Part 15
Chi semina del male, e che si crede Raccor del bene, è temerario e stolto; Chè di mal'opra il gastigo è mercede. E se talor nel fatto non è côlto, Nè subito la pena al mal succede, Non ha di ciò da rallegrarsi molto; Chè l'eterna giustizia, allor che tarda, Piomba su' rei più cruda e più gagliarda.
2
Oh, se piacesse alla bontà divina Squarciar il velo che gli occhi ricopre Di tal, che per sentier largo cammina Carco d'iniquitade e di triste opre, E sempre gode da sera a mattina, E vedesse il flagel che or gli si copre, Io credo che morrebbe in quel momento Di tristezza, d'affanno e di spavento.
3
Così, se quando l'empissimo Gano Fece in aria volar Carlo co' suoi, Veduto avesse qual coltello in mano Era di Dio per lui punir dappoi, Tenuta avrebbe la miccia lontano Da' barilozzi; e que' sublimi eroi Non sarìen morti di sì tristo fato, Che fino ai Saracin dolse e fu ingrato.
4
Già poco fa cantando io vi dicea Come Nalduccio ed il forte Orlandino La turba maganzese percotea; E benchè fosse in numero piccino Lo stuolo Franco, di tal ira ardea Contro di Gano perfido assassino E la sua gente, che sopra il lor dosso Menavano le mani a più non posso.
5
Ma quando fra di lor voce si sparse Che i due guerrieri che facean prodigi, D'Orlando e di Rinaldo, che il foco arse, Erano i figli che uscir da Parigi Nella età loro di giudizio scarse, Perchè a Carlo non vollero esser ligi, Preser tanto coraggio e tanto ardire, Che Gano stesso si mise a fuggire.
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Era vestito il traditor di nero, E del bosco cacciossi entro il più folto; E quivi dismontato dal destriero, Tutto di fango si coperse il volto. Ma Rinalduccio con occhio cerviero Gli tenne appresso, e lo raggiunse; e involto In duri lacci, e timido e piangente Lo strascinò tra la Francesca gente.
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Chi immaginar può mai le strida e gli urli, E il continuo gridare: Impicca, impicca? Onde a silenzio non ponno ridurli; Del che Nalduccio quasi se ne picca, Ma nol dimostra, e par che se ne burli. Pur, che tacciano omai, col volto ammicca; E fattosi silenzio, prese a dire, Come giusto era il far costui morire,
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Ma in mezzo di Parigi, e non in quella Romita valle, e solo al mondo chiara Per l'opra sua tanto spietata e fella. Ed una gabbia intanto si prepara Tutta di ferro, ed ivi si suggella Il traditore, a cui par cosa amara; Tanto più che l'aveano dispogliato, E stava in gabbia come egli era nato.
9
E perchè non dibatta il capo iniquo Ne' duri staggi, e se lo rompa o schiacci, Di sopra i ferri ed anche per obliquo Lo fascian bene di lanuti stracci: E bench'ei fosse per etade antiquo, Bisogna ci si accomodi e là stiacci Com'egli puote. Intanto ognun che vuole, Lo tormenta con fatti e con parole.
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Vi fûro alcuni che saliron sopra A quel gabbione, e vi fecero stabio; Altri di sputi avvien che lo ricopra: Nè per questo il meschin pur apre labio, Ma tutti i suoi pensier mette sossopra; Chè vede bene senz'altro astrolabio, Che questa è la vigilia d'una festa Vergognosa per lui, dura e funesta.
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E vuol provar, s'egli piangendo possa Intenerire i cuori inferociti; E dice lor che in una oscura fossa Lo gettino tra i corpi abbrustoliti; Chè giusto è ben che lì la carne e l'ossa Lasci ancor ei, ove i baron traditi Lasciâr le loro per la sua tristizia: Che di ciò in ciel forse n'avran letizia.
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Ma scuote il capo Rinalduccio, e grida: Fuor di Parigi non s'ha a far la festa; E lì farem che Carlo in cielo rida Con la sua gente che ti fu sì infesta, Quando vedrà che un canapo t'uccida, O il boja ti dia un maglio in su la testa, O t'arda vivo, o ti tragga le cuoja, E poscia t'unga con la salamoja.
