Part 16
E perchè i' so di certo che destato Egli darà ne' lumi, e farà cose Da mettere a romore il vicinato, Io farò quello che Caton propose, Cioè me n'anderò 'n un altro lato; Chè odio di star con le genti rabbiose: Ancorchè in questo caso il giovinetto Non debba, se s'infuria, esser corretto.
74
Noi lasciammo Nalduccio ed Orlandino Ch'entravano in Parigi, e dietro a loro Lo scellerato Gano malandrino Nella ferrata gabbia; e con decoro Il morto Carlo e ogni altro paladino; E lo seguiva un mesto ed ampio coro Di preti e frati e vescovi primaj, E di duchi con lunghi e neri saj,
75
Che molte miglia ad incontrar l'andaro. Il pianto di Parigi era infinito, E pianto vero; chè troppo era caro Carlo a ciascuno. In lui piangea finito Ogni conforto, ogni stabil riparo Nelle miserie; e con lui seppellito Il giusto, il buono, il bello della Francia, E l'onor della spada e della lancia.
76
Le verginelle in lui piangean perduto Quel pietoso rigor con cui punìa De' giovani l'ardire: in lui l'ajuto Piangeano i vecchi in misera armonìa, Per cui ognun di loro sovvenuto Era ne' gran bisogni: in fin s'udìa E quinci e quindi un misero concento Di sospir tronchi e di lungo lamento.
77
Ma chi dirà le strida ed i singhiozzi Che fecer per Rinaldo e per Orlando? Io credo che averìa ripieno i pozzi Il pianto che da loro iva sgorgando. E chi narrava i fracassati e mozzi Capacci de' giganti col lor brando; Chi le vinte cittadi e i regni interi, Le acerbe guerre e i fatti illustri e alteri.
78
Alla chiesa maggior con questo treno Portati fûro i nobili defunti; E soddisfatto alla pietade appieno, Fûro i lor corpi imbalsamati ed unti. Poscia alzata bell'urna in sul terreno, In essa li serrâr così congiunti; E scrisse l'arcivescovo piangente Quest'epitaffio sul marmo lucente:
79
«Stassi in quest'urna il cenere sepolto Di Carlo Magno, e del signor d'Anglante, E di Rinaldo: e stassi insieme accolto. Perchè insieme li uccise un reo furfante. Non si scrive di lor poco nè molto; Chè non vi è penna al lor merto bastante. Il mondo tutto appena può capire Quel che di loro si potrebbe dire».
80
Ciò terminato, ognun col capo basso Ritorna a casa, e con la sua famiglia Dura a lagnarsi, e bandisce ogni spasso. Ma perchè del dolor suol esser figlia L'allegrezza, e dal duol si fa trapasso Al piacer senz'alcuna maraviglia; Chè la natura umana è fatta in guisa, Che si mantien di lagrime e di risa;
81
Incominciaro a far baldorie e feste Per Ricciardetto nominato al regno; E le donne di fuor si ornâr le teste, E col ballo e col canto dieder segno Del piacer loro; e con la bianca veste La gioventù brïosa alzò l'ingegno A giostre ed a tornei, a corse e a lotte, E i letterati a versi e a prose dotte.
82
Il Consiglio reale il dì prefisse Della sua morte al traditor di Gano; Lo quale attese appena che finisse Il popolaccio ad empiere ogni vano Della gran piazza, dove stavan fisse Due colonne di ferro: ivi pian piano Fu posata la gabbia, in cui si stava Gano, che dal timor tutto tremava.
83
I sassi, le immondizie e le lordure Che la gentaglia gli scagliava addosso, Fûro infinite; e di parole impure E motteggianti n'ebbe a più non posso. Un carro alfin di legna secche e dure Con un saccone di capecchio indosso Menò sotto la gabbia il giustiziere, E diegli fuoco; e ognun n'ebbe piacere.
84
Strideva l'infelice, e saltellava Come un ranocchio per la chiusa gabbia: Ma il fuoco e il fumo sì fiero s'alzava, Che gli chiuse il respiro in fra le labbia: Ond'egli cadde, e tanto sgambettava, Finchè la fiamma lo levò di rabbia Con dargli morte; ed in pochi momenti Cener lo fece, e sel portaro i venti.
