Part 18
Ma il giovinetto baldanzoso e gajo Non può patir di camminar sì lento; Vorrìa la donna sua che avesse un pajo D'ale da farla andare in un momento Alle sue stanze; ed egli esser rovajo, O s'altro v'è più rigoglioso vento: Ed ella più lo invoglia e più l'accende, Quanto men pronta a' desir suoi si rende.
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Vi giunse alfine; e come far si suole In gran teatro al comparir de' regi, Che s'alza l'ampia tenda, e al par del Sole Splendon le scene ed i dorati fregi, E d'arpe e cetre e flauti e vïole S'odon concenti musici ed egregi; Così di suoni e di voci canore S'empion le stanze, e al ciel vanne il romore.
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Orlandino frattanto e solo e mesto Gira d'attorno a quelle infami mura, E su i perigli del cugin sta desto; Chè l'ama molto, e però n'ha paura. Chi sa, dice fra sè, che un vil capresto Or non l'uccida, e di sua fiamma impura Tal mercede ne tragga, o disarmato Non gli sia il cor da reo ferro passato?
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E si risolve di salir le scale Di quel palagio e farne aspra vendetta, Caso ch'ei fosse capitato male; E se vivo è, condurlo via con fretta. Quando sopra d'un carro trïonfale Vede uscir dalla porta maladetta Un fier gigante, che tiene in catena Nalduccio ignudo che si muor di pena.
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In vece di giovenchi e di cavalli, Due gran leoni traevano il carro. Orlandino fa prova di fermalli, E dà di mano al fren pronto e bizzarro, Pensando a un tratto poter fare stalli: Ma quei con l'ugne a lui dier tal bazzarro, Che se non era la buona armatura, Lo toglievan di vita a dirittura.
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Ond'egli snuda la spada tagliente, Ed in due botte i due leoni ammazza. L'aspro gigante allora di repente Scende dal carro, e in pugno tien la mazza, Ch'era d'acciajo tutta rilucente; E pria con detti il cavalier strapazza, Poscia va per ferirlo, e su l'elmetto Gli tira un colpo orrendo e maladetto.
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Nol prese a pieno; chè Gesù nol volle; Chè l'avrebbe stordito e incatenato, E insieme ucciso col compagno folle. Ond'ei di punta il fere nel costato, E fa di molto sangue il terren molle. Urla il gigante, e muorsi disperato: Sale Orlandino sul carro, e discioglie Il suo Nalduccio, ed al sen se lo accoglie.
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Il qual confuso e colmo di rossore Non sa che dirsi, e gli domanda scusa: Ed Orlandino colmo di furore Corre al palagio; e benchè trovi chiusa Ogni porta, col suo sommo valore Pensa battendo di vederla schiusa: Ma giacchè con la spada può far poco, Prende la mazza, e principia altro gioco:
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E in pochi colpi fe' caderla a terra, E salì sopra per le vuote scale; Chè ogni donzella e cavalier si serra Per lo spavento di guerrier cotale. Quand'ecco una gran stanza si disserra, E fuori appar la donna disleale, Parte vestita e parte ignuda, e tanto Bella, da far prevaricare un santo.
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E scarmigliata il crin, piangente e mesta, Mercè gli chiede; ed Orlandin non bada A quel che dice, e le taglia la testa, E se la infila in punta della spada. Fugge il palagio allora, e alla foresta Si trova; e di Nalduccio in su la strada È l'armatura; e l'uccisa donzella Più non si vede in questa parte o in quella.
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Rimasero ambidue sospesi alquanto; Ma come avvezzi a cose rare e strane, Ben presto lo stupor miser da canto; E mentre l'uno a vestirsi rimane Dell'armi sue che valevano tanto, Guarda il luogo Orlandino, e d'ossa umane Vede un gran monte, a cui s'accosta, e mira Scritto in un masso che più braccia gira:
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«Qui finiro di morte i giorni loro Gl'incauti amanti della trista Dea, Che se di qua passati unqua non fôro, Avrìan col senno, che in lor risedea, Rinnovata fra noi l'età dell'oro. Ecco il premio che dà l'empia Pornea (Che questo è il nome della rea fanciulla) A chi la segue, e seco si trastulla.»