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Ed Orlandino: Dentro a questa gabbia (Ripiglia, e tutto per l'ira tentenna) Verrai con tuo dispetto e con tua rabbia Ad essere il trastullo della Senna: Nè forse in mare sarà tanta sabbia, Quanti avrai tu sopra la tua cotenna E pugni e calci e sassate e strapazzi Dagli uomini, dai vecchi e dai ragazzi.
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La Fama intanto senza mai fermarsi Ita da Roncisvalle era a Parigi, E detto avea come traditi ed arsi Erano i Franchi, e che pure i vestigi Di Carlo e Orlando non potean trovarsi; E che Rinaldo, che tanti servigi Prestati a Carlo e a tutto il mondo avea, Esser morto egli pure ognun credea;
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E che di questo tradimento infame Erano stati Gano e i Maganzesi Gli empj architetti, per torre il reame A Carlo, e regnar egli in que' paesi: E disse ancor le scellerate trame De' padiglioni e de' barili accesi; E infin concluse che ciascun soldato Era con Carlo per aria volato.
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A questo spaventevole romore Tutta Parigi si colmò di pianto; E il palagio assalîr del traditore, Gli diero fuoco, e l'arser tutto quanto Con la moglie, co' figli e con le nuore: E poi per ogni via, per ogni canto, Per ogni luogo con ira e baldanza Cercavano la gente di Maganza;
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E quanti ne incontravano a ventura, Tanti eran morti. Or mentre il popolazzo Si vendica di Carlo a dirittura, Chiamò Ulivieri nel regal palazzo I nobili a consiglio, che procura Levar la Francia d'un grave imbarazzo: E giunti che vi fûro, in suon modesto Prese a parlare, e il suo parlar fu questo:
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Il solo biancheggiar de' miei capelli, Che fa ch'io passi tutti voi negli anni, È la cagion che a consiglio vi appelli Per dar rimedio a' sovrastanti danni; E fa che ancor primiero io vi favelli, Se ben vegg'io sopra cotesti scanni Molti seder, che dalle bocche loro So certo che uscirìan torrenti d'oro.
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Ma per seguir l'usanza, e perchè sia Pace tra noi, e l'invidia non guasti Dell'opra il meglio, io dirò dunque in pria. Noi siamo, o Franchi, senza re rimasti, E senza il fior della cavallerìa. Gan di Maganza, senza usar contrasti, Ma con astuzia ancora non udita, Come sapete, li privò di vita.
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Se il forte Orlando non restava estinto, O se Rinaldo ancor fosse tra' vivi, Ognun di voi per naturale istinto Gli andrebbe incontro con rami d'ulivi, E lo vorrebbe di corona cinto, Perchè non sol di Carlo si ravvivi Ne' suoi cugini il nome e la memoria, Ma il senno ancor, la maestà, la gloria.
21
Or questi già son morti, e non rimane D'Orlando altro che un figlio; e questo figlio È giovin troppo, ed in terre lontane Fa belle prove, e non teme periglio. Un figlio ancor v'è di Rinaldo; e in strane Guerre si trova, e il core ha fermo e il ciglio; Ma la guerra altro vuole, altro l'impero: Quella vuol braccio, e questo vuol pensiero.
22
La troppa giovinezza non è atta, Non che a reggere altrui, neppur sè stessa; Chè volentieri quell'età s'adatta A cacciar fere nella macchia spessa, E di sudore e polvere s'imbratta Nelle palestre; ed è sovente oppressa Da crudo amore, e piena di speranza Non guarda mai le cose in lontananza.
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Nè la molta vecchiezza pure è buona Per sostenere un così grave incarco; Chè il vecchio s'avvilisce e s'abbandona Ne' casi avversi; e, nello spender parco, Fugge le guerre: a chi più porta e dona, Vende i favori; e di miserie carco Vie più che d'anni, lascia del reame Le briglie a qualche reo ministro infame.
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In quanto a me (se debbo, come soglio, Dir quel che sento) pel pubblico bene, La corona di Francia a dar m'invoglio A Ricciardetto, in cui tutto conviene Ciò che si cerca. In lui fasto nè orgoglio Alberga, e l'ira a ragion parte e viene: È giusto, è generoso, ed ha nel core Per Francia e tutti noi un sommo amore.