85
Così finì con lui l'empia genìa Che al buon sangue di Carlo fu molesta; E ritornò in Parigi l'allegrìa; E i due cugini fecer sì gran festa, Che Apollo stesso dir non la potrìa Con cinque Muse, nè men con la sesta, Nè con l'ottava ancor, nè con la nona, Nè con tutto il dottissimo Elicona.
86
Corese poi e la gentile Argea Eran guardate da que' Parigini Con tal piacer, ch'ognun se ne struggea. Chi le chiamava due parti divini; Chi figlie almen d'un uomo e d'una Dea: E da per tutto saluti ed inchini Avevano; ed or questo, or quel parente Faceva loro qualche bel presente.
87
Quindici giorni stettero in piacere, In festa e in giuoco e cavalieri e dame; Quando in Consiglio postisi a sedere I due cugini, con saggio dettame Disse Nalduccio: Io sono di parere Di cercar della Libia ogni reame, Per ritrovar Ricciardo il nostro sire, E qua condurlo, o pur per lui morire.
88
Ed Orlandino: Io sarò tuo compagno (Riprese), e questo fia miglior consiglio; Nè sole o gelo, od ampio lago o stagno, O monte o fiume, o qualunque periglio Faranno sì che l'animo mio magno Dall'impresa s'arretri. Io sono il figlio Del signore d'Anglante, e serro in petto Cuor che a timore non sa dar ricetto.
89
Lodaro i vecchi consiglieri e tutti Il generoso ardir de' due campioni; Ma non tennero mica gli occhi asciutti In privarsi di giovani sì buoni. Subito a casa lor si fur ridutti, E mangiati alla peggio due bocconi, S'armaro, e quindi per l'uscio dell'orto Scappâr di casa, e s'invïaro al porto.
90
Ciò che dissero poi le donne loro, Il Garbolin lo passa in pochi versi, Con dir che si strapparo i capei d'oro, Che si svennero e stiero a rïaversi Un mezzo giorno; e poi nel lido Moro Ritorna, e narra i casi aspri e diversi Che avvennero a Ricciardo; e dice cose Strane così, che sembran favolose.
91
Ma sieno vere o false, io non le curo, Purchè mi diano a leggerle diletto; Perchè d'un tempo tanto antico e oscuro Pazzo è colui che vuol saperne il netto. Dotto pennello, e in l'arte sua sicuro, Che ben colora un suo nuovo concetto, O sia d'armi o d'amori, o pur di pace, O pinga il falso o il vero, alletta e piace.
92
E di qui nasce il fior della bellezza Di cui s'adorna sì la poesìa, Che dà vita, dà forza e dà vaghezza Al nulla; e da quel nulla tragge e cria Ciò ch'ella vuole, e move ad allegrezza Gli animi, oppure alla malinconìa: Ancorchè noi sappiamo essere stato Quel fatto che si narra, un bel trovato.
93
Ma il Sole omai si va tuffando in mare, Ed io non voglio andar più fuor di strada. Tornerò dunque di nuovo a cantare Del mio Ricciardo e di sua forte spada: Ma il canto adesso è ben di lasciar stare, Perchè fa mal la notturna rugiada. Domani poi all'apparir del giorno Qui vi prometto che farò ritorno.
CANTO VIGESIMOSETTIMO
ARGOMENTO
_Si ha nuova di Ricciardo a un'osteria._ _I due cugini uccidono il dragone:_ _Son ricevuti con gran cortesia_ _Nella spelonca del pastor vecchione._ _Per non usata malagevol via_ _Salgon della Fortuna alla magione,_ _Pazza così nel dar onori e robbe,_ _Da far venir la rabbia ancora a Giobbe._
1
Non so se in questo canto, o in quel che viene, Udirete cantar di Ricciardetto; Chè un certo modo il Garbolino tiene, Che spesso inganna per dar più diletto: Onde ciò che promette, non mantiene. Ma questo è al parer mio lieve difetto, E forse forse egli merita lode, Se della varietate è ver ch'uom gode.
2
Or seguitando i scartafacci suoi, Egli racconta come giunti in porto I due cugini, i due famosi eroi, Entraro in barca; e la sinistra all'Orto Piegaro, per rivolgere dappoi Là dove il mar di Spagna divien corto, La prora in faccia della Barberìa: E in poco tempo fecer molta via.
