Part 14
Ed ella su l'ampissimo verone Della torre scoperta, a suo piacere Lo maneggiava; ed ora cavalcione Gli stava sopra, ed or posta a sedere. E fatta spesso questa funzïone, Misura il dorso di sì gran sparviere, E da sei braccia lungo esser comprende; Onde a' compagni a sì parlare imprende:
24
Se vi dà il cuor su lui meco salire, E gir per l'aere vano in larghe rote, O morte o servitù potrem fuggire. Le vie del cielo a me non sono ignote, E non mi manca ingegno e franco ardire; Nè questo uccel, ma il carro di Boote Saprei guidare, e quel del Sole ancora; Ma bisogna troncare ogni dimora.
25
Su la sua schiena io salirò primiera, Se così parvi; e presso a me verranne Despina, e agli occhi avrà una benda nera, Acciò che il giracapo non la inganne: Dopo Ricciardo; e perchè qui non pera Di fame il vecchio, e solo non s'affanne, Ponetevi lui pure. E così detto, In sul falcone ella salì di netto.
26
Ricciardetto bendò la sua Despina, E bendata così la mise appresso Della leggiadra intrepida Lirina; E preso il vecchio, gli fe' far l'istesso. Egli pure vi sale, e la divina Prega bontà perchè non resti oppresso, E non faccia con tutta la brigata Qualche solenne orribile cascata.
27
Sprona col piè Lirina il grande uccello, Ed il rostro col suo crin biondo scuote. L'ali immense allor quei batte bel bello, E si rincora, e per le vaste e vuote Strade del ciel s'invìa leggiero e snello. Ella fa ch'egli vole in larghe ruote, E ch'egli muova in guisa le grand'ali, Che a poco a poco e sempre abbasso cali.
28
Ricciardo appresso il suo dolce tesoro, Che gli tremava in braccio di spavento, Sentiva del tardar sì gran martoro, Che un anno gli pareva ogni momento. Venne il tempo alla fin sì grato a loro Di toccar terra; e n'ebber tal contento, Che fûro vicinissimi a morire. Or quanto fosse e chi potrà ridire?
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Calaro appunto in su quel verde prato, Dove errava disciolto a suo piacere Del buon Ricciardo il cavallo incantato. Diede Lirina il grifon suo a tenere Al vecchio che degli occhi era privato; E corre alla capanna, e dal forziere, Dove serbava le virtù mirande. Di bel zaffiro trasse fuor due ghiande.
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E l'una e l'altra pose entro de' cavi Della fronte del vecchio, e, Questi in vece D'occhi saranti luminosi e bravi (Gli disse; ed egli diece volte e diece Ringraziolla): ma vuolci o delle navi Cercar tenace indissolubil pece, O della colla, soggiunge Lirina; Chè perder gli potresti una mattina.
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E Malagigi si trasse di tasca Un scatolino pien di certa cera Del colore di cerasa amarasca, Che terrebbe ad uno scoglio una galera In tempo di fierissima burrasca. Di questa empì dove incavato egli era; Poi quelle ghiande ella vi pose in modo, Che vi stavano bene, e stavan sodo.
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Ed eran d'una vista così fina, Che il buon vecchio dicea: Là su quel monte Io veggo una formica che cammina, E veggo tra le frondi un chiaro fonte, Ed un cardello che vi si spollina; Veggo un lepre che dorme, e nella fronte Havvi una mosca con l'ali dorate: Tanto far ponno, e tanto dar le Fate.
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Or mentre questi stanno in allegrìa, Fuori d'ogni timor, d'ogni periglio, Sospettosa in Egitto Arimodìa, Non vedendo tornare il suo famiglio (Dico l'uccel ch'a portar fogli invia), Temè di frode, e mise in iscompiglio Tutta la casa; e getta l'arte, e vede La cagion perchè il falco a lei non riede.
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E si pon l'ugna in su i capelli bianchi, E se li va strappando a ciocche a ciocche; E si sbatte pe' muri e per i banchi: Cotanta rabbia avvien che il cuor le tocche. Forza è che il viso a ciaschedun s'imbianchi De' suoi serventi; e stansi a chiuse bocche Ed occhi aperti, e non sanno capire Da che tanta ira in lei possa venire.
