Part 17
Questo d'Atlante è il monte sì famoso, Di cui libro non è che non ne dica. Qui pure uno spettacolo grazioso È da vedersi; ma ci vuol fatica. Egli va tanto in alto, che non oso Dir quanto; chè la mente mi s'intrica. V'ha chi dice, col capo ch'egli tocchi Le stelle, che del ciel sono tanti occhi.
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Nella robusta mia gran giovinezza In su le cime sue giunsi talora, Dove da un mago pieno di saviezza Molti precetti appresi; e fin d'allora Li misi in uso, e gli opro in mia vecchiezza: E discender vedeva in su l'aurora La Fortuna in quel monte, ov'ella tiene Un bel palazzo, e vi fa pranzi e cene.
53
Caso che abbiate voglia d'ir lassuso, Io vi dirò quel che dovete fare. Passato il mezzo, vi sarebbe chiuso Lo spirto e il modo più di respirare; Chè l'aere è sì sottile, che al nostro uso Non è più buono, e ne convien mancare. Però darovvi un otro per ciascuno, Tutto ripien d'una più crassa Giuno.
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Poi vi dirò qual via tener dovete Per favellar con quella Dea sì stolta E instabil tanto, come voi vedrete; Che or quinci or quindi si muove e si volta; Inimica mortale della quiete. Ella sempre ha d'attorno gente molta, E tutta pazza e strana al par di lei, E che disprezza sempre uomini e Dei.
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Ma la notte s'inoltra, e di riposo (Io per l'etade, e voi per le fatiche) Abbiam bisogno. E qui il pastore annoso Alzossi in piedi, e di paglie mendiche Formò gran letto in un angolo ascoso Della spelonca, e lor, Fra genti amiche, Disse, voi siete, e dormite sicuri, Finchè il Sol giunga in questi luoghi oscuri.
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La buona notte a lui pregâr di cuore I giovinetti; e su la stesa paglia Si agiâr vestiti, e con tanto sapore Presero il sonno, che a ghiro s'agguaglia Ognun di loro: e volâr presto l'ore, Che son sì pigre allor ch'uno travaglia; E il Sole apparve, che debole e tronca Spinse la luce sua nella spelonca.
57
Già il saggio vecchio avea gli otri ammanniti, E l'altre cose necessarie al vitto, E presentolle a' paladini arditi, Che di troppo dormire ebber despitto, Chè già vorrìan sul monte esser saliti. E qui dal vecchio venne lor prescritto Il modo di parlare all'incostante Nume, se mai gli giungono davante.
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Giunti del monte che sarete in cima, Vedrete un gran palagio, egli dicea, Che sembra d'oro alla veduta prima, Ma sempre nuovo in lui color si crea; Chè or d'ostro, ora d'argento esser si stima, Or d'altra cosa: e qui dal ciel la Dea Discende. E' non ha tetto, e senza fine Son le finestre fra grandi e piccine.
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Un'ampia porta egli ha verso Levante, Che non ha legni, e giammai non si chiude. Grand'ali su le spalle ed alle piante Ha poi la Dea, e sue membra son nude; Ma d'un cert'olio colan tutte quante, Che la man di ciascun sempre delude, Che la voglia afferrare; e fino adesso Di fermarla ad alcun non fu permesso.
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Però prendete (e di caprina pelle Diè loro una sacchetta) questa nera Polve tenace, che a veder le stelle Xantia portò dalla stigia riviera, Di Bacco il servo; come le novelle Cantan di Grecia, e forse è cosa vera. Di questa le man vostre intriderete, E la veloce Dea forse terrete.
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Così disse egli; e lieti i due cugini Uscîr dell'antro, e del selvoso Atlante Salîr sul dorso; e quando fur vicini Al mezzo, i tuoni e la grandin sonante, E gli aquiloni ed i venti marini Nascevan sotto assai delle lor piante; E l'etere lievissimo e sereno Già cagion era che venisser meno.
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Onde a' lor otri ognun la bocca pose, E così gìan salendo il monte alpestre: Quando a veder le mura luminose Incominciaro, e le tante finestre Di quel palazzo, come il vecchio espose; Ch'opera al certo non parea terrestre; Sebbene degli Dei nel prandio strano Dicon che Atlante il fêsse di sua mano.