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Onde, Vieni, Nalduccio (ad alta voce Grida Orlandino), e guarda il tristo gioco Che ti voleva far quella feroce, Se stavi col gigante un altro poco. Si fe' Nalduccio il segno della croce, E disse in suono doloroso e fioco: Cugin, sia sempre ringraziato Dio, Che non hai fatto tu quel che ho fatt'io.
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Ed egli: Impara per un'altra volta, Soggiunse, e lascia andar queste carogne. Mi spiace sol che la vita le ho tolta; Chè uccider donna è ben ch'uom si vergogne: Ma quando è in lor tanta nequizia accolta, Com'era in lei, non credo che bisogne Pensarvi troppo; e mal fatto averei, Se quel non le faceva, ch'io le fei.
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Poichè intanto si deve dolcemente Trattar quel sesso, in quanto egli è imperfetto, Nè può per forza nuocere alla gente: Ma quando giunge al grado maladetto Che sien per esso le provincie spente, La donna allora che tal chiude in petto Ferina rabbia, è mostro della terra, Contro di cui ciascun deve far guerra.
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Ma seguitiam nostro cammino, e sia Fra noi silenzio di sì tristo amore. Disse Nalduccio: M'usi cortesìa; Chè ne averebbe un sommo crepacuore, Quando il sapesse, la mogliera mia; E chi sa? salterebbele l'umore Di vendicarsi nello stesso modo, E mi farebbe qualche brutto frodo.
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In così dir, sen vanno passo passo, Ed odon di cavalli alto nitrito. Monta Nalduccio sopra un erto sasso, E vede tra le fronde inferocito Leon che per la selva fa fracasso, Correndo dietro leggiero e spedito A due cavalli; e vide che son quei Ch'essi smarriro, onde sen vanno a piei.
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Corre in quel verso, e lo segue Orlandino, E chiamano i cavalli, e su la fera Van lavorando con l'acciajo fino; Onde presto le dier l'ultima sera. De i destrier si chiamava un Serpentino, L'altro l'Ardito, e tal ne' fatti egli era; E a' lor signori fecero gran festa, Come avessero senno nella testa.
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Si posero ambidue ben presto in sella, Chè andar con gli altrui piedi egli è diletto: E da lor mentre vassi e si favella, Vedon per l'ampio ciel sereno e schietto Un grande uccel, che con l'ali flagella L'aer d'intorno, ed uom vecchio d'aspetto Vi veggon sopra che lo muove e regge, Conforme vuole, o col fren gli dà legge.
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Disse Nalduccio: E chi sarà costui Che va per l'aria, e per cavalli ha falchi? Uomo questi non è, siccome nui. Felice me, se mai vien ch'io cavalchi Su quell'uccello, e giù ne tiri lui! Chè mare non sarà ch'io non travalchi, Nè sarà terra da noi sì lontana, Ove io non corra in una settimana.
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E mentre sì favella, ecco s'accosta L'augello, e veggon sopra un bel destriero Un cavalier che il segue, e non si scosta Punto da lui; e dal noto cimiero Conoscon quei per cui givano a posta Girando il mondo, e fean tanto sentiero: Conoscon, dico, il caro Ricciardetto; Ond'ebbero a morire di diletto:
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E gridan: Cavalier, sofferma il passo: Noi siamo amici tuoi e tuoi cugini, Che sol per ritrovarti andiamo a spasso, E per te fummo a perire vicini. Il grande uccello allor discese al basso, Chè così vuole quel dai bianchi crini; E fermossi Ricciardo, e incontanente Corsero ad abbracciarsi strettamente;
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E cento cose domandârsi e cento Infra di lor. Ma quando Ricciardetto Udì come il buon Carlo restò spento Da Gano di Maganza maladetto, A caldi occhi ne pianse pel tormento, E pianse ancor per l'infinito affetto Ch'egli aveva a Rinaldo e al sir d'Anglante, Quando udì ch'ebber sorte somigliante.
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In fine Rinalduccio al suol prostrato Gli espose come il Consiglio reale In re di Francia l'aveva acclamato; E che n'era in Parigi un piacer tale, Che pareva a tal nuova ognun rinato. Ricciardo allor riprese: Han fatto male A sceglier me, che per virtù non basto A governar impero così vasto.
