cui tu credi, e il quale onori e coli, Tu mi congiunga. In lui pur credo e spero, Dopo che morte la vita m'involi, Ch'egli mi chiami al suo celeste impero, Dove i Cristiani andar possono soli. E mentre sì diceva, al giovinetto Cadevan calde lagrime sul petto:

29

E ripieno d'insolita allegrezza, L'abbraccia, ed il battesmo le promette. Quindi un abito bel nuovo di pezza Trae fuor Lirina dalle sue bolgette; E bacia la compagna e l'accarezza, E seco dietro un albero si mette, E la riveste da capo alle piante; Indi ritorna ai cavalieri innante.

30

Ed ella pure il battesmo richiede, E il re de' Cafri lo richiede ancora; Talchè Ricciardo pien di santa fede Ponsi in ginocchio, e il Dio verace adora, E lo ringrazia di tanta mercede: Ma quando al secchio pon la mano, allora Ecco dal ciel che una gran luce scende, Che su loro e su l'isola si stende.

31

E giù calar per l'acceso sentiero Veggono Carlo ed il famoso Orlando, E il gran Rinaldo, e con essi San Piero. Le destre lor più non stringevan brando, Ma belle palme; e in vece di cimiero Avean corone; e stavano cantando Inni di lode al sommo eterno Sire: Quando chetârsi, e Pier si pose a dire:

32

L'infinita bontà del nostro Iddio Ci ha qui mandati, e vuol che per mia mano Siate mondati d'ogni fallo rio. Ciò detto, il cafro re fece cristiano, Poi le fanciulle e tutti benedìo. Rinaldo e Orlando e il vecchio Carlo Mano Guardâr ciascuno dolcemente in viso, E ritornâr con Pietro in paradiso.

33

Or mentre questi di foco celeste Avvampan tutti, Melena dolente Si strappa i crini e si squarcia la veste, E pensa molte cose; e finalmente Risolve arder la nave e le foreste, Acciò che quivi stieno eternamente: E corre al mare, e alla nave dà foco, E pone un aspro incendio in ogni loco.

34

E disperata sopra un drago sale, E volando su lui torna in Egitto Vogliosa in sommo grado di far male, Com'ella possa, al cavaliere invitto. L'orrenda fiamma intanto universale Preso ha l'isola tutta; e del despitto Di Melena s'accorsero ben presto, E del perchè fece ella tutto questo.

35

Ma il vecchio in sul falcon montò di botto, E quindi al Congo giunse quella sera; E preso molto vino e buon biscotto, Fece allestir ben presto una galera, Che andava a remi e si ridea del fiotto (Chè il mar turbato avea la Fata nera, O sia Melena, che vuol dir lo stesso, Acciocchè niuno mi faccia un processo).

36

Finito il fuoco, inverso la marina Scendean gli sposi; e nel cammino intanto Ricciardo le dicea, come regina Era di Francia. Ed ella: Il maggior vanto E la gloria più illustre di Despina Ella è, signor, dicea, lo starti accanto. Questo solo da me vie più s'apprezza, Di qualunque sia mai scettro e ricchezza.

37

E il cafro re, che tacito e pensoso Era stato con essi infino allora: Figli (disse con volto rugiadoso Di dolce pianto), giunta oggi è quell'ora Che ha posto i pensier miei tutti in riposo, E d'un gran dubbio mi ha cacciato fuora; Perchè m'è ritornato alla memoria Quel che fu sogno, ed ora è fatto istoria.

38

E qui tutto per ordine e per filo Raccontò il sogno, e le mutate forme Della figliuola, e il fortunato asilo Del suo Ricciardo, e lei brutta e deforme Ripigliare il bellissimo profilo Mercè poc'acqua; ed in somma conforme Il sogno esser le cose succedute, Dio ringraziando e sua somma virtute.

39

In così dire, alla marina sponda Giunsero, e sopra l'arenosa spiaggia S'adagiaro: quand'ecco uscir dall'onda Una fanciulla, che il suo viso oltraggia Ed iscarmiglia la sua chioma bionda; A cui Despina, qual sorte le accaggia, Subito chiede. Ed ella: Il mio dolore D'ogni speranza di rimedio è fuore.