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Le belle imprese poi, e la costante Data fede da lui e conservata Alla Cafra donzella in tante e tante Battaglie e affanni, son cagion che grata La sua persona ella m'è più, tra quante N'abbia la terra quanto è lunga e lata; Chè l'animo gentil suole di raro, Anzi non mai, altrui mostrarsi amaro.
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S'aggiunge ancor la voce che si è sparsa Guari non è per queste nostre bande, Che Cafria tutta (e non è mica scarsa Parte di Libia, e cose ha memorande) Gli sia soggetta, e la bollente ed arsa Mauritania, ed il Nilo che si spande Per sette vie, e l'Etïopia intera: Nè credo esser la Fama menzognera.
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Ma perchè non si vuole fare in fretta Una grand'opra, la qual fatta poi Non può disfarsi, la più chiara e schietta Cosa che fare adesso dobbiam noi, Credo che sia spedire una staffetta In quelle parti, o qualcuno di voi; E mostrare per ora al buon Ricciardo, Quale abbiamo per lui stima e riguardo.
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Qui si tacque Ulivieri; e gran bisbiglio Quinci s'udì per tutta la gran sala, E ad una voce proruppe il Consiglio: Nostro re sia Ricciardo. E si propala Tosto la nuova, e va di padre in figlio, E l'afflitta città si mette in gala; Ma più s'accrebbe l'allegrezza, quando Giunse Nalduccio ed il figliuol d'Orlando.
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E dietro lor veniva strascinato L'iniquo Gano; e dietro a Gano involti In nero manto d'argento trinato Carlo e i due paladini arsi ne' volti. Ma vo' colà tornar, dove lasciato Ho Ricciardo ed Ulasso d'ira stolti, Che disfidati si sono a duello, Ed avvi a restar morto o questo o quello;
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E di chi vince fia Despina il premio. Ora pensate voi con che bravura Alla lor pugna essi daran proemio. Già fortissimi egli eran per natura; Ma come il vino avvalora l'astemio, Se ne beve talor per avventura; Così l'amor, che instiga entrambo a morte, Fa l'uno e l'altro più feroce e forte.
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Era Ulasso di razza di giganti, Ma non di quelli così lunghi e grossi Che udiste, donne, nei passati canti: Avea la barba ed i capelli rossi (Color non visto in quei paesi avanti, Dove son neri infino i pettirossi), Piccioli gli occhi ed ischiacciato il naso, E i labbri come gli orli d'un gran vaso.
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La sua statura ella era poco meno Di dieci braccia; e quattro uomini insieme Appena appena cinger lo potrièno. Sommo era il suo valor, sue forze estreme: Svelleva i pini come fosser fieno; E a grossa pietra, quasi a picciol seme, Dando un buffetto, la faceva andare Di là da' monti, e ancor di là dal mare.
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Arimodìa di poi (quella meschina Che si gettò nell'acque, e che fu pasto Di bue, oppur di vitella marina) Fe' di metalli un così forte impasto, Ch'è duro più di pietra diamantina, E ne coprì quel corpo suo sì vasto Da capo a piedi; e gli diè lancia e spada, Che Dio ne guardi dove avvien che cada.
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Ed all'incontro il nostro Ricciardetto Era di bella e di giusta misura; Ma la sua spada ha il taglio più perfetto, Ed ha fatata tutta l'armatura (Conforme molte volte v'ho già detto) Con tale incanto, che la fa sicura Da qualunque arma e qualunque percossa; E venga pur con impeto e con possa.
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Gettan le lancie, perchè sono a piedi, E dan di mano alle spade taglienti. Chi ha gusto allo schermir, legga Tancredi Nel Tasso, allora che punte e fendenti Tira ad Argante, e a lui grida: A me cedi. Perchè questo mio par di combattenti Si batton nella forma che il villano Batte su l'aja la saggina o il grano.
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E a dirla schietta, allor vale la scherma, Che cosa non abbiam che ci ricopra, Onde passa la spada e non si ferma. Ma quando tanto ferro abbiam di sopra, Che una spingarda è debole ed inferma Per farci male, chi la scherma adopra, Non ha cervello, e danno non vuol fare Al suo nemico, e lo lascia campare.
