Part 13
Poscia su l'alga e su la trista paglia Si danno al sonno: e sul vicino prato Stassi il destrier, che ogni cosa sbaraglia, Nè gli entra che rugiada nel palato, Se in questo loco il Garbolin non sbaglia; Perch'io lo tengo per un bel trovato, E non m'arreco a creder facilmente Che si cibi un cavallo di nïente.
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Due ore avanti giorno per lo meno Si risente Ricciardo e s'alza in piedi, E si scuote d'attorno l'alga e il fieno. Lo stesso fa Lirina, e dagli arredi Che seco porta, in manco d'un baleno Tira fuora un bellissimo treppiedi, E vi pon sopra un tegamino d'oro Scolpito d'un mirabile lavoro.
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Poi si leva di tasca un'ampollina, E versa in quello due gocciole sole D'una cert'acqua che parea turchina, E fa bollirle infin che nasca il Sole. Frattanto note arabiche sciorina, Che non s'apprendon nelle nostre scuole; E fa col piede scalzo e con le mani Gesti da fare spiritare i cani.
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Ma quando vede il Sol che già compare, Leva dal foco il tegamino, e in giro Corre d'attorno a Ricciardo, che pare Per lo stupore omai fatto deliro: E dopo un lungo e veloce girare Lo spruzza con quell'acqua, e, o caso miro! Ei diventa usignuolo, ella smeriglio, Che tosto nel groppon gli dà di piglio.
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E in larghe rote per aria dibatte Le preste penne, e sopra l'alta torre Si posa; e l'usignuol grida e si sbatte, E par che dica: Chi mi viene a tôrre Da questi artigli, e chi per me combatte? Tosto Despina e tosto il vecchio accorre, E tolgono dall'ugne del falchetto Il creduto da lor tristo augelletto.
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Despina l'accarezza, ed ei risponde Come sa, come puote; ed or le vola Sul bianco collo, or su le trecce bionde: E quanta voce ha dentro della gola, Tutta dà fuori in armonìe gioconde. Il vecchio, che stregone era di scuola, Comincia a sospettar che quell'uccello Non sia Ricciardo, e si becca il cervello.
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E alla donzella lo toglie di mano, E di stiacciargli il capo ancor fa prova: Ma in questo mentre piomba di lontano Il falco sopra lui, che gli ritrova Gli occhi, ed in testa fagli un doppio vano, Sì che cieco ad un tratto egli si trova. Grida lo sventurato, e gli domanda La vita in dono, e ben si raccomanda.
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In questo mentre ritorna Lirina Nell'esser suo, e fa che torni ancora Il buon Ricciardo, che alla sua Despina Vanne, e par che di gaudio egli si mora. Ma il nostro Carlo in tanto s'avvicina Alla terribil valle traditora; Ond'io voglio lasciare nella torre Questi, e veder ciò che al buon Carlo occorre.
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La divina pietà, che non rimane Da alcuna cosa circondata e stretta, E tanto stende le braccia lontane, Che fuor del nostro mondo ancor le getta; Per salvar Carlo, e render nulle e vane Le forze del demonio, e pura e netta Far l'alma sua, e d'Orlando e Rinaldo, E liberarli dall'eterno caldo,
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Dispose che passasser da Bajona, Un dì che v'era appunto il giubbileo, In cui il Papa a qualunque persona (Se non era Scismatico od Ebreo) Che confessato si fosse alla buona, E pianto ogni suo fallo iniquo e reo, E fatta qualche po' di penitenza, Donava una pienissima indulgenza.
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Carlo per dar esempio a' suoi vassalli (Che ciò che fa il maggior, fanno i minori) Portossi in chiesa, e confessò i suoi falli, E dagli occhi mandò gran pianto fuori. Rinaldo, ancorchè avesse de' gran calli Su la coscienza pe' suoi tanti amori, Pur confessossi anch'egli, e da cinque ore Stettesi umile a' piè del confessore.
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Orlando poi soletto umile e pio Fece del ben per sè; ma fuor di chiesa Si mise a predicare e lodar Dio: Ed era la sua faccia tanto accesa Di santo zelo e celestial desìo, Che ancor con l'armatura così pesa Sollevossi da terra un braccio intero; Tanto era fisso in Dio col suo pensiero.