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Ed Orlandino umìle allor riprese: Signor, quel che fan tutti, opra è di Dio. Egli de' consiglier le voglie accese D'un così giusto e così bel desìo. Carlo ed Orlando e Rinaldo ei ci rese In tua persona; e se tu sei restìo In accettare il già datoti regno, Moverai Francia e Dio a giusto sdegno.
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Acchetossi Ricciardo alquanto, e poi: Amici, disse, a tempo più tranquillo Questi discorsi riserbiam fra noi. Or vi dirò che lei, per cui sfavillo Di vero amore, con gl'incanti suoi Seco ha Melena, e con crudel sigillo Le ha fatto nuova impronta, e l'ha cangiata In una tigre acerba e disperata.
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Or questa io vo cercando, e fra non molto Spero trovarla e racquistarla ancora, E dispogliarla del selvaggio volto Che le diede la Maga traditora. E se avverrà che mai di vita tolto Io sia, per tutto ciò che v'innamora E v'è più caro, al vostro inclito brando, Amici, la mia donna raccomando.
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Ma non si perda tempo, e l'interrotta Strada si proseguisca. A più d'un segno Io veggo che a buon fin sarà ridotta La strana impresa e il periglioso impegno: Chè non a caso qui vedo condotta La gloria di Parigi e il fior più degno Delle nostre armi; e non a caso venne Costui con questo uccel dalle gran penne.
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Ricominciano dunque il lor cammino: Ma perchè s'accostava omai la sera, Disse a Ricciardo il giovane Orlandino: Io non vorrei passar la notte intera Sotto qualche cipresso o qualche pino; Ma vorrei star con una bella ostiera, Che ci trattasse bene a letto e a cena, Chè son tre dì che il cibo ho visto appena.
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E Ricciardetto: Assai, fratel, mi duole, Soggiunse, di sentirti in questo stato; Chè qui, come tu vedi, orride e sole Campagne sono, e segno d'abitato Non si conosce. Ma più in alto vole Il nostro vecchio, e guardi in ogni lato, S'egli scorge capanna od altro ostello: E il vecchio in alto volar feo l'augello;
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E dopo un'ora di cammino scarsa, Abbassò il volo, e disse: S'io non sbaglio, In una selva che nel mezzo è arsa, Ho visto un ampio e nobile serraglio Di terra e sassi, e fa la sua comparsa. Quivi all'entrare avrem forse travaglio: Chè d'un gran fosso è cinto, e non ci appare Ponte, nè barca da poter passare.
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Andiam pur là, risposer tutti insieme, Che in qualche modo salteremo il fosso. Certo, Ricciardo, il caval mio non teme, Disse, ch'egli ha mille demonj addosso. E poi, disse Nalduccio, abbiamo speme Di saltarlo a piè pari; e bene io posso Dir questo, perchè ho fatto salti tali, Che pareva che a' piedi avessi l'ali.
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Così dicendo, ed allungando il passo, Giunsero in breve al loco disegnato. Largo e profondo è il fosso, e il muro è basso, Nè compare persona in verun lato. S'affaccia in fine un uomo corto e grasso Con un bicchiere ed un gran fiasco a lato: Siede sul muro con le gambe fuora, Saluta tutti, e col fiasco lavora.
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Buon pro ti faccia, dicegli Naldino, E se ti piace, buttaci qua il fiasco, Chè ancor io vorrei bere un po' di vino. Ed egli: In questo errore io già non casco, Che son nimico d'ogni pellegrino; E via più volentieri i cani io pasco, Che i vïandanti; e questo fosso appunto Fei, per istar da lor sempre disgiunto.
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Ed Orlandino a lui: Bestia da soma, Riprese, in breve ci darai la pena Di tanto oltraggio, ed avvilita e doma Sarà la tua superbia. Ora è di cena, Disse ridendo in africano idioma Il tristo Grasso; e in men che non balena Ritornò dentro. Sprona il suo cavallo Ricciardo, e quello mise il piede in fallo;
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E giù cadde nel fosso, e fu stupore Che l'uno e l'altro non si fracassasse. Ed il buon vecchio allor spinto da amore Fe' che nel fosso il suo falcone entrasse, Con speranza di trar Ricciardo fuore: Ma stretto in fondo era il gran fosso, e basse D'uopo era che l'uccel tenesse l'ali: Caduti entrambo negli ultimi mali.