40

In questi mari sì remoti e strani Son già tre anni che dannata io sono A star con l'orche e coi marini cani, Che ho sempre appresso: e se mai m'abbandono A qualche nave, e distendo le mani Per via fuggire, e con dolente suono Chieggo pietade a' naviganti, allora Tristo a chi mi soccorre e vuol trar fuora.

41

Che di sopra e di sotto e per li fianchi Urtan così quel povero naviglio Gli orrendi mostri, che forza è si sfianchi E si sconquassi; ed essi poi di piglio Danno ai meschini per timor già bianchi, E di lor sangue fanno il mar vermiglio: Onde per la pietà che d'altri io sento, Non cerco più ristoro al mio tormento.

42

E mentre sì dicea, le brutte teste Alzavan fuor dell'acqua i fieri mostri. A lei disse Ricciardo: Non credeste, Bella fanciulla, che ne' cuori nostri Pietade indarno a vostro pro si deste. Son pesci alfin questi custodi vostri; E queste lance e queste spade avranno Virtù da trarvi e liberar d'affanno.

43

Quindi rivolto alla diletta sposa, Torna, le disse, con Lirina in alto, Acciò che qualche fera mostruosa Non ti dia d'improvviso alcuno assalto. E perchè veggo tutta vergognosa La verginella sgomentarsi al salto, Le dia Lirina onde coprirsi, e poi Possa venire arditamente a noi.

44

Tosto Lirina a lei getta nel mare Un largo drappo di color vermiglio, Lo qual più volte pria volle baciare La verginella, e con allegro ciglio Guardollo; e quindi misesi a fasciare Sue membra che il candor vincean del giglio: E quando sua modestia fu contenta, All'arenosa sponda ella s'avventa.

45

E nello stesso tempo con le lance I forti cavalier sono alla riva. Le lunghe bestie con le immense pance Si arrenano, chè l'acqua non arriva A ricoprirle; e le tremende guance Battono insieme; e lei, che veggon viva, Vorrebbero sbranare; e gettan gridi, Che ne rimbomban della Cafria i lidi.

46

Ma de' marini cani il gran potere, L'agilità, l'audacia e l'aspro dente Chi potrà dire? Orrendo era a vedere Altri saltar nell'isola repente, Ed ora l'uno or l'altro cavaliere Investire e sprezzare asta pungente; Altri correre appresso alla donzella, Che fugge, e i Numi in suo soccorso appella.

47

Già Ricciardetto e i due prodi cugini N'han morti tanti, che ciascun dirìa: Spenta è la razza de' cani marini: Ma cresce sempre la crudel genìa. Or perchè tal tempesta si declini Da loro, prendon del colle la via; E se ben dietro quelle bestie egli hanno, Son lente al corso, e poco mal lor fanno:

48

Perchè, con tutto che i marini cani Viver possano ancor dell'acqua fuore, Han sol due piedi, o vogliam dir due mani; E di quel tanto orribile vigore Di cui son colmi ne' liquidi piani, In terra ne son scarsi: onde in poche ore Giunser del colle i cavalieri in cima, E quelli quasi stavan dove prima.

49

E trovâr un palazzo, allora allora Da Malagigi fatto per incanto; E subito a incontrarli usciro fuora Le belle donne con letizia e canto: Sebbene lieta affatto non ancora Era Despina, e avea di fresco pianto Dal gran timor che le ingombrava il petto Per li cimenti del suo Ricciardetto.

50

Nè stette molto a quivi comparire Il vecchio su l'uccel dalle gran penne; E disse come di lamenti e d'ire Era il mar pieno, onde diverso tenne Cammino il legno ch'egli fe' venire; E che dietro uno scoglio lo ritenne Lontano da quell'isola gran tratto, Acciò da' mostri non fosse disfatto.

51

E tutti quanti nel palazzo entrati, Alla nuova fanciulla fecer festa; E intorno intorno a una mensa assettati, Le fêr comune ed amica richiesta Di narrar loro i suoi casi passati. E la fanciulla cortese e modesta La bianca mano alla fronte si pose, E fece il volto di color di rose.