35
In questa rabbia, in questo crepacuore Arimodìa si stette, a farla corta, Il tempo giusto di ventiquattr'ore: Poi sola uscì, simile a donna morta, E l'aria empì di spaventoso orrore; Indi per una via nascosta e torta Andò del Nilo alla settima foce, E mandò fuori una terribil voce:
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E fa precetto a quanti erran per l'acque, E van per l'aria demoni scaltriti, E a quanti a Dio d'innabissar giù piacque Ai sempre neri e lagrimosi liti. Quindi ciò fatto, crollò il capo, e tacque, Girando attorno gli occhi inferociti; Quando ecco il mar s'estolle, il ciel s'oscura, E si sconvolge tutta la natura.
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Fendon l'aria stridendo allocchi e gufi, E strane arpìe ed aquile grifagne; E come porco che per fango grufi, Così pare ciascuna che si lagne: E qual di lor su gl'incavati tufi Si pone, e accoglie le stese ali e magne; E qual su' tronchi, e qual con tardo volo Or s'erge in alto, or va radendo il suolo.
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E per lo mare foche vaste e porche E pistrici si veggono venire, Tutte in sembianze mostruose e sporche; E come monti su l'onde apparire Le sterminate orribilissime orche, E fuor dell'acqua si veggono uscire, E far corona attorno della Fata, Che tutte con piacere osserva e guata.
39
Gran polvere innalzar si vede al cielo Dall'ugne fesse de' centauri strani; Ed ecco fere che han serpi per pelo, E tigri e lupi e grossissimi cani. In somma di là, dove è sempre gelo E sempre è caldo, orrendi mostri immani Apparver, non so come, in un istante, E in copia molta ad Arimodia innante.
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Tutta questa gran turba di bestiame Da spiriti maligni era abitata, Che a inganni, a frodi, a cavallette, a trame Era fuor d'ogni credere addestrata. Prese Arimodia alga marina e strame, E in mezzo a loro sopra esso assettata, Con i capelli scarmigliati ed irti, Tal mandò voce ai maledetti spirti:
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Io qua, mercè della fatal mia verga, Furie d'Averno, ho convocate tutte, Perchè da voi s'abbatta e si disperga Un uomo solo che ha guaste e distrutte Le mie fatiche; e vo' che si sommerga In mare, od in guerriere acerbe lutte Rimanga estinto, o almanco a mia magione Mel conduciate in pochi dì prigione.
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Questi è Ricciardo, il Franco paladino, Che mi rubò la donna col custode, E il girifalco, sul quale io cammino; E quel che più l'alma mi punge e rode, Or si ride d'Ulasso mio cugino, Da cui finora ebbi di grazie e lode Messe non scarsa; sì ben custodita Era da me la donna sua gradita.
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Udite dunque ciò che bramo e voglio. Morto Ricciardo, o preso, mio pensiero Fia di domar di Despina l'orgoglio. Qui tacque, e guardò il cerchio in atto altero. L'orca più grande allor sopra uno scoglio Alzossi, e disse: Donna, il vostro impero Non possiamo eseguir; chè di Ricciardo Il potere del nostro è più gagliardo.
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E riprese un'arpìa di sopra un tronco: E chi di noi toccar può il suo cavallo, Appo di cui nostro valore è cionco? E un centauro gridò senza intervallo: Non vo' restar d'un braccio o d'un piè monco; Nè tu mi forzerai unqua a tal fallo. E ciò detto, si sciolse il concistoro, E tutti andâr dove più parve a loro.
45
Arimodìa si svoltola rabbiosa Sopra l'arena, ed urla come matta; E di morire fatta desïosa, Con l'ugne il viso e il petto così gratta, Che divien tutta quanta sanguinosa: Poi d'ir 'n un scoglio tanto s'arrabatta, Che vi giunge, e il possente crin si taglia, Poi disperata entro del mar si scaglia.
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E perchè non avea pur un capello Che delle Fate il vivere assicura, Se entrasser pur 'n un acceso fornello, O in altro luogo che la vita fura, Morì ad un tratto, e di marin vitello, Che la mirò cadere, fu pastura. Tal fatto a Malagigi ed a Lirina Fu noto la stessissima mattina.