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Piangono i due cugini amaramente, E domandano al vecchio se ci è via D'uscir mai da quel fosso finalmente. E il vecchio dice lor: Qui l'arte mia Sopra tal fatto non dice nïente. Ed ecco il Grasso che dal muro spia Quel ch'è successo, e si muor dalle risa, Mirando i due guerrieri in quella guisa:
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E prende de' gran sassi, e giù li rotola Per ammaccare il vecchio, oppur Ricciardo; E quando s'è straccato, empie la ciotola, E cionca a più poter senza riguardo. E, Questa, dice, alla tua barba vuotola, Sciocco guerrier che in mia custodia or guardo; E quest'altra alla tua, vecchio barullo, Che nel fosso or ti stai per mio trastullo.
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Ricciardo non risponde, e il vecchio tace, E i due cugini van pensando al modo Di liberarli; ma non vale audace Spirto nè forza per scioglier tal nodo. In fin Ricciardo: Amici, se vi piace, Gite, gli dice, in Francia; e con qual chiodo Dite m'abbia confitto la Fortuna In questa fossa sì profonda e bruna.
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Ma prima all'isoletta di Tristano Andrete a liberar Despina bella. E in questo mentre il Grassaccio con mano Sasso gli trae che quasi lo sflagella. Onde Orlandino voltosi al germano: Perchè, gli disse, non montiamo in sella, E non cerchiamo di qualche strumento Da levare color di laggiù drento?
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Non vedi tu che nespole son quelle? Andiamo dunque per cammin diverso; E se non altro, facciamo di pelle Di tigri e lupi, per lungo e traverso Tagliate, delle forti funicelle Per trarli fuora: se no, veggo perso L'amico e il vecchio. E ciò tosto fu fatto, E galoppâr pel bosco ambo ad un tratto.
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Errâr tutta la notte e il dì veniente, E non trovaro belve da ferire. Nalduccio il cammin suo prese a Ponente, Chè l'ucciso leon vuol rinvenire. Orlandino a Scirocco drittamente Incamminosse, e non trovò nïente: Quando Nalduccio a sè d'attorno ascolta Gente parlare entro una selva folta.
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Corre serrato a loro, e ben ravvisa In prima Malagigi, e poi Lirina, E il re de' Cafri dalla sua divisa; Onde a loro piangendo s'avvicina, E grida: Amici, o vendichiamo uccisa La nostra gloria che al suo fin cammina, O liberiamla dal misero stato, In cui l'ha posta di Ricciardo il fato.
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Egli guari non è che in un profondo Fosso è caduto, in cui pur cadde ancora Un vecchio, che volando va pel mondo Sopra un gran falco che l'aria divora; E intorno al fosso evvi un Grassaccio immondo, Che pietre sopra lor tira ad ogni ora. Vi piombò dentro per voler saltarlo Ricciardo, e il vecchio per volere aitarlo.
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Che se vi è modo di là farli uscire, Impiegate le forze e il vostro ingegno; Perchè in oggi Ricciardo è il nostro sire, E il loco ove si trova, è troppo indegno E di lui e di noi, a vero dire. Apre Lirina il libro, e vede a un segno Che v'era in mezzo, dipinto quel fosso, E l'uomo in sul murel piccolo e grosso:
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E tutta rallegrata: Prestamente Andianne, disse, al fosso, ove si stanno I due racchiusi; che se ben possente Egli è quel Grasso, e ci darebbe affanno Se gli andassimo contro apertamente, Io spero a forza d'un gentile inganno Di cacciar lui nel fosso, e trar quegli altri; Ma d'uopo è che noi siamo accorti e scaltri.
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Di vino egli è colui vago all'estremo, E sol si fida d'una villanella, Che glie ne porta un barile non scemo Ogni due giorni: e quando a lui giunge ella, Allora poco più largo d'un remo Di là dal fosso un ponte egli arrandella, Sopra il quale ella passa sola sola, E presto sì, che sembra augel che vola.