52

Quindi dato un lunghissimo sospiro: Dirò, giacchè volete, i casi miei; Ch'è ben ragion, che se per voi respiro L'aria di libertà che pria perdei, Nè più sto in mar, nè più que' mostri io miro, Che a voi, che foste i tutelari Dei Di queste membra abbandonate e sole, Mi mostri grata almeno di parole.

53

Io nacqui in Scozia; e la bella Aberdona, Che del gran fiume Dea in riva è posta, Mi diè i natali. Qual di loro suona Fama tra noi, s'io taccio a bella posta, Non vi spiaccia: più libero ragiona Chi sua condizïon crede nascosta. Sol vi basti saper che pochi uguali Riconosce la Scozia a' miei natali.

54

La mia casa piantata in riva ell'era All'ampio fiume che nel mar si perde; Ed io, fosse mattina o fosse sera, Vaga del cielo aperto e del bel verde Della campagna e di quella riviera (Massime allor che il Sol sface e disperde Tutte le cose), ad un balcon, che stava Quasi su l'acque, ogni momento andava.

55

In questo mentre un gran signor d'Irlanda (Anzi per dirla schietta il regio figlio) Al padre mio ricche imbasciate manda, Che vuolmi in moglie: e quei, fatto consiglio, Contenti al prence i legati rimanda; Ed io gl'invìo con essi uno smaniglio Di fede in pegno e di tenace amore, E tutto da quel dì gli diedi il cuore.

56

Egli più volte in Aberdona poi Venne a trovarmi, ed affrettò le nozze; E sì tenero amore era fra noi, Che da' sospiri le parole mozze Eran sovente. O fortunati voi, Contro de' quali or non avvien che cozze L'invido Fato! (a Ricciardetto disse, Ed in quel dir gli occhi in Despina affisse.)

57

Fermato il tempo egli era al fin del mese, Del dolce mese che vien detto aprile, Ch'io seco andar doveva al suo paese: Quando (chi crederìa cosa simìle?) Una mattina, allor che all'aura stese Tenea le chiome, con volto virile Veggo un gran pesce, il qual mi chiama a nome, E loda la mia faccia e le mie chiome.

58

Per l'insolita cosa io fuggir volli, Ma la paura mi fermò le piante. Ed ei con gli occhi allor di pianto molli: Ah perchè fuggi un tuo fedele amante? Disse. Ah non sai a chi la vita tolli Con tua fierezza? Io son del dominante Dell'ampio mar la più diletta prole, E posso ciò che quegli puote e vuole.

59

Immortale non sono; chè terrena È la mia madre, illustre donna e chiara, Che pure anch'essa le tempeste affrena. Deh vienne meco, e del tuo amore avara Non ti mostrar con chi vuolti a man piena Donar sè stesso, e quanto ha in sè l'amara Onda del mar di rare cose e belle; Che oro è vil cosa in paragon di quelle.

60

Nè perchè tu mi vegga il petto e il dorso Folgoreggiar di luminose squame, M'hai da fuggir come faresti un orso. Di questa veste per saggio dettame Ci copriam tutti, e siam più presti al corso; E di questo durissimo corame E Dori e Galatea e Tetide anco Si veston, benchè il corpo abbian sì bianco.

61

Oh se vedessi come chiaro splende Il bel palagio del padre Nettuno, E quanto s'alza e quanto si distende! Quivi l'aere non mai vedesi bruno; Chè il Sol sempre lo guarda, ed a noi scende E rompe a nostra mensa il suo digiuno. E dove il Sol discende e si trattiene, Venir tu non vorrai, dolce mio bene?

62

Molti anni son che del tuo amore avvampo, E a dirti il mio dolor forza non ebbi: Ma or che sento ch'altri viene in campo, E vuolti in sposa, al debil core accrebbi Novello spirto, e per ultimo scampo Al mio dolor qua venni: e se t'increbbi, Dolce mia vita, con le mie parole, Venga per me la morte, e te console.

63

E qui si tacque lo squammoso amante. Ed io fatta in quel mentre più sicura, Signor, gli dissi, questo mio sembiante Egli è già d'altri, e in vano si procura Da te di averlo. Ed egli lagrimante Mi domanda, mi supplica e scongiura Che abbandoni il mio sposo, e segua lui Che m'ama molto più degli occhi sui.

64