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Da che gran tenerezza e maraviglia Nacque in tutti i soldati; e ognuno a gara Chi questo frate e chi quel prete piglia, E mostra nella faccia afflitta e amara Il duol che di sue colpe il cor gl'impiglia. L'aria frattanto oltre l'usato chiara Risplende; e d'una insolita letizia Si colma Carlo e ognun di sua milizia.
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Stetter la notte pur nella cittade Modesti più che gli uomini novizj In procession non vanno per le strade. Rinaldo lesse infino gli Esercizj Di Sant'Ignazio. O divina bontade, Tu sola estirpar puoi li nostri vizj, E farci santi di cattivi e tristi, Purchè del fatto male un si rattristi.
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Ganellone ancor ei, per non parere D'aver l'alma di sughero o di fieno, Diceva borbottando il Miserere, E si teneva il suo capaccio in seno. E trattosi da parte, in sul messere Frustandosi, pregava il Nazzareno A perdonargli l'opre sue nefande; Di che Carlo ne aveva un piacer grande.
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Ma Rinaldo, ancorchè tanto contrito. Gli disse: Gano, lascia quella frusta; Chè non hai viso ancor di convertito, E falsa penitenza Iddio disgusta. Riprese Orlando: Cugin mio gradito, Lascialo fare, e menar ben la susta. O burla, e si fa male daddovero; O non burla, e dà mano a un buon mestiero.
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In quanto a me, son io d'una natura Che a pensar mal, quando vedo far bene, Non mi so indurre, e parmi cosa dura. Cugin, tu hai un sangue dolce nelle vene (Riprese il buon Rinaldo). Io ho più paura Di costui quando un Cristo in man si tiene, E bacia terra e biascia Avemmarie, Che se il trovassi armato per le vie.
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Io mi son confessato adesso adesso, Nè dico ciò per mormorar di lui; Ma chi non sa ch'è gente da processo La Maganzese, e che un tristo è costui? E noi gli andremo sconsigliati appresso, E ci porremo negli agguati sui? Cugino, andiam da Carlo, se ti aggrada, E lo preghiamo acciò che muti strada.
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Riprese Orlando: E che si può temere Da Gano? Forse insidie e tradimenti? Mi rido in quanto a me del suo potere; E faccia pur ciò ch'ei far puote, e tenti Di mandar noi con Carlo all'aversiere, E strugger tutte le Francesche genti; Che, come vuol, non gli anderà già fatto, E rimarrà da noi vinto e disfatto.
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Or mentre in guisa tale si ragiona Da' due guerrieri, il traditor s'infinge Di non udirli, e frusta sua persona Sì, che di sangue il duro nerbo tinge. Carlo in vedere un'opera sì buona, Abbraccia Gano, e al seno se lo stringe; Nè vuol che più si batta, e gli comanda Che ponga il nerbo e ogni rigor da banda.
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Ma Rinaldo ripiglia: Eccelso sire, Io forse ti parrò maligno e tristo A prima faccia, e dannerai 'l mio dire: Ma del tuo danno troppo mi rattristo; Perchè costui ti vuole far morire. Meglio in man gli starebbe di quel Cristo Un ritratto di Giuda appeso al fico, O d'altro falso micidiale amico.
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Questo ribaldo condurracci, dove Certo a noi non varrà forza o valore. Già conosciuto abbiamo a mille prove Quanto egli abbia maligna e mente e cuore: E spereremo adesso ch'ei ci giove, E che serbi per noi un vero amore? Carlo, per Dio non ho timor di morte; Ma temo sol di non morir da forte.
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E Carlo a lui con placido e sereno Volto risponde: Caro il mio Rinaldo, Medicina talor, talor veleno Egli è il sospetto; nè sempre ribaldo Stimar si dee chi pone al fallir freno, E nel nuovo proposito sta saldo: E mal per noi, se il giusto offeso Iddio Fosse del tuo parere, e non del mio.
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In questo mentre Gano se gli getta A' piedi, e fra sospiri e fra singhiozzi Dice: Signor, fa pur la tua vendetta de' miei delitti così brutti e sozzi; Che ad arbor guasta non ci vuol che accetta; E farai opra giusta se tu mozzi A me questo infedel capo, che spesso Nutrì pensieri di vederti oppresso.