3
Presso Biserta presero terreno; E comprati due nobili destrieri, Che sparivan di vista qual baleno, La notte si fermâr da un buon ostieri; Dove trovaro un vïandante Armeno Che sospirava, e di tristi pensieri Era sì grave, che stava in un canto, E dava spesso in un dirotto pianto.
4
Nalduccio se gli accosta, e lo richiede Della cagion di tanto suo dolore. Ed egli: Della mia tradita fede A ragione mi dolgo tutte l'ore; Chè prima a me, e ad altri poi si diede La bella donna c'ho sempre nel core; E vo pel mondo misero e tapino, Poichè addolcir non posso il mio destino.
5
L'oste, che udì del buono Armeno i detti, S'altro mal tu non hai, ridi, gli disse: Le donne non son già case coi tetti, Che stieno sempre ferme e sempre fisse. No' abbiamo i nostri, ed esse i lor difetti; E mal di noi e mal di lor si scrisse: E se questa ti ha fatto un tiro infame, Tu pure avrai ciò fatto a molte dame.
6
La donna, fratel mio, è un animale Senza cervello e pieno di malizia, Non serva mezzo o nel bene o nel male; Vo' dire nell'amore o nimicizia. Sospettosa, superba, e sì bestiale, Che la scanna l'invidia e l'avarizia; E finta sì, che chi fede le presta, Meriterebbe un maglio in su la testa.
7
Non ti pensar col farle benefizio Di farla tanto tua, ch'altri non voglia; Chè pellegrin non cerca sì d'ospizio, Nè medico di febbre o d'altra doglia, Come ogni donna ha il maledetto vizio Di volerne più d'uno: e sì t'imbroglia Con le dolci parole e i dolci vezzi, Che ancor che ti tradisca, l'accarezzi.
8
Però di così trista mercanzìa Non ti lagnar se tu ti vedi privo. Io diedi in testa alla mogliera mia, Per troppa gelosìa fatto corrivo, E piansi molto; poi tanta allegrìa N'ebbi, che sempre mi vedrai giulivo; Chè catena, fratello, di mogliera Un zucchero sembrar fa la galera.
9
Taci, disse Orlandino, oste furfante; Chè cosa santa ella è tener mogliera. Ed all'Armeno con dolce sembiante Disse: Prendi conforto, amico, e spera Che altra ne troverai ferma e costante; E giacchè questa fu tanto leggiera, È stato meglio che t'abbia mancato, Prima che in sposo t'avesse pigliato.
10
Perchè quando elle son di certa razza, Tristo a colui che ne divien marito: Perchè fa male assai s'egli l'ammazza; E se sta cheto, egli è mostrato a dito, Ed è il divertimento della piazza. In somma incerto sempre è di partito, E fa una vita peggiore di morte. Però sta lieto, e al duol serra le porte;
11
Chè il tempo è gran conforto, anzi sicura E sola medicina per gli amanti; Sì perchè vuol sollievo la natura, Sì ancor perchè degli amati sembianti Di giorno in giorno lo splendor s'oscura: Ed io ne ho visti pur tanti e poi tanti Di te più guasti sanare in tal guisa, Ed ogni affanno lor volgere in risa.
12
Ciò detto, a mensa Rinalduccio il chiama, Ed egli a forza lo stranier vi mena, E disse: Or lascia ogni pensier di dama; Chè il nostro amore ha da esser la cena. L'Armeno allora quell'afflitta e grama Cera depose, e la mostrò serena; E finito il mangiar, Naldo il richiese, Se quivi nuove di Ricciardo intese.
13
Ed egli, Molte, gli soggiunse; e penso Che in breve tutta Libia avrà soggetta; Sebbene Ulasso con potere immenso Fama è che giva ad assalirlo in fretta. Ma non potrà da lui essere offenso, Avendo un'armatura sì perfetta, Ed una spada ed un cavallo tale, Che più a Marte che a lui lo fanno eguale.
14
Io però non gl'invidio e queste e quelle: Gl'invidio solo la candida fede Che serba a lui il fior delle più belle, L'alma Despina, in sul cui volto siede Venere e il figlio con tutte le ancelle. Fortuna tale ogni fortuna eccede. E qui tornossi a perturbar l'Armeno, Ed acchetossi, e piegò il mento al seno.