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Giunti che fûro al destinato loco, Posero arditi il piè nella gran porta, E giraro il palazzo a poco a poco, Il qual taceva come cosa morta. Onde Orlando a Naldin disse per gioco: Ritorniamcene via per la più corta; Chè questa pazza chi sa quando viene, E se venendo ci farà del bene.
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Ma rispose Naldin: Di lei più pazzi Parremo noi a ritornare a basso, E stimati saremo due ragazzi Da quel buon vecchio; ond'io non te la passo Per questa volta, e soffrirò strapazzi, E fame e sete e qualunque sconquasso, Per vedere costei che ha tanta fama Infra di noi, e da noi tanto s'ama.
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Or mentre sì dicevan tra di loro, Ecco venir per l'aria a tutto volo L'ignuda Diva co' capelli d'oro: E seco v'era un numeroso stuolo Di garzoncelli alati, e di costoro Ognuno in mano avea come un orciuolo; Ma largo in cima e chiaro e trasparente, E pien ciascun di merce differente.
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Ove eran perle, ove monete, ed ove Lotti diversi, e Pagherò felici D'Ambi parecchi, che quell'orcio piove; Ma pochi Terni; e come le fenici Erano le Cinquine, che al buon Giove Potrebbero eguagliare i più mendici: E negli altri orci eran varie saette, Quali ad odiar, quali ad amare elette.
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Ma la Fortuna sotto il braccio manco Aveva un cornucopia smisurato, Che come fiume, in gittar non vien manco; E quando da' fanciulli era vuotato Il vaso, alcun se l'appendeva al fianco, Altri lo rïempiva al corno usato: E questi fanciulletti eran senz'occhi, Parte vivaci e parte pigri e sciocchi.
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Capricci eran chiamati, alma e diletta Famiglia di Fortuna; e a loro in mezzo Stava una vecchia grinza maladetta, Livida e nera, che facea gran lezzo Per ogni banda, ed Invidia era detta, Ch'altra vecchiaccia degna di disprezzo Per man teneva e ragionava seco, Secca, sparuta, e d'occhio torvo e bieco.
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La rea Malvagitade era costei, Che unita all'atra Invidia, a tempo e loco Volgea gli occhi su gli uomini più rei, E li faceva stare in festa e in gioco. Naldin prese un garzon per i capei, Per torgli l'orcio e scherzar seco un poco; Ma tira tira, si ruppe l'orciuolo, E qui piangendo seguitò il suo volo.
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Frattanto Orlando le mani s'intrise Nella polvere stigia, e il destro braccio Strinse a Fortuna, che a gridar si mise, E si scoteva, come presa a laccio Semplice cerva; e grave se ne rise Uomo di bianco pelo sul mostaccio, Che, preso il tempo, il cornucopio tolse Alla Fortuna, che in pianto si sciolse;
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E giù dal monte si fuggì con esso, E girò il mondo: ed allor fu di certo Che l'uom dabbene, misero e depresso Vide una volta premiato il suo merto; E le bell'arti allor vider lo stesso, E fiorîr tutte, e fu l'ingresso aperto Delle gran corti agli uomini di stima, E chiuse alla gentaglia indotta ed ima.
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Questo vecchione egli era il Buon-giudizio, Che ognun crede d'avere, e non è vero; E questa è la ragion ch'a precipizio Vanno le cose, ov'egli non ha impero. Ei ben distingue la virtù dal vizio, E il falso bene dal bene sincero; E non confonde i premj con le pene, E dà a ciascuno ciò che gli conviene.
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Dopo aver pianto la Fortuna molto, Tanto si dimenò, che fuggì via Dalle man d'Orlandino; e poi con volto Pieno di sdegno e d'ira acerba e ria, A sè il drappel de' fanciulli raccolto, Disse: Fia cura della suora mia, Che si domanda Fortuna infelice, Farsi de' torti miei un giorno ultrice.
74
Disse Nalduccio: Non c'importa un'ette Che tu ci abbracci, o che ci sia nimica. Noi seguitiam Virtude: il ciel ci dette Questa per guida, ed Onore e Fatica Sono le nostre deitadi elette. Te cerchi sol chi d'ozio si nutrica. Ha Virtude i suoi doni, che de' tuoi Tanto più vaglion, quanto in lor men puoi.