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Eppur dal Nilo ai monti della Luna Non si poteva dir la via dell'orto; Ma senza l'ossa e senza carne alcuna Si va pur presto dall'occaso all'orto! Chè passa per le siepi e non le spruna, Pe' muri, e non vi fa lungo nè corto Forame ogni demonio, e senza penne Fa mille miglia in meno d'un Amenne.
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Il vecchio che avea gli occhi di zaffiro, Udito il tristo fin d'Arimodìa, Diede per la pietade un gran sospiro; Che obblighi molti e grandi ad essa avìa. Poi disse: Io vorrei far, madonne, un giro Fino in Egitto, e girne a casa mia; Poi della Fata prender cento cose Nell'arte nostra assai maravigliose.
49
E monterò, se voi mel permettete, Su questo girifalco sì valente; Nè del ritorno mio punto temete, Chè sarò quanto prima certamente A ritrovarvi. Del gir suo fur liete Le donne, e il buon Ricciardo non dissente: Ond'ei si pon sul dorso allo sparviero, E quei si move al vol presto e leggiero.
50
Or mentre per Egitto egli cavalca, E va per l'aria lucida e serena, E le gran valli e i monti alti travalca, Despina di soave amor ripiena Dice a Ricciardo, cui pur preme e calca Robusto amore, e con più forte lena: Dopo tanti sospiri e tanto pianto Pur ti ritorno, amato sposo, accanto.
51
Oh venisse quel giorno, e questo fosse, Ch'io sempre tua, tu sempre fossi mio! E qui le gote sue si fecer rosse, E vero foco da' suoi lumi uscìo. Ricciardo a quel parlar nulla si mosse, Che per dolcezza quasi s'impietrìo; Pur si riebbe, e dissele: Mia vita, Nostra sventura ancor non è compita.
52
Ma veggo ben che averà fine in breve, E veggo che lassù cura è di noi. D'aprile ancor cade la bianca neve, E Borea sparge i freddi geli suoi; Ma spavento di ciò nullo riceve Il bifolco, nè avvien che se ne annoi; Chè molto ben conosce che in poche ore, Dov'è la neve spunteranne il fiore.
53
Noi quinci uscir non potrem mai, Despina. Senza contrasto avere orrendo e fiero Con Ulasso e sua gente malandrina: Che come a noi volò presto e leggiero Lo spiritel d'Egitto stamattina, Così che andato ei sia io fo pensiero Ad Ulasso, ed avrà d'uomini armati Piene le strade e tutti quanti i lati.
54
Di me non temo; chè mi fa sicuro Di laccio e morte il mio bravo cavallo. E te in groppa portar non m'assicuro, E farne prova egli sarìa gran fallo. Ma giusti preghi mai vani non fûro: Però non mi conturbo e non mi avvallo; Ed ogni mia fiducia, ogni speranza Ripongo in Dio e nella sua possanza.
55
Frattanto ai fianchi tuoi starà Lirina E Malagigi, ed io monterò in sella, E sopra vi starò sera e mattina; Chè sciocco al sommo e ignorante s'appella Chi in terra ostil spensierato cammina: Chè come in mar la subita procella Alza tempesta e fa perir la nave, Se il piloto riposa in sonno grave;
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Così in terra nimica, ancorchè segno Nullo si vegga di cavalli o fanti, Può ad un tratto apparir. Noi stiam 'n un regno Dove a me braman morte tutti quanti, E di rubar te sola hanno disegno: Però stiamo guardinghi e vigilanti, E ragioniam d'amore un'altra volta, Quando di cure avrem l'alma disciolta.
57
Sì disse, ed a Lirina e a Malagigi Diede in custodia la gentil donzella. Ed essi, Teco andrem fino a Parigi, Disser ridendo. Ed egli montò in sella, E lor soggiunse: Di tanti servigi Che mi faceste e fate, amica stella Vi guiderdoni; e massime se fia Salva per voi costei ch'è l'alma mia.