15
Andiam, disse Nalduccio ad Orlandino, Andiamo a letto, ch'egli è tardi molto, E ci dobbiam levar di buon mattino. E ciascun quindi all'Armeno rivolto, Soffri, gli disse, l'aspro tuo destino, Che non sempre averà lo stesso volto; Chè tale oggi s'affanna e si conquide, Che domani s'allegra e scherza e ride.
16
Ciò detto, se n'andaro al quartier loro; E a sè chiamato l'oste, e fatti i conti, Gli dier di Spagna una dobola d'oro; Talchè baroni li chiamava e conti L'oste, cui parve d'avere un tesoro. Gli aggiunser poscia, che sellati e pronti Fossero all'alba i bravi lor destrieri; Ed a dormir si miser volentieri.
17
A mala pena si vedeva lume, Che abbandonaro i destri giovinetti Le dolci sì, ma neghittose piume; E montati su i lor destrieri eletti, Atti a guadare ogni rapido fiume, Uscîr dell'osteria soli soletti, E verso il Mezzodì preser cammino Tra il Mauro Tingitano e l'Algerino.
18
Molte le cose fur che a lor successero, Che sarebbe pazzìa volerle tutte Narrar per filo, e dir come accadessero. Infiniti contrasti, acerbe lutte Ebbero; e sempre vittoriosi ressero: Chè se ben madre delle cose brutte Africa è detta, ed ha bestiacce immani, Essi avean più ardire e miglior mani.
19
Una però ne trascerrò fra tante Che qui tralascio, orribile per certo, E che sola per più sarà bastante. Entraro una mattina in un deserto E negro bosco presso il monte Atlante, Che si teneva il Sol chiuso e coperto Con le grandi ombre de' rami frondosi, Che lor venìan tutti i sentieri ascosi.
20
Pure alla fine sboccaro in un campo, Ove bassi ginepri e molta arena Ai piè de' lor cavalli eran d'inciampo. Quivi un dragone, come una balena, Dalla bocca e dagli occhi acceso lampo Gittando stava; ed una gran leena Avea tra' denti, che pareva giusto Un sorcio in bocca di gatto vetusto.
21
Si spaventaro, e posersi a fuggire I cavalli, e si riser della briglia. Ma in terra si lanciâr con molto ardire I due cugini, e con turbate ciglia Là ritornaro (cosa strana a dire!) Ove il gran drago fea l'erba vermiglia Del sangue che versava d'ogni banda La sfortunata fiera e miseranda.
22
Si accorse appena della lor venuta L'orribile bestiaccia, che ingollosse La fera a un tratto; e così ben pasciuta Su le zampe davanti altera alzosse; E sibilando con la voce arguta, L'ampia sua testa e le grand'ali scosse: Poi con l'ali e co' piè sopra i garzoni Andò, pensando farne due bocconi.
23
Dove il campo finiva e l'alta sabbia Eranvi querce ed orni e lunghi pini: E perchè importa che riguardo s'abbia Questa coppia di forti paladini, Per non entrarle nell'orrende labbia, S'ascoser dietro a quelli; e a lei vicini Si facevan talor, talor lontani, Senza punto menar le forti mani.
24
Or dietro all'uno, or dietro all'altro il drago L'immensa mole sua giva volgendo; Ma or l'uno or l'altro di straccarlo vago Di pianta in pianta s'andava ascondendo; Talchè di bava aveva fatto un lago Il fiero mostro, e veramente orrendo. Con quest'astuzia in mezzo al negro bosco Menâr la fiera grondante di tosco.
25
E mentre ella appoggiossi a un elce vecchio, Disse Nalduccio: Caro fratel mio, Vo' darle con la lancia in quest'orecchio, E tu in quell'altro, e lasciam fare a Dio. Ed Orlandino a lui: Io m'apparecchio A far qualche bel colpo; e non son io, Rispose, se non resta il mostro fiero Piagato a morte, o morto daddovero.
26
Come per lizza corresi all'anello, Così alle orecchie corser della fera I due campioni, e fero un colpo bello. Ma il suo orecchiaccio una caverna ell'era; E se bene (incredibile a vedello!) V'avesse fitta ognun la lancia intera, Sul vivo la toccâr sì leggermente, Che nè meno del colpo si risente.