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Per la rabbia si morse ambe le mani, E tornò in cielo; e i due forti guerrieri Riser fra lor degli atti sconci e strani Che fe' la Dea, qual presa da' sparvieri L'anitrella far suole ne' pantani. Poi si fermaro entrambi volentieri A veder le muraglie e le pitture Ch'erano in esse, e tutte con scritture.
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Mostravano altre le cose passate, Le presenti altre, e le future ancora; E si vedevan teste coronate Che dall'aratro ne venìano allora; E puttanelle nel chiasso allevate Salire al trono, e discacciarne fuora Le illustri e caste; e mitere e cappelli Vedeansi dati ad uomin tristi e felli.
77
Là si vedeva l'Ignoranza in sedia Cibi gustare e vini saporiti; E qua Virtude morirsi d'inedia, Ed esser giuoco degli scimuniti. In somma egli era un spasso da commedia: Ma i giovani si fûro infastiditi, Che avevano altro in testa; e poco o nulla Guardâr le imprese della rea fanciulla.
78
O, se stato foss'io con loro insieme, Avrei veduto pur con mio contento, Non le cose passate e non l'estreme, Ma quelle sol del mille settecento: In cui il Vizio sì trïonfa, e geme Virtude, e piange Apollo, e fan lamento Le Muse; e la Malizia e l'Ignoranza Stanno nel lardo, e si grattan la panza.
79
O se potessi qui sciorre i miei bracchi, Vorrei dir cose da fare stordire! Nell'Aventin son ritornati i Cacchi, E tanti son, che non si posson dire: Nè si ritrova un Ercol che gli acciacchi Il tristo capo, e li faccia morire? Questi Fortuna se li tiene in seno, E i nostri greggi ognor ci vengon meno.
80
Delle rapite lane i traditori Su gli occhi nostri le cappe si fanno, E restan nudi i miseri pastori. Ma se i Numi di noi pensiero egli hanno, E del mal nostro e de' nostri dolori, Sempiterno non fia il nostro affanno; Chè tra poco vedrem costoro spenti, Salve le nostre lane e i nostri armenti.
81
Ma seguitiam gli arditi giovinetti, Che van scendendo il monte con tal furia, Che sembran damme o leggieri cervetti Co' cani appresso, e temono d'ingiuria. Già l'aere meno grave entro i lor petti Di respirar lor toglie la penuria. Eccoli al piano, e su l'angusto foro Della spelonca; e il vecchio è già con loro.
82
Rise il buon uomo, ed ammirò in segreto Il soprumano ardir de' due guerrieri, E diede lor cortesemente e lieto Povera cena, e diella volentieri. Indi disse Orlandin: Nostro decreto È di passar nel paese de' Neri, Vo' dir nell'Etïopia, ove Ricciardo Soggiorna, il fior d'ogni campion gagliardo.
83
Però ci mostra il più corto cammino, E che più colmo sia di belle imprese. Quel giorno egli è per noi tristo e meschino, Che ci son l'armi d'inutile arnese. E il vecchio a loro: Un bosco è qui vicino, Dove alberga una donna discortese, Che alletta prima i passeggieri, e poi Li fa scannare da' giganti suoi.
84
E son dieci anni che uccise un mio figlio, Che alla vecchiezza mia fora sostegno; Ma più che non credete v'è periglio, Ch'ella ha tropp'arte e troppo iniquo ingegno. È bella assai, e innamora col ciglio; Ed è lasciva sì, che passa il segno. Miseri voi, s'ella vi tocca il core, E ve l'infiamma del suo falso amore.
85
Ella vince nel canto le sirene; E se talor si mette a carolare, Il vento per mirarla si trattiene, E gli uccelletti lascian di cantare. I gesti e le parole son catene Che ogni libero cuor sanno fermare. In somma ella è la Dea della bellezza, Ed ho timor di vostra giovinezza.
86
O questa impresa sì, disse Nalduccio, Mi cava il cuore, e dammi gusto estremo; E sol mi duole di dover dar cruccio A questa bella donna, e fare scemo Di tanta grazia il mondo, che corruccio Porrà per lei. Di questo io già non temo, Disse Orlandin; che per fera che sia, Non le farò giammai tal villanìa.