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Passato appena ha la fanciulla il ponte, Ch'egli a sè lo ritira; e non lo riede A gittar, se non quando il dolce fonte A Bacco sacro presso il fin non vede. Questa fanciulla è di serena fronte E di begli occhi, ma di trista fede: E benchè quel Grassaccio al sommo l'ami, E suo tesoro e sua vita la chiami;
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Ella però forzata per timore, E più per avarizia, si congiunse In matrimonio a questo trincatore. Pur per un giovinetto Amor le punse Ambedue gli occhi, e tutto quanto il core; Ma il Grasso l'uno dall'altro disgiunse, E lo tiene serrato a chiavistello In una rocca dentro del castello.
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Il Grasso è un mago di prima portata; E tristi noi se in guardia egli si mette! Chè chiude il fosso in meno d'un'occhiata, E a' due prigioni dà l'ultime strette. In quanto a me, se mi sarà approvata La cosa, e se da voi mi si permette, Andar sola vorrei in verso il mare, Di dove la fanciulla ha da passare:
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E le dirò quanto far le conviene, Se vuole in libertà veder l'amante: Cioè, che quando avrà bevuto bene Il Grasso, e che vedrallo traballante, E che sbadiglia, e il sonno a lui sen viene, Cenno ci dia con face sfavillante, Ed il ponte ci tiri, che leggiero È per incanto: e poi altro non chero.
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Voi altri quindi venite pian piano Inverso il fosso, e statevi nascosi; E quando che risplender di lontano Vedrete il lume, allora frettolosi Colà giungete. A me non pare strano Questo pensiero; e negli Dei pietosi Ho speme che la cosa avrà buon fine: Ma è tempo omai che al mare io m'avvicine.
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Restan quelli nel bosco; ella si parte In verso il mare, e dopo qualche miglio Si ferma (chè così mostrava l'arte) Sotto una pianta di color vermiglio, Che si ritrova solo in quella parte: Ed ecco comparir con lieto ciglio La villanella col barile in testa, Che pareva che andasse a qualche festa.
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Lirina allor per nome la saluta, Dicendo: Iddio ti salvi, Serpellina. A questa voce la giovin si muta, E la sua bella guancia porporina Si fa di neve; e in sè poi rinvenuta, Guarda la donna, e cosa alma e divina Le sembra; ed a' suoi piè gettar si vuole, E come vera Dea l'adora e cole.
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Lirina allor: Bellissima fanciulla, Io qua venuta son per farti lieta. Già la tua vita infino dalla culla M'è nota; chè non v'è cosa segreta Per me nel mondo. Or non tacermi nulla, E mi confessa, se tu sei discreta, Quel che dirotti, s'egli è falso o vero; Ma della tua schiettezza io non dispero.
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D'Angola al Grasso e' son tre mesi appunto Che tu sei moglie. Molte perle ed oro Ch'egli mostrotti, fur quel tristo punto Per cui perdesti il giovine Lindoro; Quello onde il core hai per amor sì punto, Che fuor tu ridi, e dentro hai 'l tuo martoro; Del quale amore il tuo marito accorto, Tien prigion quel meschino, e quasi ha morto.
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Tu temi lui per la sua gran virtude, E n'hai ragion; ma se tu vuoi del certo Levar l'amante tuo da servitude, Io mostrerotti un bel sentiero aperto: Nè fia che molto t'affatichi e sude Per trarlo fuora. Abbastanza ha sofferto Per tua cagione il giovane amoroso: Tempo è che tu gli dia gioja e riposo.
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Mentre Lirina sì favella seco, Sta la fanciulla con le mani alzate, E a bocca aperta, e attonita, qual cieco Ch'ode rissa e romori di brigate. E l'altra segue: Ancor di più t'arreco Grata novella per tua fresca etate. Non ti drà il Grasso in avvenir più noja; Chè fia mia cura che ben presto ei muoja.
90
La giovinetta gode estremamente Di quel parlar, ma ben non si assicura; Ed ha timor che il Grasso miscredente Presa non abbia femminil figura, Ed in quella maniera non la tente; Chè saggia cosa è sempre aver paura, Quando si tratta di vita e d'onore, E ancor di roba di molto valore.