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Ma questi due che pugnan per amore, Che fa far cose strane agli animali, E li empie d'un insolito furore, Botte si danno dure e bestïali, Che metton tutto il paese a romore. Dove hanno fine i ferrati stivali D'Ulasso mena il ferro Ricciardetto, Che vuol troncargli le gambe di netto.
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E Ulasso mena a lui sopra la testa, E fabbro pare che batte la mazza. Ogni percossa a Despina è molesta, E grida: Adesso il traditor l'ammazza. Ma Ricciardo ancor ei pur suona a festa, E dagli una percossa così pazza, Che lo disgamba in men d'un batter d'occhio, E resta Ulasso misero in ginocchio.
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D'aver perdute ei già non si credette Le gambe; ma che il suol smottato fosse: Onde d'animo nulla si perdette, E seguitava a dar nuove percosse. Ma quando vide che le verdi erbette Per molto sangue si facevan rosse, E vide al suol recise le sue gambe, Urlò per ira, e disse cose strambe.
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In questo mentre segue Ricciardetto A martellarlo, e non piglia respiro: E perchè non può giungerlo all'elmetto, Lo percuote ne' fianchi acerbo e diro, E già gli ha rotto il ferro sì perfetto: Onde di punta con un colpo miro Lo fere, e il cor gli passa; e il disgraziato Cade, e resta senz'anima sul prato.
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Al suo cader, senza guardare a' patti, Salta addosso a Ricciardo ogni Pagano. Malagigi e Despina già ritratti Si son nel chiuso, e Lirina han per mano. Ricciardo tira rovesci da matti, E monta sopra il suo destrier sovrano, E fa cose sì rare, che in poche ore Resta di tutto il campo vincitore,
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In quel numero grande, anzi infinito Di combattenti che gli fûro addosso E restâr morti, si trovò ferito Lo Scricca, e del suo sangue tutto rosso. Onde Ricciardo, cavalier compito, Sol per Despina alla pietà commosso, Prender lo fece, e in dono a lei lo diede, Benchè la morte fosse sua mercede.
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Despina nelle sue candide braccia L'accoglie, gli fa cuore e lo consola, E gli cura le piaghe e glie le allaccia: Ed egli a lei fa giuro e dà parola Di purgar tutta la passata taccia Nell'avvenire; e un laccio nella gola Si prega, s'egli manca a' detti suoi, O che il mar l'assorbisca, o il suol l'ingoi:
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E la parola fu, che a Ricciardetto La dava in moglie, e la sua Cafria in dote. Frattanto viene sonando un trombetto, E chiede udienza, e dice in tali note: Signor, vi ha tutta l'Etiopia eletto In suo monarca; e le genti devote Vengono per vedervi e farvi omaggio, Come a prode guerriero e baron saggio.
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Ricciardetto sorride, e gli comanda Che dica pure a' popoli soggetti, Che quel che in dono a lui da lor si manda, Era già suo; e che ne' regj tetti Sarìa venuto; e lor si raccomanda Con dolci modi e con soavi detti. Parte l'araldo, e spande in quanti trova Una sì lieta ed impensata nuova.
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Frattanto il padre di Despina bella Ritorna in forze, e del tutto risana, Ed in tal modo a Ricciardo favella: Signor, v'offesi con la mente insana, Che un'opra mi fe' far cotanto fella; Ma per essere voi di Fè cristiana, Io Saracino, usai tutto l'ingegno Per tôrvi il caro mio unico pegno:
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Chè mi credea tirarmi addosso l'ira de' nostri Dei con questo parentato. Ma veggio adesso come si delira Da chi venir non vuol dal vostro lato. Il vostro Dio è di potenza mira; I nostri sono vili e senza fiato. Però non sol vo' darvi il sangue mio, Ma voglio in breve battezzarmi anch'io.
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Sia benedetto Cristo in sempiterno, Dice Ricciardo, che ci fa tal grazia; Ma guarda che si accordi con l'interno Ciò che tu parli. E quegli lo ringrazia, E giura che non mênte; e che d'Averno Una Furia di quelle che più strazia, Gli venga sopra e lo mandi in rovina, Se col suo cuor la lingua non confina.