87
Ma non si perda tempo. E di buon passo, Sbrigatisi dal vecchio, camminaro Inverso il bosco. E quivi ora li lasso, Chè vo' tornare a Ricciardo mio caro, Qual destato si diede a Satanasso, E proruppe in lamenti e in pianto amaro, Quando s'accorse che gli fu rubata, Mentre dormiva, la sua donna amata.
88
Altri qui narrerebbe il piagnisteo, E le parole tragiche e dolenti Che allora disse, ed i gesti che feo; Ed aprirebbe i fonti ed i torrenti Del più forbito immaginare Acheo. Ma qui noi siamo tra amici e parenti, E si raccontan le cose alla buona, Senza tanti Permesso od Elicona.
89
Quel ch'egli è vero, la stiacciò sì male, Che senza dire a' suoi compagni addio, Montò a cavallo, e gli fe' metter l'ale, E bestemmiando da lor si partìo. Or dove andasse, ed in che verso e in quale Terra si ritrovasse, il pensier mio È di dirlo domani; se pur anco La memoria di ciò non mi vien manco.
CANTO VIGESIMOTTAVO
ARGOMENTO
_Nalduccio vinto dal piacer fallace,_ _Poco mancò che non gisse in malora._ _Orlandino l'incanto alfin disface,_ _Ed escon ambo da' perigli fuora._ _Trovan Ricciardo; a lui Nalduccio face_ _L'imbasciata, che Re Francia l'adora._ _Degna d'ira, di riso e di memoria_ _D'un Grassaccio furfante è qui l'istoria._
1
L'Amore non so già quel che si sia, Nè quel ch'egli si faccia entro di noi; Ma credo che s'accosti alla pazzìa, E lo comprendo dagli effetti suoi. Il pazzo quel ch'egli ha, lo butta via: Alla diletta sua, Quel che tu vuoi, Prendi, dice l'amante; e non gli cale Di ridursi a morir 'n uno spedale.
2
Il pazzo non si sa mai quel che vuole: Ed un amante, chi l'intende è bravo. S'egli è d'estate, il pazzo stassi al Sole, Com'ei sia dell'inverno il babbo o l'avo; E l'amante, per dir quattro parole A lei che dentro al cuor gli ha fatto il cavo, Nell'estivo meriggio sopra un tetto Starìa senza cappel, senza berretto.
3
S'infuria il pazzo e s'infuria l'amante: Quegli non guarda a vita, e nè men questi. Arde dell'uno e dell'altro il sembiante, E i fatti lor son tragici e funesti. In questo sol mi pare uno distante Dall'altro, e che d'assai diviso resti, Che rinsavisce alcun pazzo talora, Ma il cervel dell'amante ognor peggiora.
4
E in fatti chi vedesse Ricciardetto Come va stralunato e fuor di mente, Costui, direbbe, egli è pazzo in effetto, O spiritato. Passa tra la gente Senza guardarla; e fuori dell'elmetto E fumo e fiamma gli esce veramente; E s'ode tanto da lontano urlare, Che s'assomiglia al brontolìo del mare.
5
Corre in verso Ponente, e ad alta voce Chiama Despina; ma chiama e rispondi: E intanto sveglia ogni belva feroce Che sta a dormir negli antri suoi profondi. A lui van sopra con un ceffo atroce, Per farlo in brani con gli artigli immondi; Ma il suo destrier dà lor calci sì strani, Che li sconquassa e manda via mal sani.
6
Punto non mangia il meschinel nè beve, E il terzo giorno è omai del gran digiuno; Talchè del viver suo il tempo è breve: E non incontra il misero veruno Che lo conforti in duol sì acerbo e greve. E gli tolga dal cuor sì fatto pruno; Onde più non si regge, e s'abbandona In sul caval con tutta la persona.
7
E mentre in cotal guisa egli è condotto Dell'Atlantico mare in su la spiaggia, Di sua vita all'estremo omai ridotto, Quel buon vecchion che su l'uccel vïaggia, Quel che fu cieco, e a veder ricondotto Mercè le grazie di Lirina saggia, Quegli d'alto lo vide, e ravvisollo, E sopra lui piombonne a rompicollo.