58
Già le fatiche lunghe de' mortali Avean commossa la pietà divina, E comandava che affrettando l'ali La notte ne venisse, e alla marina Gisser di Febo i cavalli immortali; E a larga mano infino alla mattina Spargea dono di sonni e di ristoro Sopra i viventi, che val più dell'oro;
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Quando Ulasso, a cui noto era già tutto, In largo cerchio avea cinta la valle Di gente armata; e come bene instrutto D'ogni più stretto e più nascosto calle, Mise insidie ed agguati da per tutto: Talchè alla fronte, a' fianchi ed alle spalle Avea Ricciardo tanti uomini armati, Che in ciel non sono stelle, o fior ne' prati.
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E già sapeva il sito per l'appunto, Dove stava Despina e il suo Ricciardo: E come suol con spine a spine aggiunto Tesser villano un riparo gagliardo A qualche frutto, acciò non sia consunto; Così cerchiato con sommo riguardo Aveva Ulasso lei col suo consorte, Per prender l'una, e all'altro dar la morte.
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La notte dunque, allor ch'ella più incalza Le negre sue donzelle incontro al lume, E sì lo vince e sì da noi lo sbalza, Che par che addoppi al suo fuggir le piume; Corre pel piano, e sdrucciola per balza, Nè monte la ritarda o largo fiume, La gente d'arme contro il paladino, E Ulasso è sempre il primo nel cammino.
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Già s'era posta in su la sedia d'oro L'Alba novella, e con le man di rose Si pettinava i crini, e sopra loro Spargeva gigli e vïole odorose; E aveva d'un mirabile lavoro Candida veste, che a lei già compose La dolce madre, e glie la diede in dono Nello sposarla al dardano Titono;
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Quando vide la polve, e udì i nitriti Ricciardo de' cavalli, e le bandiere Vide d'Ulasso, e vide d'infiniti Uomin coperte le campagne intere; Onde disse a Despina: Il ciel t'aiti, Ch'io non so quel ch'io tema o quel ch'io spere; E a Malagigi rinnovò sua prece, Acciò la custodisse egli in sua vece.
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Lirina intanto con gl'incanti suoi Forte riparo d'afforzate mura Formato aveva, e intorno intorno poi Profonda fossa e di tanta largura, Che cittadella alcuna tra di noi Non v'ha per certo; e di nera mistura, In vece d'acqua, era ripiena, e tosto Arse, siccome stoppia a mezzo agosto.
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Quello onde nacque strana maraviglia, Fu che la fiamma non andava in alto, Ma si spandeva, e alle nemiche ciglia Degli Africani dava un fiero assalto: Talchè tanto spavento ognuno impiglia, Che a fuggir dassi; nè sì lieve salto Dà il caprïol con la tigre alle spalle, Come van quelli per l'erbosa valle.
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Ulasso addietro li richiama e grida; Ma in quel mentre Ricciardo sopravviene, E a guerra e a morte in uno lo disfida. Lirina allora la fiamma trattiene; Chè di Ricciardo molto ben si fida. Felice Ulasso e beato si tiene Di pugnar seco; chè spera vittoria, O morendo eternar la sua memoria.
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E fanno patto e fanno giuramento, Che sia del vincitor premio condegno Despina, di beltà raro portento. Già prendon del terren, già dassi il segno. Ma in questo punto mi nasce talento Di fuora uscir dell'africano regno, E là tornare, ove lasciai in cammino Per Bajona Nalduccio ed Orlandino.
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Camminavan costoro a lenti passi, Mostrando alle lor mogli il bel paese; Quando odon strilli e grandine di sassi, E di villani una turba scortese Veggon che in mezzo del cammino stassi; E con le trecce scarmigliate e stese Una donzella a secco tronco avvinta, E appresso lei antica donna estinta.
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Avevan lapidato allora allora La trista vecchia i perfidi villani, E stavano per trar di vita fuora La giovane, e co' sassi nelle mani Le dicevano: Porca traditora, Tra poco tu sarai cibo de' cani. E già si stavan con le braccia in alto, Quando Nalduccio a lei giunge d'un salto.
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E per prendersi gusto, dal cavallo Discese, e avanti la donzella stette, E gridò: Questa non ha fatto fallo; E chi vorrà toccarle le scarpette, Non che la vita, il vo' senza intervallo Tagliare a pezzi, e poi farne polpette. Però donde partiste ritornate, E Dio ne guardi a chi trarrà sassate.