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Dal Monotopa erano già venuti Ragazzi e vecchi e belle giovinette; Chi con crotali, cetere e lïuti, Chi con chitarre, vïole e spinette. Avevan fiori sopra i crin ricciuti, Nudi del tutto, e sol certe fascette Avevano davanti, per coprire Quello che abbiamo, e che non s'ha da dire.
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Onde Ricciardo a Despina rivolto, Andiamo, disse, se pure t'aggrada, A Zimbaóe, dove si sta raccolto Il fiore dell'impero (eccelsa e rada Cittade è questa), e quivi al tuo bel volto Crescerò pregio per illustre strada Con pôrti in testa la real corona, E intitolarti d'Africa padrona.
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E a lui Despina: Dolce mio signore, Purchè vostra mi trovi, altro non curo. E chiamato fra loro il genitore, Fermano la partenza il dì venturo. Era nella stagion che regna Amore, E lampeggiando van per l'aere oscuro Le lucciolette, che son de' fanciulli I più soavi e semplici trastulli.
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Voglion per altra via fare il cammino, Chè andar con tanta gente a lor non piace; E prendono per guida un contadino Pratico di que' luoghi e assai capace. Va Malagigi sopra d'un ronzino, Lirina sopra un bel destrier vivace; Sul suo cavallo egregio Ricciardetto, Tutto ricolmo di letizia il petto.
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Lo Scricca pur cavalca, ed al suo fianco Stassi Despina sopra un bel cavallo: Tiene egli il destro loco, ed ella il manco. Il villanello, acciò non faccian fallo Nel cammino, va innanzi ardito e franco; E Malagigi, il quale ha fatto il callo Ne' casi avversi e negli aspri cimenti, Lo segue per scoprire i tradimenti.
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Zimbaóe da loro era lontana Trecento miglia; e il paese deserto Lor fea temer di qualche cosa strana. Sul mezzogiorno in un bel prato aperto Preser riposo appiè d'una fontana, Chiara sì, che il cristal vincea del certo; E quivi da' canestri trasser fuore Pane e vivande d'ottimo sapore.
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Finito il pranzo, per fuggir del Sole I caldi raggi, che colà son fieri, In su quell'erbe sparse di vïole Stesersi all'ombra de' diritti e neri Cipressi; e posto fine alle parole, Diedersi al sonno tutti volentieri. Dal suo destrier disceso ancor Ricciardo, Volle dormire senz'altro riguardo.
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Melena, d'Arimodia ultima figlia, A cui la madre insegnò l'arte tutta Di comandare all'infernal famiglia, Dal dì che fu la sua magìa distrutta, E si fuggì con tanta maraviglia Despina dalla rocca, e restò brutta Sua madre sì, che si morse le mani, E gettò strida ed urli acerbi e strani;
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(Torno a dir) da quel dì si mise in core Di far su' Franchi una crudel vendetta; E le crebbe la rabbia ed il rancore, Quando il diavol portolle per staffetta Che sua madre era andata al Creatore. Onde d'Egitto si partì con fretta, E portò secò pignatti ripieni Di grasso umano e di varj veleni:
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E visto ben che per virtù d'incanti Avrìa contro lui fatto o poco o nulla, Portossi quasi a dire in pochi istanti Colà, dove per nebbia il Sol s'annulla, Dico nella Cimmeria; e al Sonno avanti Tostò n'andò la pratica fanciulla: Ma prima bevve del caffè di molto, E si lavò con l'acquavite il volto.
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Appiè della Meotide palude In faccia dell'Eussino, al destro lato Evvi una grotta boschereccia e rude, E d'edera coperta in ogni lato: E intorno intorno la circonda e chiude Fatto d'abeti e fonti uno steccato; Ma le fonti hanno tarde e scarse l'onde, E sempre susurrar s'odon le fronde.
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Il Silenzio con suola di velluto, Ignudo, ma peloso come un orco, Va per la grotta con l'orecchio acuto. Una vescica di strutto di porco Tien nella destra, e sopra il non barbuto E mento e labbro di quel grasso sporco Tiene un dito, col quale ugne bel bello Della grotta ogni toppa e chiavistello.