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E Rinaldo: Signor, giacchè ti prega Di morire, soggiunse, non tardare A consolarlo. Io pigliere' una sega, E per lo mezzo lo farei segare. Ma Carlo a' detti suoi nulla si piega; Anzi a Gano si volta, e fâllo alzare, E rassicura che il giorno veniente Verranne a Roncisvalle con sua gente.
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Indi a cena sen vanno, e poscia a letto. Ma Rinaldo, ch'è volpe antica e furba, Scappa di stanza, e fugge via soletto; Chè non vuole ir per acqua quando è turba: E pieno di paura e di sospetto, Che per Carlo l'affanna e lo conturba, Prende la via della Navarra, e stassi Nascoso il giorno tra le fronde e i massi.
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E già vicino a Roncisvalle egli era, E già vedea le tende maganzesi, E già più d'un di quella infame schiera Vedea girare intorno a quei paesi: Ond'egli pensa in sul far della sera (Perchè niun lo ravvisi e lo palesi) D'uccidere qualcuno di Maganza, E mutar veste, e celar sua sembianza:
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E detto fatto, a un cavalier che viene Incontro a lui, tira un fendente in testa, E te lo spacca almen fino alle rene; Indi lo spoglia della sopravvesta, E se la pone: e gli stava sì bene, Che pareva per lui quasi contesta; E poscia va tra' Maganzesi, e quelli Lo tengono per un de' lor fratelli.
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Quindi or con uno, or con altro discorre, E addosso a Carlo adopra il forbicione, E dice: Finalmente io vedrò tôrre Impero e vita a questo reo ghiottone. Già gli è in cammino, e già si viene a porre Ne' nostri lacci; e quel guercio barone Verrà pur seco, e quel Rinaldo pazzo, Che hanno fatto di noi tanto strapazzo.
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In sostanza però nulla ricava In che consista proprio la congiura. Vede ch'è lieta quella gente prava, E attende Carlo intrepida e sicura; Ed in genere sol ripesca e scava Che il dì veniente daran sepoltura In Roncisvalle a Carlo e alla sua corte; Ma gli è nascosto il modo della morte:
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Chè a pochi il disse, e in gran segreto, Gano; Chè non son cose da bandirsi in piazza. Onde dolente il sir di Montalbano Lascia le tende e la ribalda razza, E ratto corre inverso Carlo Mano, Che a lui non crede, e quasi lo strapazza; E lo ritrova appunto che venìa Di Roncisvalle per la dritta via.
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E messosi di fronte al suo destriero, Grida: Signore, non andar più avanti. Roncisvalle per Carlo è un cimitero, E v'andremo sotterra tutti quanti. Io di là vengo, e ti racconto il vero, Chè udito ho ragionare quei furfanti; Udita ho la lor gioja, il lor conforto, Con la speme che in breve sarai morto.
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È certa la congiura, e sol nascosa È la maniera onde dobbiam perire. L'esercito franzese a questa cosa Tutto s'accende di gran sdegni ed ire. Carlo con faccia torbida e pensosa Si volta a Gano, e sì gli prende a dire: Quando il sospetto non ha fondamento, È un'ombra vana, e la dilegua il vento:
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Ma quando a sospicar move ragione, Chi dorme in sul sospetto, è un uomo stolto. Però a quel che Rinaldo ora ti oppone, Rispondi; e se in errore sarai côlto, All'opra uguale attendi il guiderdone; Ma se ogni dubbio ne verrà disciolto, Come io voglio sperare, avrà Rinaldo Pena d'averti preso per ribaldo.
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Egli con fronte intrepida e sicura Ti guarda, e dice ch'entro alle tue tende Si ragiona da' tuoi d'alta congiura Contro di noi; e che da lor s'attende Nostra venuta, e che non han paura Delle nostre armi, ancorchè sì tremende Al mondo tutto. Or tu qual dài risposta A così grave e orribile proposta?
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Gano senza mutar colore in viso, Col ciglio basso e le mani incrociate, Disse: Signor, mi moverebbe a riso Sì pazza accusa, se di fedeltate Non si trattasse, e non restasse intriso D'obbrobrio il mio candore e lealtate; Chè in certe cose, ancorchè non sien vere, Un'ombra, un filo, un neo dà dispiacere.