91
Di sua temenza accortasi Lirina, Dice: M'avveggo perchè non rispondi; Ma già saresti in estrema ruina; Chè di tua mente scorgo bene i fondi, E veggio come infin questa mattina Mirar vorresti i ricciutelli e biondi Capelli dell'amabile Lindoro, E morto il Grasso per comun ristoro.
92
Qui vinta la fanciulla, sospirando Disse: Al vostro piacer, madonna, io sono. Voi mostratemi il modo, il come e il quando Di ciò che dovrò fare; a voi mi dono, E me e l'amor mio vi raccomando. E a lei Lirina, in assai basso tuono Ed all'orecchio, tutto quello disse Che far dovea, come ella si prefisse.
93
Giunge la villanella al fosso, e fischia; Ed il Grassaccio sul muro compare: E lei vedendo che il cor gli cincischia, Il ponte getta, e a sè la fa passare. Amor lo tira ed il moscado d'Ischia, E non sa quel briacon che più si fare: Ora guarda il barile, or guarda lei. L'una dice, Mi abbraccia; e l'altro, Bei.
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La scaltra giovinetta allora stura Il barile, e l'odor sale alle stelle: Ed il Grassaccio con somma bravura L'alza a due mani, e, A tue sembianze belle, Le dice, io sacro questa sboccatura. E giù pel mento, e giù per le mascelle Scendeva il vino, e gli bagnava il petto; Ed il furfante n'andava in guazzetto.
95
Alfin la bocca dal cocchiume stacca, Ma tiene in mano tuttavìa il barile; E lei guardando, Amore il cor gl'intacca; E dice: Bella mia, fui troppo vile; E mal fa chi s'imbromia e chi s'imbacca, Sprezzando una sembianza sì gentile, Com'è la tua; e ti chieggo perdono Del fallo, ancorchè degno non ne sono.
96
Ma nel fosso il baril voglio gettare, E in avvenir non vo' più bever vino. E la fanciulla: Grasso mio, non fare, Riprese; io vo' che ne beviamo un tino Quest'altra volta ch'io ritorno al mare. L'acqua è per l'uomo povero e meschino, E non per te, che hai tanti e gran tesori, Quanti n'abbiano insiem mille signori.
97
Eh bevi, Grasso mio, che non mi picco, Se il vino più di me da te si stima: Anzi il mio cor di gaudio si fa ricco, Quanto più bevi, e de' pensier la lima Rompi dentro un barile, o il mandi a picco; Perchè del volto allor ti sale in cima Un certo brio, una certa letizia, Che mi toglie dal petto ogni tristizia.
98
Allora fortunato chi t'ascolta Narrar cotante e sì diverse imprese! Là piagata una fera, e qua disciolta Una donzella; là cittadi accese, Qui regi superati e gente molta. In somma mie fatiche son ben spese, E non m'incresce punto del cammino, Se tanto ben m'arreca poi quel vino.
99
Ed il Grassaccio gongola a quel dire, Ed al barile torna a dar la scossa; E fu sì fatta, che l'ebbe a finire. Ride il porcaccio, e fa la faccia rossa, Ed incomincia a cinguettare, e dire, E sbadigliare, e dormir su la grossa; E non aspetta d'entrar nel castello, Ma si sdraja così sul praticello.
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Corre al palazzo allor la giovinetta, Accende una facella, e dà di mano Al ponte, e sopra il fosso ella lo getta. Corre Lirina, e gli altri di lontano Vengono al fosso pur con somma fretta. Lirina sale sul ponte pian piano, E di saccoccia al Grasso un libro toglie, Ed una chiave ed un mazzo di foglie.
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Indi trapassa nel castello, e quivi Tutto ricerca; ed una scala trova Fatta di seta, e lunga sì che arrivi In fin del fosso, dove in dura prova Si stanno que' due miseri cattivi, Che aspettan che dal ciel soccorso piova Sopra di loro: e bene il ciel cortese I lor sospiri e le lor preci intese.
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Prima però di tutto ella sprigiona Il giovine Lindoro, e a Serpellina Cortesemente e ridente lo dona; E lega il Grasso, e nel fosso il ruina. Ma non si desta, o punto lo frastuona La gran percossa, che quasi il rifina: Poi cala a basso la scala di seta, E al muro i capi attacca cheta cheta.
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