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In su l'entrata stava una grassaccia, Madonna Accidia da' Greci chiamata, Che appena per mangiare alza le braccia. Stassi a sedere tutta rannicchiata, E con le mani si regge la faccia, Si stira ed isbadiglia alcuna fiata; Ed ha d'attorno, in vece di cagnuoli, Marmotte e tassi e sorci moscaruoli.
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Un verde, molle e crespo capelvenere Tutto copriva il fondo della grotta, Talchè pareva andar sopra la cenere; E quindi si vedeva ad otta ad otta Da' placidi papaveri e da tenere Lattughe per i fianchi circondotta L'opaca stanza; e due branche di scale Erano in fondo di grandezza eguale.
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I gradini di queste eran formati Tutti di code di volpacce antiche: Che se per sorte di Francesco i frati Con que' lor legni alle piante mendiche Vi fosser sopra una volta montati, Forse meno romor delle formiche Vi avrebber fatto: e delle scale in fine Eran due porte d'un bel marmo fine.
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Ma l'una bianca e l'altra negra ella era: Ed uscivan da lor cose sì strane, Da far paura infino all'Aversiera. Perchè vedevi con testa di cane Uscire una fanciulla, ed una fera Che avea del pesce e delle membra umane; Sanguinosa la luna, il sole spento: In somma orride cose ogni momento.
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In mezzo a queste due diverse porte, Sopra un gran marmo si stava disteso Il placido fratello della Morte. Vicino al capo aveva un corno appeso, D'onde ne uscivan le sembianze storte; Che sono quelle poi, conforme ho inteso, Che noi chiamiamo sogni, che ci danno Dormendo spesso o piacere od affanno.
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Incrocicchiate l'ali avea sul petto, Ed una verga nella bianca mano, Con cui, qual tocca, fa dormir di netto, E d'acqua pura un ampio vaso e strano; Che appunto è quell'umor tanto diletto, Che su' nostri occhi gocciando pian piano Li chiude; e in chiuder quelli, affatto scioglie Le membra tutte, e il vigor suo lor toglie.
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Melena di quell'acque zitta zitta Empie una fiasca, e se la batte via; E con la mano manca e con la dritta Le lattughe a strappar non è restìa; Ed in Africa quindi si tragitta, E al Monotopa subito s'invìa; E vi giunse in quel punto, in quel momento Che Ulasso da Ricciardo restò spento.
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Ebbe a morir la misera di pena, Chè assai tempo era che l'amava molto; Ed egli in quella d'alto incendio piena Gioventù prima ardéo sì del suo volto, Che tutto il piacer suo era Melena: E benchè già da lei si fosse sciolto, Ed un'altra l'avesse in sua balìa, Ella pur n'era pazza tuttavìa.
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Onde arrabbiata ad ispïar si mise Di Ricciardetto i moti ed i pensieri; E ad un folletto il carico commise, Di quegli avvezzi a star per i quartieri; E questi riportolle le precise Parole di Ricciardo, e quai sentieri Voleva fare: ond'ella prestamente Corre a quel fonte d'acqua rilucente;
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E fra l'erbette del ridente prato Versò dell'acqua, e la lattuga sparse: Poi della fonte s'ascose in un lato, Ferma qual sasso, infin che non comparse Despina e il buon Ricciardo sventurato. Di sdegno alla lor vista subito arse, E sturò il fiasco, e lo versò bel bello Nel vago limpidissimo ruscello.
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Onde n'avvenne poi quel sonno strano Ch'io vi diceva. Or mentre che si stanno Dormendo, prende Despina per mano, E se la reca in spalla, e con affanno Un demone ambedue porta lontano. Ma forse alcuni adesso mi diranno: Perchè a Ricciardo e agli altri non fe' nulla, E se la prese sol con la fanciulla?
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A dirla schietta, ci ho pensato anch'io; Ma in questo ho ritrovato molto sale: Perchè s'io ammazzo alcun nemico mio, Certa cosa è che gli faccio del male; Ma non quel male sì crudele e rio Che fo in lasciarlo in un'aspra e fatale Misera vita; come quella strega Lasciò Ricciardo, che il sonno ancor lega.
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