27
Più tormentosa a noi mosca o zanzara Certo si rende, che al dragone immane Non fur quell'aste; e niun mi faccia tara, Chè in Libia sono bestie troppo strane. E se la voglia non costasse cara, Direi: Andiamo in Africa domane A scapricciarci ed a saperne il netto; Ma non è mica come andare a letto.
28
Or creda pur ciascun ciò ch'egli vuole, Che non m'importa, e seguitiamo a dire. Di cotal fatto entro il suo cor si duole La nobil coppia, ed ebbe a strabilire Quando l'aste ritrasse asciutte e sole, Che di sangue pensava colorire; Onde disse Nalduccio ad Orlandino: Per Dio, questo ha una testa come un tino;
29
Anzi piuttosto d'un qualche stanzone, E le finestre sue son quegli orecchi; Chè l'aste lunghe son sei canne buone E grosse, e a lui parute son due stecchi; E ancor che entrate tutte, quel ghiottone Segno non fece pur che un lo punzecchi. Ed Orlandino: Un caso come questo, Non credo che si trovi in verun testo.
30
E quel che più m'accora, fratel mio, Egli è che sonno gli abbiam conciliato Con queste lance. Ed in fatti il mostro rio Sopra il terreno si stava sdrajato, Alto ronfando immerso in grande obblìo; Ed in trar fuore e in ripigliare il fiato Romoreggiava alla stessa maniera, Che l'ampio mare in ria procella e fera.
31
Pel suo dormire assicurati entrambo, In su la punta degli agili piedi Givano, a guisa che va l'uomo strambo, Intorno al mostro. Gli squamosi arredi Disse Naldo in mirar: Vuol darci il giambo Questo bestione, e allegrar nostri eredi: Che in quanto a me, torcere a questo un pelo Lo stesso par, che dare un pugno in cielo.
32
Orlandin non risponde, e guarda attento Tutta la fiera che parea metallo; E vede ove le branche han fondamento, Che non giunge la squama, e sol vi è callo; Onde disse: Mettiamoci al cimento, E sarem vittoriosi senza fallo. Ed impugnò la lancia, e con il dito Fe' segno ov'ei restar dovea ferito.
33
Restava discoperta solamente La destra branca, ed alta di maniera, Che si potea percuoter francamente Sotto di lei, dove sol callo egli era. Onde ambedue con impeto possente Vi spinsero la lancia acuta e fiera; Per lo che l'aspro drago si riscosse, E verso i due garzon ratto avventosse.
34
Ma già le lance lor tirate fuora, Si andavano ascondendo infra le piante. Urlava il mostro, e di sangue una gora Gettava, e con la coda fulminante E querce e pini egli abbatteva ognora; Ma d'abbattere i due non fu bastante: Così ben si sapevano schermire, E render vani li suoi sdegni e l'ire.
35
Durò gran pezzo a inferocire il drago; Ma pure a poco a poco infievolendo (Chè già di sangue avea formato un lago) Fermossi, e l'occhio velenoso orrendo Girava attorno, desïoso e vago Di veder per qual mano iva morendo. Indi più volte mandò fuor suoi stridi, Che uditi fur dagli uni e gli altri lidi.
36
In fine le gran branche egli distese, Ed allungò la coda e perdè il moto; Ma con tal puzza i cavalieri offese, Che poco andò che in luogo sì remoto Non restassero estinti. Li difese Da quel periglio un qualche Nume ignoto Che fe' destare un vento all'improvviso, Che il grave lezzo scacciò lor dal viso:
37
Ed essi incontro a lui ratti ne andaro: Ma l'alte piante e gl'intrigati rami Gl'impedivano il passo; onde tagliaro E quelle e questi, e monti di legnami, Prima d'uscir, nella gran selva alzaro. Usciti alfine, tapinelli e grami Stavan, chè non avean di che cibarsi; Onde insieme si misero a guardarsi.
38
Ed oh! l'è cosa pure acerba e strana, E dura molto e tormentosa e ria (Disse Nalduccio in voce fioca e piana), Fratel, la fame! e ti direi bugìa, S'io ti negassi che il ventre mi sbrana Questa crudele. Ed ei: Come la mia S'ell'è la tua, rispose, in men d'un'ora Farà che tu di fame ed io mi mora.