8
Egli s'era partito al far del giorno D'Egitto, per serbar la sua parola Che diede a Ricciardetto del ritorno. Or mentre in quella erma campagna e sola Vede in tal guisa il cavaliero adorno, Pensò, siccome mago era di scuola, Che la figlia sicur d'Arimodìa Gli avesse fatta qualche furberìa;
9
E sceso dal grifon, lo chiama e abbraccia, E gli fa cuore, e a sperar ben l'invita, E l'elmo intanto e la visiera slaccia; Ma segni il tapinel non dà di vita: Ond'egli presto stura una borraccia Che seco aveva piena di acquavita, E con essa l'asperge e lo ravviva, Come languido fior la pioggia estiva.
10
Aprì gli occhi Ricciardo, e ben ravvisa Il vecchio, e il suo dolor più crebbe allora, Dicendo lui: Da me stata è divisa La mia Despina, onde convien ch'io mora; E forse forse l'averanno uccisa. Beato me, se si trovava ancora In quella rocca da te custodita, Chè dolce speme or mi terrebbe in vita!
11
Oh come, vecchio mio, si son mutate Le dolci cose, e di tranquille e liete Si sono fatte afflitte e sventurate! E il vecchio a lui: Signor, per vie segrete, Disse, il Fato conduce sue pedate, Nè menti son sì accorte e sì discrete, Che le possan comprendere; e bisogna Chiamarci ciechi, e non n'aver vergogna.
12
Ma perchè gran sapienza e gran consiglio Egli è nell'opre dell'eterno Sire, Rasserena, signor, la mente e il ciglio, Ch'io ti vo' gran fortuna presagire. In qualunque tuo grave aspro periglio (Che tanti fur, che non si posson dire) Te sempre un tutelar Nume difese, E vincitore insuperabil rese.
13
Ora a qual fine aver tanto pensiero Di tua persona? Acciò che tu perisca In un deserto? Ciò non fia mai vero. Ma lascia ch'io con l'arte sopperisca A ciò che di saper fa di mestiero. E qui fa che in un subito apparisca Un spiritello; e il precetta di posta, Che dica ove Despina sta nascosta.
14
Il tristo si volea far trar le calze, E te l'infrancescava malamente, Dicendo: Ella sta in mezzo all'onde salze; Ma di qual mar, non sollo certamente. Ed or dice: Ella va per certe balze Cangiata in orsa, ed isbrana la gente. Ed ora: Sta rinchiusa entro d'un pozzo, Dove l'acqua le arriva fino al gozzo.
15
Ma il vecchio gli rinnova lo scongiuro, Il quale fu sì forte e tanto strano, Che te lo mise ben tra l'uscio e il muro; E bisognò che fosse chiaro e piano Quel che finora avea tenuto oscuro; E disse, come in un lido lontano Nel mar del Congo stava la donzella, E che Tristan quell'isola si appella;
16
E che Melena, d'Arimodia figlia, L'avea furata; e disse il quando e il come; E che in fera che a tigre s'assomiglia L'avea cangiata; e le sue bionde chiome, E la sua faccia candida e vermiglia Non più si conosceva; e al volto e al nome Terribil cosa e barbara parea, Di che la sventurata ognor piangea.
17
Indi soggiunse che un fiero gigante La guida sempre: e qui si tacque e sparve. Non così l'egro misero ed ansante, Nel sonno oppresso da fantasme e larve, Tranquillo destò il fosco suo sembiante, Come sul volto di Ricciardo apparve Il gaudio e il riso, quando udì che in vita Era Despina, e il loco ove era gita.
18
E a ristorar le forze sue perdute Tardo non fu con cibi e dolce vino, Del qual ne fece cinque o sei bevute; Onde all'ebrezza quasi fu vicino. Poi disse al vecchio: Queste sole mute Spiagge lasciamo, e prendasi il cammino Verso Ponente al mar del Congo, dove Stassi il mio ben cangiato in forme nuove.
19
Il vecchio sul grifon sale di botto, E Ricciardetto sprona il suo destriero. Vola il falcone, e va il caval di trotto, Tanto era presto e tanto era leggiero. Di sopra il vecchio a lui, ch'era di sotto, Parlava, e gli mostrava il buon sentiero. Or lasciamoli andare allegramente, E il ciel si mostri lor sempre ridente.