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Egli parla di ciò che si favella Nelle mie tende, e dice orrende cose Di tradimenti e congiura aspra e fella; E fama e voce pubblica anco espose Esser colà della fatal procella. Or s'egli è ver che fra le più gelose Opre si ponga un regio tradimento, Come ei l'udì da cento bocche e cento?
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La voce, signor mio, vola pur troppo, Massime allor che libera si getta; Nè lido in mar, nè monte a lei fa intoppo, Ma lieve passa a guisa di saetta Per ogni banda: e nunzio muto e zoppo Sarà stata per Carlo, e chiusa e stretta Avrà volato sol fra le mie genti, Invaghita de' nostri alloggiamenti?
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O non dice, signor, Rinaldo il vero, O s'ei lo dice, avranno, me lontano, Fatto coloro un disegno sì fiero. Ma ciò non credo; e ogni intelletto sano Sarà del mio parer, del mio pensiero. Ov'è mai fra di loro e mente e mano Da tanta impresa? Forse a lor si copre Quali sieno di Carlo e l'armi e l'opre?
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E dove lascio il gran signor d'Anglante, E te, Rinaldo, fulmini di guerra, Che stando sempre al gran Carlo davante, Da ogni oltraggio lo scampate in terra? Ma tu ben sai come di risse amante Egli è Rinaldo, e qual odio lo afferra Contro il mio sangue, e con ragione ancora; Ma io e i miei non siam più quei d'allora.
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Pur veggo ben che per la colpa antica Trova l'accusa mia facil credenza Nell'alma tua, benchè del giusto amica. Però lontane dalla tua presenza Vadan le genti mie; e acciò si dica Che a offender Carlo Maganza non penza, Lascin l'armi e i cavalli, e disarmati Errin come gli armenti in mezzo ai prati.
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E perchè non si pon fine al sospetto, E d'ogni cosa s'ombra facilmente; Forse, chi sa? d'alcun veleno eletto Sarà qualche timor nella tua mente; E di quanto averai veduto o letto Di gente estinta così bruttamente, Ti sovverrà. Non fia bevanda o cibo, Che tu tocchi, se prima io non la libo;
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E poi, giacchè Rinaldo ardito e franco Dice che la congiura è assai palese, Prendi, signor, della mia gente un branco, Qual più ti piace, e con facelle accese Ora sotto alle braccia, or sopra il fianco Fa che da' tuoi sieno lor voci intese; E se diran che traditor son io, Rassereni il tuo core il sangue mio.
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Ma tu vanne spedito, o Pinabello, A dir loro che senza armi e destrieri Vadan fuor delle tende. Intanto appello In mio favore i Numi eterni e veri: E s'io nutro pensiero iniquo e fello Contro di Carlo e de' suoi cavalieri, Signor, li prego, che avanti a' tuoi lumi Fulmin dal ciel discenda, e mi consumi.
90
Rinaldo non potè stare alle mosse, E incominciò: Signor, stiam bene all'erta; E se punto esto furbo ti commosse, Non dubitar, perchè la cosa è certa. Ma disse Carlo: Ancorchè vero fosse Ciò che tu dici, se vuota e deserta De' Maganzesi la campagna resta, Qual cosa a noi esser potrà molesta?
91
E il ver diceva il povero signore, Che non sapeva e non aveva udito Della terribil polvere il furore, Che insegnò Satanasso ad un romito, Che poi la diede a Gano traditore. Ma giacchè ho da vedere incenerito Così buon vecchio, vo' prima cercare Di gente che lo possa vendicare.
92
Nalduccio ed Orlandino in tempo corto, Se si misura il gran vïaggio e strano, Giunser di Burdigala entro al bel porto, Che fe' natura e non ingegno umano; E lo formò così piegato e torto, Che sembra un arco che riposi in piano: E dicon di quell'arco esser la corda La Garonna, che in mar corre sì ingorda.
93
Quivi si soffermaro un giorno solo, Poi presero il cammin verso Bajona; E nel calcare il desïato suolo Sentivan tal piacer nella persona, Che il ritrovare il perduto figliuolo Cotanto in sen di madre non cagiona: E le lor donne anch'esse per consenso Mostravano allegrezza in ogni senso.