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Coloro non gli fero altra risposta, Ma di pietre un gran nembo gli tiraro, E tutti dier nell'armatura tosta, E tosta tanto, che vi si spezzaro. Orlandino in quel mentre a lor s'accosta, E disnudato il rilucente acciaro, N'uccise alcuni, e ne ferì ben cento: Gli altri fuggiro per lo gran spavento.
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Corese e Argéa frattanto avean disciolta La prigioniera, che appena sel crede Vedersi a morte sì terribil tolta: E cortese Nalduccio la richiede, Chi sì l'avesse entro que' lacci avvolta, E di qual colpa ciò fosse mercede; E s'ella avea fallato, o veramente, Come egli si credeva, era innocente.
73
Con bassa voce, languida e tremante Rispose la donzella: Se vi piace, Venite meco pochi passi avante, Ov'è una villa mia assai capace, Bella pel sito e per le spesse piante; E lì vi narrerò forse con pace Le mie sventure, e quel che più vorrete; E so che nell'udirmi piangerete.
74
Andianne pur, soggiunse Rinaldino, Che mi muojo di voglia d'ascoltarti. E si misero appena nel cammino, Che si trovâr nelle accennate parti. Stava in un colle il ben fatto casino; E cotanti lavori intorno sparti Vi si vedean di fonti e di verzieri, Che ne stupîr le donne e i cavalieri.
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Entrati dentro alla gentil villetta, E assisi tutti ad una mensa in giro, Incominciaro a sbadigliare in fretta, E così fortemente s'addormiro, Che non gli avrìa svegliati una trombetta. In somma il tasso, la marmotta, il ghiro Rispetto a loro il sonno hanno leggiero. Oh vedi se dormivan daddovero!
76
Due giorni interi ed altrettante notti, Reggendosi la testa con le mani, Dormiro, e i lor riposi unqua interrotti Fur da rumori vicini o lontani. Or mentre questi sonnacchiosi e chiotti Si stanno, io scendo a' lagrimosi piani Di Roncisvalle, ove già Carlo è giunto, E dove in breve rimarrà consunto.
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All'entrar della valle traditora, Il buon destrier di Carlo all'improvviso Si volse indietro, e star volea di fuora; E scolorissi al vecchio Orlando il viso, E il pro' Rinaldo indebolissi ancora. Poco mancò che non restasse ucciso Dall'esercito Gano; e supplicante Gridava a Carlo che non gisse avante.
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Ma quando è giunto quel fatal momento, Le parole, i consigli e le preghiere Sono gettate tutte quante al vento: Ond'è che Carlo mostra dispiacere Che l'esercito suo non sia contento, E che cerchi di opporsi al suo volere; E riguardollo con turbato ciglio, Talchè fermossi il militar bisbiglio.
79
Ciò fatto, alla real tenda s'accosta, E parte dell'esercito entra pure Nell'altre tende, conforme disposta Era la trama. Le gravi armature E la celata da ciascun deposta, Fatte le genti omai chete e sicure, Diero un assalto alle vivande rare, Ai fiaschi, alle boccette, alle anguistare.
80
E Carlo in mezzo a' forti paladini, Ancorchè vecchio, trangugiava bene I pollastrelli arrosto e i piccioncini; E Orlando pur con le mascelle piene A Rinaldo dicea: Sono piccini. Gemo s'infinge non sentirsi bene, E che il corpo gli cigoli e gorgoglie, Ed insensibilmente se la coglie.
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E dopo una mezz'ora e forse manco, Ecco avvampar le maladette mine, E Carlo e i paladini e le tende anco Gir in alto con fumo senza fine: E uscir di fronte, di dietro e di fianco Le maganzesi genti malandrine, E percossero i Franchi, che all'intorno Facevan della valle il lor soggiorno.
82
Allo scoppio terribile e sonoro Si risvegliaro i quattro addormentati, Nè altro mirâr che un vecchio barbassoro, Che stava in mezzo a due garzoni alati; Il quale dolcemente disse loro Come li avea, la Dio mercè, salvati Dal tradimento che l'iniquo Gano Fece a' lor padri, e insieme a Carlo Mano.