20
Quindi, se parvi, ritorniamo in fretta A ritrovare i due forti cugini, A quella coppia di valore eletta, Gloria ed onor de' Franchi paladini, Ch'iva a quel bosco, ove una donna alletta, E dopo uccide tutti i pellegrini: E presto v'arrivaro; e fu nell'ora Che terra e cielo e mare il Sole indora.
21
Il bosco in sul principio egli era oscuro Per le gran piante e i rami alti e fronzuti; Quindi insensibilmente aere più puro Lo rischiarava, infin che fur venuti In un bel prato, più vago sicuro Di quanti gregge alcuno abbia pasciuti; E in mezzo al prato eran giardini e fonti, E laghi e stagni, e colonnati e ponti.
22
I bianchi cigni e l'anitre cianciere Si stavano per l'acque; e i caprioli Su l'erbetta facean le lor carriere. Su' cedri e su gli aranci mille voli Degli uccelli movean le alate schiere: Ed i soavi e dolci rosignoli Non desistevan mai dal canto usato, E si sentìa per tutto un odor grato:
23
Chè il fiore arancio e la giunchiglia doppia, E il nostro gelsomino e il catalano, E il mugherino che con lor s'accoppia, Spingeano il loro odor tanto lontano, Che in estasi sen gìa la bella coppia; E già passava entro di lor pian piano Un non so che di molle e di gentile, Che gl'infiacchiva l'animo virile.
24
Dove termina il prato ampio e famoso Era il palagio ove abita colei Che dà agli amanti suoi tristo riposo. Qual sia, non ve lo dico; che starei Tutt'oggi a dirne, e diverrei nojoso. Vi dico sol ch'un tale a' giorni miei Non ho veduto, e non si può vedere, E di vederlo alcuno mai non spere.
25
Per cinque porte a quel s'apre l'entrata, E per tutte son giovani e donzelle. Chi ride e canta, e chi carola e guata Di questa o quello le sembianze belle. Altri s'abbraccia, altri gioconda e grata Bevanda sugge, e mangia a crepapelle. In somma da per tutto e in ogni loco Albergava il piacere, il riso e il giuoco.
26
Fratel, disse Orlandino, io non vorrei Che ci accadesse, come ha detto il vecchio. Non abbiamo veduto ancor costei, Ed a volerle ben già m'apparecchio. Per me, Nalduccio, addietro io tornerei, Chè di noi temo. Femmina è capecchio, E l'uomo è foco, ed il demonio è il vento, Il qual li accoppia, e poi ci soffia drento.
27
Nelle guerre d'Amor (proverbio è trito) Vince chi fugge, e non chi si cimenta; E duro mi sarebbe in sì romito Luogo che fosse nostra vita spenta, E sol per un brutal sozzo appetito, Onde nostra bassezza si argomenta. Deh torniamcene via, e ci sovvegna Che Cristo è il nostro duce e nostra insegna.
28
Rise Nalduccio, e poi: Frate, riprese, Tu favelli da uomo da cuculla, E non da militar giovin franzese. Io vo' vedere un poco la fanciulla, Com'ella è vaga, e com'ella è cortese; E ti prometto poi di non far nulla. In questo mentre del palazzo fuora Ecco che vien l'amabile signora.
29
Orlandin si discosta, e gli occhi chiude; Nalduccio le va incontro, e la saluta, E perde nel mirarla ogni virtude; E sol felice nel cuor si repùta, Se veder può tante bellezze ignude: Ridente ella lo guarda, e stassi muta; Nalduccio se le accosta, e alla francesca Le appicca un bacio nella guancia fresca.
30
Ritirossi da parte, e duolo infinse La perfida fanciulla per quell'atto, E tutta di rossore si dipinse; Talchè di lei Nalduccio venne matto, E le sue mani tremando le strinse Dicendo a lei: Già tuo, bella, son fatto, E sarò qual vorrai, servo ed amante Di cotesto tuo vago almo sembiante.
31
Rise la traditrice empia donzella, E l'invitò nel suo real palagio: Egli la segue, e dolce le favella; Ma va pur là, che ti darà il San Biagio. Questa, meschino, è quella donna fella Che ha guasto il core, e l'animo ha malvagio: Fuggi, Nalduccio mio, fuggi da lei; Se no, tra poco e preso e morto sei.
32