94
Ma lasciamoli stare in allegrìa, Che tra poco averan tormento e pena; E noi frattanto pigliamo altra via: Quella non già che a Roncisval ne mena, Che m'empie troppo di malinconìa; Ma un'altra ne cerchiam grata ed amena; E forse troveremla. Ma per poco Or vo' posar, che già son fatto roco.
CANTO VIGESIMOQUINTO
ARGOMENTO
_Lirina del suo crin, come di stoppa,_ _Forma una corda e il girifalco lega._ _A quel si pon con i compagni in groppa,_ _E in aria a voglia sua lo spinge e piega._ _Su quello il vecchio in Egitto galoppa,_ _Per farsi erede della morta strega._ _Resta uccisa una vecchia in mezzo a un calle._ _Muore Carlo abbruciato in Roncisvalle._
1
Se quando incominciai questo lavoro, Che fu per gioco, e poi bel bello crebbe, E crebbe sì, mercè l'Aonio Coro, Che finito oramai dir si potrebbe, _Vittoria_ illustre, che ora tanto onoro Quanto mai regal donna in pregio s'ebbe, V'avessi visto e conosciuto prima, D'altri versi il tesseva e d'altra rima.
2
E giacerìano in un silenzio oscuro Despina bella e il prode Ricciardetto; Che di voi sola avrei cantato: e giuro Che il buon voler, di cui ricolmo ho il petto, Di timido m'avrìa fatto sicuro; Ed il vasto argomento, e sì perfetto, Onore e lode senza alcun lavoro Acquistato m'avrìa dall'Indo al Moro.
3
Ma l'esser voi sì grande e sì sublime Per virtù, per natali, e per quei doni Che Dio talor nelle grand'alme imprime, Per noi mostrare quanta lui coroni Luce e bellezza nell'eccelse cime Del monte ove gli Dei han lor magioni; Ed io sì basso e oscuro, che a fatica Si sa che viva dalla gente amica;
4
Fu la cagion che non alzassi mai La debil vista a quell'immensa luce Che vi circonda, e vince il Sol d'assai. Ma giacchè la fortuna ora m'è duce A tanto bene, e da' be' vostri rai In me spirto novello si produce, Chi sa che un giorno del Permesso in riva Alto di voi non canti, alto non scriva?
5
E dica come in voi hanno lor sede Le grazie tutte e le virtù più belle: E come trasparir chiaro si vede Per lieve nube il lume delle stelle; Sì l'innocenza, l'onestà, la fede, E i pensier saggi che nutrican quelle, Van trasparendo dalla vostra fronte Per luce che non fia che mai tramonte.
6
Nè tacerò que' modi almi e cortesi Che son catene agli animi gentili; E dirò anche ove gli avete appresi, E da qual madre. Così meno umìli Fosser miei versi, o di quel foco accesi Che far li suole al buon Febo simìli. Che vorrei dir di voi e del consorte Cose da farvi viver dopo morte.
7
Ma tempo è omai di ritornar là donde M'era partito, e seguitar l'istoria; Perchè male si mescola e confonde D'ogni altra il pregio con la vostra gloria. Che come de' gran fiumi le grand'onde Perdono in mar lor nome e lor memoria; Così quando di voi prendo a cantare, S'oscura ogni altra, e l'opera dispare.
8
Restato cieco il misero custode Della bella Despina, e ritornato In sua sembianza il buon Ricciardo e prode, E nella sua Lirina, se beato Fu il cor d'entrambi, dicalo chi l'ode. Ma perchè poco dura un lieto stato, Sepper come per sempre era impedita A tutti lor della torre l'uscita.
9
Che l'accecato vecchio in volto afflitto, Volesse il cielo, disse, ch'io potessi Di qui fuggire, e sì del mio delitto Scampar la pena; chè senza processi Su questa torre rimarrò confitto; E soffrirete ancor gli affanni stessi, O voi, ch'ora godete e fate festa D'avermi tratti gli occhi dalla testa.
10
Qui non c'è scala che abbasso conduca, E non son funi da calare a terra; E quello che si beve e si manuca, Ci vien d'Egitto, e col becco l'afferra Un grande uccel, che prima ancor che luca Il giorno, dal gabbione lo disserra, Ove lo tien la maga Arimodìa, E per cibarci a noi quassù l'invìa.