39
Ed oh miseri noi, se in questa guisa La dolce vita abbandonar dovremo! Io mangerei di quella bestia uccisa, Riprese l'altro, ma con ragion temo Che tutta sia d'atro veleno intrisa. Far dobbiamo però lo sforzo estremo Per trovar case, o pur capanne o grotte, Prima che venga tutta fuor la notte.
40
Giacchè ancor ci si vede, andiamo in fretta Su quella assai piacevole collina. Così dice egli; e van per linea retta A quella volta, ed odono vicina Cantar con voce boschereccia e schietta, Non san se villanello o contadina. Vanno inverso la voce, e di repente Una donzella si fa lor presente.
41
Quale appena gli vide, che si ascose In una tana, e non uscì più fuora, Ed al forame della tana pose Un ampio sasso; a cui Nalduccio allora: Apri, disse, fanciulla. Non son cose Queste da farsi a chi strugge e divora L'acerba fame; e l'armi c'hai veduto, Non ti saran d'oltraggio, ma d'ajuto.
42
Ed Orlandino: Giovinetta bella, Apri, soggiunse, e non temer d'affronti. E con la lancia sul sasso martella; Ma sua ragione dice a' boschi, a' fonti; Perchè la timidetta villanella Faceva altri pensieri ed altri conti: Che seco non aveva altri che un uomo, E quello ancor per troppa età già domo.
43
Onde dentro al suo cor fermato avea Di lasciar che abbajassero alla luna. Ma giacchè quivi il pregar non valea, Mosse Naldin senza fatica alcuna La pietra, e disse: Come a immortal Dea, A te vegniamo, e non temer di niuna Opra sinistra. E fêr tal giuramento, Ch'ella e il buon vecchio ne mostrâr contento.
44
Dentro la tana ella vi aveva un gregge Di pecore e di capre; e prontamente Un bel capretto tra i più grassi elegge, E ne fa quattro parti immantinente. Il vecchio intanto ammassa aride schegge, Indi le accende; e stridere si sente La grata fiamma; e i quarti deretani Del capro infila, e volge con le mani.
45
Il resto dentro d'una gran pignatta Pone la giovinetta, e mette al fuoco; E vi mescola erbette di tal fatta, Che passano le industrie d'ogni cuoco. E mentre il pranzo cuoce, si arrabatta La giovin della tana in ogni loco Per trovar qualche seggiola o sgabello, Onde possa sedere e questi e quello:
46
E di salci pieghevoli tessuti Loro portò due comodi sedili. Trattisi gli elmi, i bei capei ricciuti Mostravano, e i lor visi almi e gentili I due guerrieri al mondo sì temuti; Onde il vecchio in vederli: O voi simìli Siete agli Dei, o Dei a dirittura; Chè non fa queste cose la natura.
47
Uomini siam pur troppo, amico vecchio; E se non era la tua cortesìa, Già Morte si poneva in apparecchio Fuora del mondo di mandarci via, Disse Orlandino; e con acuto orecchio La giovinetta i lor discorsi udìa; E benchè fosse semplice ragazza, Della bellezza loro andava pazza.
48
Chè mastra d'ogni cosa la natura, Quel che noi non sappiamo ella c'insegna; Onde è che a nozze femmina matura, Se vede un uomo, a lui piacer s'ingegna. E che non fa la vacca e non procura, Acciò il torello sopra lei si vegna? E come smania, subito che il vede, Dalla cornuta fronte al fesso piede?
49
Fatta l'ora di cena, e dato fondo In men d'un batter d'occhio a quanto v'era, La giovinetta dal capello biondo Alzossi, e diede lor la buona sera, E della grotta se ne andò nel fondo: E i due garzoni fecero preghiera Al vecchio, acciò volesse lor mostrare Se c'era qualche bella opra da fare.
50
Tempo già fu che in questo eccelso monte, Rispose il vecchio, vi fur tante e tante Bestie e giganti che a prato nè a fonte Pastor per condur gregge era bastante: Ma venne all'improvviso un certo conte, Che Orlando si chiamava e sir d'Aglante, Da cui furono i mostri tutti estinti, E i giganti quai morti e quai fur vinti.
51