83
E per far meno acerbo il giusto affanno, Che della morte de' lor padri avièno, Disse lor: Non piangete; ch'essi stanno Lieti e contenti al Padre Eterno in seno; Nè sanno più cosa è dolor, nè sanno Cosa è fatica; ma dolce e sereno Per loro è il giorno, che non mai s'oscura Per notte, o nebbia tenebrosa e impura:
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A cui pur sospirando i giovinetti Dissero: Deh ci narra, o vecchio santo, Come moriro i cavalieri eletti E il forte Orlando, quale aveva il vanto D'uomo immortale, e quali fur lor detti? Temêr la morte e s'avvilîr col pianto? Oppur le andaro incontro, e gli atti estremi Fur generosi e di virtù non scemi?
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E il vecchio a loro: Il tradimento, o figli, Non lascia loco a dimostrar valore. Fatte sotterra a guisa di conigli Avea più fosse Gano traditore; E con crudeli orribili consigli, Tutto ripieno d'infernal furore, Le ricolmò di polvere sì fatta, Che accesa avvien che ogni gran torre abbatta.
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Or mentre se ne stavano scherzando A lauta mensa gl'incliti guerrieri, Gano diè foco al polvere nefando, E andâr per aria e tende e cavalieri, Come le foglie di dicembre, quando Soffiano gli Aquiloni orridi e fieri: Ma Rinaldo ed Orlando e Carlo Mano Volavan tutti e tre presi per mano.
87
E tanto in suso e così presto andaro, Che per voler del sempiterno Iddio Del ciel la porta co' lor capi urtaro, E l'Apostolo Pietro glie l'aprìo, Il qual non era del gran fatto ignaro; E disse lor tutto benigno e pio: Giacchè giunti voi siete a questo passo, Non vuole Iddio che più torniate a basso.
88
Erano vivi, e solo abbrustoliti Avevano i capelli ed i barbigi; Ma a dirla giusta, egli erano storditi: Onde disse San Pietro: Assai litigi Qua movereste di carne vestiti; Però morite, e portati a Parigi I corpi vostri averan sepoltura Tutta di marmo rilucente e pura.
89
Come augellin che alcuno stecco rotto Ritrovi nella gabbia, fugge via; Così quell'alme scapparo di botto Dalla terrestre lor prigion natìa: I cadaveri caddero al di sotto, E li vedrete in mezzo della via Insieme stretti. Or voi, a cui s'aspetta L'ingiuria loro, itene a far vendetta.
90
Sbranate Gano e tutti i Maganzesi, E gli estinti parenti in su le bare Riconducete ne' vostri paesi. Ciò detto, il vecchio subito dispare. Di duolo e sdegno i giovinetti accesi Fremono a guisa di turbato mare, E corrono alla valle traditora, Gridando: Gano di Maganza muora.
91
Già s'erano ristretti in un drappello Gli avanzi dell'esercito sconfitto, Che forti resisteano a Pinabello; E qual de' Maganzesi al suol trafitto Giaceva, e quale timoroso e snello Dalla pugna fuggiva zitto zitto; Quando ecco a venir Gano a dargli aita Con tanta gente che parea infinita.
92
I soldati di Carlo a quella vista Dimostrar o allegrezza; chè volièno Uscir di vita sì dolente e trista, Giacch'era il signor lor venuto meno; E tal signor che mai non si racquista In questo basso misero terreno: E disperati incontro a lor si fêro Con volto rabbuffato, orrido e nero.
93
E cominciossi un tal combattimento, Che al sol pensarvi mi sento basire. Appena questi arrivavano a cento, E quelli quanti fosser chi può dire? Ma lasciamli pugnare a lor talento, E sfogare gli sdegni e sfogar l'ire; Che voglio andar a letto a riposarmi: Domani poi ritorneremo all'armi.
CANTO VIGESIMOSESTO
ARGOMENTO
_Dai due minor cugini in un gabbiotto_ _Di ferro è tratto Gano traditore._ _In Parigi sua casa arsa è di botto;_ _E Ricciardo è creato imperatore._ _Il re de' Cafri mette il capo sotto_ _Al Battesimo santo, e il fa di cuore._ _Entro la gabbia va Gano in faville._ _Cercan Ricciardo per cittadi e ville._
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