11
E questo uccello ancor lettere porta A me della sua maga, e vuol risposta: Or che degli occhi in me la luce è morta, Tornerà indietro con la sua proposta: E Arimodìa, fata tanto accorta, S'accorgerà che qui frode è nascosta; E fatto ciò che l'arte le dimostra, Verranne in fretta alla ruina nostra.
12
Costei d'Ulasso ella è parente stretta, E per Africa tutta è sì possente, Che il sommo Giove infino la rispetta: Ed ama tanto questo suo parente, Che giorno e notte quanto può si affretta, Perchè sieno in Despina affatto spente Le prime fiamme, e perchè volga in ira L'amore onde per altri ella sospira.
13
Ed io che fui antico suo scolare, Ed imparai molte gran cose e belle (Che lieto me, se or le potessi fare!), Qua venni per cammino alto alle stelle A custodire le sembianze rare Di questa giovinetta inerme e imbelle: E perchè niun me la portasse via, Sommo poter mi diede Arimodìa.
14
Nel mentre che in tal guisa egli ragiona, Ecco s'oscura il Sole, e strepitoso Delle grand'ali il battere risuona. Tremò il vecchio al rimbombo, e doloroso Disse: Doman non giungeremo a nona, Che sarem morti in modo obbrobrïoso. Guarda Lirina la volatil fera, Che assai più grossa d'un giovenco ell'era.
15
E le penne grandissime dell'ali Eran sicuro (a dirla schiettamente) Per fino al mezzo, come sono i pali Che dansi in piano a gran vite cadente; Gli artigli acuti assai più de' pugnali; Il petto, il collo, ed il rostro valente, E la coda, ed infin ciò ch'egli avea, Alla grossezza sua corrispondea.
16
E vede come il becco ha traforato, E in quel forame è un bell'anello d'oro: Onde un pensier le venne disperato, Per isfuggire il vicino martoro; Giacchè lo poter suo è in lei cessato, Nè qui può far con l'arte sua lavoro, Si taglia a un tratto la sua treccia bella, E fanne una ben lunga cordicella;
17
E va d'attorno al girifalco strano Per infilar la corda nell'anello, E gli liscia le penne con la mano, Tenendo l'occhio al becco ed all'ugnello; Ma quegli se ne va da lei lontano: Ella sel chiama, e dice: Bello, bello; Ma non per questo ei si sofferma punto, Nè puote esser da lei giammai raggiunto.
18
Il cieco, che non sa ciò che far vuole Lirina, e crede che gli voglia tôrre Il foglio che gli porta le parole Che a lui manda la maga entro la torre; Dice: Fanciulla, altrui lasciar non suole La carta questo uccello, e non occorre Che ti ci provi: solo in mano mia Porralla; chè sì vuol chi a me l'invìa.
19
Ed ella: Dal suo rostro un cerchio pende, Dice, e vorre' infilarlo a tutti i modi. E il cieco a lei: Da te che si pretende Con quella infilatura? che lo annodi? Oh come mal da te, donna, s'intende Quanto gli artigli e il becco suo sien sodi! E a lui la giovin bella: Cieco mio, Infilalo, e poi lascia fare a Dio.
20
Sapea Lirina che fatal catena È bionda treccia di donzella pura, Per legare un dragone, una balena, O qualunque altra fera orrenda e dura: E volve in suo pensier, se questo affrena Uccel di sì mirabile figura, Di poter quinci facilmente uscire; Che tutto s'ha a tentar per non morire:
21
E perchè il vecchio ninnola e balocca, E non s'induce a far ciò ch'ella brama, Con man Lirina gentilmente il tocca, E dice: Se la vista da te s'ama, Anzi la vita, in lasciar questa rocca Seconda allegramente la mia trama; Ch'io voglio uscir con tutti dalla torre, E ti vo' in testa gli occhi tuoi riporre.
22
A tal promessa rallegrossi tanto Il cieco vecchio, ch'ebbe ad impazzare; E fattosi all'uccel condurre accanto, Prese con man l'anello, ed infilare Lo potè con quel crin dorato e santo. Infilato l'anel, volle beccare L'uccello il freno; ma quando s'accorse Ch'era crin di fanciulla, più nol morse.
23